Arpocrate come Y morpurghiano – seconda parte

Prima di leggere qui, propongo al visitatore la lettura della prima parte di questo articolo: https://civiltascomparse.wordpress.com/2023/03/06/arpocrate-horus-bambino-e-il-pianeta-nove-che-pervade-ciclicamente-la-storia-umana-dalle-origini/

ARPOCRATE E ALFREDINO “IL FIGLIO DI TUTTA ITALIA” (1981)

“Avvertiamo che le trasmissioni riprendono anche nella zona laziale e in quelle limitrofe. Ci scusiamo con i nostri radioascoltatori, lieti se il temporaneo silenzio del servizio pubblico avrà contribuito, come tutti auspicano, alla salvezza del bambino.”

Nella folle notte di Vermicino è stato smarrito ogni criterio, sono saltate tutte le regole e tutti i principi, ogni cosa può diventare normale in questa situazione abnorme, ogni assurdità può diventare ragionevole e accettabile.

I nomi “Vermicino” e “Alfredino” cominciarono allora a prendere forma assieme nella coscienza collettiva, quasi come se fossero stati elementi di una favola mitica.

Il microfono piazzato nel pozzo è importante anche per un altro aspetto. Si tratta dello strumento che consentirà di far sentire la voce di Alfredo, le sue urla strazianti a milioni di italiani, attraverso la televisione. Comunque la si voglia pensare, sono proprio le grida del bambino ad aver attratto come una calamita l’attenzione della gente su Vermicino, più ancora delle immagini. E questo, senza quel microfono, non sarebbe mai potuto accadere. […]

[…] Ma proprio alle 10.30 il flusso informativo, che presto diverrà un gigantesco fiume in piena, si interrompe, almeno nella zona del Lazio. Le antenne radio della vicina antenna di Santa Palomba, la più grande e potente di Roma, interferiscono con il microfono calato nel pozzo, sovrapponendo alla voce di Alfredino i programmi radiofonici della Rai e delle emittenti private. Il risultato è una singolare e grottesca miscela sonora, che crea seri problemi ai soccorritori.

Il Messaggero fa notare che si tratta di un caso senza precedenti. “Dal periodo della guerra a oggi non era mai successo niente di simile.” E riferisce che al giornale sono giunte parecchie chiamate di cittadini allarmati. “Quando saltando da un programma all’altro mi sono reso conto che nessuna stazione trasmetteva, ci ha detto un lettore, m’è venuto il sospetto che stesse succedendo qualcosa di grave, tipo un colpo di stato o roba del genere. (Il Messaggero, 12 giugno 1981). Sono i giorni in cui sta esplodendo, in tutta la sua virulenza, lo scandalo della P2. Nel paese circolano con insistenza voci di forze eversive pronte ad agire. Le preoccupazioni di quel lettore, dunque, non sono poi così peregrine. Sandro Curzi – Wikipedia, direttore del tg3, ricorda che “in quei giorni arrivavano notizie strane. Sembrava che una parte dei servizi segreti fosse stata informata che stava per accadere qualcosa di straordinario.

E’ vero che la richiesta del pubblico ormai è immensa, ma se uno volesse guardare qualcos’altro ormai non può più farlo, deve spegnere la tivù. I centralini della rai bersagliati da migliaia di telefonate, vogliono collegamenti più lunghi, più frequenti, chiedono al servizio pubblico un impegno ancora maggiore. Ma tra le innumerevoli chiamate ce ne sono altre che dicono: “Non fateci più sentire quella voce, è insopportabile, è straziante, è troppo…” Con il passare del tempo la voce del piccolo sarà somministrata al pubblico con sempre maggiore cautela e discrezione, anche se tecnicamente sarebbe possibile ascoltarla sempre, visto che il giorno prima un tecnico era riuscito addirittura a calare un microfono della rai all’interno del pozzo artesiano. Ma in questo caso una saggia autocensura e le sollecitazioni del pubblico suggeriscono una scelta più sobria e moralmente più accettabile.

La misurazione data da Tullio dà un risultato sconvolgente, che assomiglia a una sentenza di condanna a morte. Alfredino è scivolato di altri trenta metri e ora si trova a una profondità di oltre sessanta metri. Questo segna il rientro in gioco degli speleologi. La drammatica notizia data alle 20,00 dopo sette ore consecutive di diretta tv.

Intanto la folla degli spettatori è diventata immensa, oltre ventimila persone. L’arrivo del presidente Pertini e lo straordinario impatto mediatico che sta avendo la vicenda hanno calamitato schiere di curiosi, che stanno provenendo da ogni parte. Durante questa nottata, l’ultima, la grande kermesse raggiunge quelle dimensioni che poi faranno gridare alla vergogna e allo scandalo. 

Per due giorni hanno raccontato una favola che, per quanto drammatica – le favole lo sono sempre – era tutta protesa verso il lieto fine. […] Ora, improvvisamente, il racconto cambia registro e ci si trova tutti proiettati all’interno di un’angosciante tragedia. Se prima si aspettava solo la felice conclusione della storia, ora si cominciano a delineare i contorni di un epilogo di morte, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo. Ma prima che lo sciagurato finale abbia luogo sono ancora tante le cose che devono succedere. E straordinarie. E’ a questo punto che inizia la notte più vorticosa, convulsa, appassionante, commovente, folle, eroica, tormentata, dolente, disperata che l’Italia ricordi.

L’ambiente in cui [Alfredino] si trova ora, a meno di sessanta metri, è infinitamente peggiore di quello che lo ospitava a meno trenta. Molto più umido e molto più freddo. Quanto potrà ancora resistere in vita, si chiede il medico? Si chiedono tutti?

Non è come il 21 luglio 1969 o il 17 giugno 1970, sempre di notte. Quelli erano eventi annunciati, emozioni attese, qui no, qui tutto nasce per caso e diventa un avvenimento epocale ed è iniziato come la cronaca di un piccolo fatto, un dramma privato. Poi, ora dopo ora, è montato, cresciuto, esploso. Rapidamente ha coinvolto tutti, è diventato il figlio, il nipote, il fratellino. Trenta milioni di italiani stanno partecipando allo spettacolo della morte in diretta, ma non lo sanno e pensano ancora si tratti di una favola a lieto fine. 

Per sette volte ha tentato di strapparlo alle tenebre del pozzo, per sette volte gli è scivolato via. Angelo Licheri riuscì a sprigionare un coraggio e una generosità senza limiti. Doti che il piccolo fattorino sardo, forse senza nemmeno esserne consapevole, mostrò di possedere in misura straordinaria.

Quando viene portato su, provato, escoriato, ricoperto di fango e sangue sembra la raffigurazione vivente dell’Ecce Homo – Wikipedia, il Cristo flagellato [o dopo essere stato tirato giù dalla croce.] Franca Rampi, la mamma di Alfredino, accarezzava quel viso stravolto, arrivato alle soglie della morte per strappare alla morte un’altra vita, e lui balbettava alla donna frasi di scusa per non essere riuscito nel suo tentativo.

L’altalena emotiva non accenna a fermarsi quando alle cinque del mattino viene calato nel pozzo Donato Caruso. Milioni di italiani su un ottovolante impazzito, lanciato a folle velocità e senza una guida. Mai era capitato che la televisione generasse un carico di emozione così potente e incontrollabile. E mai più capiterà.

Il giovane speleologo spiega al prof Fava che Alfredino non si muove, non dà segni di vita, è freddo e rigido. Probabilmente il decesso è sopraggiunto molto prima della sua discesa, tra le 3,00 e le 4,00 di quella infinita e tragica notte. Pertini decide di andare via. E’ rimasto per quindici ore ad aspettare, in questa landa desolata. Quasi sempre in piedi, all’imboccatura del pozzo, col vestito blu sempre più impolverato. Aveva detto che sarebbe rimasto fino all’ultimo per vedere il bambino tratto in salvo. E’ stato di parola ma anche lui va via sconfitto.

“So che a volte” scriverà qualche giorno dopo in una lettera a un popolare settimanale, “il respiro c’è ancora, anche quando non si vede. So di centinaia di casi di persone apparentemente morte che in realtà erano ancora vive e salvabili. Quel sabato il bambino sembrava morto. Ma poteva anche non esserlo.”

Quello per la morte di Alfredino fu un lutto vero, non rituale, per milioni d’italiani a cui era come morto un figlio, un nipote, un fratello. Dolore che per molti non troverà espressione tranne una forma di cupa e silenziosa depressione. Farmacisti che registrano in quei giorni aumenti nelle vendite di tranquillanti e cardiotonici, anziani morti di fronte alla tv, davanti alla trasmissione Rai ormai definita da qualcuno (come Rinaldo Recchi, proprietario di tre grandi farmacie romane) come “omicida”.

Molti degli episodi successi in questi giorni, molti dei personaggi che sono giunti a Vermicino inducono a pensare che questa vicenda abbia come sollevato una ventata di follia, la cui onda lunga, in qualche caso, ha continuato a propagarsi per anni. E’ un’ipotesi sfuggente, un po’ irrazionale, che però si riaffaccia alla mente in modo prepotente quando, ancora oggi, si incontra qualcuno dei protagonisti di allora. Nessuno è in grado di dire quanta follia Vermicino abbia generato, ma certamente ne ha attirato molta, come una potente calamita.

Trenta milioni di italiani hanno seguito la vicenda di Alfredino davanti al video. Per molti redattori del tg1 e tg2 c’è anche l’amara sensazione di aver contribuito a evocare una creatura mostruosa. Se è vero che durante lo svolgimento del dramma la gente voleva sentir parlare solo di Alfredino, dopo la terribile ultima notte, dopo la morte del bimbo, i centralini della rai hanno ricevuto centinaia di telefonate di protesta. Tutte persone che si sono sentite tradite dal servizio pubblico, come travolte e lasciate senza difese di fronte alla trasmissione televisiva più sconvolgente che sia mai andata in onda.

Trenta milioni di persone imprigionate nell’incubo, prigioniere, vittime dell’orribile attrazione che avevano quelle immagini, finite dentro il pozzo, bambini sconvolti che si svegliavano di notte di soprassalto parlando di Alfredino.

Ma su questo punto l’editorialista del corriere Giulio Nascimbeni [fa un’osservazione]: “Forse, al di là della terribile carica delle immagini, è stato anche l’effetto della tecnica televisiva usata: quella ripresa fissa, quasi un monoscopio, quel fotogramma paralizzato che non aveva nemmeno il riscatto del’animazione e quindi rendeva l’angoscia e il dolore ancora più ossessivi.” ( A questo proposito ricordiamo che Arpocrate rappresenta anche la immobilità)

Più di una persona, tra quelli che sono stati a Vermicino e che hanno anche visto le immagini della diretta televisiva, conferma che assistere al dramma davanti al piccolo schermo era quasi più allucinante e claustrofobico che viverlo sul posto. “La trasmissione televisiva” commenta qualche giorno dopo la psicologa Caterina Sorrentino, “ha certamente avuto un impatto molto violento. Ritengo addirittura che l’atmosfera fosse più stemperata sul luogo della vicenda che non nelle case degli italiani che seguivano la tivù. Sul posto c’erano alcuni elementi estranei, e al tempo stesso facenti parte del quadro generale, che alleggerivano di tanto in tanto la tensione. Nelle case la televisione portava invece un’immagine ben precisa, limitata quasi sempre a quei pochi metri quadrati dove i soccorritori si muovevano: una sorta di palcoscenico sul quale si alternavano i protagonisti della vicenda. Come angosciante sottofondo la voce di Alfredo, che gli apparecchi televisivi diffondevano molto più chiaramente di come noi la ricevessimo sul posto” (Piero Poggio, Gente, 3 luglio 1981)

Questa quasi totale assenza di filtro – che mai era capitata in televisione e mai più capiterà – è avvenuta in occasione di un evento che più tragico non si poteva immaginare. La tragica fine di quella creatura è piombata nelle case degli italiani […] senza che la mediazione giornalistica potesse attutirne l’impatto.

A Vermicino non c’era nessuno incaricato di organizzare e razionalizzare le emozioni. […] Anche questa mancanza di punti di riferimento ha contribuito a sconvolgere i telespettatori.

[…] E’ un luogo comune dire che la “tv del dolore” è cominciata in quella occasione, ed è sbagliato perché quella che verrà poi conosciuta come “tv del dolore” prevede appunto una mediazione tra l’emozione scatenata e la risoluzione finale che fa si che il pubblico non ci pensi più una volta spento il piccolo schermo […] Gli autori, nella “tv de dolore”, devono stare attenti a scegliere, controllare, […], addomesticare la realtà che viene proposta in tv. E’ come se la diretta di Vermicino rappresentasse l’obiettivo “emotivo” a cui tutti gli autori televisivi idealmente tendono, sapendo però che non possono, non devono mai raggiungerlo.

Il parroco di Vermicino don Francesco Terribile, dopo aver ricordato la titanica lotta per salvare il bambino, dice che Alfredo è come un seme caduto sotto terra che deve far fiorire qualcosa di nuovo, darci una società migliore.

Tutti gli appunti che [precedono sono stati presi aiutandosi] con l’ottimo libro-inchiesta di Massimo Gamba, “Vermicino. L’Italia nel pozzo – Massimo Gamba – Libro – Sperling & Kupfer – Le radici del presente | IBS“, uscito nel 2007 di cui assai di recente (25 maggio 2021) ne è stata fatta una riedizione, Alfredino. L’Italia nel pozzo – Massimo Gamba – Libro – Sperling & Kupfer – Pickwick | IBS

ARPOCRATE E BERNIE MADOFF – CHI SI CREDE INTOCCABILE – (2008)

Siccome il pianeta 9 sta “interferendo con le orbite” degli altri pianeti transnettuniani facendo credere ingannevolmente che non esiste (involontariamente), fra le tematiche che governa ci deve essere la pratica degli schemi ponzi finanziari.

Bernard Lawrence Madoff, detto Bernie (New York29 aprile 1938 – Butner14 aprile 2021), è stato un banchiere e truffatore statunitense, condannato per una delle più grandi frodi finanziarie di tutti i tempi.

Il criminale condannato era l’equivalente di un serial killer finanziario e sembrava intoccabile al culmine del suo potere.

L’11 dicembre 2008 Madoff è stato arrestato dagli agenti federali, con l’accusa di aver truffato i suoi clienti causando un ammanco pari a circa 65 miliardi di dollari (60 miliardi di euro). La sua società si è infatti rivelata come un gigantesco schema Ponzi. Rispetto agli altri hedge fund  Madoff non vantava profitti del 20-30%, ma si attestava su un più credibile rendimento del 10% annuo, costante nonostante l’andamento del mercato. La truffa consisteva nel fatto che Madoff versava l’ammontare degli interessi pagandoli con il capitale dei nuovi clienti. Il sistema saltò nel momento in cui i rimborsi richiesti superarono i nuovi investimenti, come è usuale con questo tipo di truffa. Nell’ultimo periodo le richieste di disinvestimento avevano raggiunto una tale cifra, circa 7 miliardi di dollari, che Madoff non fu più in grado di onorare la remunerazione degli interessi promessi con le risorse finanziarie disponibili. I clienti di Madoff erano perlopiù grandi istituti finanziari e investitori istituzionali, sui quali sono ricadute le conseguenze della truffa. Diverse banche in tutto il mondo hanno dichiarato di essere esposte verso il fondo di Madoff sia direttamente, sia attraverso fondi da loro gestiti.Bernie Madoff è morto oggi e lascia dietro di sé un’eredità di rottami finanziari che si estendevano in tutto il mondo. Il suo schema Ponzi è stato il più grande della storia. La longevità del suo schema – decenni – era mozzafiato. Era senza dubbio uno dei bugiardi più abili della storia. Eppure forse ci vuole un truffatore per sapere come il sistema ci truffa tutti. E Madoff ha capito il sistema finanziario come solo un truffatore finanziario può fare. Di una cosa era certo: tutti sapevano.

I danni della caduta di Madoff hanno fatto crollare una banca in Italia, portato al suicidio in Francia e mandato in bancarotta anche piccoli investitori, lontani come i tassisti in America Latina e vicini alla sua famiglia. Sua cognata è andata in rovina e ha finito per guidare un servizio di auto da e per l’aeroporto per sbarcare il lunario. Suo figlio maggiore si impiccò per la vergogna nel suo appartamento di Soho. L’altro figlio morì di una recidiva di cancro, che incolpò dello stress causato da suo padre.

Madoff ha capito il funzionamento del sistema finanziario come pochi altri. Chiaramente ha usato quella conoscenza per sostenere la sua truffa. L’atteggiamento del sistema finanziario nei suoi confronti era “cecità volontaria”, ha detto in una deposizione.

Quando è stato catturato nel 2008, mentre la crisi finanziaria attanagliava l’America sempre più stretta, Madoff è diventato un manifesto per i misfatti di quell’intero universo.

Il sistema finanziario ha permesso, armato e beneficiato profumatamente di Madoff. Alcuni hedge fund con cui faceva affari non erano altro che operazioni di vendita. Hanno attirato i clienti con promesse di due diligence e accesso esclusivo. “Li ho fatti centinaia di milioni”, ha detto Madoff. Era vero.

Naturalmente, ha gran parte della responsabilità di frodare gli investitori, anche se gli piaceva scrollarsi di dosso. Senza dubbio l’idea di Madoff come un’altra vittima del sistema è ripugnante. Ma senza il sostegno a sangue freddo dei grandi attori finanziari, Madoff sarebbe stato un fenomeno locale, una tragedia limitata nel tempo e nella portata.

Madoff ha sperimentato allucinazioni mentre il suo stato mentale diminuiva nelle sue ultime settimane. Poco prima di farsi rimuovere le dita dei piedi il 23 marzo, ha detto di aver visto persone nella sua stanza di notte. Madoff in seguito ha detto a un ufficiale di correzione di aver visto un uccello (Il falco di Horus?) nella tasca della giacca della guardia, ha ammesso di “sentirsi pazzo” e ha detto che nulla contava più, come mostrano i registri.

ARPOCRATE E LA BIOMETRIA (SORVEGLIANZA BIOMETRICA)

Biometria, ciò che ci permette di renderci conto e di toccare con mano il nostro essere unici al mondo (ARPOCRATE è esaltato nel segno del Leone, il segno dell’ unicità)

La biometria (dalle parole greche bìos = “vita” e métron = “conteggio” o “misura”) è la «disciplina che studia le grandezze biofisiche allo scopo di identificarne i meccanismi di funzionamento, di misurarne il valore e di indurre un comportamento desiderato in specifici sistemi tecnologici»

L’autenticazione tramite riconoscimenti biometrici è usata nell’informatica come forma di identificazione e di controllo sugli accessi. È inoltre utilizzata per riconoscere individui sotto sorveglianza mentre si trovano insieme ad altre persone.

Gli identificatori biometrici sono caratteristiche distintive e misurabili usate per etichettare e descrivere un individuo.[3] Gli identificatori biometrici sono spesso classificati come caratteristiche fisiche o caratteristiche comportamentali. Le caratteristiche fisiche si riferiscono alla forma del corpo. Alcuni esempi possono essere le impronte digitali, le vene delle dita o del palmo della mano, la forma del viso, il DNA, l’impronta della mano, la geometria della mano, il riconoscimento dell’iride o della retina dell’occhio. Le caratteristiche comportamentali, invece, sono strettamente legati alle abitudini di una persona, includendo ma non limitandosi al ritmo di battitura, l’andatura e alla voce.

I metodi più tradizionali del controllo sugli accesso includevano sistemi di identificazioni basati su carte di riconoscimento, come la patente di guida o il passaporto, e sistemi basati sulla conoscenza di informazioni, quali la password o al PIN. Dato che gli identificatori biometrici sono unici da individuo a individuo, sono molto più affidabili nel verificare l’identità rispetto a metodi basati su documenti o informazioni; comunque, l’insieme degli identificatori biometrici solleva preoccupazioni riguardo all’uso finale di queste informazioni.

Fra le principali applicazioni della biometria vi sono le seguenti:

Attualmente, la maggior parte degli sforzi della comunità scientifica e della ricerca industriale è orientata allo studio di quelle variabili che permettono l’identificazione affidabile degli individui. Le tecniche biometriche di identificazione sono infatti finalizzate a identificare un individuo sulla base delle sue peculiari caratteristiche fisiologiche o comportamentali, difficili da alterare o simulare. Tra le variabili più frequentemente prese in esame: impronte digitali, geometria della mano e del volto, conformazione della retina o dell’iride, timbro e tonalità di voce.

Una prima catalogazione delle impronte digitali risale al 1891 (NELLA TIMELINE), quando Juan Vecetich iniziò a collezionare le impronte digitali dei criminali in Argentina. Josh Ellenbogen e Nitzan Lebovic sostennerò che la Biometria ha origine nei sistemi di identificazione delle attività criminali sviluppata da Alphonse Bertillion (1853-1914) e dalla teoria delle impronte digitali e fisionomia di Francis Galton. Secondo Lebovic, il lavoro di Galton “ha condotto le applicazioni dei modelli matematici alle impronte digitali, frenologia, e alle caratteristiche facciali”, come parte dell’“identificazione assoluta” e “una chiave per sia includere sia escludere” della popolazione. Di conseguenza, “il sistema biometrico è l’assoluta arma politica della nostra era” e una forma di “controllo leggero”. Il teorico David Lyon ha dimostrato che durante gli scorsi due decenni, i sistemi biometrici hanno penetrato il mercato civile, e offuscato le linee guida tra le forme di controllo dei governi e il controllo privato delle imprese. Kelly A. Gates ha identificato l’11 settembre come il punto di svolta per il linguaggio culturale del nostro presente: “nel linguaggio degli studi culturali, le conseguenze dell’11 settembre sono state un momento di articolazione, dove oggetti o eventi che non hanno bisogno di connessione si riuniscono e si stabilisce una nuova formazione del discorso: riconoscimento facciale automatizzato come tecnologia di sicurezza nazionale.” 

La biometria è stata considerata anche uno strumento per lo sviluppo dell’autorità statale (per dirla in termini foucaltiani, di disciplina e biopotere). Trasformando il soggetto umano in una serie di parametri biometrici, la biometria disumanizza la persona violerebbe l’integrità fisica e, alla fine, offendeva la dignità umana.

In un caso ben noto, il filosofo italiano Giorgio Agamben ha rifiutato di entrare negli Stati Uniti in segno di protesta per il programma di indicazione degli Stati Uniti per visitatore e immigrati (US-VISIT), il quale prevedeva che gli venissero registrate le impronte digitali e fotografato. Agamben ha sostenuto che la raccolta di dati biometrici è una forma di tatuaggio bio-politico, simile al tatuaggio degli ebrei durante l’Olocausto. Secondo Agamben, la biometria trasforma la persona umana in un corpo nudo. Agamben si riferisce alle due parole usate dagli antichi greci per indicare “la vita”, zoe, che è la vita comune agli animali e agli esseri umani, solo vita e bios, che è la vita nel contesto umano, con significato e scopi. Agamben prevede la riduzione a corpi spogli per l’intera umanità. Per lui, una nuova relazione bio-politica tra i cittadini e stato trasformando i cittadini in pura vita biologica (zoe) e privandoli della loro umanità (bios); e la biometria avrebbe preannunciato questo nuovo mondo.

Altri studiosi hanno sottolineato, tuttavia, che il mondo globalizzato si trova di fronte a un’enorme massa di persone con identità civili deboli o assenti. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo ha documenti deboli e inaffidabili e le persone più povere non hanno nemmeno quei documenti inaffidabili. Senza identità personali certificate, non c’è certezza del diritto, nessuna libertà civile. Ciascuno può rivendicare i propri diritti, incluso il diritto di rifiutare di essere identificato, solo se è un soggetto identificabile, se ha un’identità pubblica. In tal senso, la biometria potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere e promuovere il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali.

ARPOCRATE E LA SCOPERTA DI NUOVI MONDI (1492 e 2017)

22 FEBBRAIO 2017 (SCOPERTO UN ALTRO SISTEMA SOLARE)

Nel precedente articolo, inspiegabilmente, mi sono dimenticato di inserire una tematica fra le più importanti. Arpocrate rappresenta la scoperta di “mondi al di là dell’ immaginazione”, NUOVI MONDI. La timeline che si allaccia al 2023 ci porta, fra i tanti anni che incontriamo, anche al 1492 (ANNO DELLA SCOPERTA DELL’ AMERICA). Prima di allora girava la credenza che non ci fosse nulla e che continuando a viaggiare nell’ oceano si raggiungesse un confine oltre al quale si cadeva nello spazio, oppure si pensava che si finiva per raggiungere l’ Asia…e invece, gradualmente, si arrivò a comprendere che quella era la scoperta di un nuovo continente.

Nel 2017 venne annunciata l’ entusiasmante scoperta di un altro sistema solare, con ben sette pianeti, e anche molto vicino al nostro. Addirittura, TRE di questi pianeti risiedono nella “zona abitabile” del sistema.

Possiamo sperare che la scoperta concreta del pianeta 9 che da ora in poi chiameremo Arpocrate coinciderà con la scoperta di “un nuovo mondo” o con il momento in cui qualcuno INDIVIDUERA’ NOI…da un luogo che non possiamo neanche immaginare? Non resta che attendere.

ARPOCRATE E LO STRAZIANTE FILM “THE CURE”

“…mentre erano in viaggio per New Orleans, Dexter gli aveva detto che ogni tanto si svegliava al buio e aveva paura di essere da solo a un miliardo di anni luce dall’universo.”

The Cure è un film del 1995 ma sicuramente è tornato “in voga” nel gennaio 2008, nei giorni successivi alla scomparsa per overdose di uno dei protagonisti, Brad Renfro. Manco a dirlo, ho un rapporto molto personale con questo film…ne possiedo anche una copia in DVD in Italiano. Una delle musiche nel soundtrack si chiama “La grande fuga” (The Great Escape).

La storia narra di due ragazzi (Brad Renfro e Joseph Mazzello) alla ricerca di una cura per l’AIDS, malattia di cui è ammalato uno dei due. Erik è un adolescente solitario che ha una madre fredda e assente. Un giorno, mentre sta giocando in giardino, conosce Dexter, il suo nuovo vicino di casa, malato di AIDS a causa di una trasfusione di sangue infetto avvenuta quando era più piccolo. Malgrado la madre di Erik gli abbia raccomandato di non giocare con lui, i ragazzi fanno ugualmente conoscenza e diventano grandi amici nel giro di pochi giorni. Ben presto Erik decide di far fruttare al meglio i pomeriggi passati assieme: vuole scoprire un modo per curare l’amico in modo che egli non debba più soffrire. Appena dimesso, i due amici leggono su un giornale locale che un professore di New Orleans dice di aver trovato la cura per l’AIDS: senza pensarci troppo i due riempiono i propri zaini e si mettono in viaggio via fiume su un canotto.

Arpocrate era una figura guaritrice ed è associato alle lunghe e difficoltose ricerche, che spesso si rivelano vane. Qui abbiamo la fuga da casa (anche se per una buona causa) ma anche l’ ingenuità di credere di poter risolvere una situazione che è inevitabile e troppo complessa da rimediare per due ragazzini.  

ARPOCRATE E LA SINDROME DI ASPERGER E L’ AUTISMO, MA ANCHE IL MUTISMO SELETTIVO

IL LIBRO E’ DEL 2005, IL FILM DEL 2011 (RIENTRANO NELLA TIMELINE)

Il libro interseca sostanzialmente due storie che si alternano: quella di Oskar Schell, un bambino di nove anni, e quella dei suoi nonni paterni. Oskar ha un dolore incolmabile: ha perso il padre adorato, Thomas Schell, nell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Oskar è un bimbo sveglio e stracolmo di creatività, fantasia, sensibilità, curiosità ed intraprendenza. Organizza i nomi in un elenco, divisi per quartieri e comincia a far visita ad ognuno di loro. Dopo ricerche ed incontri strani verrà a capo dell’apparente e banale mistero. Più complesso l’intreccio della storia dei nonni. Oskar vive con la madre Linda e la nonna, la madre di Thomas. Il nonno paterno non l’ha mai conosciuto così come Thomas non aveva mai conosciuto suo padre. La nonna di Oskar era emigrata in America dalla Germania poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Qualche mese dopo il trasferimento, camminando per New York aveva incontrato, per caso, il fidanzato della sorella Anna morta a Dresda in un bombardamento. L’uomo era rimasto distrutto da quella perdita e aveva smesso di parlare. Comunica solo scrivendo sui diari e mostrando i palmi delle mani su cui ha tatuato le parole “SÌ” e “NO”.

Oskar Schell è il protagonista del libro. È un bambino di nove anni auto proclamatosi inventore, appassionato di collezioni e scienza, entomologo dilettante, origamista e archeologo dilettante. Spesso contempla argomenti più profondi e mostra grande empatia al di là di ciò che il bambino medio di 9 anni potrebbe avere. I suoi pensieri hanno la tendenza a trascinarsi in idee lontane, È molto fiducioso degli estranei e fa amicizia facilmente, anche se non ha molti amici della sua età. Nel film si allude al fatto che ha l’autismo. Ha un carattere particolare, ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, ha pochi amici e si rifugia nel suo mondo di invenzioni. Dopo la tragica morte del padre, Thomas Schell, sviluppa autolesionismo e varie fobie per il mondo esterno. Quando Oskar si avventurerà nel mondo esterno dovrà infatti fare i conti con la paura per i ponti, per i grattacieli, gli aerei, le malattie e le altre persone.

Thomas Schell Senior è il nonno di Oskar, di origini tedesche, nel libro viene anche chiamato “l’inquilino”. Dopo la morte del suo primo amore Anna, perde la voce. Durante la sua vita va in giro con un diario sul quale scrive per comunicare con gli altri. Inoltre si tatua le parole “si” e “no” sui palmi delle mani. Sposa la sorella minore di Anna, che diventerà la nonna di Oskar. Quando scopre che la moglie è incinta scappa.

I temi principali di Extremely Loud & Incredibilmente Close includono il trauma, il lutto, la famiglia e la lotta tra autodistruzione e autoconservazione. Sostengono che Oskar ha un desiderio di morte simultaneo e un estremo bisogno di autoconservazione.

L’autismo (dal greco αὐτός, aütós – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori di solito notano i primi segni entro i due anni di vita del bambino e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite.

Più precisamente, data la varietà di sintomatologie e la complessità nel fornirne una definizione clinica coerente e unitaria, è recentemente invalso l’uso di parlare più correttamente di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders), comprendendo tutta una serie di patologie o sindromi aventi come denominatore comune le suddette caratteristiche comportamentali, sebbene a vari gradi o livelli di intensità.

A livello di classificazione nosografica, nel DSM-IV è considerato rientrare nella categoria clinica dei disturbi pervasivi dello sviluppo, cui appartengono, fra le varie altre sindromi, anche la sindrome di Asperger.

Prima del XX secolo non esisteva il concetto clinico di autismo; tra i precursori della ricerca di merito nel XIX secolo, vi fu anche John Langdon Down (che nel 1862 scoprì la sindrome che porta il suo nome), e che aveva approfondito alcune manifestazioni cliniche che oggi verrebbero classificate come autismo e Ludwig Binswanger per il quale “l’autismo consiste nel distacco dalla realtà, insieme con una prevalenza più o meno marcata della vita interiore”.

Nell’antichità e nel folklore europeo si attribuiva l’autismo e altri disturbi alle fate, che si credeva sostituissero di nascosto i propri neonati, denominati Changeling o Servan, con quelli umani.

Il termine autismo inteso in senso moderno è stato utilizzato per la prima volta da Hans Asperger (19061980) nel 1938.

«”Fino a non molti anni fa c’era chi, guidato dalla teoria psicogenica che attribuiva ai genitori la responsabilità dell’autismo, consigliava l’allontanamento dei bambini dalle loro famiglie. Con la confutazione di questa teoria, e bandite le ingiuste accuse ai genitori, sono scomparsi anche gli “allontanamenti terapeutici”, e i genitori sono ora visti dai medici e dagli psicologi come una risorsa di grande valore non solo nella fase diagnostica, ma anche in quella riabilitativa” (Surian, 2005).»

Internet ha aiutato gli individui autistici a superare l’ostacolo della mancata percezione dei segnali non verbali e dello scambio emozionale che trovano così difficile da gestire, ed ha dato loro un modo per formare comunità in rete e lavorare da remoto. Aspetti sociologici e culturali dell’autismo si sono sviluppati: alcuni nella comunità cercano cure, mentre altri credono che la neurodiversità autistica è semplicemente un altro modo di essere.

Colpisce prevalentemente i soggetti maschili con un tasso dalle due alle quattro volte (e talvolta anche sei/otto volte) superiore rispetto al sesso femminile; si manifesta quasi sempre entro i primi 3 anni di vita. Studi condotti in popolazioni generali in varie parti del mondo, senza tenere conto di criteri di esclusione o diagnosi differenziali, possono rilevare affidabilmente prevalenze attorno all’1% in tutte le fasce d’età.

La chiusura o isolamento autistico, che è quello che dà il nome a questa patologia, si attua prevalentemente nei confronti del mondo esterno, nei casi più gravi questa estrema difesa può essere attuata anche nei confronti di una parte degli stimoli che provengono dalla propria mente o dal proprio corpo. Questa chiusura, che nasce dal bisogno di proteggersi da stimoli ambientali troppo dolorosi per poterli gestire e sopportare, può essere più o meno grave e quindi può escludere dal proprio mondo in modo parziale o totale gli altri esseri umani ma anche gli animali e nei casi più gravi anche gli oggetti.

I soggetti affetti da sintomi di autismo descrivono questa chiusura usando vari simbolismi: Pier Carlo Morello la descrive come chiudersi dentro una cupola di vetro, posta sopra una laguna ghiacciata; Temple Grandin usa invece la similitudine delle porte o dei pannelli di vetro dentro i quali si sentiva intrappolata; 

Donna Williams descrive la chiusura autistica come la ricerca di uno stato mentale pieno di luce, colore e incanto, allo scopo di fuggire dalla penosa realtà nella quale viveva, così da trovare un indispensabile, necessario conforto.

Questo allontanarsi ed estraniarsi dalla realtà che circonda il bambino e perdersi in un incantato mondo interiore, può avvenire in modo involontario e istintivo ma può anche essere ricercato, mediante vari stratagemmi. Donna Williams, ad esempio, utilizzava i puntini colorati presenti nell’aria, i disegni della carta da parati, la ripetizione di alcuni rumori. Gian Polo Morello, invece, per escludere il mondo esterno, si chiudeva nella sua stanza e utilizzava la fantasia e la musica.

Per Bettelheim il chiudersi in sé stessi a un’età molto precoce blocca e altera lo sviluppo psichico del bambino lasciandolo insicuro, fragile e immaturo, con conseguente impossibilità di gestire e controllare i pensieri, le emozioni e i propri comportamenti, così da poter sviluppare tutte le sue potenzialità intellettive, sociali e relazionali.

Le persone che stanno accanto a bambini o adulti con sintomi di autismo spesso cercano di riportarli alla realtà utilizzando modi non adeguati come i rimproveri e i richiami, mentre sarebbe molto più utile riuscire a creare una relazione efficace, adoperando la massima dolcezza e delicatezza ad esempio, giocando con loro, senza costrizioni o condizionamenti (gioco libero autogestito).

Le persone con autismo che hanno potuto descrivere questo loro status mentale, parlano di un mondo interiore confuso e caotico, minaccioso e spaventoso (Grandin): “Si immagini uno stato di iperattivazione nel quale si è inseguiti da un pericoloso aggressore in un mondo di caos totale”.

Un mondo interiore nel quale si può avere l’angosciosa sensazione di finire in pezzi da un momento all’altro (Frith). Un mondo nel quale vi è difficoltà a capire quale sia la logica che sta dietro le cose e gli avvenimenti (Joliffe, citata da Grandin). Un mondo del tutto incomprensibile, che impedisce il controllo del pensiero sulle attività che si vogliono svolgere (Williams).

Tutte queste alterazioni psicologiche sono, tra l’altro, facilmente rilevabili nei loro disegni e racconti.

A questo confuso e caotico mondo interiore, essi cercano di porre rimedio utilizzando una serie di difese: come i comportamenti stereotipati, i precisi rituali e i comportamenti routinari (Joliffe, citata da Grandin). In altri casi, per ottenere un minimo di serenità e gioia interiore, queste persone utilizzano dei giochi solitari, come il lavorare con i numeri o l’appassionarsi e focalizzare costantemente l’attenzione su determinate, specifiche tematiche.

Per fortuna queste alterazioni psichiche, soprattutto nei bambini, non sono stabili, tanto che possono migliorare, fino a scomparire, nel momento in cui il loro mondo interiore riacquista un buon grado di serenità.

Una delle tante caratteristiche attribuite ai bambini con disturbi autistici è la presenza di una scarsa flessibilità nel pensiero e una notevole resistenza ai cambiamenti. Essi avvertono un terrore fobico, quando sono allontanati dal loro ambiente, se viene cambiata la collocazione degli oggetti o l’aspetto delle stanze della loro casa o se la routine giornaliera viene modificata. Caratteristica in questi bambini è la ritualizzazione di alcune abituali attività quotidiane, quali il mangiare, il lavarsi, l’uscire da casa. Attività che essi hanno bisogno si svolgano secondo delle sequenze rigide e immutabili.

Pertanto fanno di tutto affinché le situazioni, gli oggetti e gli orari non cambino e restino come sono. Dice la Grandin: ‹‹Ogni alterazione della routine provoca attacchi di panico, ansia e una risposta di fuga, a meno che alla persona non venga insegnato cosa fare quando qualcosa va storto››.

La causa prima del bisogno d’immutabilità è certamente l’angoscia che pervade la mente delle persone con sintomi di autismo. Angoscia che essi cercano di combattere e controllare continuamente, anche mediante la ricerca dell’immutabilità e dell’ordine. Giacché ogni cambiamento e ogni spostamento degli oggetti o delle normali abitudini accentuano l’instabilità della loro psiche e aggravano le loro ansie e le loro paure, al punto tale da non riuscire più a controllare efficacemente l’acuta sofferenza che essi provano costantemente.

Tuttavia i bambini con disturbi autistici, in altri momenti o subito dopo aver ordinato i loro giocattoli in modo assolutamente perfetto, quando sono lasciati liberi di agire e quindi non sono coartati da regole severe, amano “scatenarsi”, buttando gli stessi giocattoli a terra o in aria, creando in tal modo dei momenti di indescrivibile disordine, a volte alternando momenti di ordine e momenti di disordine.

Per questi particolari bambini è molto meglio rispettare e seguire i loro bisogni e le loro necessità emotive del momento, evitando ogni pressione e forzatura in modo tale che essi avvertano l’impegno degli altri a non trascurare le loro necessità e a non accentuare il loro malessere.

I deficit sociali distinguono l’autismo dagli altri disturbi dello sviluppo. Gli individui affetti da autismo presentano difficoltà sociali e spesso non hanno gli stessi comportamenti che molte persone danno per scontati. La famosa autistica Temple Grandin ha spiegato che la sua incapacità nel comprendere la comunicazione sociale dei neurotipici, o persone con un normale sviluppo neurale, la fa sentire come “un antropologo su Marte”.

“Il Terrore mi invase, Carponi sul pavimento, piangevo come un bambino. Sentivo il freddo e la durezza delle piastrelle e fissavo le mie mani allungate verso di esse. Sentivo di non riuscire a respirare. Provai la paura dell’ignoto che si annidava da qualche parte della stanza. Gemetti, terrorizzata, smarrita e indifesa. Mi rannicchiai, tremando di paura e mi dondolai come un bambino”.

‹‹Comunicare con una persona con Disturbo Autistico può essere difficile o impossibile per motivi diversi e apparentemente opposti. Ai due estremi del continuum ci sono da un lato soggetti che non hanno mai acquisito il linguaggio e non rispondono e non danno inizio ad alcuno scambio comunicativo, dall’altro soggetti che avviano continuamente conversazioni utilizzando un vocabolario ricco e formalmente appropriato, ma che non sono in grado di adeguare in modo flessibile la comunicazione al contesto interattivo, di mantenere la reciprocità e l’alternanza di turni nello scambio comunicativo e di interpretare correttamente tutti gli scambi comunicativi espressi dall’interlocutore››

Uno dei sintomi che più sconcerta e sconvolge i familiari e gli operatori che hanno in cura qualche bambino o giovane con autismo, è l’autolesionismo. È certamente traumatico assistere il proprio figlio o alunno che si fa del male: battendo la testa sul muro o su qualche mobile, che si morde le braccia o la lingua, che si schiaffeggia o si graffia e ferisce con le unghie o con qualche oggetto tagliente o appuntito.

Anche le percezioni visive possono creare paure, ansia e comportamenti esplosivi in questi soggetti.

Ad esempio, le luci fluorescenti, le superfici riflettenti, gli oggetti che si spostano rapidamente o a velocità irregolare, il lampeggiare delle sirene (Notbohm), le cose che si muovono continuamente, come gli occhi (Grandin). Inoltre i soggetti con disturbi autistici possono avere difficoltà a vedere l’oggetto nella sua interezza (Frith) tanto che alcuni di loro, per riconoscere l’oggetto, lo passano davanti agli occhi, come su uno scanner. Inoltre, provando sospetto e ansia nei rapportarsi con gli esseri umani, ricordano poco le facce delle persone che incontrano mentre rammentano perfettamente animali, oggetti o panorami per loro piacevoli e interessanti (Morello).

Poiché il tatto è collegato alle sensazioni molto intime e primitive presenti in molti animali. Questi bambini, affettivamente e psicologicamente molto immaturi e disturbati, vivono queste sensazioni in modi particolari, per cui spesso hanno paura di essere toccati e abbracciati non solo dagli estranei ma anche dai genitori (Williams e De Rosa]) tanto da reagire con aggressività, verso chi non rispetta i loro bisogni e le loro paure. Tuttavia questi soggetti, se odiano alcuni tipi di contatti ne possono amare altri, strani e inusuali, come il toccare le tende, i mobili e altri oggetti particolari, come la stringitrice per la Grandin. Tuttavia anche in questo ambito non vi sono delle caratteristiche costanti, per cui altri bambini con diagnosi di autismo desiderano e amano essere toccati dai loro genitori (De Rosa) e anche dagli estranei.

La sindrome del Savant (/sæˈvɑːnt, səˈvɑːnt, ˈsævənt/) è una rara condizione in cui qualcuno con disabilità mentali significative dimostra determinate abilità di gran lunga superiori alla media. Le abilità in cui i sapienti eccellono sono generalmente legate alla memoria. Ciò può includere calcoli rapidi, abilità artistiche, creazione di mappe o abilità musicali. Di solito, è presente solo un’abilità eccezionale.

Quelli con la condizione hanno generalmente un disturbo dello sviluppo neurologico come il disturbo dello spettro autistico o hanno una lesione cerebrale. Circa la metà dei casi sono associati all’autismo e questi individui possono essere conosciuti come “sapienti autistici”. Mentre la condizione di solito diventa evidente durante l’infanzia, alcuni casi si sviluppano più tardi nella vita. Non è riconosciuto come un disturbo mentale all’interno del DSM-5.

Si stima che la sindrome del Savant colpisca circa una persona su un milione. La condizione colpisce più maschi che femmine, con un rapporto di 6: 1. Il primo resoconto medico della condizione fu nel 1783. Tra quelli con autismo, 1 su 10 a 1 su 200 hanno la sindrome del savant in una certa misura. Si stima che ci siano meno di un centinaio di prodigiosi sapienti, con abilità così straordinarie da essere considerate spettacolari anche per una persona non menomata, attualmente vivente.

Le abilità di Savant si trovano di solito in una o più delle cinque aree principali: arte, memoria, aritmetica, abilità musicali e abilità spaziali. I tipi più comuni di savant sono i savant del calendario, “calendari umani” che possono calcolare il giorno della settimana per una determinata data con velocità e precisione, o richiamare ricordi personali da una data data. La memoria avanzata è la chiave “superpotenza” nelle abilità savant.

ATYPICAL, LA SERIE SU NETFLIX CON UN PROTAGONISTA AFFETTO DA ASPERGER

La sindrome di Asperger (spesso abbreviata anche in SA) è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico. Non comporta ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive. Dal 2013, con l’introduzione del DSM-5, la sindrome di Asperger non è più una categoria diagnostica a sé, bensì è inclusa in quella dei disturbi dello spettro autistico, venendo definita come autismo ad alto funzionamento.

La locuzione fu coniata dalla psichiatra britannica Lorna Wing in una rivista medica risalente al 1981 in onore di Hans Asperger, uno psichiatra e pediatra austriaco, il cui lavoro non fu pienamente riconosciuto fino agli anni novanta.Le persone Asperger, la cui eziologia (causa) è ignota, presentano una persistente difficoltà nelle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti a determinati ambiti. Diversamente da altre forme di autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo.

Secondo le teorie di molti studiosi, sarebbero state proprio persone con la Sindrome di Asperger e con disturbi dello spettro autistico a dare un grosso contributo ed una grossa spinta evolutiva al genere umano, in molte rami dell’arte e delle scienze.

Isaac Newton, Albert Einstein, Charles Darwin—what unites these three exceptional individuals? It is widely accepted that all three were geniuses, but there is something else. These days, neuroscientists believe that all three suffered from a specific neurological disorder called Asperger’s syndrome.

La sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le caratteristiche proprie, ma anche per una vasta gamma di condizioni di comorbilità (disturbi non dovuti alla sindrome in sé), come depressioneansia, disturbo ossessivo-compulsivodisturbo da deficit di attenzione/iperattivitàsindrome di Tourettedisprassia e disturbi specifici di apprendimento quali la disgrafia.

Verbosità unilaterale, prosodia ristretta e goffaggine fisica sono tipici della condizione, ma non sono elementi discriminanti per la diagnosi. Come per l’autismo in genere, è stata osservata una correlazione, al momento attuale inspiegata, tra Asperger e maggiore incidenza della malattia congenita del tessuto connettivo denominata sindrome di Ehlers-Danlos o iper-lassità legamentosa.Nella sindrome è stata osservata anche una diffusione maggiore rispetto ai non Asperger del fenomeno della neotenia (mantenimento di alcune caratteristiche fisiche e psichiche dell’età giovanile), e sebbene ci siano pareri sfavorevoli come Simon Baron-Cohen, aspetto esteriore a volte androgino, spesso senza connotazioni sessuali del termine. Questi tratti possono convivere con l’interesse, manifestato già nei primi anni, verso alcuni comportamenti e argomenti tipici di età più mature, più seri rispetto ai coetanei, specialmente in ambito socio-culturale, per cui l’individuo Asperger può trovarsi spesso in entrambi i casi a disagio con l’età anagrafica. Molte volte sono percepiti solo come eccentrici.

Negli adulti la sessualità può essere complessa, particolare, o inusuale rispetto alla maggioranza degli individui, talvolta si possono riscontrare percentuali più alte di asessualitàbisessualitàdemisessualità o anche ipersessualità, rispetto a campioni del resto della popolazione.

Il termine “neurotipico” descrive una persona il cui sviluppo e stato neurologico sono tipici, ed è spesso usato per riferirsi a persone non autistiche. Internet ha permesso agli individui con sindrome di Asperger di comunicare e condividere la loro diversità in un modo che prima non era possibile per via della loro rarità e dispersione geografica. Siti Internet, come Wrong Planet, hanno reso più facile la connessione tra le persone.

Alcuni ricercatori hanno sostenuto che la sindrome di Asperger può essere vista come uno stile cognitivo diverso e non come una malattia,e dunque che dovrebbe essere rimossa dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, come era accaduto per l’omosessualità. In un documento del 2002, Simon Baron-Cohen ha scritto: «Nel mondo sociale, non vi è un grande beneficio per un occhio preciso per i dettagli ma, ad esempio, nel mondo della matematica, informatica, catalogazione, della musica, della linguistica, dell’ingegneria e della scienza, una forte attenzione ai dettagli può portare al successo». Baron-Cohen sostiene che la combinazione tra sindrome di Asperger e abilità ha prodotto persone geniali, che hanno dato un contributo notevole alla storia umana. Ciò ha portato molti a ipotizzare una relazione fra la sindrome di Asperger e la genialità.

ARPOCRATE E “THE WIZARD” MOVIE (IL MAGO DEI VIDEOGIOCHI) 1989

Ecco un’ altra storia alla quale sono molto legato…Questo è un film del 1989, e come The Cure, è uno di quelli che “non ne fanno più in questo modo”. Parla di un bambino che ha deciso di attuare il mutismo selettivo a causa di un trauma del passato, e che trasporta sempre con sé una valigetta dal contenuto ignoto. Lui  è Jimmy, e la sua famiglia è divisa e la madre sta pensando di affidarlo ad un istituto perché incapace di gestirlo, e quando il fratello maggiore, che vive con il padre e un altro fratello più grande, capisce che il trasferimento è imminente decidono di fuggire, incontrando tutta una serie di ostacoli e sfide, ma anche una ragazza tenace che cercherà di aiutarli con le sue “strategie” su come sopravvivere in una “vita da strada”. Jimmy si rivela un “mago dei videogiochi” e si sfoga cercando di diventare sempre più imbattibile per partecipare ad un grande concorso. Le due famiglie divise li cercano dappertutto, viaggiando in ogni dove, mentre i ragazzini vivono l’ avventura della loro vita. C’è anche un poliziotto che li perseguita cercando di identificarli, ma risulta essere uno “sfigato cronico”. Alla fine Jimmy vince il concorso, ma durante il viaggio di ritorno, vedendo la statua di un dinosauro si agita, esce dall’ auto e si rifugia lì dentro, e il film rivela che Jimmy ha perso la sua sorella gemella anni fa e sta ancora vivendo un trauma interiore, che si suppone essere risolto quando Jimmy decide di aprire il contenuto della sua valigetta, piena di foto del passato, con la famiglia unita, e di ricordi della sorellina, e di lasciare lì dentro la statua tutto quanto, una sorta di sepoltura. 

ARPOCRATE E LA SINDROME DEL GEMELLO FANTASMA (O EVANESCENTE)

IL MALESSERE UNIVERSALE CHE NESSUNO RIESCE AD IDENTIFICARE

Qui parliamo di un problema universale, un vero e proprio “elefante nella stanza” che nessuno percepisce come realistico e che tutti ignorano, o non ne sono proprio consapevoli. D’ altronde, questo è quello che Arpocrate rappresenta. Un fenomeno enormemente influente ma che nessuno nota, che nessuno è in grado di identificare con certezza. Un “mistero intrauterino”.  

Voglio darvi una idea di che cosa si tratta: fra gli 1 su 8 e gli 1 su 90 delle persone in tutto il mondo cammina senza sapere che nella storia intrauterina della sua vita c’era un gemello ( da uno a quattro individui ), nella maggior parte dei casi solamente durante i primi mesi. Le gravidanze che iniziano come gemellari e multiple sono più del triplo di quelle che poi nascono effettivamente in modo normale e sano.

Un gemello e’ una persona con cui si instaura un legame che e’ superiore a quello con i genitori e con un fratello o sorella normale. Un gemello e’ qualcosa di più grande.

Questa sindrome e’ spesso sottovalutata e ignorata perché la maggior parte degli esperti ritiene che non vengano lasciate tracce psicologiche conseguenti alla ” morte intrauterina ” del gemello e della sua regressione fino a scomparire.
Gli embrioni non vengono visti come le persone, ma come qualcosa di più inferiore e incapace della maggior parte delle varie percezioni.

Secondo me ci sono tracce a livello psicologico – comportamentale che sono conseguenza di questo ” distacco ” . Ma più importante di questo e’ quello che succede quando una persona viene a conoscenza in modo concreto che c’era qualcuno con lui, e allora la perdita si concretizza e diventa reale.
Perché’ allora una persona comincia a riscoprire ogni piccola parte di se stesso e inizia a vedere il mondo in una maniera diversa.
Comincia a pensare che in effetti la sua vita e’ piena di detriti, come una terra spoglia cosparsa di frammenti di una civilta’ antica e caduta in declino.
Comincia a pensare che la vita lo ha tradito, privandolo della compagnia e del supporto della persona più importante, privandolo di una gamma di connessioni impossibili da capire appieno per un non- gemello.

Di conseguenza possono ripresentarsi antichi malesseri, che questa volta vengono compresi, in una maniera che non lascia scampo, c’è una realtà da sbatterci contro.
E’ una consapevolezza importante, e’ una scoperta che va raggiunta, che e’ un diritto ma e’ anche fonte di grande malessere.
Il malessere porta ad avere un forte e inesorabile bisogno di qualcuno accanto, di tentare di ricreare quella gamma di percezioni che tecnicamente appartengono al mondo gemellare, e sensazioni di tradimento da parte della vita, di sentirsi fuori luogo nella gran parte delle situazioni, di sentirsi un forestiero e un alieno a confronto con una unicità che ora viene percepita come alienazione, come una anomalia.

Quando ho cominciato a interessarmi di questa sindrome, ho cominciato a pensare che effettivamente può spiegare molte cose particolarmente incomprensibili nel mondo, e nella vita umana, e anche l’ esistenza di sessualità alternative e fluide potrebbe in effetti rappresentare una percentuale di questa ” umanità senza gemello ” che ha deciso inconsciamente di esprimere questa assenza in quella maniera.

E’ una ombra sulla umanità, qualcosa che percepisci solo a livello istintivo, emotivo e psicologico, se non possiedi una prova concreta di quanto avvenuto.
Molte persone sono la’ fuori, prese da enigmatici malesseri, senza capire appieno di che cosa si tratta. Pensateci.

E anche quando se ne ha la consapevolezza, si vive la vita percependo di essere sopravvissuti, forse se si crede al destino, si comincia a pensare che c’era una ragione, altrimenti pare tutto frutto di un caos che poteva succedere in maniera opposta. Il sopravvissuto poteva essere l’ evanescente, se solo le cose fossero andate in maniera diversa.
Spesso e’ una forma di ” lutto ” e consapevolezza che non si può spartire, a causa della generale incomprensione e ignoranza su questo fatto.

Quante cose si potrebbero spiegare, quanti enigmi si potrebbero dipanare, se solo ci fosse maggiore consapevolezza?

Concludo con una serie di ( potenziali ed eventuali ” sintomi e segnali ” ) che potrebbero rappresentare questa eventualità

– Una grossa percentuale di mancini potrebbero essere parte di questo gruppo
– Se durante il corso della vita si sono presentate particolari tipologie di cisti e se quando rimosse presentano tracce di capelli, frammenti di osso e tracce di questo genere
– Un forte senso di solitudine che non viene quasi mai soddisfatto
– Sensazioni di dipendenza da altri, di non poter interrompere una relazione non importa a quale costo
– attaccamenti ossessivi alle persone
– sentirsi alieni, alienati, ” adottati ” e in generale diversi, soprattutto nella gamma delle percezioni
– Eventuali ” differenze sessuali ” , sessualità alternativa e fluida in una certa distinta percentuale
– Sentirsi incompleti non importa quanto si ottiene
– Interesse inconscio o naturale e spontaneo verso il mondo gemellare e i gemelli in generale
– eventuale mascolinità o femminilità di tipologie varie nel sesso opposto
– Piu che notevole bisogno di contatto fisico, anche fra amici e amiche dello stesso sesso
– sensazioni inconscie di ” dover salvare qualcuno ” o di dover essere salvati da altri
– La sensazione di conoscere bene la mortalità e sentire esperienze intense quando avviene una morte di persona vicina o conosciuta
– Sentirsi reduci da un evento estremamente intenso, allo stesso modo dei sopravvissuti ai disastri naturali
– Sentire in modo istintivo una sensazione di diversità connettiva, essere più profondi e consapevoli della maggior parte delle altre persone

ARPOCRATE E MARCEL PROUST “ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO”

«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»
(M. Proust, da Il tempo ritrovato)

SCOPRIRE ARPOCRATE SIGNIFICA RIMUOVERE IL VELO ILLUSORIO DALL’ ASTROLOGIA CONVENZIONALE ED ENTRARE IN CONTATTO CON LA MATRICE, LA COSA CHE TIENE TUTTO ASSIEME

Secondo Terence Mckenna, Marcel Proust fu l’ uomo che, più di tutti, aveva compreso la vera realtà sul Tempo, quindi, essendo Arpocrate simbolo della percezione del Tempo e delle teorie sul Tempo, non possiamo escludere questo personaggio.

Proust è stato uno scrittoresaggista e critico letterario francese, la cui opera più nota è il monumentale romanzo Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu) pubblicato in sette volumi tra il 1913 e il 1927.

L’importanza di questo autore, considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura mondiale, è legata alla potenza espressiva della sua originale scrittura, ed alle minuziose descrizioni dei processi interiori, legati al ricordo e al sentimento umano; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù.

Tutti gli anni, la famiglia di Marcel prendeva il treno il venerdì santo per passare le vacanze pasquali a casa degli zii. Una parte importante del soggiorno a Illiers erano le passeggiate per le campagne; erano essenzialmente due: una più breve in direzione di Méséglise, che egli poi chiamò la strada di Swann, ed una più lunga, la strada dei Guermantes.

A nove anni, Marcel ha un primo gravissimo attacco di asma, la malattia che lo tormenterà per tutta la vita, attribuita dai medici a cause psicosomatiche e aggravata dal diffondersi dei pollini in primavera. A quel tempo l’asmatico era considerato semplicemente “nerveux” (nervoso), e spesso i medici raccomandavano ai loro pazienti semplicemente di “darsi una calmata”.

L’esperienza militare, anche se terminata in modo deludente, perché non venne considerato idoneo alla prosecuzione del servizio essendosi classificato penultimo del suo corso, corrisponde a un periodo di un certo benessere fisico: sia nel corpo sia nella sfera più profonda degli affetti, un tentativo di diventare come tutti gli altri. Tuttavia, le sue condizioni di salute non sono così buone: sa ormai di essere malato di asma cronica e inguaribile. Sarà nel personaggio del suo primo romanzo, Jean Santeuil, che egli rifletterà questa coscienza della salute perduta. Ma già in Jean Santeuil vi sono dei passaggi di cui si riconoscono in personaggi femminili le figure reali di giovani amici di Proust, come Lucien Daudet. A questo processo di mascheramento lo scrittore ricorrerà anche in seguito, e in Albertine, personaggio della Recherche, è riconoscibile una trasposizione della vicenda di Alfred Agostinelli[5], prima “prigioniero” dell’amore di Proust, poi “fuggitivo” verso un destino di morte.

Certamente questo sforzo continuo di mascherare la sua inclinazione lo tiene in costante tensione e farà dire più tardi ad André Gide che nei colloqui con Proust questi si rimproverava per «questa indecisione, che, per nutrire la parte eterosessuale del suo libro, gli aveva fatto trasporre à l’ombre des jeunes filles tutto ciò che i suoi ricordi di omosessuale gli proponevano di grazioso, di tenero e di affascinante, di modo che non gli era restato più per Sodoma che del grottesco e dell’abbietto.»

Proust iniziò molto giovane a frequentare gli ambienti raffinati dell’alta borghesia e dell’aristocrazia, grazie alla posizione sociale ed economica della sua famiglia. Incontrò scrittori in vista. In questi anni coltivò le sue ambizioni letterarie: nel 1894 pubblicò I piaceri e i giorni (Les Plaisirs et les Jours), raccolta di prose poetiche, ritratti e racconti, in cui egli appare uno scrittore promettente. Tuttavia l’opera, illustrata dall’apprezzata acquerellista Madeleine Lemaire, passò quasi inosservata, e fu accolta con severità da alcuni critici, primo fra tutti lo scrittore e giornalista Jean Lorrain, che fece anche velenose insinuazioni sulle amicizie maschili di Proust, in particolare sul legame con il diciassettenne Lucien Daudet, figlio dello scrittore Alphonse Daudet. Ne nacque un duello alla pistola, che finì senza ferite ma causò disagio e dolore nell’autore esordiente. Egli fu da quel momento considerato un dilettante; questa fama si mantenne fino alla pubblicazione dei primi volumi della Recherche.

Nel corso del lavoro di traduzione, Proust si distaccò progressivamente da Ruskin, fino a criticarne le posizioni estetiche. Cominciò così a elaborare la propria teoria sull’arte e sul ruolo dell’artista nella società. Proust rimprovera a Ruskin la sua “idolatria estetica” e afferma che l’opera d’arte dev’essere amata per sé stessa e non perché viene citata da uno scrittore. Questi giudizi sono affidati, nella Recherche, a due personaggi centrali come Swann e Charlus.

Proust soffrì per la morte del padre (26 novembre 1903) e soprattutto per la perdita della madre (26 settembre 1905), che lo lasciò a lungo in uno stato di prostrazione. Dopo la loro morte Proust preferì non ricevere più gli amici in casa propria e prese l’abitudine di fare inviti e di soggiornare anche per settimane intere all’Hôtel Ritz in Place Vendôme, uno degli alberghi più lussuosi di Parigi.

Per meglio capire come Proust sia potuto arrivare a comprendere fino in fondo l’animo umano può anche essere d’aiuto ricordare i più importanti tra i suoi amici. I lunghi anni trascorsi in società gli hanno procurato la cattiva fama di dilettante snob, in realtà egli ha utilizzato tutta la sua esperienza mondana per comporre la grande opera: nella miriade di personaggi sono stati utilizzati dettagli fisici, morali e comportamentali osservati per lunghi anni.

Approfondire la conoscenza dei luoghi descritti da Proust permette di capire meglio la sua capacità di trasfigurare la realtà pur restandole fedele. È importante conoscere i luoghi proustiani perché l’enorme sensibilità dello scrittore ha avuto spesso contraccolpi in base ai mutamenti d’abitazione. Nello stesso modo i luoghi a lui cari sono stati largamente inseriti nelle sue opere. Molti ammiratori di Proust amano ripercorrere le strade e i luoghi da lui frequentati.

Così Marcel è considerato completamente incapace di “fare il contabile”, di capire appieno il valore del denaro: è molto generoso, dà mance e regali principeschi. Nel suo animo non tiene in alta considerazione i beni materiali, in particolare i mobili, le case (con il fratello terrà solo per 12 anni la casa dei genitori) e le collezioni.

In tutta la Recherche in sostanza non ci sono numeri, né tanto meno prezzi (nel Tempo ritrovato dice: «Le opere che contengono teorie sono come oggetti su cui si sia lasciato il prezzo») e neppure le date in cui avvengono i fatti.

Da questi materiali disparati cominciò a prendere forma un testo narrativo, la cui trama a grandi linee era centrata su un io narrante, insonne, che di notte ricorda come da bambino aspettava che la madre venisse a chiamarlo la mattina. La difficoltà di trovare un editore, e un graduale cambiamento nell’impostazione del romanzo, indussero Proust a rivolgersi a un progetto diverso che contenesse tuttavia molti temi ed elementi di quello abbandonato.

Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu) è un romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di quattordici anni, tra il 1913 e il 1927, gli ultimi tre volumi postumi.

L’opera è suddivisa per motivi editoriali in sette volumi:

Iniziato nel 1909, il romanzo Alla ricerca del tempo perduto venne elaborato durante anni di volontaria reclusione nella casa di Boulevard Haussmann, nei quali Proust, la cui salute già cagionevole era peggiorata, lavorava di notte, scrivendo a letto nella stanza foderata di sughero per isolamento acustico. Questa è ora riprodotta nel Museo Carnavalet di Parigi.

Marcel Proust era un uomo dalla salute cagionevole che si isolò dal mondo a 37 anni. Si ritirò a tessere la sua crisalide in una camera rivestita di sughero e inumidita con essenze profumate per calmare l’asma. Coperto da cappotti e sciarpe, scrisse pagina dopo pagina l’opera giunta fino ai giorni nostri.

Alla ricerca del tempo perduto (titolo orig. À la recherche du temps perdu, nota anche col titolo accorciato La Recherche) è un romanzo di Marcel Proust, scritto tra il 1906 e il 1922, pubblicato in sette volumi tra il 1913 e il 1927, dei quali gli ultimi tre postumi. Più che la narrazione di una sequenza ordinata di avvenimenti, l’opera s’interessa a una riflessione psicologica sulla letteratura, sulla memoria e sul tempo; tali elementi, apparentemente sparsi, si trovano legati gli uni agli altri, quando, attraverso le sue esperienze, positive e negative, il narratore – vero eroe del romanzo – scopre il senso ultimo della vita nell’arte e nella letteratura, nell’ultimo tomo.

Considerata una pietra miliare nella storia della letteratura, nella Recherche spicca appunto il tema della memoria, il ritrovamento di un’epoca e di un certo ambiente aristocratico e borghese della Francia irrimediabilmente svanito, ma rivissuti nel ricordo, malinconicamente rievocato. Per la sua lunghezza, il romanzo è entrato nel Guinness dei Primati: consta di circa 9.609.000 caratteri, scritti in 3724 pagine. Per la sua struttura compositiva, è definita œuvre cathédrale.

L’incaricato alla lettura dette parere negativo di fronte ad un’opera così sconcertante per l’epoca. In questo rapporto si legge:

«Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto – dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d’impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie – non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? – Impossibile saperne e dirne nulla.»

Anche se in pochi giorni aveva ricevuto due bocciature, Proust non si dette per vinto e mandò il dattiloscritto alla casa editrice Ollendorf. Il lettore incaricato dette parere negativo con una frase rimasta famosa:

«Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno.»

Nel Tempo ritrovato, Proust ricorda questo periodo scrivendo:

«Presto fui in grado di mostrare qualche abbozzo. Nessuno ci capì niente.»

Solo al termine della prima guerra mondiale, dopo l’uscita del primo volume, Gide capì di aver commesso un grosso errore e convinse Gallimard a pubblicare tutte le parti successive, di cui le ultime tre postume, curate dal fratello di Proust, Robert, e da Jacques Rivière, critico letterario, e in parte prive di una completa revisione delle bozze, come era di sua abitudine, eccetto per il volume La prigioniera, dove Proust portò a termine la rielaborazione e riscrittura il 25 ottobre del 1922, poche settimane prima della sua morte.

Per tremila pagine Marcel, io narrante, combatte contro la sua mancanza di volontà, la sua bassa autostima, la sua fragilità fisica e psichica, il tempo che scorre troppo veloce, per arrivare finalmente a prendere la grande decisione: scriverà un romanzo sugli uomini e sul tempo.

Ma il romanzo che scriverà non è un’altra Alla ricerca del tempo perduto, bensì proprio quelle tremila pagine di cui si è arrivati alla fine. Quindi la Recherche si trova ad essere sia il libro che si è appena letto, sia, in seconda lettura, il romanzo che Marcel ha trovato finalmente la forza di scrivere.

A simbolo di questa circolarità, Proust comincia il suo romanzo con le parole: «Longtemps, je me suis couché», e lo termina con le parole «dans le Temps». Proust ha sempre affermato che l’inizio e la fine dell’opera erano stati scritti simultaneamente. Essi infatti risultano legati proprio come in un percorso che torna su sé stesso.

Il titolo dell’opera indica già al lettore qual è il nocciolo duro dell’opera proustiana: la ricerca di un tempo perduto. Che sia un tempo interiore o un tempo esteriore, è un tempo che si è perduto; esso è, quindi, legato al passato, ma al contempo è un tempo verso il quale tende il presente.

Nelle prime pagine Marcel riferisce l’episodio in cui fece in modo di avere dalla madre il bacio della buona notte e ottenne che ella rimanesse tutta la notte. Quella notte capisce che la sua solitudine e sofferenza recenti erano parte della vita: era l’inizio dell’erosione della felicità infantile, che è il contenuto del tempo perduto. Questo ritrovamento necessario passa attraverso due elementi entrambi necessari: la memoria e l’arte.

Per Proust, però, il recupero del passato non è sempre possibile. Distingue due tecniche o gradi di recupero: memoria volontaria e memoria spontanea. La memoria volontaria richiama alla nostra intelligenza tutti i dati del passato ma in termini logici, senza restituirci l’insieme di sensazioni e sentimenti che contrassegnano quel momento come irripetibile; la memoria spontanea o involontaria (epifania secondo la tradizione decadente) è quella sollecitata da una casuale sensazione e che ci rituffa nel passato con un procedimento alogico, che permette di “sentire” con contemporaneità quel passato, di rivederlo nel suo clima: è l’analisi delle “l’intermittenze del cuore” (Les Intermittences du cœur) la tecnica da seguire per il recupero memoriale basato sull’analogia-identità tra la casuale sollecitazione del presente e ciò che è sepolto nel tempo perduto. Introdotta alla fine del primo capitolo di Sodoma e Gomorra II, tale tecnica viene contrapposta, in qualche modo, a quella dell’armonia prestabilita del filosofo Leibniz, nella quale il corpo e l’anima, entrambi composti da monadi, agiscono come fossero due orologi sincronizzati.

La memoria involontaria cattura con un’impressione o una sensazione l’essenza preziosa della vita, che è l’io e serve a spiegare il valore assoluto di un ricordo abbandonato dall’infanzia, risvegliato attraverso il sapore di un dolce o un sorso di tè. Questo procedimento porta alla vittoria sul tempo e sulla morte, cioè ad affermare noi stessi come esseri capaci di recuperare il tempo e la coscienza come unico elemento che vince la materia e porta alla Verità e alla felicità. Ricordare è creare. Ri-cordare è ri-creare:

«No, se non avessi convinzioni intellettuali, se cercassi soltanto di ricordare il passato e di duplicare con questi ricordi l’esperienza, non mi prenderei, malato come sono, la briga di scrivere.»

Marcel Proust usava uno stile molto particolare, che chiamava memoria automatica. Riportava il passato alla presenza fisica, con tutte le emozioni, le sfumature, le sensazioni e le sensibilità a esso connesse. Ciò dava forma a una scrittura molto dettagliata e quasi labirintica.

Ma questa evoluzione del pensiero non ha voluto analizzarla astrattamente, bensì ricrearla, farla vivere un lacerto di tempo che è un nuovo Tempo, una nuova Realtà, una nuova Verità. Ossia in una parola, una vecchia e nuova Eternità. Partendo da una dimensione di un tempo contingenza, occasione, finisce con lo stratificarsi e con l’illuminarsi come eterno frammento di Tempo Puro, che non è mai stato un vero passato. Il Tempo Perduto non è un tempo passato perché è un tempo da ricercare e da ritrovare. In quanto ritrovata, quell’infanzia è eterna, universale. L’essenza pura della vita giace nel suo essere Ritrovata, nel suo essere Ripetuta o Ripresa, l’essenza che si dà nella cosiddetta apparenza, nel fenomeno, nell’esperienza sensibile.
Proust vede l’esperienza epifanica come esperienza già ‘ideale’. L’idea o l’essenza dell’esperienza si dà nell’esperienza stessa. Non c’è una madeleine pura dietro la madeleine immersa nel tè caldo di Marcel. Quell’esperienza è già ideale, è già una briciola di tempo puro, una scheggia di eternità che salva la vita dalla sua transitorietà. Perché dietro la ricerca del Tempo perduto e gli infiniti errori, deformazioni, fraintendimenti di questa peripezia, si manifesta il volto di quella Verità che invano si cercherebbe avanti, prima di tutto, all’origine o a priori.

L’arte, rappresentata nel romanzo dalla stessa attività scritturale del narratore che narra la propria esperienza, fissa in eterno quel risveglio di sensazioni che permette alla nostra memoria di riandare al passato. Il tempo che viene così ritrovato dalla memoria e fissato dall’arte è dunque un tempo interiore, e non esteriore, un tempo assolutamente soggettivo. Per questa ragione Proust dà un’importanza notevole agli spazi chiusi, come può esserlo una camera, e al rinchiudersi in sé stessi per poter “ascoltare” meglio le voci interne del nostro io. L’importanza del tema della chiusura in una camera si fa più chiaro se si tiene presente che lo stesso autore, affetto dalla malattia, passa la sua breve giovinezza rinchiuso, come Noè nell’arca:

«Più tardi, mi ammalai molto spesso, e per molti giorni dovetti rimanere nell'”arca”. Capii allora che mai Noè poté vedere il mondo così bene come dall’arca, nonostante fosse chiusa e che facesse notte in terra.»

La grandezza dell’arte vera, consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che noi rischieremmo di far morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura; vita che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini altrettanto che nell’artista. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; l’opera d’arte, come il tempio che è segno e partecipazione tra gli uomini della terra e la divinità ultraterrena, è il mezzo più adatto ad oggettivare e manifestare agli altri l’intensa soggettività di chi è stato ispirato ed evitarle il rischio di farla apparire soltanto una teoria.

Artista è stato reso dalle proprie meditazioni quell’uomo che da giovane aveva scoperto occasionalmente che il tempo passato non era per lui perduto. Per il suo animo, il reale era divenuto figurazione di valori ideali, eterni, segno di verità che si trovavano a grande distanza e che da esso potevano differire. Unicamente allo spirito era concesso raggiungerle e partecipare della loro eternità. Ciò che, fuori dell’azione dello spirito, rimaneva limitato alla materia, non poteva, per Proust, rispondere a verità, poiché non era parte dell’eternità. La verità, come la vita, dura eternamente e sta in una dimensione diversa dalle altre generalmente note, non essendo, come queste, contaminata dal tempo, dalle convenzioni, dalle apparenze, né accessibile a tutti.

Esiste lontano dalla compiutezza della materia nell’incompiutezza ed eternità dello spirito. Solo all’artista, diverso com’è dalla norma, sarà possibile conoscerne il segreto e solo all’arte esprimerlo.

Si tratta della storia di una coscienza in cerca della sua identità; ne Il tempo ritrovato il narratore scopre infine la verità, cioè la vita scopre il suo significato grazie all’Arte, che fissa il passato che altrimenti sarebbe condannato alla distruzione. Per Proust la resurrezione del passato si compie attraverso la letteratura che fissa la realtà transitoria, rende possesso stabile dell’epifania momentanea.

Il retroterra culturale di Proust è costituito certamente anche dalle conquiste della poesia francese di fine Ottocento (BaudelaireRimbaudVerlaineMallarmé) che aveva valorizzato le “corrispondenze”, i reconditi rapporti tra stato d’animo e natura, la tecnica analogico-evocativa. Inoltre, la concezione del tempo di Proust, un tempo soggettivovissuto, contrapposto a quello fisico, spazializzato, richiama evidentemente il concetto di tempo come durata interiore teorizzato dal filosofo Henri Bergson, suo cugino acquisito, e delle cui conferenze fu uditore a Parigi.

La ricerca di Proust è anche una speranza e una promessa di felicità: ritrovare il tempo non è impossibile, a patto che il mondo ricreato sia un mondo letterario, un mondo interiore, mistico, costruito su questo gioco di memoria e tempo. La struttura si basa sulla contrapposizione Tempo perduto-Tempo ritrovato, attraverso la memoria involontaria che è il ricordo improvviso e spontaneo di una sensazione provata nel passato, suscitata dalla stessa sensazione nel presente.

L’intelligenza e lo spirito hanno il compito di riavvicinare queste due sensazioni e di riportare la sensazione che sfugge. Questa esperienza, che non appartiene né al passato né al presente ed è dunque extratemporale, è motivo di grande felicità perché elimina la sensazione di perdita del tempo e permette al soggetto stesso di uscire dalla dimensione del tempo reale e riscoprire la verità di un momento della sua esistenza. Anche lo stile, musicale, molto dettagliato e metaforico, è l’espressione di una sorta di eternità e vittoria sul tempo e di fede nell’Assoluto che vive nell’interiorità umana. Le pagine di Proust, fatte di frasi lunghe e sinuose, spiegano simultaneamente gli aspetti del mondo e la profondità dell’anima. Proust concepisce inoltre l’artista come il portatore di una rivelazione. La vita degli uomini consiste dunque in una lotta disperata contro l’inevitabile scorrere del tempo che, passando, trasforma o distrugge gli esseri, i sentimenti, le idee e questa lotta è condotta grazie alla memoria involontaria. Infatti non si tratta di ricostruire il passato in modo intellettuale con documenti o ricordi, ma bisogna attendere una sensazione particolare che ne evochi una passata, un ricordo.

L’autore spiega che la grande felicità non consiste nel semplice elemento memoriale, bensì nella felicità alla quale conduce, cioè il primato dello spirito sulla materia e il ritrovamento della sua identità. La meravigliosa sensazione di felicità che accompagna l’autore nelle sue indescrivibili esperienze, infatti, è dovuta alla capacità di queste di trasportare il soggetto in una realtà extratemporale, che gli aveva dunque permesso di sfuggire dal presente e di gioire nell’essenza delle cose, cioè fuori del tempo. Queste impressioni pervenivano a far combaciare il passato con il presente, a renderlo titubante nel definire in quale dei due si trovasse. Il linguaggio metaforico, analitico e lirico ad un tempo, rendono la corrispondenza tra il livello reale delle sensazioni e quello ideale dell’interiorità.

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

-M. Proust-

ARPOCRATE E LA “GUERRA DELLE STATUE” CONTEMPORANEA

Una campagna per abbattere statue di proprietari di schiavi ed eroi confederati in tutti gli Stati Uniti si è estesa in California ai monumenti che onorano le icone della storia coloniale spagnola della regione, con grande dispiacere dell’ambasciata spagnola a Washington. “Siamo profondamente dispiaciuti per la distruzione della statua di San Junipero Serra a San Francisco oggi, e vorremmo offrire un promemoria dei suoi grandi sforzi a sostegno delle comunità indigene”, ha twittato l’ambasciata, in seguito alle notizie secondo cui la statua era stata strappata dal suo piedistallo nel Golden Gate Park alla fine della scorsa settimana.

Attacchi simili si sono verificati in tutti gli Stati Uniti in mezzo a un’ondata di repulsione pubblica per la morte il 25 maggio di George Floyd, un afroamericano, mentre era in custodia di agenti di polizia bianchi a Minneapolis. Ma i manifestanti di San Francisco sembrano essere stati indiscriminati nei loro obiettivi. Era troppo per l’ambasciata spagnola, che ha dichiarato che “difendere l’eredità spagnola negli Stati Uniti è una priorità” e ha chiesto che “la memoria della nostra ricca storia condivisa [sia] protetta”. I tweet dell’ambasciata hanno generato più di 15.000 reazioni – notevole dato che la risposta ai suoi post su Twitter è spesso registrata a due cifre – con la maggior parte dei commenti che difendono o criticano Serra. In risposta, l’ambasciata spagnola promette di intensificare “gli sforzi educativi affinché la realtà della nostra storia condivisa sia meglio conosciuta e compresa”, assicurando sempre di non interferire con i dibattiti interni attualmente in corso” negli Stati Uniti. Notte dopo notte, nelle città di tutti gli Stati Uniti, assistiamo a folle di predoni che rovesciano statue e festeggiano come se tale distruzione costituisse un grande risultato. Per questi demolitori di statue e i loro apologeti nella nostra politica e nei media, questi atti distruttivi sono giuste vittorie sulle forze del razzismo. Ma la violenza performativa contro le figure di marmo non ha nulla a che fare con George Floyd, la brutalità della polizia o la discriminazione. A Portland, Oregon, i manifestanti hanno recentemente abbattuto le statue di George Washington e Thomas Jefferson.Nel 2017, Donald Trump ha predetto che le persone che protestavano contro i monumenti confederati avrebbero messo gli occhi su Washington e Jefferson. I suoi critici lo schernivano, lo chiamavano paranoico e lo incolpavano di aver fomentato la divisione. Ma aveva ragione. Gli argomenti addotti a favore della distruzione delle immagini dei Padri Fondatori, che i media indulgono con simpatia, sono profondamente errati. Non offrono una valutazione equilibrata della storia. Ma non hanno limiti. Cosa succede dopo: il monumento a Washington? Il Jefferson Memorial? Monte Rushmore? Tutto sembrerebbe essere un gioco leale secondo questa logica. Qualsiasi affermazione che questo rovesciamento di statue riguardi l’antirazzismo è già stata demolita dalla folla stessa. A San Francisco, i manifestanti hanno abbattuto una statua di Ulysses S Grant. Proprio così, il generale che sconfisse i Confederati nella Guerra Civile, e il presidente che lavorò per garantire i diritti degli ex schiavi del Sud durante la Ricostruzione. Ancora più follemente, i manifestanti a Washington, DC hanno preso di mira Lincoln e una statua conosciuta come l’Emancipation Memorial. C’è un parallelo tra il fervore e la distruzione indiscriminata che stiamo vedendo applicata agli oggetti inanimati nelle piazze delle città e un diverso tipo di forza usata sulle persone nella vita sociale. La rapida diffusione della “cancel culture” – in cui gli individui sono accusati di razzismo ed evitati dalla vita pubblica – sta distruggendo carriere, mezzi di sussistenza e reputazione. Ci saranno sempre quelli che vogliono distruggere piuttosto che costruire. Ciò che è insolito nella situazione in cui ci troviamo oggi è che questa prospettiva è diffusa tra le persone in posizioni di potere.

Coloro che dovrebbero guidare la società la stanno invece abbattendo dall’interno. Per quanto una folla di strada sia un problema, le nostre élite che detestano se stesse e distruttive in politica e nella cultura sono un problema molto più grande.

Le statue dei leader confederati e dell’esploratore Cristoforo Colombo sono state abbattute negli Stati Uniti, mentre cresce la pressione sulle autorità per rimuovere i monumenti collegati alla schiavitù e al colonialismo.

Almeno sette statue del colonizzatore Cristoforo Colombo sono state distrutte nel 2020 come parte della resa dei conti nazionale in corso con la storia dell’America e il rapporto con il razzismo. Tutte tranne una, situate in città degli Stati Uniti, sono state rovesciate o vandalizzate dai manifestanti a giugno, in seguito alla morte di George Floyd il 25 maggio. Colombo è stato a lungo una figura controversa nella storia per il suo trattamento delle comunità indigene che ha incontrato e per il suo ruolo nella colonizzazione violenta a loro spese. Negli ultimi anni, molte città e stati hanno sostituito il Columbus Day con la Giornata dei popoli indigeni, in riconoscimento del dolore e del terrore causati da Colombo e da altri esploratori europei. Alcuni manifestanti hanno detto di aver preso di mira le statue di Colombo per solidarizzare con gli indigeni. “Penso che sia fenomenale”, ha detto Maureen Stinger, residente da lungo tempo a Richmond, a WTVR. “So che alcune persone hanno un grande attaccamento emotivo ad alcuni di questi monumenti, ma credo che con la loro caduta, questo sia un passo molto forte verso una maggiore unità all’interno della città. E penso che non possa che essere una buona cosa”.

ARPOCRATE E LA PRATICA DELLA MEDITAZIONE

La meditazione (dal latino meditatio, riflessione) è, in generale, una pratica che si utilizza per raggiungere una maggiore padronanza delle attività della mente, in modo che questa divenga capace di concentrarsi su un solo pensiero, su un concetto elevato, o un preciso elemento della realtà, cessando il suo usuale chiacchierio di sottofondo e divenendo assolutamente acquietata, pacifica. Affine alla meditazione è la contemplazione, con la quale si intende la capacità di lasciar riposare la mente nel suo stato naturale. È una pratica volta quindi all’auto-realizzazione, che può avere uno scopo religiosospiritualefilosofico, o in vista di un miglioramento delle condizioni psicofisiche. Questa pratica, in forme differenti, è riconosciuta da molti secoli come parte integrante di tutte le principali tradizioni religiose. Nelle Upaniṣad, scritture sacre induiste compilate approssimativamente a partire dal IX – VIII secolo a.C., è presente il primo riferimento esplicito alla meditazione che sia giunto fino a noi, indicata con il termine sanscrito dhyāna (ध्यान). Nell’ambito della psicosintesi è definita uno stato della coscienza che può essere ottenuto mediante l’indirizzamento volontario della nostra attenzione verso un determinato oggetto (meditazione riflessiva) o mediante la completa assenza di pensieri (meditazione recettiva). Nella meditazione riflessiva l’oggetto della meditazione può essere qualsiasi cosa. In genere nella pratica vengono utilizzate visualizzazioni di elementi che riguardano il mondo interiore o di semplici oggetti, per raggiungere un maggiore stato di concentrazione e di ponderazione. Questo è un tipo di meditazione usato spesso dalla cultura occidentale. La meditazione recettiva ha come scopo l’assenza di pensieri e permette alla mente di raggiungere un livello di “consapevolezza senza pensieri”, ovvero libero dall’attività psichica dell’essere umano, talvolta caotica e confusionaria. È un tipo di meditazione tipica di numerose filosofie e religioni orientali. Entrambi questi tipi di meditazione richiedono fasi di concentrazione. Attraverso la dinamica del modo di operare della mente si può riuscire a riconoscere la distinzione tra un io egocentrico, che si identifica con l’essere io (nome), e l’Io (sé) in grado di osservare l’osservatore (oggettivizzare il soggetto). Questo metodo comporta quattro stati di coscienza. Anche nello yoga lo stato raggiunto tramite la pratica della dhyāna favorirebbe l’esperienza della “visione” e, ad un livello superiore, dell’illuminazione, ossia della rivelazione della divinità onnipresente. Nell’ambito dello Yoga, la meditazione è il 7º degli otto stadi indicati da Patanjali e si dice che la mente è nello stato di meditazione, chiamato dhyāna, non che “sta meditando”, e che nonostante ci siano molte tecniche di concentrazione, dharana, non esiste una vera e propria tecnica di meditazione. Nella pratica di Sahaja Yoga la meditazione è considerato uno stato d’essere che si manifesta come assenza di pensieri, chiamato consapevolezza senza pensieri, dove nella mente viene a tacere l’usuale chiacchierio di sottofondo per lasciare spazio all’assoluta tranquillità. Questo stato di “pura consapevolezza senza oggetto” può essere raggiunto anche con altri generi di pratiche meditative: ad esempio la Meditazione Trascendentale si basa sulla ripetizione mentale di un mantra. In ogni caso il termine “meditazione”, com’è inteso normalmente nella lingua italiana, si rivela inadeguato a dare un’idea efficace di questo tipo di pratiche: un termine meno impreciso potrebbe essere contemplazione. Nel Cattolicesimo la meditazione è una forma di preghiera interiore. Viene fatta in una chiesa o cappella, in presenza dell’Eucaristia, o in un ambiente privato, ed è strettamente legata al pensiero e alla riflessione sulla parola di Dio. Preferibilmente si fa di mattina presto, prima di ogni altra azione della giornata.

Parecchi studi condotti fin dal 1970 su una tecnica specifica, la Meditazione Trascendentale, hanno evidenziato la sua efficacia nella diminuzione di ansia e stress e nel miglioramento della salute[5][6][7]. In seguito furono condotte altre ricerche e meta analisi coinvolgendo altri metodi di meditazione.

Nella loro analisi comparativa sugli studi scientifici sulla meditazione, pubblicata nel 2000 nell’International Journal of Psychotherapy, Perez-De-Albeniz e Holmes[8] hanno identificato le seguenti componenti in comune con tutti i metodi meditativi:

  1. rilassamento
  2. concentrazione
  3. alterato stato di coscienza
  4. sospensione dei processi di pensiero logico e razionale
  5. presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione.

Numerosissimi sono gli studi della comunità medica sugli effetti fisiologici della meditazione.

Il Dr. James Austin, neuropsicologo dell’Università del Colorado, ha indicato come la meditazione Zen possa modificare le connessioni nervose del cervello nel suo libro Zen and the Brain (Austin, 1999). Questo è stato confermato mediante risonanza magnetica funzionale sull’attività del cervello.

Recentemente uno studio scientifico americano pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha dimostrato effetti rilevanti della meditazione secondo il metodo Integrative body-mind training (tecnica nata in Cina negli anni ’90) sul miglioramento delle condizioni di vita: la depressione si attenua, e le difese immunitarie si rinforzano. I ricercatori hanno verificato che il gruppo di studenti che aveva applicato il metodo mostrava una concentrazione di cortisolo molto inferiore e una migliore risposta immunitaria rispetto al gruppo di controllo. Dai questionari è anche emerso che la meditazione aveva abbassato i livelli di rabbiaansia, depressione e fatica. Il dottor Yi-Yuan Tang, il coordinatore della ricerca, ha così dedotto che i processi mentali, la consapevolezza e l’attenzione sono aspetti della vita che possono essere esercitati, esattamente come i muscoli.

In psicoterapia le tecniche di meditazione di mindfulness sono utilizzate per accrescere la consapevolezza dei pazienti e hanno svariate applicazioni, fra cui la prevenzione delle recidive depressive e il trattamento dei disturbi d’ansia.

ARPOCRATE E IL RIDUZIONISMO SCIENTIFICO E FILOSOFICO

In epistemologia il termine riduzionismo rispetto a qualsiasi scienza sostiene che gli enti, le metodologie o i concetti di tale scienza debbano essere ridotti al minimo sufficiente a spiegare i fatti della teoria in questione. In questo senso il riduzionismo può essere inteso come un’applicazione del cosiddetto “rasoio di Occam” (o “principio di economia”), secondo cui non bisogna aumentare senza necessità le entità coinvolte nella spiegazione di un fenomeno.

Esistono tre forme di riduzionismo:

In particolare il riduzionismo nella filosofia della mente, rispetto a queste tre categorie, sostiene che:

  • La mente non esiste come entità separatamente dal corpo;
  • La mente possa essere studiata basandosi solo attraverso fenomeni più fondamentali e direttamente osservabili come il comportamento o l’attività neuronale;
  • I concetti usati nella psicologia tradizionale siano inadatti, troppo vaghi e persino erronei. (Stessa critica alla psicologia, ma di segno opposto, è mossa dalla fenomenologia o dalla psicologia fenomenologica, che intende negare valore allo psicologismo della psicologia, inteso come una forma di riduzionismo e criticato proprio per la sua carenza di rigore logico-epistemico.)

Il riduzionismo si propone invece di studiare la mente riducendola ad un oggetto della fisica: leggi che descrivono il funzionamento della mente sarebbero riconducibili a leggi fisiche, quindi la mente deve essere studiata come qualsiasi altro oggetto fisico. Assumendo che la mente si manifesti soprattutto in due aspetti, il cervello e il comportamento, il riduzionismo riduce la mente a questi aspetti e si propone di studiare solo questi, senza fare altre assunzioni su una eventuale realtà oltre o dietro questi fenomeni. Con ciò di fatto si elimina ogni aspetto possibilmente metafisico della mente. Il riduzionismo in tal senso tenta in questo modo di superare il problema mente-corpo, riducendo la mente a proprietà o aspetto del corpo e negando qualsiasi forma di dualismo. La critica più radicale al riduzionismo è forse l’opera di Martin Heidegger, critica poi culminata nella famosa affermazione “La scienza non pensa”. Altresì, è da segnalare l’opera di Emanuele Severino, che lo ritiene una contraddizione logica. Il riduzionismo nel campo della fisica delle particelle cerca di spiegare qualsiasi cosa in termini di particelle elementari e delle loro interazioni. Questo atteggiamento nei confronti dell’Universo, che consiste nel cercare di spiegarne il “funzionamento” sulla base di leggi che riguardano il comportamento dei suoi costituenti a un livello più fondamentale (le particelle elementari e le rispettive interazioni), rientra in un più vasto approccio nei confronti della conoscenza, che tende a “ridurre” la complessità dei sistemi alla somma delle singole parti che li compongono. I suoi sostenitori affermano l’efficacia di questa visione sostenendo come tutto il progresso scientifico si sia basato su forme di riduzionismo. Obiezioni a queste tendenze riduzionistiche sono state sollevate da vari studiosi dei più diversi ambiti, compresi molti moderni fisici delle particelle, fisici dello stato solidochimicibiologi. Mentre il modello standard non viene messo in discussione, si sostiene che le proprietà delle particelle elementari non sono più fondamentali delle proprietà emergenti di atomi e molecole, e specialmente di insiemi di queste ultime statisticamente grandi. Queste critiche sostengono che anche una conoscenza completa delle particelle elementari sottostanti, non produrrà una conoscenza completa della natura, conoscenza che, all’atto pratico, è più importante.

Se il riduzionismo si basa sull’assunto (o sulla fiducia) che il comportamento di un sistema complesso sia nient’altro che la diretta conseguenza della somma dei singoli componenti, la critica a tale approccio epistemologico riposa, in generale, sull’idea di fondo secondo cui il tutto di un sistema fisico sia maggiore della somma delle singole parti: nella loro aggregazione sono perciò rinvenibili «proprietà “olistiche” che non possono essere descritte in termini dei puri elementi costituenti». Nel 1972, il fisico Philip Warren Anderson, futuro Premio Nobel per la fisica nel 1977, espose le sue obiezioni a un approccio improntato al riduzionismo, in un articolo dal titolo “More is Different”. In quello scritto, poi diventato un classico sull’argomento, Anderson individuava e mette in evidenza le limitazioni del riduzionismo affermando l’esistenza, nella scienza, di sovrapposti livelli gerarchici, ciascuno dei quali richiede i suoi principi fondamentali perché vi sia un avanzamento della conoscenza. Anderson fa notare, ad esempio, che la capacità di individuare leggi fisiche a un livello sempre più fondamentale (una linea di ricerca che lui definisce intensiva) non implicano in alcun modo la validità dell’ipotesi che lui chiama “costruzionista”, vale a dire la capacità di descrivere l’universo applicando queste leggi fondamentali a livelli più alti (quest’ultima linea di ricerca da lui indicata come estensiva). Alcuni fisici mettono in dubbio, a un livello più profondo, il ruolo della fisica delle particelle come base per ogni altra conoscenza, contrapponendo al riduzionismo il concetto di emergenza. Costoro fanno notare che oggetti macroscopici possono subire comportamenti statistici ed avere proprietà indipendenti dalle proprietà delle particelle stesse che li costituiscono. Per di più, rilevano, ci sono sistemi con componenti radicalmente diversi che possono subire comportamenti molto simili. Si è argomentato che le somiglianze di comportamento possono essere meglio comprese attraverso regole universali indipendenti dalle proprietà dei componenti dei sistemi stessi. Queste regole o metodi o processi sarebbero più reali della materia in quanto determinerebbero come gli osservatori condividano una comprensione della materia, e porrebbero dei limiti alla fattibilità della ricerca stessa. L’esistenza del modello standard, e la sua estensione, suscitano molte questioni fondamentali per l’epistemologia, la filosofia della scienza, la filosofia della matematica, la scienza cognitiva e persino la teologia.

ARPOCRATE E IL RIDUZIONISMO APPLICATO ALLA TRAMA DI TOY STORY

Questa scena in particolare rimanda al dipinto dell’ Urlo , famoso nel mondo. Questo è il destino che la scienza si è dato da sola: confrontarsi con la mancanza di senso dell’ esistenza stessa perché l’ unica cosa che la scienza accetta è il presupposto del Caso, divinizzato e glorificato futilmente, ignorando del tutto l’ ingombrante presenza dell’ esistenza stessa, ignorandone il mistero inarrivabile.

Toy Story non è solo una saga di film per bambini, ma c’è molto di più dietro, da interpretare. La scena simbolo di Toy Story è quella dove Woody dice ”la verità cruda e semplice” della condizione della loro esistenza: Il fatto che i giocattoli nella scena si trovino all’ esterno del loro mondo – casa e a confronto con l’ immensità del mondo esterno, una città incomprensibile, non è affatto un caso. La vita vista dal punto di vista di Woody è assoggettata all’ etichettatura con la quale è stato marchiato dalla realtà del mondo in cui vive: è un semplice giocattolo, e l’ unico scopo della sua vita è intrattenere un essere umano, visto, anche in materia di mere dimensioni, come superiore. L’ uomo – giocattolo di Toy Story, secondo Woody, quindi, deve abbassarsi allo status di giocattolo – oggetto immobile e manipolato, ignorando una incommensurabile realtà. Woody è stato creato dall’ uomo alla quale deve concedersi interamente, con la sola libertà permessa in tutti i momenti nei quali il bambino si assenta. Ciò che Woody ignora, testardamente, è il fatto che lui non è un ”semplice giocattolo“, ma parla, è autonomo, non si consuma come l’ umano, ma pur di concedersi all’ uomo arriva a imitare l’ oggetto immobile e vuoto lasciandosi manipolare da una creatura che sarebbe incredibilmente più felice e affezionata a lui se i giocattoli si permettessero di uscire dal loro tabù e rituale riduzionistico, e decidessero di rivelare la loro umanità al bambino. Ciò che Woody cerca, l’ affetto umano, sarebbe più apprezzabile se il giocattolo e l’ umano fossero entrambi consapevoli della coscienza del giocattolo. Invece, imitando l’oggetto, predispone il bambino a confrontarsi con la futilità di un oggetto, che con la crescita, perde di valore, e il giocattolo non può fare altro che confrontarsi con la perdita di interesse del bambino – scopo di vita, generato unicamente da un testardo e masochistico riduzionismo che il giocattolo ha imposto a sé stesso.

Paradossalmente i giocattoli decidono di rivelarsi unicamente all’ individuo che li vede come insignificanti e freddi oggetti: Sid. Il potere della loro coscienza viene quindi rivelato unicamente allo scopo di spaventare, mettendoli in condizione di vincere la battaglia contro Sid, ma diventando elementi antagonistici. Avrebbero potuto fare molto per cambiare la personalità e gli intenti di Sid, ma invece scelgono di coalizzarsi contro di lui.

La verità è che questi giocattoli nel mondo di Toy Story sono definibili come tali solo per via della loro scelta. Nessuna legge del loro mondo vieta loro di andarsene, costruire una comunità indipendente e autonoma, e duratura, esplorando un mondo esterno, che non si dimostra di per sé ostile. I giocattoli sono convinti che il loro unico scopo sia quello di ridursi a meri oggetti, per intrattenere una creatura cosciente come loro, paradossalmente imitando una ”immobilità” che non gli appartiene, riducendosi a risiedere in una stanza, conducendo le loro vite completamente dipendenti dalla presenza o meno del bambino, che senza averne la minima idea, decide tutto della vita del giocattoloGli unici momenti in cui il giocattolo scopre sé stesso è in assenza del bambino. Allora riscopre improvvisamente di possedere mobilità, coscienza, immaginazione, linguaggio, e di essere egli stesso manipolatore di altri oggetti. E così siamo noi: la scienza non fa altro che ridurre l’ essenza stessa dell’ essere umano, ora semplice animale, relegato in un angolo e non alla luce del sole, assoggettato ad un caso cieco, ma onnipotente, incosciente ma allo stesso tempo paradossalmente manipolatore. Poi c’è il concetto di uomo – macchina, e così via, non facciamo altro che agire in modo masochistico, definendoci testardamente giocattoli, ignorando i misteri che ci contraddistinguono dall’ animale, come il linguaggio, la coscienza di sé, la musica e quant’ altro. Usiamo i nostri “superpoteri” solo allo scopo di fare del male, non ci importa più niente dell’etica, dei concetti di bene e male, se si può fare qualcosa va fatto, a discapito delle altre forme di vita che ci accompagnano su questa Terra. Il bene e il male diventano concetti individuali in un mondo di concezione atea e riduzionista: il brav’ uomo ha un concetto di bene diverso dal sadico. 

Dal punto di vista del sadico, il male è giusto, perché suscita soddisfazione e compiacimento. Andy non si rende conto di fare dispiacere al giocattolo cosciente perché per lui i giocattoli non hanno sentimenti, ovvio, perché i giocattoli hanno sempre celato questo loro aspetto a Andy. Sid allo stesso modo non si rende conto di essere un antagonista, per lo stesso motivo. Si potrebbe aggiungere anche il punto di vista super – animalista, che riduce l’ uomo a un ” virus che consuma il mondo per il suo egoismo “. Anche l’ animalista spinto non se ne rende conto, ma applica il riduzionismo. La natura ci ha dato la capacità di manipolare le risorse in modo completamente diverso dagli animali, senza alcuna eccezione, quindi cosa dovremmo fare? Inventare una super mega ultra astronave e trasferirci tutti da un’ altra parte, per il bene della natura terrestre, per il bene della fauna e della flora? Già che ci siamo, perché non attuare la nostra estinzione, tanto faremmo solo un favore alla fauna? Fino a che punto l’animalista spinto arriverà a farsi condizionare? Se siamo onnivori ci possiamo fare qualcosa? Mangiare solo piante può davvero cambiare e salvare il mondo? O non cambierebbe poi granchè? Il vegetarianismo e il veganismo da questo punto di vista si tratta solo di un complesso, un complesso riduzionista e autoetichettante e sacrificatorio. Alle multinazionali frega niente se non mangiate un determinato animale, e l’ animale non sa che è mangiato proprio da voi. Buono se vi fa sentire bene con voi stessi, ma non strettamente necessario.  

La natura ci sballottola come vuole perché noi glielo lasciamo fare. I giocattoli sacrificano la loro stessa essenza perché convinti di essere ”solo una determinata cosa”. Lasciano che Andy si annoi e perda affetto per loro, e lasciano che Sid li distrugga, testardamente, per via di un’ etichetta che li ha portati a lasciarsi condizionare. Il riduzionismo scientifico è il nostro condizionamento. E porterà ai risultati che porterà per colpa di ciò. La scienza fa scoperte presupponendo sempre la solita cosa, ma non si rende conto che, periodo dopo periodo, riduzione dopo riduzione, si sta perdendo l’essenza stessa dell’ essere umano. Che senso ha interpretare l’universo come indifferente e casuale? Che senso ha tutto quanto? Tutta questa foga e corsa alle scoperte, ma a che scopo? Usare il proprio incredibile incommensurabile umano cervello per che cosa esattamente? Se l’ uomo è solo un essere animalistico, meccanico, manipolato dal caso, e sballottato dalle malattie, che senso ha esplorare un universo che emana superiorità in ogni sua forma?

E i robot? Rischiamo di diventare i giocattoli di un giocattolo, ragazzi. Come in Toy Story il giocattolo – uomo si sacrifica e annulla sé stesso per un uomo, allo stesso modo, noi, affascinati dalla macchina, che a causa del riduzionismo etichettatore, sarà percepito ovviamente come superiore, rischiamo di donarci totalmente alla meccanicistica. Kurzweil ci vuole come Woody. Desiderosi della macchina superiore, metteremo da parte tutto ciò che abbiamo di umano, per intrattenere una cosa che imita la vita (ma non potrà mai essere vita?) 

Perché una certa categoria di umani ”futuristi Kurzweilisti” INVIDIA la macchina e il robot quando è la macchina che dovrebbe INVIDIARE l’ uomo? Perché i giocattoli invidiano e adorano l’ uomo quando potrebbero ipoteticamente dimostrare, se non addirittura la superiorità , almeno l’ uguaglianza? Perché ci etichettiamo come animali quando siamo INCOMPRENSIBILI agli animali? Perché la scienza si ostina? La ”sanità mentale” tanto presunta e glorificata da chi fa della scienza il suo TUTTO si può definire veramente tale, o manca qualcosa di fondamentale? La scienza come risponde all’ insanità mentale di chi desidera che arrivi il piedone di una macchina gigante a calpestare l’uomo solo per dimostrare le capacità umane?

Babyface è una testa di bambola con un occhio solo puntata sopra un corpo simile a un ragno con tenaglie simili a granchi fatte di pezzi di Erector Set. È il leader dei giocattoli mutanti. Babyface viene mostrato mentre comunica con gli altri giocattoli sbattendo in codice Morse sul lato del reggiletto metallico di Sid con il suo grande artiglio. Questo metodo viene usato quando segnala agli altri giocattoli mutanti di radunarsi per ascoltare Woody mentre formula il suo piano per salvare Buzz da Sid. Quando i giocattoli mutanti circondano Sid, Babyface, sospeso da Legs, atterra sulla testa di Sid, spaventandolo all’istante.

Big Baby è una bambola con un occhio pigro che porta in giro una bottiglia ed è adornata con scarabocchi infantili che assomigliano a tatuaggi feroci. È un antagonista di supporto per la maggior parte del terzo film, ma in seguito si riforma. Come giocattolo senziente, ha i tratti biologici di un bambino umano. Normalmente non parla, ma comunica attraverso i suoni del bambino, con l’eccezione di una frase pronunciata (“Mama”) dopo che i giocattoli sono fuggiti da Sunnyside. Agisce come assistente e esecutore di Lotso, che aiuta a guidare i nuovi giocattoli in giro e li punisce quando si comportano male. Lui, Lotso e Chuckles erano tutti di proprietà di Daisy prima di essere lasciati indietro. Quando Lotso scoprì che Daisy lo aveva sostituito, mentì a Big Baby e Chuckles, dicendo loro che anche loro erano stati sostituiti. Viaggiarono fino a Sunnyside e lo presero in consegna. Una volta che Woody rivelò la vera natura di Lotso, Big Baby capì che Lotso gli aveva mentito e lo gettò nel cassonetto. Poi aiuta Ken e Barbie a riformare Sunnyside.

ARPOCRATE E L’ ANTROPOCENE COME NUOVA ERA GEOLOGICA

Il test nucleare Trinity, datato 16 luglio 1945, è stato proposto da alcuni membri dell’Anthropocene Working Group come inizio dell’Antropocene

L’Antropocene è una proposta epoca geologica, nella quale l’essere umano con le sue attività è riuscito con modifiche territoriali, strutturali e climatiche ad incidere su processi geologici. Riguardo alla definizione scientifica di Antropocene, alcuni hanno suggerito di non rimanere intrappolati in definizioni specifiche delle proprie discipline ma di guardare oltre, considerando i cambiamenti nel sistema Terra per intero.

Il termine deriva dalle parole in greco antropos e kainos, che significano rispettivamente essere umano e recente, e almeno inizialmente non sostituiva il termine corrente usato per l’epoca geologica attuale, Olocene, ma serviva semplicemente ad indicare l’impatto che l’Homo sapiens ha sull’equilibrio del pianeta. Recentemente le organizzazioni internazionali dei geologi stanno considerando l’adozione del termine per indicare appunto una nuova epoca geologica e stanno stabilendo da dove cronologicamente farla iniziare in base a precise considerazioni stratigrafiche.

Il primo studioso a proporre una definizione specifica per l’era geologica in cui la Terra è massicciamente segnata dalla attività umana fu il geologo Antonio Stoppani, che nel 1873 scrisse che l’attività umana rappresentava una nuova forza tellurica e propose il termine di era antropozoica per definirla. Successivamente il geochimico russo Vernadskij considerò che «la direzione in cui i processi dell’evoluzione crescono, soprattutto verso la consapevolezza e il pensiero e le forme hanno un’influenza sempre maggiore sugli ambienti circostanti», e definì il periodo col termine di noősphera (ossia mondo del pensiero) per sottolineare il potere crescente della mente umana nel modellare il suo futuro e l’ambiente; lo stesso termine venne usato dal paleontologo e pensatore cattolico Teilhard de Chardin. Nel 1992, Andrew Revkin ipotizzò la creazione di una nuova epoca geologica chiamata Antrocene. Il termine fu diffuso negli anni ottanta dal biologo naturalista Eugene F. Stoermer e adottato al convegno dell’IGPB del 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen e dallo stesso Stoermer in una nota apparsa in una newsletter. Successivamente Crutzen formalizzò il concetto in opere quali l’articolo Geology of mankind, apparso nel 2002 su Nature, e il libro Benvenuti nell’Antropocene. Il termine apparve per la prima volta in V. Shantser, alla voce The Anthropogenic System (Period) del secondo volume della Great Soviet Encyclopedia (1973). Crutzen e Stoermer proposero infine congiuntamente l’adozione del termine Antropocene con il significato attuale in una newsletter del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera nell’anno 2000.

Pur essendoci consenso nella comunità scientifica sulla presenza attuale di un’era caratterizzata da impatti geologici che risalgono alle attività antropiche, sono al vaglio diverse proposte per stabilire la data di inizio di questa era. Come ogni specie, anche la specie Homo sapiens, con il suo avvento, ha comportato dei cambiamenti negli equilibri eco-sistemici. Agli albori, dato il numero esiguo di popolazione e l’uso di tecnologie semplici, gli impatti sono stati contenuti per millenni, a cui si sono succedute alcune accelerazioni performanti con peculiari caratteristiche rilevabili nei depositi geologici:

Il termine considera il presente periodo come definito dalla diminuzione della biodiversità, con una omogeneizzazione progressiva della biogeografia e gli ecosistemi del mondo a causa delle specie aliene che sono disperse nel mondo volontariamente (colture, bestiame) o per rilasci involontari, come descritto da Charles C. Mann, nel suo libro 1493: Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo.

Antropocene – L’epoca umana (Anthropocene – The Human Epoch) è un film documentario canadese del 2018, terza opera frutto della collaborazione dei registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier con il fotografo Edward Burtynsky dopo i precedenti Manufactured Landscapes e Watermark.

Il film esplora il concetto di una nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata dall’impatto dell’umanità sulla natura e sulla Terra. L’opera fa parte del cosiddetto Anthropocene Project che include mostre tenutesi all’Art Gallery of Ontario, alla National Gallery of Canada e al MAST di Bologna e la pubblicazione di due libri, uno di saggistica e l’altro di fotografia. Nel documentario vengono presentati 43 tra i peggiori disastri ambientali del mondo, tra i quali uno in Italia: la devastazione delle Alpi Apuane, nel nord della Toscana, causata dall’estrazione intensiva del marmo, oggi impiegato in larga parte per ricavare carbonato di calcio.

ARPOCRATE E LA FIGURA DI MICHAEL JACKSON

“Le parole non possono descrivere come mi sento. … Sono stato benedetto oltre ogni comprensione e lavorerò instancabilmente per essere il miglior padre che posso essere”, ha detto Jackson in una dichiarazione all’epoca. “Sono cresciuto in una ciotola di pesce e non permetterò che lo stesso accada a mio figlio. Per favore, rispettate i nostri desideri e date a mio figlio la sua privacy”.

Michael Jackson ha costruito il ranch Neverland per creare l’infanzia che non ha mai avuto, arrivando al punto di chiamare la casa dopo il mitico regno di Peter Pan dove i bambini non crescono mai. Jackson aveva diverse giostre del parco divertimenti installate nel ranch accanto a una ferrovia funzionante e uno zoo di animali domestici.

«Non venderò mai e poi mai NeverlandNeverland sono io. Rappresenta la totalità di ciò che sono.»

Neverland Valley Ranch (conosciuto anche come Sycamore Valley Ranch) è una proprietà privata di circa 1.100 ettari situata nella contea di Santa Barbara in California, ed è nota per essere stata la residenza privata della superstar statunitense Michael Jackson, che l’acquistò nel 1988 trasformandone una parte in un parco a tema per ricevere gli invitati e i bambini malati.

Jackson cambierà il nome del ranch da “Sycamore” a “Neverland” che è il nome originale inglese de L’isola che non c’è, il luogo immaginario delle avventure di Peter Pan, il suo personaggio preferito a cui dichiarò in varie interviste di ispirarsi. Ancora impegnato però col suo primo tour da solista, il grandioso Bad World Tour, Jackson trascorrerà solo il tempo libero al ranch per poi dal 1989 trasferirsi definitivamente.

La sindrome di Peter Pan, scientificamente chiamata neotenia psichica, è quella situazione psicologica in cui si trova una persona che si rifiuta o è incapace di crescere, di diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. La sindrome è una condizione psicologica patologica in cui un soggetto rifiuta di operare nel mondo “degli adulti” in quanto lo ritiene ostile e si rifugia in comportamenti e in regole comportamentali tipiche della fanciullezza. 

A partire dalla sua ultima partenza dall’Isola che non c’è, Sullivan cattura gli ultimi anni di Jackson facendo la spola in tutto il mondo, Sullivan scava in profondità nel passato di Jackson, raffigurando un uomo sia ingenuo che profondamente astuto, un padre devoto le cui decisioni genitoriali hanno creato proteste internazionali, un astuto uomo d’affari i cui fallimenti hanno quasi fatto crollare una megacorporazione e un narcisista incallito che voleva disperatamente una quieta vita normale.

Alla fine di dicembre 2008, Ian Halperin ha detto al mondo che Michael Jackson aveva solo sei mesi di vita. Le sue indagini sulla salute cagionevole di Jackson hanno fatto notizia in tutto il mondo. Sei mesi dopo, il Re del Pop era morto. Qualunque siano i risultati finali dell’autopsia, è stata l’avidità a uccidere Michael Jackson.

“Mentre lo adoravamo, chiaramente non adorava se stesso. Si strappava costantemente il viso, subendo ripetutamente interventi chirurgici per ricreare un altro sé; cambiando il colore della sua pelle, mantenendosi spaventosamente magro come se sperasse di non essere visto e di scomparire. Fino a quando non ha raggiunto il suo obiettivo. E ora è scomparso. È facile criticare un uomo di 50 anni il cui desiderio più fervente era quello di essere Peter Pan, non crescere, e vivere la sua vita nell’Isola che non c’è.”

“Ma con tutte le possibilità una cosa è chiara. Michael Jackson aveva un grave ritardo di maturazione ed emotivamente era un bambino molto piccolo. Anche se il calendario diceva che aveva 50 anni, le sue esperienze infantili estremamente limitate lasciarono un vuoto in lui che non riuscì mai a riempire.”

Michael Jackson era un generoso filantropo. Ha sostenuto le cause dell’HIV / AIDS.  Il cantante di Thriller ha anche creato la sua fondazione, la Heal the World Foundation, nel 1992 con l’intenzione di aiutare i giovani svantaggiati a godere di un’infanzia sana e felice, qualcosa che Jackson non ha mai avuto. Ha anche contribuito a cause umanitarie, tra cui il soccorso alle vittime della guerra in Kosovo. Ha anche visitato paesi devastati dall’AIDS in Africa, tra cui il Gabon e l’Egitto.

Oltre a picchiare i suoi figli, Joe Jackson ha anche deriso e rimproverato i suoi figli per garantire il loro duro lavoro e la loro conformità. Per Michael, questo spesso prendeva la forma di suo padre che prendeva in giro il suo “naso grasso”, un insulto particolarmente brutale data la storia del pregiudizio razziale nei confronti delle caratteristiche facciali afroamericane, incluso il naso. Michael ha detto nelle interviste che questa presa in giro ha portato a un’insoddisfazione permanente per il suo aspetto.

Quando Jackson parlava della sua infanzia, era spesso riguardo all’estrema solitudine che provava a causa del fatto di non avere compagni della sua età oltre ai suoi fratelli. Jackson ha lavorato ininterrottamente fin dalla tenera età e non è stato in grado di godere di nessuna delle esperienze ordinarie tipiche dell’infanzia americana. Questa mancanza ha portato Jackson ad avere una fissazione per la giovinezza e l’infanzia felice, che lo ha spinto a costruire il ranch Neverland e avviare la sua Heal the World Foundation.

ARPOCRATE E “GAGE IN PET SEMATARY”

Gage William Creed è un personaggio immaginario creato da Stephen King, ed è l’antagonista principale del suo romanzo del 1983 Pet Sematary. Nel romanzo, Gage è un bambino innocente che viene ucciso accidentalmente da un’autocisterna in corsa. Il padre in lutto di Gage, Louis, lo riporta in vita seppellendolo nel cimitero titolare, che è posseduto da un Wendigo. Una volta rianimato, Gage è controllato dallo spirito malo del Wendigo e uccide sua madre, Rachel, e il loro vicino, Jud Crandall.

Gage Creed è il figlio di 2 anni di Louis e Rachel Creed e il fratello minore di Ellie Creed. Prima della sua morte e dell’eventuale resurrezione, Gage sembra essere un tipico bambino. Lui e la sua famiglia si trasferiscono a Ludlow, Maine da Chicago, Illinois e diventano amici del loro vicino Jud Crandall. Tuttavia, la famiglia nota che la loro nuova casa si trova proprio accanto a un’autostrada trafficata e c’è un cimitero per animali nel loro cortile chiamato “Pet Sematary”.

Un giorno, i Creed e Jud stanno facendo un picnic nel loro cortile, e Gage sta giocando con un aquilone. L’aquilone inizia a soffiare via e Gage inizia a inseguirlo, ignaro che si sta dirigendo verso l’autostrada trafficata. Suo padre cerca di raggiungerlo ma non fa in tempo, Gage viene investito e ucciso da un’autocisterna in corsa. Nel suo dolore, Louis porta suo figlio all’antico cimitero presentatogli da Jud dopo che il loro gatto, Church, è stato ucciso. Louis seppellisce Gage lì, e suo figlio viene posseduto dallo spirito di un Wendigo e risorto.  Una volta che Gage torna in vita, uccide Jud e chiede a sua madre di andare da lui. Poi uccide sua madre e schernisce suo padre. Louis quindi tira fuori suo figlio dalla sua miseria iniettandogli una dose letale di morfina.

La morte di Gage nel romanzo originale di King fu descritta da molti all’epoca come “scioccante” e “straziante”. La svolta finale del personaggio nell’antagonista principale della storia lo ha portato ad essere considerato come uno dei migliori e più inquietanti personaggi / cattivi di Stephen King. L’interpretazione del personaggio nel film del 1989 di Miko Hughes è stata ampiamente elogiata nonostante il film stesso abbia ricevuto recensioni contrastanti. Gage Creed è stato anche oggetto di lavori accademici che discutono di ciò che rappresenta. In Frankenstein’s Monster: Hubris and Death in Stephen King’s Oeuvre, Strengell traccia parallelismi tra Gage Creed e il mostro di Frankenstein. Sia Gage che la Creatura subiscono le conseguenze dell’arroganza del padre/creatore quando sfidano Dio e tentano di creare la vita. La Creatura è spinta al male dalle difficoltà, mentre Gage ha avuto la sua anima sostituita interamente dal male. Secondo Bruhm in Nightmare on Sesame Street: or, The Self-Possessed Child, Gage rappresenta la perdita dell’innocenza quando viene resuscitato come una creatura saggia oltre i suoi anni. In teoria questo è peggio delle paure iniziali di suo padre di riportare in vita una patata da divano cerebralmente morta. Gage potrebbe essere rimasto in qualche modo innocente e libero dalla corruzione culturale come l’Emile di Rousseau, ma i bambini non possono rimanere innocenti perché ottenere la conoscenza non è solo inevitabile, ma imperativo.

ADULTI CHE NON CRESCONO MAI, TWIXTERS

Incontra i Twixters. Non sono più bambini, ma non sono nemmeno adulti. Perché una nuova generazione di giovani non vuole o non può stabilizzarsi.

Michele, Ellen, Nathan, Corinne, Marcus e Jennie sono amici. Tutti loro vivono a Chicago. Escono tre sere a settimana, a volte di più. Ognuno di loro ha avuto diversi lavori dal college; Ellen ha 17 anni, contando gli stage, dal 1996. Non possiedono case. Cambiano spesso appartamento. Nessuno di loro è sposato, nessuno ha figli. Tutti hanno dai 24 ai 28 anni. Trent’anni fa, persone come Michele, Ellen, Nathan, Corinne, Marcus e Jennie non esistevano, statisticamente parlando. All’epoca, l’età media per sposarsi di una donna americana era di 21 anni. Ha avuto il suo primo figlio a 22 anni. Ora tutto richiede più tempo. Sono 25 per il matrimonio e 25 per il bambino. Sembra che i giovani impieghino più tempo per laurearsi, stabilirsi in carriera e comprare le loro prime case. Dieci anni fa, avremmo potuto chiamarli Generazione X, o fannulloni, ma quelle etichette non si adattano più. Questa non è solo una tendenza, una moda temporanea o un singhiozzo generazionale. Questo è un fenomeno molto più grande, di un tipo diverso e di un ordine diverso. Gli scienziati sociali stanno iniziando a rendersi conto che un cambiamento permanente ha avuto luogo nel modo in cui viviamo le nostre vite. Oggi c’è una nuova fase intermedia lungo la strada. Gli anni dai 18 ai 25 anni e anche oltre sono diventati una fase di vita distinta, una terra di transizione “never never land” tra l’adolescenza e l’età adulta in cui le persone si fermano per qualche anno in più. Sono sia adulti che adolescenti. Potresti chiamarli twixters. Alcuni sociologi, psicologi e demografi che studiano questa nuova fase della vita la vedono come una buona cosa. I twixter non sono pigri, si dice, stanno raccogliendo il frutto di decenni di ricchezza americana e liberazione sociale. Questo nuovo periodo è un’occasione per i giovani di assaporare i piaceri dell’irresponsabilità, scrutare le loro anime e scegliere i loro percorsi di vita. Ma gli studiosi più storicamente ed economicamente la vedono diversamente. Sono preoccupati che i twixter non stiano crescendo perché non possono. Questi ricercatori temono che qualunque meccanismo culturale utilizzato per trasformare i bambini in adulti sia crollato, che la società non fornisca più ai giovani la spina dorsale morale e i mezzi finanziari per prendere il loro giusto posto nel mondo degli adulti. I genitori sono rimasti sconcertati quando i loro figli di 23 anni, istruiti e altrimenti ben adattati, hanno finito per singhiozzare nelle loro vecchie camere da letto, paralizzati dall’indecisione. “Legalmente, sono adulti, ma sono sulla soglia, la porta verso l’età adulta, e non la stanno attraversando”, dice Apter. La percentuale di 26enni che vivono con i genitori è quasi raddoppiata dal 1970, dall’11% al 20%, secondo Bob Schoeni, professore di economia e politiche pubbliche presso l’Università del Michigan. Jeffrey Arnett, psicologo dello sviluppo presso l’Università del Maryland, favorisce “l’età adulta emergente” per descrivere questo nuovo gruppo demografico, e il termine è il titolo del suo nuovo libro sull’argomento. Il suo tema è che i twixter sono fraintesi. Non è che non prendano sul serio l’età adulta; Lo prendono così sul serio che passano anni a scegliere con cura la strada giusta. Swann si è laureato nel 2002 come scienziato cognitivo appena coniato, ma il lavoro che ha finalmente ottenuto pochi mesi dopo è stato come cameriere ad Atlanta. Si è rivelata una benedizione sotto mentite spoglie. Swann dice di aver imparato più abilità nel mondo reale lavorando nei ristoranti di quanto non abbia mai fatto a scuola.

“Mi ha insegnato come trattare con le persone. Quello che impari come cameriere è come trattare le persone in modo equo, specialmente quando si trovano in una brutta situazione”. Ciò è particolarmente prezioso nel suo attuale lavoro come esaminatore di sinistri assicurativi. Per loro, il periodo dai 18 ai 25 anni è una sorta di sandbox, un’occasione per costruire castelli e abbatterli, sperimentare carriere diverse, sapendo che nulla di tutto ciò conta davvero. I twixter sono alla ricerca di un senso di scopo e importanza nel loro lavoro, qualcosa che aggiunga significato alle loro vite, e molti non vogliono riposare finché non lo trovano. “Non stanno solo cercando un lavoro”, dice Arnett. “Vogliono qualcosa che sia più simile a una chiamata, che sia un’espressione della loro identità”. Nomadi edonistici, i twixter possono sembrare, ma c’è un serio nucleo di idealismo in loro. Il fondamento economico che sosteneva gli adolescenti nel loro viaggio verso l’età adulta si è spostato in modo allarmante. “Quello che stiamo osservando è iniziato con il crollo del mercato del lavoro giovanile, che ha reso più difficile per le persone ottenere un punto d’appoggio in termini di indipendenza finanziaria”, afferma Côté. “Hai bisogno di una laurea ora solo per essere dove i colletti blu della stessa età erano 20 o 30 anni fa, e se non ce l’hai, allora sei molto indietro.”

Tutti e sei dicono di non essere ancora pronti per il matrimonio, ma lo vogliono un giorno, preferibilmente con i bambini. Naturalmente, tutto ciò è comodamente situato nel futuro eternamente sfuggente. Trent’anni non è più la scadenza incombente di una volta. In effetti, cinque dei sei di Chicago vedono il matrimonio come una pietra miliare decisamente post-30. Ma se i twixters si sposano più tardi, stanno perdendo alcune delle reti di supporto sociale che derivano dall’avere famiglie proprie. Per compensare, hanno un dono speciale per l’amicizia, documentato in libri come Quirkyalone di Sasha Cagen e Urban Tribes di Ethan Watters , che pone la domanda non del tutto retorica: gli amici sono la nuova famiglia? Rimangono in contatto costantemente e in tempo reale, attraverso tecnologie di social networking come telefoni cellulari, messaggistica istantanea, messaggi di testo e comunità online come Friendster. Sono anche vicini ai loro genitori. Il sondaggio del TIME ha mostrato che quasi la metà degli americani di età compresa tra 18 e 29 anni parla con i propri genitori ogni giorno. Arnett è preoccupato che, se non altro, i twixters siano troppo romantici. Nel loro universo, il romanticismo è totalmente distaccato dalle preoccupazioni pragmatiche e dalle pressioni sociali, quindi quando i twixters finalmente si sposano, lo faranno per amore con la L maiuscola e nessun altro motivo. “Tutti vogliono trovare la loro anima gemella ora”. Nessuno vuole ammettere che sono qui per restare, ma è qui che puntano le prove. Un progetto di raccolta di dati sociologici gestito dalla N.O. R.  C. ha scoperto che la maggior parte delle persone crede che la transizione dovrebbe essere completata all’età di 26 anni e pensa che il numero stia solo aumentando. Non parleremo di questo come di un ritardo. Parleremo di questo come di una normale traiettoria, e penseremo a quelle persone che si sposano a 18 anni come a uno strano modello storico”. “Noi come società riteniamo che un individuo all’età di 18 anni sia pronto per la responsabilità degli adulti”, sottolinea Baird. “Eppure prove recenti suggeriscono che il nostro sviluppo neuropsicologico è di molti anni dall’essere completo. Non c’è motivo di pensare che 18 sia un numero magico”. Come ci si può aspettare che i twixters si stabilizzino quando la loro materia grigia non lo ha fatto?

ARPOCRATE E IL SOLIPSISMO

Il solipsismo è l’idea filosofica che solo la propria mente è sicura di esistere. Come posizione epistemologica, il solipsismo sostiene che la conoscenza di qualsiasi cosa al di fuori della propria mente è incerta; Il mondo esterno e le altre menti non possono essere conosciuti e potrebbero non esistere al di fuori della mente. Il solipsismo metafisico è una varietà di solipsismo. Basandosi su una filosofia dell’idealismo soggettivo, i solipsisti metafisici sostengono che il sé è l’unica realtà esistente e che tutte le altre realtà, incluso il mondo esterno e le altre persone, sono rappresentazioni di quel sé e non hanno un’esistenza indipendente. Qui ci sono diverse versioni del solipsismo metafisico, come il presentismo egocentrico (o realismo prospettico) di Caspar Hare, in cui le altre persone sono coscienti, ma le loro esperienze semplicemente non sono presenti. Il solipsismo epistemologico è la varietà dell’idealismo secondo cui solo i contenuti mentali direttamente accessibili del filosofo solipsista possono essere conosciuti. L’esistenza di un mondo esterno è considerata una questione irrisolvibile piuttosto che effettivamente falsa. Non si può nemmeno essere certi di fino a che punto il mondo esterno esista indipendentemente dalla propria mente.  Tuttavia, rimane il punto che i solipisti epistemologici considerano questa una questione “irrisolvibile”. Il solipsismo metodologico è una variante agnostica del solipsismo. Mantiene ancora i punti che qualsiasi induzione è fallibile. Il solipsismo metodologico a volte va anche oltre dicendo che anche ciò che percepiamo come cervello è in realtà parte del mondo esterno, perché è solo attraverso i nostri sensi che possiamo vedere o sentire la mente. Solo l’esistenza dei pensieri è nota per certo. I solipsisti metodologici sottolineano semplicemente che le giustificazioni di un mondo esterno devono essere fondate su fatti indiscutibili sulla propria coscienza. Il solipsista metodologico ritiene che le impressioni soggettive (empirismo) o la conoscenza innata (razionalismo) siano l’unico punto di partenza possibile o appropriato per la costruzione filosofica. Spesso il solipsismo metodologico non è considerato un sistema di credenze, ma piuttosto usato come esperimento mentale per aiutare lo scetticismo. Una caratteristica della visione del mondo solipsistica metafisica è la negazione dell’esistenza di altre menti. Poiché le esperienze personali sono private e spesso considerate ineffabili, l’esperienza di un altro essere può essere conosciuta solo per analogia. I filosofi cercano di costruire la conoscenza su qualcosa di più di un’inferenza o un’analogia. Il fallimento dell’impresa epistemologica di Cartesio ha portato alla popolarità l’idea che tutta la conoscenza certa non può andare oltre “Penso; perciò esisto”, senza fornire alcun dettaglio reale sulla natura dell'”io” che è stato dimostrato esistere. Anche la teoria del solipsismo merita un attento esame perché si riferisce a tre presupposti filosofici ampiamente diffusi, ciascuno di per sé fondamentale e di ampia importanza. La conoscenza più certa di una persona è il contenuto della propria mente: i miei pensieri, esperienze, affetti, ecc. Non esiste alcun legame concettuale o logicamente necessario tra mentale e fisico, tra, ad esempio, il verificarsi di certe esperienze coscienti o stati mentali e il “possesso” e le disposizioni comportamentali di un “corpo” di un particolare tipo. L’esperienza di una determinata persona è necessariamente privata per quella persona. Per espandere il secondo punto, il problema concettuale qui è che il precedente presuppone che la mente o la coscienza (che sono attributi) possano esistere indipendentemente da qualche entità che ha questo attributo (una capacità in questo caso), cioè che un attributo di un esistente possa esistere indipendentemente dall’esistente stesso.

Se si ammette l’esistenza di un’entità indipendente (ad esempio, il cervello) che ha quell’attributo, la porta è aperta a una realtà indipendente. (Vedi Cervello in una vasca). Alcune persone sostengono che, mentre non può essere dimostrato che esista qualcosa di indipendente dalla propria mente, il punto che il solipsismo fa è irrilevante. Questo perché, indipendentemente dal fatto che il mondo come lo percepiamo esista indipendentemente o meno, non possiamo sfuggire a questa percezione, quindi è meglio agire assumendo che il mondo sia indipendente dalle nostre menti. Tuttavia, essere consapevoli riconosce semplicemente la sua esistenza; Non identifica le creazioni effettive fino a quando non vengono osservate dall’utente. Alcuni psicologi dello sviluppo credono che i bambini siano solipsistici e che alla fine i bambini deducano che gli altri hanno esperienze molto simili alle loro e rifiutano il solipsismo.

Colui che vede tutto come nient’altro che il Sé, e il Sé in tutto ciò che vede, un tale veggente si ritira dal nulla. Per gli illuminati, tutto ciò che esiste non è altro che il Sé, quindi come potrebbe continuare qualsiasi sofferenza o illusione per coloro che conoscono questa unità? — Ishopanishad: sloka 6, 7

ARPOCRATE E L’ INDIVIDUALISMO APERTO SEQUENZIALE – IL FUTURO DELLA SPIRITUALITA’

LA SCOPERTA PIU’ GRANDE E “NASCOSTA” DELLA FISICA QUANTISTICA E’ CHE LA REALTA’ OGGETTIVA NON ESISTE, E QUINDI TUTTO CIO’ CHE ESISTE E’ ACCESSIBILE SOLO ATTRAVERSO LA MENTE. FUORI DAL CERVELLO NON ESISTE NULLA, MA IN REALTA’ ANCHE LA MATERIA E’ UNA ILLUSIONE. QUESTO SIGNIFICA CHE L’ UNIVERSO NON ESISTE COME “ENTITA’ MATERIALE”. L’ UNIVERSO E’ UNA (LA) MENTE. QUESTO CONCETTO SI CHIAMA “COSCIENZA UNICA” E INDICA CHE L’ UNIVERSO E’ “COSCIENTE” E NON C’E’ DISTINZIONE FRA DIO E UNIVERSO. L’ UNIVERSO E’ AUTO – CREATO PERCHE’ IN QUANTISTICA UNA COSA ESISTE SOLO SE E QUANDO VIENE OSSERVATA. L’ OSSERVAZIONE DELL’ UNIVERSO PROVIENE DAL FUTURO. E’ STATA QUELLA OSSERVAZIONE DAL FUTURO A CREARE L’ UNIVERSO NEL PASSATO. IL TEMPO E’ UNA ILLUSIONE: LE AZIONI DEL FUTURO E DEL PRESENTE SONO IN GRADO DI DETERMINARE COME SI SVOLGERA’ IL PASSATO. IL TUO PASSATO E PRESENTE DIPENDE (ANCHE) DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO NEL TUO FUTURO. IL TUO FUTURO ESISTE GIA’, E IN FISICA QUANTISTICA E’ IN UNO STATO DI SOSPENSIONE MA NON E’ UN “NULLA” DOVE ANCORA E’ TUTTO DA ESSERE DECISO. COSA SUCCEDE NEL TUO PASSATO DIPENDE DA QUELLO CHE AVRAI FATTO NEL FUTURO. NON C’E’ DISTINZIONE FRA UNIVERSO, DIO E COSCIENZA (MENTE UMANA). LA MENTE E’ L’ UNIVERSO. LA MENTE E’ DIO. IN QUESTO NUOVO MODELLO DI PENSIERO DIO E’ UN UNIVERSO CHE PERCEPISCE DI ESISTERE OGNI VOLTA SOLO IN UNA MENTE SINGOLA. LA COSCIENZA E’ COME UNA FORMA DI ENERGIA INVISIBILE. SI PUO’ PARAGONARE ALLA LUCE E ALLA ELETTRICITA’. CIO’ CHE ACCENDE LE LAMPADINE E’ UNA COSA SOLA. CREDERE CHE LE NOSTRE MENTI SIANO SEPARATE E MORTALI E’ COME CREDERE CHE PER OGNI LAMPADINA CI SIA UNA FORMA DI LUCE /ELETTRICITA’ DIVERSA CHE SI ESTINGUE ALLO SPEGNERSI. PRIMA DELLA TUA VITA C’ ERA ALTRA VITA, DOPO LA TUA VITA CI SARA’ ALTRA VITA, E TUTTE QUELLE VITE LE HAI PERCEPITE / LE PERCEPIRAI TU, PERCHE’ C’E’ UN SOLO “IO” CHE CRESCE, SI EVOLVE, E SI RESETTA E RIPARTE DA UNA TABULA RASA OGNI VOLTA. IL DIO CHE CERCHI E’ “LA PERCEZIONE DI UN IO”.   

L’ unica cosa che costituisce la realtà, l’ unica cosa che esiste è la percezione di esistere, una coscienza unica e identica per tutti gli individui. Individualismo sequenziale ( aperto ): La fisica spirituale e religione naturalistica sotto forma di “teoria filosofica”. Mentre esisti, ti trovi in un universo dalla consistenza essenzialmente mentale – psichico, basato interamente sul tuo punto di vista, sulla tua soggettività personale ( personalizzata ). E “nuoti” attraverso un invisibile tesseract simile a quello mostrato in Interstellar. Ogni volta che vivi questa tua vita dall’ inizio alla fine, l’ universo si riconfigura in una modalità, una dimensione interamente basata sul tuo individuo. E questo fenomeno si ripete costantemente. Non hai solo questa tua vita che sta leggendo ora, a disposizione. Tu hai vissuto/ vivrai tutte le esistenze possibili, sotto forma di tutte le creature esistite/ esistenti/ che esisteranno. nonostante l’ universo si ricalibri ogni volta che noi muoriamo, la linea temporale collettiva ci appare lineare e costante.

Ogni singolo punto di vista, ogni singola esperienza, da parte di ogni creatura dotata di un livello minimo di coscienza e di percezione sensoriale, deve essere riprodotto e rivissuto sotto forma di tutti i punti di vista. Ogni forma di tempo è interamente soggettiva. L’ illusione della simultaneità è data da un entaglement quantistico, una sorta di misteriosa comunicazione fra tutti noi che ci permette di armonizzare i nostri universi – guscio soggettivi. Bisogna comprendere che c’e‘ una costante connessione a distanza fra questi “gusci di tempo”, queste bolle temporali che costituiscono i personaggi, ed è questa connessione a dare origine alla parvenza che vi sia simultaneità e contemporaneità, e che vi sia un presente condiviso. Se sei nato prima di me, io sono nato, vissuto e morto nella tua forma, nella tua mente, in te, essenzialmente, per tutti gli anni della tua vita, per tutti gli istanti della tua vita. Se sei nato dopo di me, io nascerò, vivrò e morirò in te, facendo esperienza soggettiva di tutti gli istanti della tua vita. In questo modo l’ eternità esiste, ma non viene percepita come tale. Tutto ciò che conosciamo viene riprodotto, incontriamo noi stessi tutti i giorni, e ogni cosa avviene a diversi livelli, allo stesso modo in cui si è verificata prima, e nello stesso modo in cui verrà ricordata da vite future. Un supertempo per una coscienza unica che si riproduce e si ricalibra ogni tot. Ogni esperienza osservabile viene osservata soggettivamente, ogni frammento del supertempo viene osservata da tutti gli individui dal nostro unico “occhio”.

Ho anche trovato uno che la chiama “legge della conservazione della coscienza” …secondo il mio modello di questa teoria, anche se accadesse una estinzione di massa sul nostro pianeta, la coscienza unica verrebbe conservata, si nasce di nuovo e si arriva al punto dell’ estinzione molteplici volte, tornando indietro e arrivando a quel punto molteplici volte. Arrivati a esaurimento scorte, per così dire, c’è sempre la possibilità di “sfruttare” l’ esistenza di creature aliene su altri pianeti al sicuro …In mancanza di qualsiasi altra risorsa, il ciclo di tutte le esistenze può ricominciare da capo, eliminando quindi ogni limite all’ immaginazione. Dio è la Coscienza Unica che si genera da sé e si autoriproduce sotto forma della mente e punto di vista ( Osservatore ) della creatura individuale, del soggetto con il quale tu/lui/lei/esso si identifica. Dio è inconsapevole di sé stesso e non ha il controllo della sua esistenza. 

Dio può solo percepire l’ esistenza di qualcosa di superiore alle creature individuali, attraverso la sua creazione nel suo intero. Dio è soggetto ad una super linea temporale, nella quale ogni istante si protrae per la durata della vita di una creatura individuale. Questa linea temporale si estende alla stessa velocità dell’ estensione dell’ universo come lo conosciamo. In questa filosofia, in questa interpretazione della verità, Dio (la coscienza collettiva e unica) e’ soggetto ad una super linea temporale, nella quale, ogni istante dura la vita di una creatura, ogni istante rappresenta una vita dall’ inizio alla fine. Questa linea temporale continua a scorrere, ma la totalità di questo supertempo e’ indescrivibile, si potrebbe dire che si tratta di una linea temporale, un orologio che “si espande” allo stesso modo in cui si espande l’ universo. 

Cosa si deduce da tutto ciò? Si deduce che tu (io, tu, lui) sei un Dio, o una sorta di Dio, che si nasconde a sé stesso, che crea e si fa creare dalle sue creazioni, che esiste come individuo e come collettività allo stesso tempo, e che di sé possiede solo la percezione che ci sia qualcosa di superiore. Sei un Dio che vive all’ interno della Grande Storia dell’ Esistenza, come unico protagonista del Grande Film. Una creatura incredibile, che nonostante abbia essenzialmente annullato sé stesso, riesce comunque ad esistere attraverso il suo Grande Sogno, la sua Grande Immaginazione.  Dio in sostanza sei tu, e qualunque persona tu incontri, e qualunque animale tu incontri.  

Secondo Sir James Jeans: il flusso della conoscenza si sta dirigendo verso una realtà non meccanica; l’ Universo comincia ad apparire più come un grande pensiero piuttosto che una grande macchina. La mente non rappresenta più un intruso accidentale nel regno della materia … dovremmo invece considerarla ( elevarla a ) creatrice e governatrice del regno della materia.

In filosofia esistono tre tipi di Individualismo: quello classico – occidentale lo interpreta come CHIUSO ( Ogni individuo possiede una sola vita, e quando finisce non succede nulla. L’ Io esiste, ma è limitato ). Ci sono due alternative: L’ Individualismo VUOTO ( L’ io non esiste, e ogni giorno rappresenta una sorta di nuova vita. Quando finisce l’ ultimo giorno non succede nulla. ), e sinceramente non ha molto senso. L’ altra alternativa è l’ Individualismo APERTO (L’ io esiste come un collettivo frammentato, e viene espresso in modo diverso da individuo a individuo. Quando finisce una vita, ne comincia un’ altra. Alcuni ritengono che la coscienza soggettiva “si sposta”, quindi quando un individuo muore, la sua coscienza passa alla persona più vicina al morente, quella che si sta svegliando in quel momento, oppure quella che sta sviluppando il primo ricordo della sua vita in quel momento. In sostanza, è come se la “percezione di esistere” fosse “la luce” – la luce esiste in molte forme, ma non si può pluralizzare la luce. Quando una luce si spegne, la luce persiste in un altro apparecchio. Da qualche parte c’è sempre una luce accesa. Ma queste opzioni sono arbitrarie ). La vita inizia nel momento in cui il soggetto comincia ad osservare il mondo circostante, a cominciare dall’ interno dell’ utero. Osservare comprende anche la “registrazione percettiva” fornita dai sensi. In sostanza, un individuo diventa una persona quando il suo cervello sviluppa le basi per la coscienza e per la percezione sensoriale, quindi a sei mesi dal concepimento. La nuova opzione è l’ Individualismo SEQUENZIALE ( L’ io si riconfigura da soggetto a soggetto, partendo da una tabula rasa, e quando il soggetto muore l’ universo si riconfigura, in una sorta di continuo alternarsi fra “Big Bang” e “Big Crunch”. Quando una persona muore, rinasce a partire dalla forma di embrione che sviluppa coscienza e osservazione sensoriale ).

Questo modello di reincarnazione è completamente naturalistica, da intendersi come interpretazione. Ogni vita riparte da una tabula rasa. Non ci sono “premi” e “punizioni” per le azioni commesse in una vita differente. Il cosiddetto karma agisce solo nell’ ambito di una singola vita, e tutti i premi e punizioni che possiamo ricevere sono limitati da ciò che può accadere nel “mondo reale”. La tua personalità sarà sempre unica e irripetibile, i corpi cambiano continuamente, ma la percezione di esistere della creatura sarà sempre in relazione a te, sarà sempre percepita da te, sarai tu ad averne esperienza, sarai tu ad esistere sotto forma di quella creatura, umana o animale. Anche se una creatura animale non è cosciente di esistere come lo è un essere umano, rimane comunque il fatto che il suo punto di vista, la sua osservazione del mondo circostante, le sue percezioni sensoriali, saranno tue. A seconda della vita in cui ti troverai, preferirai fare del bene o fare del male, oppure agirai per istinto, come cacciatore – predatore o come preda.

Il cambiamento più importante, ragionevolmente, avverrebbe nell’ ambito del concetto della mortalità, poiché questa teoria la mette completamente al tappeto. Questa “consapevolezza maledetta” dell’ umanità, assente nel mondo animale, dell’ inevitabile ed eventuale conclusione della propria vita, verrà ufficialmente e definitivamente superata. Questo malessere interiore collettivo non avrà più ragion d’ essere. Ci si impegnerà molto di più per agire e attuare cambiamenti e decisioni nella propria vita, si accetterà e si formulerà un significato della vita differente da quello occidental – nichilista di oggi.

Inoltre le varie religioni dovranno necessariamente aggiornarsi alle consapevolezze moderne, e cercare di mettere assieme una “religione collettiva” meno legata alla sacralità e all’ immaginario ritual – religioso, e più legata alla “meta-realtà della fisica”. Allo stesso modo, la scienza dovrà limitare il suo approccio ostile nei confronti della spiritualità in generale, e dovrà anche essa adattarsi alle consapevolezze moderne, ed eliminare tutte quelle ideologie scientiste che la contaminano attualmente. In sostanza, le religioni andranno all’ esplorazione del “meta-reale” con i nuovi aggiornamenti della fisica dell’ universo mentale immateriale, e le scienze andranno all’ esplorazione del “paranormale” con gli studi sulla precognizione, e dovranno cercare di avvicinarsi a dimensioni del tutto nuove. Si potrebbe quindi dire che, osservando lo zeitgeist dei nostri tempi, l’ atmosfera della nostra attualità, dove si sta creando una scissione fra conservatori etici religiosi che auspicano ad un ritorno al passato, e futuristi nichilisti iper – tecnologici che auspicano la realizzazione del superuomo, attraverso una indottrinazione scientista e una “kurzweilizzazione” del futuro, insomma, si sta preparando una certa atmosfera, tutto si sta mettendo in moto, ma ben presto le motivazioni e le ambizioni cambieranno!

In questi anni si sta diffondendo questa teoria metafisica definita Individualismo Aperto che consiste nella credenza che esista una sola coscienza umana che vive la sua esistenza solamente a livello soggettivo attraverso le diverse personalità umane. Quindi in realtà noi crediamo di essere una umanità composta da miliardi di individualità differenti quando in realtà siamo una unica entità che si ricicla attraverso tutti noi. La nostra coscienza vive tutti i punti di vista umani a livello soggettivo. A mio parere, se questo fosse vero, ed e’ probabilmente vero, ci sarebbe quindi una dualità esperienziale nell’ universo, una entità tutta istinto e una entità cosciente di se’ stessa, che però può esprimersi ed esistere solo in maniera frammentata e autoriciclante. Probabilmente in origine questa autocoscienza si è originata come una interferenza o un ” solitone ” ( terminologia di Terence Mckenna)    Che si e’ poi divisa per sempre dai suoi istinti ed e’ andata avanti per conto proprio. Questa teoria non e’ necessariamente inclusiva di una entità divina teologica e non elimina in se’ la realtà della morte, poiché ogni personalità riciclata automaticamente si separa dalla precedente, anche se probabilmente non in maniera completamente definitiva, visto come sono popolari le ” memorie di vite precedenti ” . Chi decide di includere nelle sue credenze personali questa teoria deve accettare che i dolori e le tragedie degli umani si verificheranno nella sua esperienza soggettiva allo stesso modo e nella stessa quantità dei piaceri e dei successi di altre individualità. Quindi se questo concetto corrisponde al vero, siamo una unica entità che viaggia di corpo come nel libro ” Everyday ” , con la differenza che ogni esperienza di vita effettivamente viene vissuta come unica e separata dalle altre. In questo modo siamo una entità che rappresenta tutte le vicissitudini umane, e soggettivamente sperimentiamo tutte le esperienze possibili per gli umani. Questo porta all’ inevitabile conclusione che quando ci rapportiamo agli altri di fatto ci stiamo rapportando con una versione alternativa di noi stessi. Non importa se essi sono con noi nello stesso periodo temporale che successivamente ci accingeremo a ripercorrere. Infatti in questo modello spirituale il tempo e’ vissuto anche esso in maniera soggettiva.

Questo ci porta ad addentrarci in un territorio solipsistico, ma se ci pensiamo bene, ognuno di noi e’ separato da una barriera invalicabile nei confronti della interiorità di chi ci sta accanto e di chi vive con noi, a meno che egli o ella non si esprima, non possiamo effettivamente sapere cosa succede nella sua mente. Di fatto, ognuno di noi vive in maniera solipsistica, ed e’ perfettamente legittimo, visto che la nostra vita personale ci appartiene. Se tutti sapessimo che un giorno ci troveremo nei panni dell’ altro, chissà quanto cambierebbe nei nostri comportamenti e nell’ approccio verso il diverso. A me piace pensare che questo sistema spirituale abbia una sua metodologia e una sua dinamica precisa, mi piace pensare che il sistema di ricambio delle personalità avvenga in connessione al tempo, e quindi in modo cronologico. Ogni giorno nascono un tot di persone, e di conseguenza ritengo di poter ipotizzare che il ricambio segua una metodologia precisa, quindi se io sono nato un determinato giorno ad una determinata ora, continuerò a rinascere per un grande numero di vite in persone nate lo stesso giorno, con differenze di secondi e più avanti anche minuti. Secondo la storia di Andy Weir, l’ Uovo, rappresentiamo lo stato vitale embrionale di una divinità, siamo ” allevati ” da Dio e addestrati a conoscere ogni sfaccettatura umana a livello interiore, un campione di umanità, che una volta portato a compimento e a conclusione, ci porterà a nascere come una divinità effettiva che in teoria dovrebbe poi guidare le vite della VERA umanità , che di conseguenza non esisterebbe ancora. Siamo quindi in una realtà virtuale, una scuola per divinita’ , un tutorial. Solo chi ha conosciuto e ha vissuto ogni esperienza possibile può comprendere cosa vuol dire essere UMANO. Di conseguenza, ci vuole una divinità per comprendere la nostra umanità.

In un certo senso ho sempre pensato, anche prima di conoscere questa teoria, che noi identifichiamo Dio attraverso la nostra personalità, plasmiamo la sua essenza attraverso ciò che conosciamo della nostra interiorità ( anche se una volta ho letto che la nostra comprensione interiorizzata di Dio si sviluppa attraverso il nostro approccio con i genitori, il che è comprensibile, ma io in realtà ho sempre identificato Dio come affine al mio essere interiore, non per narcisismo, ma perché credo che sia un processo automatico.) Invece di utilizzare personaggi e ruoli di tramite per approcciarsi al divino, potremmo invece utilizzare noi stessi per identificarci con la totalità della nostra essenza ” embrionale ” e cercare di vivere attraverso gli altri, come se ci stessimo rapportando effettivamente con una parte di noi stessi ( sebbene questa parte esterna alla nostra soggettività per ovvi motivi non ci riconosce come una parte di se stesso ). Chissà quanto cambierebbe il mondo se tutti percepissimo questo concetto.

Mentre esisti, ti trovi in un universo dalla consistenza essenzialmente mentale – psichico, basato interamente sul tuo punto di vista, sulla tua soggettività personale (personalizzata). E “nuoti” attraverso un invisibile tesseract simile a quello mostrato nel film Interstellar. Vivi in una specie di “guscio”, con il tuo punto di vista soggettivo, la tua linea temporale soggettiva e valida solo per te come individuo. Ogni volta che vivi questa tua vita dall’ inizio alla fine, l’ universo si riconfigura in una modalità, una dimensione interamente basata sul tuo individuo. E questo fenomeno si ripete costantemente. Non hai solo questa tua vita che sta leggendo ora, a disposizione. Tu hai vissuto/ vivrai tutte le esistenze possibili, sotto forma di tutte le creature esistite/ esistenti/ che esisteranno ( io però escluderei tutte le piante e le forme vegetali e affini, e anche tutti i microorganismi, poiché privi di una coscienza tangibile e di percezione sensoriale. A questo punto tutto ciò che non rientra nella lista diventa “agente – accessorio”, un livello al di sopra degli oggetti, in questo modello di universo). Nonostante l’ universo si ricalibri ogni volta che noi muoriamo, la linea temporale collettiva ci appare lineare e costante.

Siamo come il passeggero di un ascensore, passiamo da un piano all’ altro, da una “casa” all’ altro, la casa rappresentata dal corpo della creatura, attraverso tutte le vite di ogni esistenza umana e animale nell’ universo, e quando muoriamo, accade qualcosa di simile al concetto di big bang e big crunch. L’ ascensore risale all’ indietro e il passeggero si inserisce in un altro ascensore, verso un altro piano, verso un’ altra “casa”, in sequenza. Ogni singolo punto di vista, ogni singola esperienza, da parte di ogni creatura umana e animale dotata di un livello minimo di coscienza e di percezione sensoriale, deve essere riprodotto e rivissuto sotto forma di tutti i punti di vista.

Atei e religiosi: entrambi si sbagliano

In effetti è una teoria che mette in crisi atei e religiosi in un colpo solo. Rende tutto vero e tutto falso allo stesso tempo, per tutte e due le fazioni, sarà sempre “vero” che la vita è una sola, unica per la tua personalità almeno, e solo lo 0, 00000001 % conosce la verità ma non potrà mai esserne completamente certo. E’ vero che  nessuno “ti protegge” dal male, se sei da solo nessuno ti osserva, nessuno sa cosa stai facendo. È vero che male e bene, in un certo senso, sono relativi, a seconda di in quale vita ti trovi ora, preferirai fare del bene o del male. (Forse) è vero che non  c’e‘ un libero arbitrio, o è fortemente limitato. Siamo tutti uguali, nessuno è “speciale”, a meno che davvero un individuo non riesca a cambiare la vita di tante  persone. La gente comune rimane gente comune, un animale rimane uno fra i tanti. Una vita andata a rotoli rimane una occasione persa. Nonostante questo diventerebbe vero che la vita persiste, ma senza premi e punizioni, almeno non al di là di quello che puo’ succedere nel “mondo reale” e probabilmente in completa   disconnessione con la vita precedente. Se ora fai le cose per bene, non è affatto  garantito che ti vada alla grande dopo, e se ora fai del male, non è affatto previsto  che dopo ti ritornerà’ tutto indietro. Dio non è  quello delle religioni, Dio non sa di essere tale, Dio non ha controllo sulla propria esistenza, nonostante ciò riesce comunque a creare un universo di estrema creatività. In sostanza, Dio c’e‘ e non c’e‘. Allo stesso tempo. L’ invidia sarebbe  inutile, tanto tutti i piaceri e tutte le fortune ti arriveranno, la ruota gira, ti andrà bene anche a te ad un certo punto, quel che disprezzi o detesti ora, ti piacerà tantissimo In seguito, o viceversa. Il paradiso ha dei limiti, e l’ inferno ha dei limiti.  Tutto scorre, nulla permane, tutto passa, in bene e in male. In sostanza, “il volere di Dio” diventa interamente a tuo carico, se conosci le conseguenze, crei e segui le tue regole. Se sai che stai facendo del male ad una “frazione di te” saresti meno propenso a continuare, se sai che puoi aiutare  te stesso saresti più propenso a darti da fare per esso. In teoria, se ti trovassi ad essere un animale lontano dagli umani, o a contatto con umani di buon cuore, non conoscendo il concetto di mortalità, in teoria ti dovresti ritenere più fortunato. Forse davvero sarebbe utile diffondere questa teoria per cercare di ridurre il timore della mortalità, tanti problemi sarebbero risolti, tante nevrosi sarebbero evitate, forse riusciremmo a creare una sorta di “paradiso in terra” senza declinare in inutili nichilismi materialisti, o particolari aspettative mistiche. Questo è quel che abbiamo, e ce ne dobbiamo prendere cura.

Universo = Dio = Coscienza = Percezione di un Io = Vita umana = Reincarnazione naturalistica (Individualismo Aperto Sequenziale)

DEEPAK CHOPRA: “SONO STATO ATEO FINO A QUANDO NON HO REALIZZATO DI ESSERE DIO”

LA SCOPERTA PIU’ GRANDE E “NASCOSTA” DELLA FISICA QUANTISTICA E’ CHE LA REALTA’ OGGETTIVA NON ESISTE, E QUINDI TUTTO CIO’ CHE ESISTE E’ ACCESSIBILE SOLO ATTRAVERSO LA MENTE. FUORI DAL CERVELLO NON ESISTE NULLA, MA IN REALTA’ ANCHE LA MATERIA E’ UNA ILLUSIONE. QUESTO SIGNIFICA CHE L’ UNIVERSO NON ESISTE COME “ENTITA’ MATERIALE”. L’ UNIVERSO E’ UNA (LA) MENTE. QUESTO CONCETTO SI CHIAMA “COSCIENZA UNICA” E INDICA CHE L’ UNIVERSO E’ “COSCIENTE” E NON C’E’ DISTINZIONE FRA DIO E UNIVERSO. L’ UNIVERSO E’ AUTO – CREATO PERCHE’ IN QUANTISTICA UNA COSA ESISTE SOLO SE E QUANDO VIENE OSSERVATA. L’ OSSERVAZIONE DELL’ UNIVERSO PROVIENE DAL FUTURO. E’ STATA QUELLA OSSERVAZIONE DAL FUTURO A CREARE L’ UNIVERSO NEL PASSATO. IL TEMPO E’ UNA ILLUSIONE: LE AZIONI DEL FUTURO E DEL PRESENTE SONO IN GRADO DI DETERMINARE COME SI SVOLGERA’ IL PASSATO. IL TUO PASSATO E PRESENTE DIPENDE (ANCHE) DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO NEL TUO FUTURO. IL TUO FUTURO ESISTE GIA’, E IN FISICA QUANTISTICA E’ IN UNO STATO DI SOSPENSIONE MA NON E’ UN “NULLA” DOVE ANCORA E’ TUTTO DA ESSERE DECISO. COSA SUCCEDE NEL TUO PASSATO DIPENDE DA QUELLO CHE AVRAI FATTO NEL FUTURO. NON C’E’ DISTINZIONE FRA UNIVERSO, DIO E COSCIENZA (MENTE UMANA). LA MENTE E’ L’ UNIVERSO. LA MENTE E’ DIO. IN QUESTO NUOVO MODELLO DI PENSIERO DIO E’ UN UNIVERSO CHE PERCEPISCE DI ESISTERE OGNI VOLTA SOLO IN UNA MENTE SINGOLA. LA COSCIENZA E’ COME UNA FORMA DI ENERGIA INVISIBILE. SI PUO’ PARAGONARE ALLA LUCE E ALLA ELETTRICITA’. CIO’ CHE ACCENDE LE LAMPADINE E’ UNA COSA SOLA. CREDERE CHE LE NOSTRE MENTI SIANO SEPARATE E MORTALI E’ COME CREDERE CHE PER OGNI LAMPADINA CI SIA UNA FORMA DI LUCE /ELETTRICITA’ DIVERSA CHE SI ESTINGUE ALLO SPEGNERSI. PRIMA DELLA TUA VITA C’ ERA ALTRA VITA, DOPO LA TUA VITA CI SARA’ ALTRA VITA, E TUTTE QUELLE VITE LE HAI PERCEPITE / LE PERCEPIRAI TU, PERCHE’ C’E’ UN SOLO “IO” CHE CRESCE, SI EVOLVE, E SI RESETTA E RIPARTE DA UNA TABULA RASA OGNI VOLTA. IL DIO CHE CERCHI E’ “LA PERCEZIONE DI UN IO”.      

Per comprendere la natura di Dio, bisogna essere schizofrenici, oppure guardare il mondo con i loro occhi,simularli e interpretare il loro modo di pensare e il loro ruolo nella realtà.
Dio è solipsistico, un creatore che non ha mai varcato i confini di sé stesso. Dio ha creato un palcoscenico, una rappresentazione nella quale lui stesso è l’ unico protagonista, e ogni volta che si svolge la vita di una creatura è Dio a farne esperienza. Io, tu, lui, esso, siamo tutti un ruolo interpretato da Dio. Dio si è plurificato per sperimentare la vita in soggettiva.

L’ unica cosa che costituisce la realtà, l’ unica cosa che esiste è la percezione di esistere, una coscienza unica e identica per tutti gli individui.  

Individualismo sequenziale ( aperto ): La fisica spirituale e religione naturalistica sotto forma di “teoria filosofica”.

Mentre esisti, ti trovi in un universo dalla consistenza essenzialmente mentale – psichico, basato interamente sul tuo punto di vista, sulla tua soggettività personale ( personalizzata ). E “nuoti” attraverso un invisibile tesseract simile a quello mostrato in Interstellar. 

Ogni volta che vivi questa tua vita dall’ inizio alla fine, l’ universo si riconfigura in una modalità, una dimensione interamente basata sul tuo individuo. E questo fenomeno si ripete costantemente. Non hai solo questa tua vita che sta leggendo ora, a disposizione. Tu hai vissuto/ vivrai tutte le esistenze possibili, sotto forma di tutte le creature esistite/ esistenti/ che esisteranno. nonostante l’ universo si ricalibri ogni volta che noi muoriamo, la linea temporale collettiva ci appare lineare e costante.

Ogni singolo punto di vista, ogni singola esperienza, da parte di ogni creatura dotata di un livello minimo di coscienza e di percezione sensoriale, deve essere riprodotto e rivissuto sotto forma di tutti i punti di vista.

Ogni forma di tempo è interamente soggettiva. L’ illusione della simultaneità è data da un entaglement quantistico, una sorta di misteriosa comunicazione fra tutti noi che ci permette di armonizzare i nostri universi – guscio soggettivi. Bisogna comprendere che c’e‘ una costante connessione a distanza fra questi “gusci di tempo”, queste bolle temporali che costituiscono i personaggi, ed è questa connessione a dare origine alla parvenza che vi sia simultaneità e contemporaneità, e che vi sia un presente condiviso.

Se sei nato prima di me, io sono nato, vissuto e morto nella tua forma, nella tua mente, in te, essenzialmente, per tutti gli anni della tua vita, per tutti gli istanti della tua vita. Se sei nato dopo di me, io nascerò, vivrò e morirò in te, facendo esperienza soggettiva di tutti gli istanti della tua vita.

n questo modo l’ eternità esiste, ma non viene percepita come tale. Tutto ciò che conosciamo viene riprodotto, incontriamo noi stessi tutti i giorni, e ogni cosa avviene a diversi livelli, allo stesso modo in cui si è verificata prima, e nello stesso modo in cui verrà ricordata da vite future. Un supertempo per una coscienza unica che si riproduce e si ricalibra ogni tot. Ogni esperienza osservabile viene osservata soggettivamente, ogni frammento del supertempo viene osservata da tutti gli individui dal nostro unico “occhio”.

In questo modo della comunicazione fra gusci si elimina la percezione del solipsismo, nel senso che anche se noi siamo uno solo, esiste comunque una simultaneità, ma è una comunicazione fra livelli e fra “tempi soggettivi”. Siamo costantemente “al telefono” per così dire. Totalmente isolati e totalmente allacciati allo stesso tempo. Nell’ universo basato su di me, in teoria, potrei esistere solo io “per davvero”, e vivere a contatto con proiezioni, ma se inseriamo questa faccenda della comunicazione interferenza le cose cambiano. Perchè altrimenti sarebbe come se davvero nel mio universo basato su di me, io sono l’ unico attore che comunica con fantasmi del passato e proiezioni di potenziali individui non ancora  esistiti, dal mio punto di vista. Invece se ci mettiamo una specie di comunicazione “temporale” si spiega la percezione di simultaneità.

Si tratta infatti proprio di vivere dall’ inizio alla fine ogni vita, riprodurre ogni esperienza, dal punto di vista di ogni persona che vi assiste …andiamo al cinema? Rivedremo lo stesso  film, dal punto soggettivo di ogni persona seduta in quella sala, ad un certo punto del nostro “viaggio infinito” … non solo, qualora all’ interno della sala fossero presenti mosche o zanzare, rivivremmo la stessa scena, sotto forma di questi insetti, uno alla volta! E così siamo stati e saremo ogni singolo animale dotato di anche un minimo livello di coscienza e capacità osservativa, e ogni essere umano  che è esistito, esiste ora ed esisterà dal prossimo istante a tutto il futuro disponibile.

Ho anche trovato uno che la chiama “legge della conservazione della coscienza” …secondo il mio modello di questa teoria, anche se accadesse una estinzione di massa sul nostro pianeta, la coscienza unica verrebbe conservata, si nasce di nuovo e si arriva al punto dell’ estinzione molteplici volte, tornando indietro e arrivando a quel punto molteplici volte. Arrivati a esaurimento scorte, per così dire, c’è sempre la possibilità di “sfruttare” l’ esistenza di creature aliene su altri pianeti al sicuro …In mancanza di qualsiasi altra risorsa, il ciclo di tutte le esistenze può ricominciare da capo, eliminando quindi ogni limite all’ immaginazione.

E’ una comunicazione. Tutti i soggetti agiscono al presente. Solo che il tuo presente, dal punto di vista mio, rappresenta il mio passato/ il mio futuro e io l’ ho già vissuto/ devo ancora viverlo. Quindi è una comunicazione. E’ un presente collettivo a diversi livelli, una comunicazione e una percezione che viaggia nel tempo, una modalità di tempo completamente differente da quella che conosciamo. Il presente esiste solo per il soggetto attraverso il quale l’ universo  ricostruisce la realtà. E’ come quella cosa che si dice che tutti i tempi esistono  contemporaneamente. Esistiamo tutti in modalità solipsistica, e siamo separati per via temporale, ma le nostre percezioni eliminano completamente tale    separazione. E’ come se questo universo fosse in grado di “ricordare”, “creare” e   “futurare” allo stesso tempo.

n questo modo, sarebbero da ripensare cose come aborto di un neonato o embrione sano, e cose come l’ eutanasia. L’ eliminazione di un neonato sano sarebbe un “crimine totale”, la rinuncia personale ad una potenziale vita sana e produttiva, mentre il prolungamento della sofferenza terminale sarebbe un non  senso, se pensiamo che avremmo a disposizione una miriade di vite di tot durata  in condizioni di salute normali!

CHI E’ DIO NELL’ UNIVERSO MENTALE

Dio è la Coscienza Unica che si genera da sé e si autoriproduce sotto forma della mente e punto di vista ( Osservatore ) della creatura individuale, del soggetto con il quale tu/lui/lei/esso si identifica. Dio è inconsapevole di sé stesso e non ha il controllo della sua esistenza. Dio può solo percepire l’ esistenza di qualcosa di superiore alle creature individuali, attraverso la sua creazione nel suo intero. Dio è soggetto ad una super linea temporale, nella quale ogni istante si protrae per la durata della vita di una creatura individuale. Questa linea temporale si estende alla stessa velocità dell’ estensione dell’ universo come lo conosciamo.

In questa filosofia, in questa interpretazione della verità, Dio (la coscienza collettiva e unica) e’ soggetto ad una super linea temporale, nella quale, ogni istante dura la vita di una creatura, ogni istante rappresenta una vita dall’ inizio alla fine. Questa linea temporale continua a scorrere, ma la totalità di questo supertempo e’ indescrivibile, si potrebbe dire che si tratta di una linea temporale, un orologio che “si espande” allo stesso modo in cui si espande l’ universo. Pensiamo che se includiamo solo tutti gli esseri umani che hanno vissuto nella  storia umana, assieme a quelli che stanno vivendo ora e che nascono ogni minuto, avremmo gia’ totalizzato la durata dell’ universo come nota di almeno  200 volte. Questo a dire che il materiale fornito dalle esperienze della totalita‘ delle vite umane contiene tante informazioni quanto l’ intera esistenza dell’ universo moltiplicata per 200. Solo nell’ ambito umano. Se esistesse un film di  tutto quanto, servirebbero 200 universi pieni di creature, per visualizzarlo per intero. Se le vite umane esistite ed esistenti finora fossero un liquido, servirebbero 200 universi per contenerle.

Cosa si deduce da tutto ciò? Si deduce che tu (io, tu, lui) sei un Dio, o una sorta di Dio, che si nasconde a sé stesso, che crea e si fa creare dalle sue creazioni, che esiste come individuo e come collettività allo stesso tempo, e che di sé possiede solo la percezione che ci sia qualcosa di superiore. Sei un Dio che vive all’ interno della Grande Storia dell’ Esistenza, come unico protagonista del Grande Film. Una creatura incredibile, che nonostante abbia essenzialmente annullato sé stesso, riesce comunque ad esistere attraverso il suo Grande Sogno, la sua Grande Immaginazione.  Dio in sostanza sei tu, e qualunque persona tu incontri, e qualunque animale tu incontri.  

Da un certo punto di vista, siamo una “creatura” molto anomala, che soffre e gode di sé stesso e a causa di sé stesso, che si alimenta unicamente di sé stesso, che si aiuta e si odia da solo, che combatte e si oppone a sé stesso, che ha nostalgia di sé stesso, che ricorda sé stesso e che comunica solo con sé stesso, che trova compagnia in una versione di sé stesso. Siamo sempre soli, in un certo senso, ma non lo siamo mai perché siamo divisi e frammentati. Una creatura che riproduce versioni di sé, e che uccide e viene ucciso da versioni di sé. Una creatura che teme e si strugge di qualcosa che non esiste, la Morte. Una creatura che prega e venera sé stesso, o che nega l’ esistenza di sé stesso.   Dio non è   quello delle religioni, Dio non sa di essere tale, Dio non ha controllo sulla propria esistenza, nonostante cio’ riesce comunque a creare un universo di estrema creativita’. In sostanza, Dio c’e‘ e non c’e‘. Allo stesso tempo. 

Secondo Sir James Jeans: il flusso della conoscenza si sta dirigendo verso una realtà non meccanic; l’ Universo comincia ad apparire più come un grande pensiero piuttosto che una grande macchina. La mente non rappresenta più un intruso accidentale nel regno della materia … dovremmo invece considerarla ( elevarla a ) creatrice e governatrice del regno della materia.

Rimane una domanda: se tutto ciò che esiste è costituito dalla Mente Unica come Coscienza Collettiva, perché non possiamo agire sul panorama circostante come facciamo con il nostro corpo? Perché non possiamo percepire sensorialmente oltre la superficie del nostro corpo? Perché non possiamo muovere gli oggetti con la nostra mente, come facciamo con le braccia e le gambe? Come può la “bounded mentation” ( mentazione limitata ) esistere all’ interno della Coscienza Unica Collettiva? I contesti mentali possono diventare dissociati, con una discontinuità o interferenza nella loro normale integrazione. Questa integrazione dei contenuti mentali avviene tramite concatenazioni di associazioni cognitive. Queste associazioni funzionano tramite la logica implicita. Anche se si perde accesso ai contenuti mentali circostanti, si rimane integrali alla Coscienza Collettiva ospitante i tali. Non c’è bisogno di evocare distinzioni ontologiche dalla mente. L’ analogia della dissociazione è utile per spiegare come psiche distinte e individuali possono formarsi, secondo il modello “ognuno è un frammento della coscienza universale”. Quindi non possiamo influenzare le leggi della natura o interagire con la realtà circostante come facciamo con il nostro corpo perché siamo dissociati dai corrispondenti contenuti mentali. I contenuti mentali di un frammento non possono evocare direttamente i contenuti mentali all’ esterno, ma l’ un l’ altro possono influenzarsi.

In filosofia esistono tre tipi di Individualismo: quello classico – occidentale lo interpreta come CHIUSO ( Ogni individuo possiede una sola vita, e quando finisce non succede nulla. L’ Io esiste, ma è limitato ). Ci sono due alternative: L’ Individualismo VUOTO ( L’ io non esiste, e ogni giorno rappresenta una sorta di nuova vita. Quando finisce l’ ultimo giorno non succede nulla. ), e sinceramente non ha molto senso. L’ altra alternativa è l’ Individualismo APERTO (L’ io esiste come un collettivo frammentato, e viene espresso in modo diverso da individuo a individuo. Quando finisce una vita, ne comincia un’ altra. Alcuni ritengono che la coscienza soggettiva “si sposta”, quindi quando un individuo muore, la sua coscienza passa alla persona più vicina al morente, quella che si sta svegliando in quel momento, oppure quella che sta sviluppando il primo ricordo della sua vita in quel momento. In sostanza, è come se la “percezione di esistere” fosse “la luce” – la luce esiste in molte forme, ma non si può pluralizzare la luce. Quando una luce si spegne, la luce persiste in un altro apparecchio. Da qualche parte c’è sempre una luce accesa. Ma queste opzioni sono arbitrarie ). La vita inizia nel momento in cui il soggetto comincia ad osservare il mondo circostante, a cominciare dall’ interno dell’ utero. Osservare comprende anche la “registrazione percettiva” fornita dai sensi. In sostanza, un individuo diventa una persona quando il suo cervello sviluppa le basi per la coscienza e per la percezione sensoriale, quindi a sei mesi dal concepimento. La nuova opzione è l’ Individualismo SEQUENZIALE ( L’ io si riconfigura da soggetto a soggetto, partendo da una tabula rasa, e quando il soggetto muore l’ universo si riconfigura, in una sorta di continuo alternarsi fra “Big Bang” e “Big Crunch”. Quando una persona muore, rinasce a partire dalla forma di embrione che sviluppa coscienza e osservazione sensoriale ).

Questo modello di reincarnazione è completamente naturalistica, da intendersi come interpretazione. Ogni vita riparte da una tabula rasa. Non ci sono “premi” e “punizioni” per le azioni commesse in una vita differente. Il cosiddetto karma agisce solo nell’ ambito di una singola vita, e tutti i premi e punizioni che possiamo ricevere sono limitati da ciò che può accadere nel “mondo reale”. La tua personalità sarà sempre unica e irripetibile, i corpi cambiano continuamente, ma la percezione di esistere della creatura sarà sempre in relazione a te, sarà sempre percepita da te, sarai tu ad averne esperienza, sarai tu ad esistere sotto forma di quella creatura, umana o animale. Anche se una creatura animale non è cosciente di esistere come lo è un essere umano, rimane comunque il fatto che il suo punto di vista, la sua osservazione del mondo circostante, le sue percezioni sensoriali, saranno tue. A seconda della vita in cui ti troverai, preferirai fare del bene o fare del male, oppure agirai per istinto, come cacciatore – predatore o come preda.

Il cambiamento più importante, ragionevolmente, avverrebbe nell’ ambito del concetto della mortalità, poiché questa teoria la mette completamente al tappeto. Questa “consapevolezza maledetta” dell’ umanità, assente nel mondo animale, dell’ inevitabile ed eventuale conclusione della propria vita, verrà ufficialmente e definitivamente superata. Questo malessere interiore collettivo non avrà più ragion d’ essere. Ci si impegnerà molto di più per agire e attuare cambiamenti e decisioni nella propria vita, si accetterà e si formulerà un significato della vita differente da quello occidental – nichilista di oggi.

Inoltre le varie religioni dovranno necessariamente aggiornarsi alle consapevolezze moderne, e cercare di mettere assieme una “religione collettiva” meno legata alla sacralità e all’ immaginario ritual – religioso, e più legata alla “meta-realtà della fisica”.

Allo stesso modo, la scienza dovrà limitare il suo approccio ostile nei confronti della spiritualità in generale, e dovrà anche essa adattarsi alle consapevolezze moderne, ed eliminare tutte quelle ideologie scientiste che la contaminano attualmente.

In sostanza, le religioni andranno all’ esplorazione del “meta-reale” con i nuovi aggiornamenti della fisica dell’ universo mentale immateriale, e le scienze andranno all’ esplorazione del “paranormale” con gli studi sulla precognizione, e dovranno cercare di avvicinarsi a dimensioni del tutto nuove.

Si potrebbe quindi dire che, osservando lo zeitgeist dei nostri tempi, l’ atmosfera della nostra attualità, dove si sta creando una scissione fra conservatori etici religiosi che auspicano ad un ritorno al passato, e futuristi nichilisti iper – tecnologici che auspicano la realizzazione del superuomo, attraverso una indottrinazione scientista e una “kurzweilizzazione” del futuro, insomma, si sta preparando una certa atmosfera, tutto si sta mettendo in moto, ma ben presto le motivazioni e le ambizioni cambieranno!

Lo stesso riduzionismo che abbiamo applicato tramite la scienza nei confronti della natura umana lo dobbiamo applicare nel contesto della “localizzazione” dell’ Universo. L’ universo reale è molto più ristretto di quello che pensiamo, e praticamente non si estende al di là del conosciuto, al di là dell’ accessibilità dell’ osservatore centrale. In sostanza, ciò che un individuo non conosce, letteralmente non esiste. E tutto ciò che ha conosciuto, e che arriverà a conoscere, è preprogrammato ad ogni nuova vita ( universo ricalibrato sul soggetto ).

DESCRIZIONE DELL’ UNIVERSO LOCALE

Immaginiamo un universo che ci presenta più o meno sempre lo stesso ambiente, in un range di sequel che va avanti per un tot periodo, che si modifica con l’ avanzare del progresso tecnologico, dove il soggetto centrale, colui che ne fa esperienza in soggettivo ( che cambia ogni volta che l’ universo si ricalibra, facendo tabula rasa, e ricostruendosi su un altro “frammento della Coscienza Unica Collettiva ) vive a contatto – esclusivamente – con le sue vite passate e future, umane e animali. ( avevamo deciso nello scorso articolo di escludere le piante e i microorganismi ) – sarebbe in sostanza un universo dove, pur essendo le azioni compiute tutte al tempo presente – il libero arbitrio è sostanzialmente assente. La distanza temporale fra i frammenti della Coscienza Collettiva ( avevamo compreso nello scorso articolo che noi come individui non siamo divisi attraverso lo spazio, ma temporalmente separati, pur agendo sempre ad un livello di presente, presente solo per me/ per te/ per esso ) non è più comparabile con la distanza sconfinata fra le stelle dell’ universo, ma si limiterebbe quindi ad una quantità umanamente comprensibile – in sostanza, la vita più lontana da te nel passato sarebbe quella della persona più anziana che conosci, e la vita più lontana da te nel futuro sarebbe quella della persona più giovane che conosci – quindi la distanza temporale, quantificata, rientrerebbe in una cifra compresa fra (*dal mio punto di vista) 93 anni nel passato, e 28 anni, 6 mesi e 1 giorno nel futuro. La persona che conosci, che è nata nella data più vicina alla tua nel futuro sarebbe la tua vita immediatamente futura ( sono stato in classe per 10 anni con una ragazza che sarebbe nata 1 giorno dopo di me, se non fossi nato 1 settimana prima del previsto, e alle superiori per 5 anni con una ragazza nata lo stesso giorno della precedente, e sono stato per 8 anni compagno di classe con un ragazzo nato lo stesso giorno di queste ragazze ). La stessa cosa nel passato: fra le persone che conosci, o a cui hai avuto accesso visivo e uditivo, senza quindi conoscerla di persona, quella nata nel passato a breve distanza da te sarebbe la tua vita passata immediatamente precedente a quella attuale. Tutto ciò che viene rappresentato nella tua “realtà locale e direttamente accessibile, a livello visivo, auditivo e sensoriale, rappresenta una affinità alle tue caratteristiche, alla tua personalità, alle tue eccentricità e idiosincrasie, e i patterns che si verificano sono tali da poter essere riconosciuti come patterns precisamente da te. C’è il tuo marchio nel mondo. Il tuo inconscio si manifesta nelle esperienze concrete. Tali esperienze sono in sostanza rappresentazioni del tuo pensiero. La realtà si manifesta in modo da accomodarsi alle tue caratteristiche, al modo in cui interpreti le situazioni concrete. Allo stesso modo in cui le sincronicità sembrano dimostrare la potenzialità di un “deus ex machina” e quindi di una interferenza da una mente superiore, è l’ universo stesso, il manifestarsi della realtà che sembra dimostrare la coerenza fra il tuo modello di pensiero e gli avvenimenti concreti. Sei tu a creare, evocare e anticipare, distribuire e rilasciare, disperdere nel tempo i contenuti a cui (hai avuto) avrai accesso (in altre vite). Se decidi che il tuo punto di vista è quello più ragionevole, i fatti della tua realtà ti porteranno sempre a giustificare il tuo punto di vista. Se pensi che la razionalità sia indispensabile e irrinunciabile per spiegare la realtà e le basi della tua esistenza, allora il mondo a te accessibile ti darà sempre ragione, in qualche modo. Se invece pensi che la via della verità si trovi solo nell’ “alternativa al consenso”, allora ti saranno mostrate determinate scorciatoie per giustificare il tuo punto di vista. Ma al di là della vita individuale, resta sempre una ( sorta di ) certezza: la vita persiste ( vita intesa come percezione di esistere, e attività osservatrice tramite la coscienza ), anche se muterà sempre forma, e cambierà sempre vestito, dovunque qualcosa è stato osservato, dovunque esiste la vita, esisti tu, sì, proprio tu. In questa nuova versione della realtà, ogni persona del (tuo) mondo, ogni animale del (tuo) mondo è una versione diversa di te stesso, allo stesso modo in cui il bambino che eri o l’ anziano che sarai è una versione diversa di te stesso, l’ altro è te in un’ epoca diversa. Anche se lo stai vedendo ora. Spogliati del timore della mortalità: finchè esiste la vita attorno a te, là vi è la prova dell’ assenza della morte, della nullificazione della morte in questo universo.