Vertigo 25 maggio (articolo solo di immagini e musica)

24 05 2013

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Don Chisciotte

23 05 2013

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In merito al rapporto tra parole e cose, Foucault porta un caso particolare. Si tratta di una sorta di errore, quasi una prova negativa dell’avvenuta frattura epistemica.

Sono infatti proprio gli errori che talvolta ci mostrano in maniera lampante il modo in cui qualcosa funziona; è la trasgressione che mette in evidenza la legge quando questa non è evidente di per sè.

E storia di errori è infatti la sequela di azioni intraprese da Don Chisciotte: questi è il campione dell’inadeguatezza, l’eroe di un mondo non più attuale, che interpreta ciò che lo circonda secondo parametri inappropriati, per cui incorre inevitabilmente nel comico e nel grottesco. E’ il rappresentante di un sapere in cui parole e cose avevano un legame diverso; un rapporto fondato sulla similitudine, che lo porta a vedere il mondo come rispecchiamento del libro.

L’immagine che quindi ritrova davanti a sé non viene spiegata attraverso il piatto empirismo della mentalità pratica che si va affermando nel Seicento; ma rimanda a qualcos’altro. Così facendo essa non si apre più a una verità profonda e inclina pericolosamente al delirio.

La condanna che subisce Don Chisciotte per avere indugiato nel vecchio modello di conoscenza è una lunga serie di fraintendimenti.

Nella successiva frattura epistemica tale incapacità di comprendere una “realtà” divenuta diversa, assume altri aspetti prendendo le vesti della riprovazione nei confronti di chi, come de Sade, si ostina a rappresentare il sesso, la crudeltà e la morte. La referenzialità compiaciuta della sua descrizione diviene oscenità per il sentimentalismo della nuova ora.

Nel momento in cui viene superata la dimensione dentro la quale si inquadra il discorso della critica, per chi perduri in tale visione lo scotto da pagare consiste nello smarrimento, nell’impigliarsi nella foresta di considerazioni che si è partorita, nell’impotenza data dall’incapacità di trovare la strada per uscire dal groviglio di complessità del reale.

L’eroe di tale situazione è un eroe titanico, incline al pessimismo; a lui è stato insegnato a rintracciare un ordito nei fatti della storia, dal quale desumere una visione più acuta del presente, a individuare così la trama segreta del potere e la chiave della sua crisi.

Ma oggi tale compito è ingrato: i dati sono troppi e troppo vaghi, a volerli unire tutti con uno stesso filo si rischia di evocare al nostro cospetto un Moloch invincibile, oppure si è costretti ad arretrare di fronte a un’oscurità impenetrabile.

Roberto Terrosi, La filosofia del postumano, Costa&Nolan 1997 (pgg 36,37)





Poker d’assi WASP tra le due sponde atlantiche e appunti sparsi 12

18 05 2013
george w bush, prince charles, george hw bush, prince philip

Poker d’assi WASP con la stessa aria di famiglia tra le due sponde dell’Atlantico: George HW Bush, prince Charles, George W Bush, prince Philip.

Mi viene in mente il modo di abbigliarsi di Jimmy Savile, quei suoi abiti glitter, quel suo essere eternamente swinging london, anche in modo “fantascientifico”, le sue Rolls Royce (somiglianti ai modellini che avrei voluto da bambino, quando vedevo le pubblicità sulla quarta di copertina dei giornaletti), il suo essere giovanile anche da vecchio, il suo permettersi di fare tutto ciò che volesse, tanto aveva le spalle coperte dai “poteri forti”, i filmati di Top of the pops degli anni sessanta, in quel bianco e nero molto televisivo, con quelle fonti di luci dello studio Tv che “sparavano” sullo schermo, e con Savile sempre circondato da teenager, anzi, anche meno che teenager. Quello spezzone, quando scende dalla Rolls borbottando fonemi incomprensibili, anche in inglese, canticchiando, e poi si accende il suo solito sigaro enorme, utilizzando uno Zippo altrettanto enorme. Per poi richiuderlo col solito scatto di quando si richiude lo Zippo. Quel suo sguardo stralunato, a petto nudo e coi boxer. Sempre vestito in modo eccentrico, magari anche con gli occhialini rotondi rossi. Modo di vestirmi swinging london o mod, tipico anni 60 british, Austin Power, l’epoca delle Mini dai colori sgargianti, col volante a sinistra, quel modo di vestirmi ce l’avevo, senza rendermene conto, quando frequentavo il liceo negli anni novanta, l’epoca delle “okkupazioni” durante il primissimo governo Berlusconi […]

Poi quegli articoli di Carmilla risalenti al 2003, quando c’era stata l’invasione angloamericana dell’Iraq. L’epoca di Bush figlio, Cheney, i NEOCONservatori, i Teocon italiani, Berlusconi visto come tra i più amici di tutto questo, le manifestazioni contro la guerra con la bandiera della pace dai colori arcobaleno, quando si appendevano le bandiere arcobaleno su tutti i balconi. Quando era diventato un business quello delle bandiere arcobaleno e si vendevano dai chioschi, come i palloncini e i panini fuori dagli stadi e dai luna park. C’era un’atmosfera dove i media tradizionali venivano ancora presi molto sul serio (anche da chi scrive), in cui Bush figlio, nel bene e nel male, era molto mediatizzato, della serie “si sparli di me purché se ne parli”, il governo degli USA era molto mediatizzato, anche solo per criticarlo. Erano anche i tempi dell’allora segretario ONU Kofi Annan, un individuo alquanto mediatico, una specie di Obama ante litteram, con quella specie di fascino che hanno le persone di colore importanti e mediatizzate. Come anche Martin Luther King, Nelson Mandela e altri.





Appunti tratti dal mio quaderno 11 – a mente fredda, a bocce ferme, con quasi due mesi di ritardo

8 05 2013

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Giovanni Paolo II è durato tanto. Più di ventisei anni. Un’infinità. Un’eternità. Fino all’aprile 2005, io avevo praticamente visto solo lui nella mia vita. Come papa. Paolo VI e Giovanni Paolo I ero troppo piccolo per ricordarli. Solo lui, e per tanti altri miei coetanei era lo stesso, era “il papa.” Karol Woijtila, con quella sua faccia larga, gonfia, da polacco, con gli occhietti a fessura. Il papa attore, il papa rock-star, con le masse di persone attorno a lui, come nei concerti rock-pop degli anni ottanta.

In tutti quegli anni, il papa vestito di bianco, era sempre lui, Giovanni Paolo II, la mia generazione non ne aveva conosciuti altri, fino al 2005, non aveva mai assistito a un conclave “in diretta.” Com’era accaduto, per ben due volte, nel 1978. Quel nome, “Giovanni Paolo” era stata un’idea di Albino Luciani, eppure sarebbe rimbombato per un’infinità di tempo e lo si sarebbe, ovviamente, associato molto più a Karol Woijtila che ad Albino Luciani il quale, a differenza dei 26 anni di Woijtila, aveva già concluso il suo pontificato dopo 33 giorni.

Il fatto che “il papa” stesse male, la decadenza fisica del papa, la mettevo assieme alle paure che avevo in quella fine millennio, il Terzo Segreto di Fatima. Il disfacimento del papa era la mia paura per la Guerra Termonucleare (molto più probabile che durante la Guerra Fredda, qualcuno diceva) – magari scatenata “per errore” – quegli articoli che leggevo su rotocalchi come Visto. Alì Agcà e Padre Balducci. In quel 1996, dove avevo anche letto quel libercolo in biblioteca intitolato “L’atomo militare.”

Un vero proprio abisso tra la durata dei pontificati dei due Giovanni Paolo. I due conclavi del 1978 sono stati a metà tra l’epoca di Carosello e l’epoca degli spot commerciali della neo-televisione, che avrebbe avuto in Berlusconi il suo uomo più noto. Il settantotto, l’anno del culmine della strategia della tensione e del terrorismo, col rapimento e uccisione di Aldo Moro e dei giornali a fumetti di satira anarchica, come “Frigidaire”, “Il Male”, “Cannibale”; l’anno in cui mio papà acquistò la Simca 1000 color ottone  – l’ultimo modello dopo di cui avrebbero smesso di produrla – con i fanali rettangolari davanti e dietro, l’anno in cui venne comprato il pesantissimo televisore a colori Blaunpunkt.

A proposito della faccenda del papa di origine africana, del “papa nero”, nel senso di “papa con la pelle nera” (come aveva cantato il gruppo ska veneto “Pitura Freska” a Sanremo, in chissà quale anno, di anni tutti uguali uno dopo l’altro), sorprendentemente, qualcuno l’aveva pensato quando il cardinale protodiacono, nel secondo conclave del 1978, dopo l’Habemus papam aveva fatto il nome di Karol Wojitila, qualcuno aveva pensato a uno dei cardinali di origine africana.

Per lunghissimi anni della mia vita (dai due ai ventotto anni) non avevo mai avuto modo di vedere alcun conclave. Per me, il papa visto in diretta, da vivo, era sempre lui, il papa eterno, unico e solo. Poi, il conclave del 2005, quando avevo iniziato da poco la seconda serie di lezioni universitarie. E l’Habemus papam durante le ore di luce, e l’immagine del papa eletto, Ratzinger, con la mozzetta rossa e la stola. E quel nome scelto, proprio da “principe della Chiesa”, nel solco della tradizione cattolico-vaticana, Benedetto XVI, coi numeri romani ben in evidenza. Avevo scoperto la notizia, e il nome che s’era scelto, sulla prima pagina di Televideo. Dopo tantissimi anni avevo modo di vedere una persona diversa da Karol Wojitila, vestita completamente di bianco.

Invece, otto anni dopo, l’esito del conclave 2013 – quello dopo le dimissioni di Benedetto XVI – sulle prime, ben sapendo che era imminente la rivelazione del nome del nuovo papa, volevo andare a letto senza sapere, e conoscere solo l’indomani mattina, una volta alzato dal letto (e pensavo questo mentre espletavo al bagno i miei bisogni), ma poi sono stato spinto come da una forza ad accendere la Tv su “France 24”, a seguire la diretta da “Rome”…ricordo le riprese della piazza notturna gremita di persone: no, mi sono espresso male, la piazza non era “notturna” nel senso di “notte”, non era notte, erano semplicemente finite le ore di luce, a marzo, tra le sette e le otto e mezza di sera. Era buio ed era appena piovuto. Vi era questo cardinale protodiacono francese, sua eminenza Tauran, che ha detto. “Annuntio vobis gaudum magnum, habemus papam”, dopo una lunga attesa tra la “fumata bianca”, l’illuminazione arancione della stanza dietro la finestra altissima, enorme, e l’apertura di quest’ultima. Ha detto poi lo sconosciuto nome di battesimo del cardinale eletto papa e poi, poco prima di volatilizzarsi, ha detto il nome scelto: “Franciscus.” E, subito dopo quel momento, sulla piazza è calato uno strano silenzio. Su quella piazza San Pietro gremita di gente. L’ho visto in diretta, a differenza che nel 2005.

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Bene. Gli appunti, ricopiati più o meno fedelmente dal quaderno, finiscono qui. Tra qualche giorno saranno passati due mesi dall’inizio di questo pontificato, siamo già oltre i 33 giorni del primo Giovanni Paolo, quello meno famoso del secondo, anche se ebbe lui l’idea di scegliere un nome pontificale associando i nomi dei suoi due predecessori, i papi del controverso Concilio Vaticano II degli anni sessanta (iniziato poco dopo l’inizio del “mondo collettivo occidentale” in cui ci troviamo tuttora) da cui ebbe origine la Chiesa Cattolica di oggi: postmoderna, ecumenica, informale, mondana, massonica, finanziaria. Incentrata più sull’Umanità che su Dio.

E il gesuita Bergoglio alias Francesco (nome poco o nulla pontificale, senza nemmeno un numero romano) è il non plus ultra della mondanizzazione della Chiesa Cattolica, e questo l’ha ostentato prima ancora del suo insediamento, per esempio col suo rifiuto dei paramenti sacri e degli orpelli papali, e col suo preferirsi chiamare “vescovo di Roma” anziché papa. Tra l’altro – per la primissima volta nel mondo moderno e postmoderno – con il suo predecessore ancora in vita, ancora vestito di bianco e ancora chiamato papa, col suo nome pontificale. Situazione decisamente anomala.

C’è da fantasticare che la mondanizzazione di papa Francesco giunga ai livelli suggeriti da alcuni critici, tanto da scegliere di mostrarsi in pubblico vestito di un clergyman come quello dei preti e dei vescovi (e che lui sceglieva di portare, anche quando era già cardinale e andava in autobus nei sobborghi poveri di Buenos Aires) un clergyman tutto bianco. In quel momento, se mai succedesse una cosa simile, la figura di colui considerato come “pontefice” si staccherebbe, nell’immaginario dei fedeli e non solo, da quella di tutti i suoi predecessori fino ad allora, diventerebbe “qualcosa d’altro”, come forse era sempre stata destinata a diventare, la sua rappresentanza non sarebbe più quella del Divino ma dell’Umano, magari interstellare.

Claude Vorhilon, Jose Maria Bergoglio, pope Francis, papa Francesco

Claude Vorhilon, capo dei raeliani





Vogliamo ricordarlo così

6 05 2013

Continua da QUI

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Grazie a Brig Zero.





E dopo il ritorno di Carosello torneremo ad andare a letto presto?

3 05 2013

La sera del 6 maggio, su Rai uno, ricomincia Carosello, dopo trentasei anni, il contenitore televisivo di sketch e siparietti pubblicitari, andato in onda in Italia, nell’era pre-spot e pre-tv commerciale, dal 3 febbraio 1957 (ma inizialmente era previsto il 1°gennaio) al 1°gennaio 1977. Ovvero, da quegli anni cinquanta che – come detto diverse volte su questo blog – hanno visto iniziare quel mondo mass-mediatico occidente-centrico del “dopo seconda guerra mondiale” (con tutti i suoi cliché) da cui siamo tuttora dipendenti. Quell’universo, quel punto di vista a cui ci riferiamo per leggere la realtà, in cui ci troviamo ancora dopo sessant’anni (Stati Uniti nostri alleati nella NATO assieme alle altre nazioni occidentali e Israele, politica internazionale incentrata sul Medioriente, musica pop-rock di grande consumo, le stelle del cinema anglofono, il predominio della lingua inglese, la televisione e i telegiornali, il Festival di Sanremo, Miss Italia…)

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La traiettoria di Carosello si è  interrotta con la fine della paleo-televisione in bianco e nero a due canali (la tv del Maestro Manzi, dei romanzi sceneggiati e delle riduzioni di opere teatrali) e l’inizio della neo-televisione, la tv commerciale – la sotto-era in cui ci troviamo tuttora, da cui ebbe origine l’impero Fininvest-Mediaset, quando si è passati dalla proverbiale frase rivolta dai grandi ai bambini dell’epoca,”E dopo Carosello/tutti a nanna”, al non andare “a nanna” per guardare le donnine semisvestite (il programma “Spogliamoci insieme” su TeleTorino International è proprio del 1977, anno di fine Carosello) che pubblicizzavano prodotti per i famosi sponsor della trasmissione, termine presto dilagato nell’era post-Carosello, l’era dell’auditel e degli indici di ascolto per valutare complesse strategie di marketing a seconda del target degli spettatori nelle varie fasce orarie. Tutto questo iniziato nei famosissimi – e ingiustamente rimpianti – anni ottanta, l’inizio della finanziarizzazione spettacolare dell’esistenza, del trionfo della merce, dello shopping, dell’esistenza commerciale, degli spot veloci, aggressivi, ben rappresentati da uno dei capostipiti di questa new wave post-caroselliana, cioè il famoso spot della Denim, quello dell’ “uomo che non deve chiedere mai”.

L’era del riflusso post-anni settanta, del Thatcherismo-Reaganismo, degli yuppies (i quali sarebbero arrivati di lì a qualche anno), del capitalismo neo-liberista sostenuto dalla finanza di Wall Street, non poteva prevedere un contenitore di messaggi promozionali lunghissimi, buonisti, sognanti, amichevoli verso lo spettatore, qual era Carosello. Il quale terminò il suo percorso ventennale (1957-1977) proprio all’inizio di un anno che vide un acuirsi delle tensioni ideologiche in Italia, e che si estesero anche a nuovi costumi e culture giovanili. Carosello si concluse quando iniziò un anno di confusione colorata e violenta, un fenomeno che i metereologi conoscono bene, quando si scontrano due correnti di diverso moto e temperatura; nel caso del settantasette, la corrente ideologico-sociale-impegnata degli anni settanta e la corrente anti-ideologica, privata, disimpegnata degli anni ottanta, i quali dovevano ancora iniziare ma erano già nell’aria.

Carosello fu la prima vittima degli anni ottanta, giunti dall’allora futuro nel gennaio ’77, per ammazzarlo.

E adesso, in questo confuso 2013, durante il perdurare di una crisi la quale potrebbe confluire nella morte del neo-liberismo e del disimpegno egoista, a-sociale, violento e aggressivo che porta con sé, ecco che, poco dopo la dipartita della permanentata inglese simbolo della svolta neoliberista degli anni ottanta, ecco che viene annunciato il ritorno in Rai di Carosello, la prima vittima di quegli anni, come abbiamo appena detto.

Per concludere, non so se, inoltre, questo revival  possa essere paragonato a quell’assenza di novità davvero originali, caratteristica propria dei nostri tempi finali, post-moderni, dove tutto ciò che è originale sembra già essere stato già tutto inventato, e possano essere dati solo le ri-proposte rimodernate, in cui esiste solo la citazione e non la creazione originale e originaria.

Mi viene da pensare al ritorno dei dischi di vinile nelle edicole, qualche tempo fa, alle versioni post-moderne anni novanta-duemila, del Maggiolone Volkswagen, della Mini Cooper, della fiat 500 e, per quanto riguarda la musica di consumo, di tutta quella serie di gruppi rock-pop che non fanno altro che riproporre anni ormai lasciati alle spalle, ma che si vogliono sempre riesumare e non si ha mai il coraggio di seppellire.

Buon ritorno di Carosello a tutti e, mi raccomando, andiamo poi tutti “a nanna”!