RA e la Legge dell’Uno

30 04 2010
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Il fisico e ingegnere Don Elkins iniziò nel 1955 a occuparsi di ipnosi regressiva per sondare la possibile realtà della reincarnazione; in seguitò si interessò alla vita extraterrestre, fondando un gruppo di ricerca chiamato L/L Research, il quale diede vita nel 1962 a una serie di esperimenti, sempre più raffinati (anche con l’aiuto di Waiter Rogers, un uomo che era entrato in contatto con un alieno), il cui proposito era di comunicare telepaticamente con un’entità extraterrestre attraverso delle cosiddette “sedute di canalizzazione”.
Per “canalizzazione”, si intende il temporaneo controllo del corpo di un essere umano da parte di un’entità cosciente, intelligente e consapevole. Può dare l’impressione, quindi, di una specie di “seduta medianica”, dove uno spirito prende possesso del medium, ma non è del tutto giusto paragonare le due cose, poichè l’approccio di chi si dedica al mondo del cosiddetto channelling (contatto telepatico con entità intelligenti spesso definite “extraterrestri”) non è mai di tipo esoterico-paranormale, ma di tipo scientifico, anche se la scienza ufficiale mette volentieri il prefisso pseudo prima di questo termine. quando vuole dare un nome a questo tipo di attività Il Gruppo di Elkins lavorò per anni, comunque, allo scopo di affinare sempre meglio le capacità di rendere individui come Carla Rueckert, a farsi volontariamente strumento di entità intelligenti sconosciute, e fu solo nel 1981 – dunque quasi vent’anni più dopo l’inizio dei primi esperimenti di ipnosi e canalizzazione – che i risultati si manifestarono pienamente.
Infatti, Don Elkins, durante gli anni precedenti, prese molti suggerimenti e consigli dal reverendo James Tingley, il quale praticava sedute spiritiche. Nonostante questo, Elkins ha sempre tenuto a precisare come la natura degli esperimenti e l’intenzione che vi stava dietro, fossero di natura scientifica, anche se di un tipo non accettato dal comune paradigma in uso nelle università, nei laboratori, negli articoli delle riviste di scienza e nei convegni ufficiali.
Durante l’anno 1980, dopo lunghi anni di ricerca e intensa meditazione di gruppo, Carla Rueckert iniziò a entrare in contatto telepatico continuativo in stato di trance; sulle prime con una sua amica morta recentemente, e poi con un’ “entità extraterrestre”. Questo nuovo sentiero di ricerca dell’ L/L Research, iniziato il 15 gennaio 1981, era proseguito per un numero totale di sedute che, alla fine, è ammontato a 50 fino al 1982. Le sedute erano monitorate da Don Elkins e trascritte da James McCarty: tali trascrizioni (tratte da audioregistrazioni) verranno raccolte per formare il cosiddetto “Libro di Ra” o “Ra material”.

 

Durante le sedute di canalizzazione, attraverso le labbra di Carla Rueckert, comunicava un’entità intelligente che si definiva “un complesso di memoria collettiva” o “una coscienza di gruppo”, la quale si era evoluta per centinaia di migliaia di anni partendo da una popolazione di tipo umano che abitava l’attuale pianeta Venere in tempi estremamente remoti. Questa entità intelligente si autodefiniva col nome di RA e, dalle registrazioni raccolte, è risultato come ebbe, in un lontano passato, contatti con antiche popolazioni del globo, per esempio gli Egizi e i popoli dell’America del sud. Inoltre, questa “energia intelligente”, chiamata RA, che trasmetteva messaggi molto precisi sullo stato di sviluppo della coscienza degli esseri della Terra, che, seduta dopo seduta, non si contraddiva mai, e ciò che diceva era sempre coerente, parlava dei diversi livelli di densità in cui la coscienza vive (il livello di densità in cui si trovava Ra è il sesto); probabilmente per “densità” veniva inteso il livello di vibrazione dell’energia che – al livello attuale in cui la maggioranza del genere umano vive – costituisce la materia solida che interagisce con la coscienza e il pensiero.
La “memoria collettiva extraterreste”, sempre interrogata da Don Elkins, mandava anche messaggi riguardanti la cosiddetta reincarnazione, e come una coscienza scelga di ricominciare a vivere nella seconda o terza densità (quella in cui si trova la vita sul pianeta) per sperimentare avvenimenti e situazioni che la facciano rendere più consapevole di se stessa in relazione all’ “Uno Infinito Creatore”, per far sì di non ripetere più determinati errori e sbagli che in precedenza l’avevano allontanata dalla “Legge dell’Uno”.
Nel parlare di tali questioni, RA citava persone esistite realmente, che il gruppo di ricerca non aveva idea di chi fossero (appartenenti magari a un’epoca di 25.000 anni indietro nel passato), e anche personaggi storici come Benjamin Franklin, e coloro che avevano partecipato al famoso Philadelphia Experiment negli anni quaranta del novecento. La precisa conoscenza di RA delle vicende della Terra , proveniva dal fatto che egli aveva già avuto dei contatti con esseri umani di migliaia di anni prima. Inoltre, RA rivelò di come l’attuale umanità provenga dagli “esseri di Maldek” incarnatisi 500.000 anni fa utilizzando l’unico complesso corporeo adatto, allora disponibile sul pianeta in cui abitiamo: le scimmie.
Un’altra delle rivelazioni di RA fu l’accennare a una successione di conflitti sulla Terra da parte di civiltà esotericamente avanzate, avvenute tra i 15.000 e i 10.000 anni fa, che portarono infine i superstiti a stabilirsi sulle montagne del Perù, del Tibet e della Turchia.
Durante la successione dei messaggi canalizzati, vi era comunque, da parte di RA, una concezione della natura del cosmo e dei suoi sviluppi ricorrente: cioè che ogni cosiddetto complesso mente/corpo (un modo di esprimersi simile a quello di Ramesh Balsekar) fa parte dell'”Uno Infinito Creatore”, e che gli elementi di ciò che chiamiamo realtà, sono distorsioni vibrazionali di questo “Uno Infinito Creatore”.
Una concezione della natura del cosmo che assomiglia a quella della disciplina Advaita Vedanta, originaria della regione indiana, il concetto che l’Universo è “L’Uno senza secondo”, ogni elemento (compresi noi stessi) è una parte di questo Uno, e quindi la separazione tra gli elementi del cosmo è un’illusione provocata da un condizionamento millenario.
Per quanto riguarda la posizione dello “strumento” (cioè la canalizzatrice Carla Ruckert, così come veniva chiamata da RA) era lo stesso RA a definirla attraverso adeguate comunicazioni durante le sedute; per esempio, durante la seconda seduta era necessario posizionare il libro – la Bibbia – che è più allineato alle distorsioni mentali dello strumento affini alla Legge dell’Uno, dietro il cuscino dove la Ruckert si sdraiava in trance, e posare una candela bianca spenta nella parte del volume corrispondente alla prima pagina del Vangelo di Giovanni. Nella seduta 69 dell’agosto 1981, vi era un consiglio su come tenere i capelli di Carla in modo che non creassero “interferenze”, e nella seduta due si suggeriva il corretto allineamento della testa in modo da attirare le “distorsioni più adatte”.

 

Ogni messaggio proveniente da questa coscienza inizia sempre con “Io sono Ra” e alla fine della seduta Ra saluta con la parola “Adonai”.
Dal 1984, in seguito alla morte di Don Elkins, la Ruckert e James McCarty cominciano a ricevere le trasmissioni di una nuova coscienza collettiva che si identifica come Q’uo, e si presenta come l’unione di tre coscienze collettive tra cui RA. Carla e James proseguono tuttora a ricevere le comunicazioni di Q’uo, che vengono pubblicate sul sito del L/L Research.
Sappiamo benissimo quanto possano creare scetticismo racconti come quello presentato in questo post, nonostante tutto, pensiamo che le persone coinvolte in questa esperienza di canalizzazione siano in buona fede. E’ comunque impressionante notare la mole di informazioni provenienti da questa “coscienza collettiva”, e il fatto che ogni elemento sia coerente con ciò che è già stato riferito in precedenza e con ciò ancora da riferire (le trascrizioni delle sedute sono tutte raccolte, in ben cinque volumi). E’, insomma, ben difficile pensare che tutto ciò che è stato proferito dalle labbra di Carla Ruckert mentre era in trance – e in “connessione telepatica” con RA – sia solo farina del suo sacco.
Un ipotesi che abbiamo fatto – ben sapendo di non piacere a coloro che vedono RA come una “vera” coscienza extraterrestre – è che l’ L/L Research è riuscito ad entrare in contatto – e far sì di tramutare questo contatto in materiale espresso in lingua inglese attraverso lo “strumento” sdraiato in trance – con ciò che viene chiamato Archivio akashico, ovvero una specie di biblioteca eterica in cui è registrato il contenuto di ogni mente che ha vissuto, vive e vivrà, e di ciò che ha percepito ogni creatura, e di quel che ha detto o fatto. L’Archivio akashico – di cui ne abbiamo già trattato precedentemente – è affine al magazzino degli archetipi, di cui parlava Carl G. Jung, e all’ “iperuranio” del filosofo greco Platone.
Che RA sia un’agglomerato di memorie akashiche che ha scelto come strumento Carla Ruckert, Don Elkins e l’L/L Research per manifestarsi sul nostro piano fisico?

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La FISICA QUANTISTICA, spiegata da FABIO MARCHESI

28 04 2010

Diverse volte nei post di Civiltà Scomparse abbiamo parlato di FISICA o MECCANICA QUANTISTICA; cosa intendiamo quando parliamo di queste cose?
Ci viene in aiuto FABIO MARCHESI, ricercatore indipendente, inventore e scrittore.

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Nonostante ciò che chiamiamo SPIRITUALITA’ sia ancora condizionato dalle religioni, vi è stato – dai primi decenni del novecento in poi – un avvicinamento dell’ambiente scientifico a quel territorio che possiamo chiamare “IL DIVINO”, il quale prima di allora, come ben sappiamo, era sempre stato, appunto, monopolio delle religioni (e della filosofia speculativa).
Questo protrarsi della scienza nel divino ha avuto luogo con l’inizio della meccanica quantistica, ovvero la “fisica delle possibilità”, e non della ricerca di leggi certe e universali che vengano poi considerate VERITA’ INDISCUTIBILI (ipse dixit).
Bisogna partire dal presupposto che vi è differenza tra come è fatto il mondo e come lo percepiamo.
Vi sono convinzioni nascoste, sottintese, cose che ci dice la scienza galileo-newtoniana (quella prediletta dalla maggioranza degli insegnanti), le quali diamo per scontate ma che potrebbero anche non essere vere in assoluto.
Nella maggior parte dei casi – storicamente – queste convinzioni si sono rivelate false (vedi anche il principio di falsificazione delle affermazioni scientifiche, di Karl Popper) perciò si può presumere che molte cose le quali diamo per scontate non siano vere. Spesso siamo intrappolati in dei preconcetti senza rendercene conto.
Il materialismo – nato con la rivoluzione scientifica e l’illuminismo – priva le persone della necessità di sentirsi responsabili di ciò che accade. La meccanica quantistica mette la responsabilità direttamente sulle nostre spalle. E, cosa più importante, non fornisce verità assolute o risposte chiare e confortanti.
E’ come se la fisica quantistica ci dicesse: “La risposta ai perchè del mondo non sta nel meccanicismo e nel materialismo (o nelle religioni o nella filosofia), ma non sarò io a dartela, perchè sei abbastanza grande per decidere da solo.”
La realtà è ciò che vediamo col cervello o ciò che vediamo con gli occhi?
Il cervello in sè non comprende la differenza tra ciò che vede nell’ambiente circostante e ciò che ricorda o immagina, dal momento che vengono attivate le stesse reti neurali. Perciò ci si pone la domanda: cos’è la realtà?
Non esiste un qualcosa chiamato realtà, là fuori, indipendente dalla nostra percezione e da come noi la interpretiamo. Noi abbiamo un’idea della realtà che è un immagine – sensoriale e percettiva – prodotta dal cervello (= Sistema Nervoso Centrale).
Per esempio, la corteccia visiva interpreta in un certo modo i fotoni che hanno interagito nell’ambiente, associa a certi gruppi di fotoni determinati colori, forme e prospettive spaziali.
Cio che vediamo nel “mondo esterno” è tutta un’invenzione del nostro cervello. Questo è ormai assodato. Il problema vero è:
“Qual è il nostro ruolo nel far sì che la realtà sia quella che interpretiamo essere?”
La realtà non può più essere osservata come se fosse una cosa a sè, indipendentemente da chi la osserva.
Si è scoperto come chi osserva, chi interagisce con la realtà, ha un ruolo determinante nel far COLLASSARE ciò che si chiama “FUNZIONE D’ONDA.”
L’oggetto, quindi, si integra con l’osservatore, non è qualcosa di separato da quest’ultimo.

funzione d'onda

Dobbiamo considerare che un fenomeno deve essere osservabile, ripetibile e dimostrabile per essere considerato scientificamente accettabile, e quindi reale.
Dunque il problema è: quando osservo una cosa, quella cosa sarebbe la stessa se io non la osservassi, o quello che io credo sia la realtà condiziona la realtà dell’oggetto di essere come io prevedo che sia?
Niels Bohr, uno dei padri fondatori della meccanica quantistica, diceva: “L’ albero che si trova nel mio giardino esiste solo quando io lo guardo!”
Cioè, l’atto di guardare – quindi di interagire – è quello che fa sì che la realtà si attualizzi, si manifesti per come noi la vediamo e diamo per scontato che sia.
E quando gli studenti dicevano a Bohr: “Ma lo vediamo anche noi quell’albero.”, lui rispondeva: “Si, ma perchè siete consci della sua esistenza.”
Se potessimo percepirci per quello che realmente siamo, al di fuori di ogni educazione alla percezione e ogni condizionamento, ci percepiremmo come “un nulla che si muove stabilmente in un nulla fatto di possibilità”. Possibilità nel senso che – e questo è dimostrato – TUTTO E’ POSSIBILE!
Quello che impedisce agli esseri umani di vivere i miracoli, è la difficoltà che hanno come coscienza di credere veramente nei miracoli.
Al posto di CERTEZZE sarebbe meglio per noi vedere la realtà sottoforma di POSSIBILITA’.
L’essere umano ha bisogno di RINUNCIARE ALL’ IDEA DI CAPIRE, e i fisici se ne sono accorti, tanto è vero che hanno poi definito – con l’ INTERPRETAZIONE DI COPENAGHEN – la loro rinuncia formale a voler capire.
I fisici, a un certo momento, hanno detto: “Possiamo solo interpretare. Con gli strumenti cerebrali di cui disponiamo, possiamo solo interpretare attraverso i sensi e il Sistema Nervoso Centrale, la realtà non la possiamo CAPIRE.
Se partiamo dal presupposto che la realtà è fatta di possibilità, dove TUTTO INTERAGISCE CON TUTTO, noi ci troviamo di fronte – anche quando osserviamo solo un singolo dettaglio – a TUTTO L’UNIVERSO. Ma non abbiamo gli strumenti cognitivi per gestire una massa d’informazioni così grande, servirebbe un COMPUTER GIGANTESCO. Ci limitiamo a cercare di CAPIRE quello che ci sta intorno, anche se il concetto di CAPIRE è un concetto molto presuntuoso per un essere umano; dobbiamo rassegnarci al fatto che possiamo soltanto INTERPRETARE. E possiamo interpretare felicemente o infelicemente.
Certo, all’inizio può essere stressante trovarti in una condizione di coscienza in cui tu non sai più se quello che percepisci è REALE o se SEI TU CHE LO CREI!
Max Planck era giunto ad affermare: “Non esistono leggi fisiche, non sono mai esistite e mai esisteranno.”
Nella natura, ad ogni modo, non esistono VERITA’, esistono solo POSSIBILITA’, le quali si possono o no ATTUALIZZARE con la collaborazione della coscienza che percepisce.
Ciò che una coscienza crede che sia vero, contribuisce a far sì che la realtà si manifesti proprio nel modo che si crede vero (perchè magari “accettato e condiviso dalla stragrande maggioranza di persone).
Incredibile!
Facciamo un passo indietro.
Da dove nasce la FISICA QUANTISTICA?

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La fisica quantistica è nata da una scoperta sconvolgente del già citato fisico Max Planck.
All’inizio del XX secolo, vi erano questi scienziati i quali, a un certo punto, è come se avessero detto: “Cerchiamo di capire com’è fatta intimamente la realtà.”
Viene scoperto come, al suo livello più infinitesimale, di base, non scomponibile ulteriormente, la realtà sia fatta di QUANTI. Planck, appunto, ha denominato questo microscopico livello di realtà QUANTO, un’unità elementare di energia.
E’ come se TUTTO fosse composto da “piccoli mattoncini LEGO” indivisibili (ciò richiama il concetto filosofico di ATOMISMO dei presocratici greci).
Un FOTONE, per esempio, è la quantità elementare di energia luminosa, che non si può separare ulteriormente, un QUANTO di luce.
Può suonare pazzesco il fatto che questo quanto di luce sia contemporaneamente ONDA e PARTICELLA: quando non viene osservato si comporta come un’onda, quando viene osservato come una particella.
Si è scoperto, dunque, come vi siano quantità elementari di energia le quali non possono essere ridotte ulteriormente. Questo è ciò che ha dato il via a un nuovo tipo di indagine sulla realtà, che inizialmente si è limitata all’infinitamente piccolo.
A questo proposito, certi galileiani-newtoniani preferiscono pensare che la quantistica valga solo per la dimensione dei fotoni, protoni, elettroni, e non per la dimensione degli esseri umani. Non sanno che la realtà può essere considerata una specie di TUNNEL FRATTALE che va dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande senza soluzione di continuità.
Del resto, già Ermete Trismegisto, nell’antichità, scrisse “Ciò che è in basso viene riflesso da ciò che è in alto, e viceversa.”
Inoltre, lungi dall’essere qualcosa di solamente teorico e astratto, dobbiamo dire che la tecnologia contemporanea si basa massicciamente sulle scoperte della fisica dei quanti.
Nel 1905 Albert Einstein aveva detto: “Se la meccanica dei quanti ha un senso, allora dovrebbe avere senso il fatto che se noi prendiamo due fotoni, o due elettroni, li facciamo interagire e poi li separiamo, se diamo un ceffone a uno si prende un ceffone anche l’altro.”
Questo accade perchè le due particelle sembrano essere separate, ma in realtà non lo sono.
E’ proprio il concetto di SPAZIO SEPARATO, di SPAZIO VUOTO – come lo intende il senso comune – a perdere di significato in questa analisi della realtà, e si fa strada il concetto di CAMPO.
Noi crediamo che “gli oggetti siano nello spazio”, in realtà, per comprendere il concetto di campo, abbiamo bisogno di entrare in un nuovo ordine di idee: “Gli oggetti, le persone, ogni cosa, ha nello spazio una sua estensione come campo, la quale si estende in tutto l’Universo, ogni cosa che esiste ha un campo che si estende in tutto l’Universo. Questo campo globale fa si che ogni cosa possa interagire con qualsiasi altra cosa.”
Ciò è stato dimostrato dal fenomeno dell’ ENTANGLEMENT, come è stato definito, il quale ha dimostrato scientificamente che, quando vi sono due strutture elementari della materia (fotoni, protoni, elettroni, qualcuno pensa anche le cellule), quello che succede a una condiziona istantaneamente – a qualsiasi distanza – anche l’altra. E la condiziona in maniera molto diretta.
Quindi, seguendo questa analisi delle strutture elementari di ciò che definiamo REALTA’, la modifica dello stato di una particella modifica lo stato di qualsiasi altra particella, sia che questa si trovi alla distanza di un micron sia a una distanza di anni luce!





L’umano oltre la biologia e l’era dell’elettromagnetismo

26 04 2010
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L'attuale modello di struttura industriale e di organizzazione sociale si basa sull'utilizzo dell'elettricità, e sull'utilizzo di sostanze estrattive, e non, in via di rapido esaurimento. Dal metano al carbon coke, dai petroli e i bitumi al legno degli alberi.
L'intelligenza che chiamiamo umana – quella che ha origine dal Sistema Corticale e dal Sistema Nervoso Centrale – ha come supporto la biologia, un tipo di infrastruttura della coscienza che abbiamo in comune con gli animali e le piante.
L'energia che assimiliamo dalle piante e dagli animali (tra l'altro attraverso una dieta carnivora la quale, a nostro parere, non fa bene all'organismo umano) serve per far funzionare un meccanismo neurale che produce consapevolezza. Ma, prima della consapevolezza, produce il filtro della mente, il quale codifica una dimensione più a livello di materia.
La variabile tecnologica – soprattutto durante il XX secolo, ma anche a partire dall'"epoca dei lumi" – è stata vista come qualcosa in contrapposizione alla natura (pensiamo alla dicotomia natura/cultura), e in questo vediamo pure l'infinito problema riguardante la sessualità, castrata, ridimensionata e distorta da un tipo di struttura sociale occidentale – soprattutto nell'Europa del sud – fondata su perenni equivoci nei confronti del sesso, la parte del nostro essere (non a caso) più a contatto con la natura.
L'eccessiva predominanza dell'emisfero sinistro del cervello – l'emisfero dello spaziotempo ordinario che produce il pensiero logico, matematico, geometrico, classificatore, giudicante – ha reso il sesso un problema costante, poichè esso fa parte in pieno della follia della natura, la quale si serve di un tipo di comunicazione che spesso e volentieri è in contrasto con il nostro modo di percepire il mondo fondato sul "senso del dovere" e sull' "essere adulti". Non a caso creano problemi anche i bambini (per esempio, quelli definiti "IPERATTIVI" a cui si danno gli psicofarmaci per calmarli), ma non è l'infanzia a essere problematica, ma la percezione che di essa ha il mondo degli adulti, legato com'è a una infelicità sotterranea dovuta alla separazione dalle energie COSMICHE da parte di quel "senso del dovere" – squisitamente TERRESTRE – di cui si diceva poco fa.
"Senso del dovere" che è poi legato a desideri non naturali ma autoindotti dal tipo di organizzazione della società, e dalla propaganda dei mass media. Viene dato parecchio risalto al concetto di responsabilità, e si tace di come il mondo che viviamo tutti i giorni sia costantemente sorvegliato da un guardiano che si chiama RICATTO. Per esempio, se un giovane non può lavorare perchè ha i capelli lunghi, dei tatuaggi o uno o più piercing, automaticamente è sotto il fuoco di un RICATTO da parte del suo datore di lavoro: "Se ti presenti in un certo modo tu non lavori!".
Qualche tempo fa avevo un appuntamento la mattina ed ero in ritardo, mi vedo arrivare sulla strada il piccolo autobus che dovevo prendere appena partito dal capolinea, ma era fuori fermata, cosicchè il giovane guidatore, nonostante io bussassi freneticamente alla porta e il mezzo fosse fermo perchè era davanti a uno Stop, non mi ha fatto salire. Al che io, vedendo che il guidatore scuoteva la testa davanti al volante, l'ho mandato più volte a quel paese, provocandogli un'espressione come di trattenimento di una reazione negativa.
Pensandoci a freddo, ne ho dedotto due cose: che se mi avesse fatto salire avrebbe potuto incorrere in una qualche sanzione – DALL'ALTO – la quale poteva penalizzare il suo lavoro; che se fosse esploso anche lui in improperi mentre lo insultavo, avrebbe rischiato allo stesso modo il suo posto.
Il "rispetto delle autorità", durante la storia, ha provocato sofferenze inimmaginabili, pensiamo soltanto alle due guerre mondiali del secolo scorso. Quanti di quelli che accendevano i forni in cui si bruciavano le persone dopo averle avvelenate si giustificavano dicendo: "Non era colpa mia, io ubbidivo solo agli ordini", e quanti di coloro che hanno distrutto città dal cielo, a bordo delle Fortezze Volanti Angloamericane che pilotavano, pensavano di scagionarsi allo stesso modo, e più o meno con le stesse parole?
In quel momento, quando premevano pulsanti e giravano levette per aprire i portelloni e lanciare le bombe distruttive su delle città popolate da donne e bambini, erano totalmente ALIENATI, non si sentivano loro a compiere quei gesti di morte, ma i paladini della libertà che erano i loro capi – su, su in alto fino al comandante delle forze armate.
Quindi, ritornando all'argomento principale di questo articolo, la tecnologia figlia del lavoro moderno, figlio a sua volta delle varie rivoluzioni industriali che si sono succedute dalla metà del XVIII in avanti, è stata vista – in particolar modo dagli umanisti – come opposta alle forze della natura (nonostante faccia uso di esse per funzionare), come nemica dello spirito umano – pensiamo a certa letteratura del 900 – e come avversaria della sessualità (lasciando da parte l'industria dei profilattici e dei farmaci antifecondativi, poichè noi stiamo parlando di una certa "follia della natura" che è ANTI-ORGANIZZAZIONE SOCIALE, e fa parte del nucleo profondo della complicatissima sessualità umana, a prescindere dalla riproduzione).
D'altra parte, come scrivevamo in precedenza, per ottenere la percezione da parte dei sensi, quindi la mente, quindi la consapevolezza, quindi l'agire su questo piano della realtà caratterizzato da una vibrazione dell'energia della materia bassa (=materialismo), c'è bisogno di far parte della CATENA ALIMENTARE della Terra. Produzione di energia per le macchine le quali a loro volta producono materia energetica per far funzionare l'organismo umano (=CIBO e acqua), il quale fa funzionare i sensi che percepiscono l'ambiente e ci fanno interagire con esso (e con le altre coscienze illusoriamente separate che fanno parte di un UNICA COSCIENZA NON DIVISA), questa produzione di roba interiore attraverso i sensi nell'arco della vita dà origine a un certo schema, a un filtro attraverso cui si percepisce la realtà, chiamato MENTE.
Il neonato cresce, diventa bambino, poi adolescente, poi uomo adulto, consumando energia come gli animali e le piante. Ma ottenendola in modo complicato, raffinato, tecnologicamente avanzato e slegato dai ritmi della natura (pensiamo all'odierna agricoltura industriale) i quali, a loro volta, sono un tutt'uno coi ritmi del cosmo.
Cosa ci vuole comunicare Ray Kurzweil quando parla di UMANO OLTRE LA BIOLOGIA?
Può c'entrare in questo il passaggio dall'era dell'elettricità (ottenuta dal lavoro prodotto da un tipo di energia non a buon mercato) all'era dell'elettromagnetismo (ottenuta da un lavoro OPEN SOURCE, priva di ricadute inquinanti, rinnovabile potenzialmente all'infinito).
Con un po' di immaginazione, si potrebbe immaginare il DNA dell'essere umano – e di ogni essere umano – trasferibile dall'infrastruttura biologica attuale (miliardi di biocellule – tutte con lo stesso codice genetico – con una determinata specializzazione per organo) legata alla catena alimentare del nostro pianeta (e così deperibile da avere fine dopo al massimo centoventi anni nella più ottimistica delle ipotesi) a un'altro tipo di infrastruttura, probabilmente legata all'evoluzione dell'informatica, della telematica e delle nanotecnologie, ma che la trascende, diremmo POST-DIGITALE, e che funziona attraverso le stesse leggi dell'elettromagnetismo le quali influiscono sul movimento degli astri, tra i quali la Terra. Quindi una tecnologia non ostile alla natura.
Le stesse nuove infrastrutture su cui GIRERA' il codice genetico umano potranno fare in modo di rendergli più familiare la sua interiorità, permettendo a sempre più persone di scoprire come sia il proprio mondo interiore a soffiare la bolla del cosiddetto "MONDO ESTERNO", allo stesso modo con cui si soffia una bolla di sapone.
Ma, per arrivare a questo, l'attuale struttura sociale gerarchico-capitalista (propagandata attraverso i vecchi mass media e funzionante col petrolio e l'energia nucleare forte) dovrà essere debellata, preferibilmente nella maniera meno cruenta possibile.





La singolarità tecnologica ben spiegata

25 04 2010

Sulle pagine del blog Civiltà Scomparse si è più volte accennato alla cosiddetta “singolarità tecnologica”; ma cosa si intende per davvero con questa espressione? Ecco un articolo degno di nota da noi tradotto dal portale francese AgoraVox.

http://www.agoravox.fr/actualites/technologies/article/la-singularite-technologique-60344

 

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Il progresso tecnologico accelera, e raggiungerà un punto di rottura

Subito dopo la seconda guerra mondiale, il “microcosmo” di quella che non si chiama ancora informatica è in effervescenza. La crittografia, cioè l’arte di decifrare i messaggi in codice del nemico, ha conosciuto uno sviluppo importante, e la messa a punto della bomba atomica ha fatto in modo di mettere la simulazione digitale al servizio della ricerca. Si ci domanda allora fin dove potrebbe giungere il “calcolo automatico” se si disponesse di macchine più perfezionate. Alan Turing, ricercatore britannico, pubblica nel 1950, sulla rivista Mind, un articolo che farà epoca : Computing Machinery and Intelligence. Egli si pone esplicitamente il problema dell’intelligenza delle macchine, e propone un modo per rendersene conto. L’articolo viene visto come l’inizio di un programma di ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, e annuncia l’avvento di una nuova disciplina che cambierà la storia: l’informatica. I suoi progressi spettacolari, oggi – anche in associazione con le nanotecnologie (vedi dopo) – sembrano non interrompersi mai.

L’invenzione dell’informatica e il suo immaginario

I progressi tecnologici sono relativamente rapidi, e presto ognuno dispone di un computer. Nonostante ciò, l’intelligenza artificiale sembra dare più spunto agli autori di fantascienza che all’innovazione industriale, ma non è che una questione di tempo secondo gli ingegneri e i ricercatori dell’ambito. Nel 1965, Irving Good, esperto britannico di statistica, pone le basi di una visione del progresso oscillante tra fede e scienza. Nel suo articolo Speculations concerning the first ultraintelligent machine, descrive, profetizza persino, un prossimo sviluppo estremamente rapido della tecnologia, un progresso ultrarapido in un lasso di tempo estremamente ridotto. Egli arriva a dire che se si potesse costruire una macchina solo un po’ più intelligente dell’uomo, sarebbe capace, molto presto, di costruire essa stessa una macchina ancora più intelligente, e così via, fino a raggiungere un’intelligenza assai più elevata dell’uomo, il quale sarebbe letteralmente “scaricato”, abbandonato sulla via del progresso.
Questa brutale crescita della tecnologia s’accompagnerebbe a un “punto” nella storia, a una “piega”, o meglio a una “singolarità”. Vernor Vinge, ricercatore americano e autore di fantascienza, utilizzò questo termine per descrivere il fenomeno nel suo articolo del 1993 The Coming Technological Singularity; si tratta di una parola tratta dalla fisica, nella quale la nozione di singolarità gravitazionale si riferisce a quelle regioni dello spazio-tempo dove certe sue caratteristiche abituali diventano all’improvviso infinite, e in questo modo sfuggono alle apparecchiature di misura. Quindi, si immagina che, una volta raggiunta questa singolarità, anche la linea del progresso diverrà infinita e sfuggirà ai nostri attuali parametri. Per alcuni, ad esempio i transumanisti, la singolarità segna la fine dell’umanità come noi la conosciamo e l’avvento di una sorta di sua evoluzione robotica; per altri, ispirati dal concetto di “noosfera” del gesuita Teilhard de Chardin, equivale all’avvento di un’età dorata dove l’informazione e la comunicazione diventano senza barriere. I più allarmisti sono del parere che le macchine ci sostituiranno in un batter d’occhio, e qui si ritrova l’ambiguità dei racconti apocalittici nei quali si tenta di far coincidere allo stesso tempo distruzione e rivelazione, morte e rinascita, fine e inizio (una “distruzione creatrice” direbbero Nietzsche o Schumpeter).

La singolarità tecnologica tra mito e realtà

Si ci domanda in che modo gli scienziati e i vari protagonisti di questo “movimento di pensiero” garantiscono la scientificità della singolarità tecnologica. In effetti, per certi versi – e non si mette in discussione la competenza degli scienziati – l’idea parrebbe ingenua e sembra poggiare su delle ipotesi anzichè delle leggi. I paladini della singolarità tecnologica s’ispirano alla cosiddetta “legge di Moore”, secondo cui la complessità dei semiconduttori, e dunque la potenza di calcolo dei computer, crescerebbe a un ritmo esponenziale: il numero dei transistor nei microchip raddoppierebbe ogni 18 mesi. E’ come dire che se su un campo coltivabile raccogliete 10 patate nel gennaio 2002, ne raccogliete 20 nel giugno 2003, 40 nel gennaio 2005, 80 nel giugno 2006, 160 nel gennaio 2008, 320 nel giugno 2009, e così via. Si comprende che le quantità diventano presto enormi, e anche, a partire da un certo punto “infinite”, o quasi. Ray Kurzweil, autore del libro The singularity is near: when Human transcends Biology (2005), parla di un accelerating change, di un cambiamento in accelerazione. Si comprende che avvicinarsi a un tale livello di crescita, soprattutto se si parla di “quantità di sapere” o “quantità di intelligenza”, dovrebbe avere delle conseguenze concrete e immediate per i nostri modelli di vita. Ciò che, appunto, Vernon Vinge e i suoi seguaci chiamano “singolarità tecnologica”, facendo immaginare una rivoluzione paragonabile a quelle neolitica e industriale, perfino sorpassandole.
Tutto questo può sembrare o molto eccitante o molto angosciante, ma vediamo che la storia ha l’antipatica tendenza a non seguire delle leggi matematiche astratte. Innanzitutto, gli investimenti economici per la ricerca seguono le motivazioni umane e non quelle di un’idea teorica di progresso; inoltre, e soprattutto, vi è una barriera data dalla miniaturizzazione, cosicchè, secondo le stesse parole di Gordon Moore – co-fondatore di INTEL e autore della legge che porta il suo nome – l’evoluzione digitale percorrerà la scala atomica. A un certo stadio del suo sviluppo, secondo le previsioni, è a misura di atomo che – in un prossimo futuro – fabbricheremo i nostri microprocessori.

Rompiamo il muro della materia! (Nanotecnologia)

L’oggetto di tutte le brame scientifiche e finanziarie c’è già, dunque, e rappresenta un mercato potenziale in termini di cifre a nove zeri. Questo mercato è quello delle nanotecnologie. Si tratta di riuscire a costruire delle macchine, se possibile intelligenti, dei robot, alla scala di un nanometro (per ordine di grandezza, ci sono 1 000 000 di nanometri in un millimetro). Per produrre queste macchine, bisogna essere capaci di manipolare la materia atomo per atomo. Questa prospettiva è stata evocata dal 1959 dal fisico Richard Feynman durante la sua conferenza There’s Plenty of Room at the Bottom. Da allora, i ricercatori si sono dedicati a questo nuovo campo. Nel settembre 1989, Donald Eigler e Erhard Schweizer, ricercatori presso IBM, annunciano che sono giunti a spostare la materia atomo per atomo, componendo la sigla IBM con l’aiuto di 35 atomi di Xeno disposti su una superficie di Nickel.
In seguito, le speculazioni al riguardo si sono moltiplicate, e le più audaci evocano la possibilità di “riprogrammare” la materia, trasformando così il mondo reale in un mondo virtuale, malleabile e modificabile secondo i nostri desideri. Una simile prospettiva è vertiginosa. E infatti solo il 29,5 % degli americani vede come “moralmente accettabile” la manipolazione della materia atomo per atomo (sondaggio presentato nel 2008 da Dietram Scheufele).
Lo stesso Ray Kurzweil, quando ha presentato un rapporto sulle nanotecnologie al Congresso USA , ha sottolineato i potenziali pericoli, aggiungendo però che la tentazione di “vedere cosa succede” sarebbe così grande che nessuno potrebbe impedire queste ricerche. Questi pericoli somigliano alle critiche pronunciate regolarmente a proposito dell’intelligenza artificiale (si comprende in cosa questi due ambiti sono in parte legati tra loro): perdita di controllo da parte dell’uomo sul creato, totale confusione su ciò che è reale e ciò che non lo è, impossibilità di prevedere il comportamento di una macchina autonoma (e invisibile a occhio nudo).
Dunque, è a un livello fondamentale che è situato il cuore del dibattito a livello della natura e della tecnica, dello spirito e dell’intelligenza. Se è ancora permesso, in certi ambienti, ridicolizzare la ricerca nell’intelligenza artificiale appoggiandosi, a priori, alle nostre concezioni dell’umanismo, è invece importante interessarsi alle invenzioni recenti, inserendole nel dibattito in questione. Il confronto anche aspro verso vedute opposte, genera argomentazioni sempre più ricche. Per fare un esempio, Anthony Berglas, in Artifical Intelligence will Kill our Grandchildren (2008), difende l’idea secondo cui una macchina – non essendo nè immortale nè incarnata – non avrebbe affatto bisogno di sviluppare un sentimento come l’amore, il quale, secondo il piano evoluzionista, assicura la riproduzione della specie. Simili concezioni portano a riflessioni sorprendenti sulla nostra condizione mortale e sul nostro rapporto col tempo. Come si può concepire l’equivalente di una coscienza che non avrebbe il rapporto col tempo tipico di un essere umano mortale? Una coscienza che si svilupperebbe in una pura atemporalità, fuori dal tempo?
Ma pazientiamo, perchè la risposta non è lontana se si crede a Vernon Vinge: “Sarò sorpreso se questo avvenimento succede prima del 2005 o dopo il 2030” (1993).





Antonio Moresco, uno scrittore fuori da questo spaziotempo

23 04 2010
Lo scrittore Antonio Moresco, classe 1947, già seminarista, già nei gruppi della sinistra extraparlamentare degli anni 70, a partire dai trenta ha iniziano ad avere l'ossessione della scrittura e per diciassette anni non c'è stato verso che fosse pubblicato; tant'è che i suoi primi libri – usciti per Bollati Boringheri a partire dal 1993 – erano tutti inediti risalenti a dieci e più anni prima.
Bussava alle porte di "coloro che potevano avere esperienza di talent-scout", come per esempio Goffredo Fofi, e i suoi testi venivano sempre sistematicamente respinti da coloro che erano (e sono tuttora) nel giro dell'editoria italiana.
Questo suo peregrinare alla ricerca di una pubblicazione, è stato poi da lui descritto anni dopo in un libro intitolato "Lettere a nessuno". La storia è sempre la stessa: gli intellettuali con una poltrona sotto il sedere non leggono veramente ciò che gli arriva sulle scrivanie da cui pontificano al mondo attraverso giornali e libri, e possono benissimo – con estrema facilità – non rendersi conto di avere davanti un grande scrittore, possono non vederlo nemmeno.

antonio_moresco

Nel caso di Moresco, abbiamo di fronte un autore eccezionale, e lo si vede già a partire dai suoi primi libri usciti, "Clandestinità" e "La cipolla". Autore eccezionale ma niente affatto facile, che ha bisogno di attenzione e, soprattutto, di curiosità. Probabilmente chi si avvicina a Moresco deve entrare in risonanza con quell'ossessione che lo ha spinto a scrivere, per esempio, un'opera monumentale ("opera mondo" certi dicono) di più di mille pagine, i "Canti del caos", la cui elaborazione e stesura è durata un quindicennio e, dopo essere stata pubblicata la prima parte da Feltrinelli, la seconda da Rizzoli, la terza – uscita nel marzo dello scorso anno – è uscita per Mondadori, la casa editrice principe in Italia.
Antonio Moresco è un UFO, ecco perchè dal '77 (anno celeberrimo) al '93 (altro anno celeberrimo) non lo VEDEVA nessuno. Un UFO può vederlo soltanto chi crede alla sua – possibile – esistenza, per gli altri, per quelli che non ci credono, per i razionalisti scettici e incazzati, si tratterà sempre o di un pallone sonda o di un fulmine globulare.
Le storie che racconta sono allo stesso tempo crude e molto fantasiose, così ricche di una fantasia estrema (qualcuno la definirebbe "malata") da far rimanere sconcertati. Nelle prime opere pubblicate, Moresco utilizza un modo di scrivere estremamente realistico per quanto riguarda ambienti, situazioni e personaggi, ma nello stesso tempo allucinatorio, si direbbe quasi autistico, ma di un autismo consapevole e coerente. E non veniva capito.
I suoi testi, molto probabilmente, venivano considerati "poco fruibili dal mercato", gli si consigliava di venire incontro ai "gusti del pubblico", produrre roba più usa & getta e meno pretenziosa. Ma la ricerca dello scrittore non poteva dirigersi verso le storie di genere da leggere nel tempo libero, e nemmeno verso un tipo di scrittura magari di tipo più elevato dal punto di vista culturale, ma legata all'appartenere a uno dei clan dell'intellettualismo italiano.
Questo lo si vede nel volume dei "Canti del caos" completi, 1072 pagine che raccontano una non storia di un non mondo, dove violenza, pornografia, religione, storia, marketing folle, si avviluppano tra una moltitudine di personaggi e situazioni ambigui di cui è facile perdere il filo – della narrazione – ma non dello stile.
E' chiaro che uno scrittore così, sarà banale scriverlo, ma lo si ama o lo si odia, come si suol dire non ci sono vie di mezzo. "Canti del caos" è una specie di magma che rifiuta l'epoca della codificazione narrativa dello spettacolo, dei generi anche se gestiti in maniera inedita e innovativa (ma su questo percorso spaziotemporale che ha esaurito le sue possibilità non vi sono più spazi di innovazione, a nostro parere), rifiuta anche – a dire dello stesso autore – il postmoderno, la citazione di altri libri e altri narratori. Moresco non fa nulla di tutto ciò, si immerge in quello che sta scrivendo – peraltro scrive con la penna sui fogli,  come ha riferito – dimenticando ogni opera passata e presente, dimenticando ogni stile che non sia quello del suo delirio realistico che si snoda pagina dopo pagina.
L'atmosfera claustrofobica è la stessa delle prime opere, ma qui ogni aggancio con un qualcosa che non sia un "Oggetto Letterario Non Identificato" salta per aria. E' probabile che i rifiuti sopportati da Moresco per lunghi anni (e nel pieno di quegli ottanta dove la sinistra in cui militava quando era giovane si era sciolta nelle prime avvisaglie della società del marketing) fossero dovuti al subodorare, da parte degli editori e degli intellettuali a cui venivano fatti leggere i suoi testi, una sottotraccia che poi sarebbe uscita fuori alla luce del sole solo con i "Canti del caos" appunto, senza più la foglia di fico della comprensibilità narrativa che ancora traspariva nei primi libri.
"Non ci siamo", dovevano pensare quelli nelle redazioni che leggevano il materiale spedito da Moresco (e regolarmente rifiutato), "Non ci siamo, questo autore chi si crede di essere? Non è nessuno e si cimenta a fare il Joyce dei poveri…". Chi fa i libri vuole roba che venda, e Moresco – lo sapevano, lo temevano – non avrebbe venduto. E allora lo rifiutavano.
Poi, come ha raccontato lui stesso, è capitato come, presso l'ultima casa editrice che aveva raggiunto (ormai non credendoci quasi più, a quarantasei anni) – la Bollati Boringheri – vi fosse un tizio il quale, leggendo il testo che Moresco aveva portato in visione, aveva colto delle assonanze con certe sue esperienze generazionali di vita e allora, per puro caso – anche se noi crediamo che il caso non esista affatto – cominciarono a essere pubblicati i suoi scritti, dopo tanta fatica.
La nostra attenzione verso questo scrittore, al di là di tutto, al di là dei suoi fans e stroncatori senza pietà, è dovuta a come Antonio Moresco voglia, come dice con le sue parole, "turbare il sonno cimiteriale", irrompere – con la sua pretesa (fondata o meno) di essere un autore superletterario, alla Musil, alla Joyce, alla Schnitzer per intenderci – in un periodo dove tutto è fagocitato da una finzione voluta e perseguita ostinatamente, la finzione della globalizzazione, la finzione dei mass media, attraverso i quali anche persone senza cultura, senza esperienza (e soprattutto senza niente da dire) si possono improvvisare scrittori, perchè vengono fatti conoscere dal Regime dello spettacolo. E' quella atmosfera postmoderna satura di aria condizionata dei supermercati del libro, delle multisala cinematografiche che proiettano (ancora?) film global, quel voler pensare, mettersi nell'ordine di idee, che la letteratura sia solo quella che si stampa coi Meridiani Mondadori o Le spighe Einaudi, quindi roba del passato, la quale non è al suo posto in questo tempo, per dirla con una bellissima frase di Fabrizio Pittalis, "rosa di gelato scaduto", è contro tutto questo che Moresco si scaglia. E non attraverso il piagnisteo, ma attraverso l'esempio di una dedizione alla scrittura quasi da monaco amanuense nella sua cella del convento.
Anche la sua faccia è qualcosa al di fuori da questo attuale tempo, l'abbiamo notato da subito, non è difficile rendersene conto. Ci dà l'aria di una persona ibernata in un epoca in cui esistevano chiaramente cose come la letteratura, e scongelata in questo tempo che non c'entra nulla con la sua faccia. Un epoca di tronisti su Mediaset, di automobili con troppa plastica e componenti elettronici, di cantanti usa e getta che cantano cose codificate da una vita. Un'epoca senza più decenni.
A noi questo ci piace di Antonio Moresco: che è visibilmente, platealmente, non in sintonia coi tempi insipidi – perchè oltre la Storia – che viviamo da quindici anni e più.





Il fenomeno BAMBINI INDACO

22 04 2010

Indigo_Children


Secondo le ricerche di un certo numero di autori – quali Nancy Ann Tappe, Lee Carrol, Jan Tober,  si sta assistendo negli ultimi decenni, alla nascita di un nuovo tipo di essere umano caratterizzato da qualità che lo mettono al riparo dalla fatale devitalizzazione provocata dall'ingresso nella vita sociale, soprattuto in seguito alla frequentazione del mondo scolastico il quale – soprattutto in certi luoghi del mondo – tende a castrare le straordinarie qualità in dote all'individuo, in particolar modo se è sensibile e sensitivo.
Il nuovo tipo di essere umano è stato chiamato "bambino indaco" o "bambino del nuovo sogno"; la scelta di quel colore per denominarli è data dalla tonalità spettrale dell'aura intorno al corpo visibile in alcuni particolari stati di coscienza dovuti all'attivazione della ghiandola pineale (il "terzo occhio"); nella maggioranza delle persone l'aura ha altri colori, più legati alla materia e al materialismo: dal magenta-viola al giallo-arancione più o meno scuro.
I bambini con l'aura indaco vengono studiati da Nancy Ann Tappe dalla metà degli anni 80 in poi (il suo primo libro sull'argomento è del 1986), ma risulta che le prime avvisaglie di questo fenomeno risalgano già agli anni 70.
Per capire come mai vi sia l'avvento di questa nuova umanità, è essenziale porre attenzione a come la realtà cosiddetta "materiale", "esterna", sia molto più in relazione col rarefatto mondo della psiche di quanto normalmente si creda, e lo creda la scienza ufficiale.
Carl Gustav Jung in collaborazione con il fisico Wolfgang Pauli lo hanno dimostrato, nel loro sondare la cosiddetta "sincronicità" o "elementi della realtà materiale connessi in un modo fuori dalla legge causa-effetto"; in quell'occasione la psicologia analitica di Jung è andata a braccetto con la fisica quantistica di Planck e Bohr.
Ogni avvenimento che succede, ogni nuova scoperta, ogni nuovo slancio di ciò che Terence McKenna chiama l' "evoluzione delle novità", fa in modo di influire su quella dimensione – con la quale nel nostro stato di veglia normalmente non siamo a contatto – da cui emergono i nuovi nati.
Quella dimensione pare trovarsi al di là della soglia in cui gli strumenti della scienza consueta possono operare ma forse può essere visitata in particolari condizioni di coscienza, o attraverso una meditazione profonda e continuativa, o grazie all'utilizzo regolato e guidato di certe sostanze, oppure, ancora, in certi momenti che lo psicanalista transpersonale Stanislav Grof ha chiamato "di picco", come le esperienze cosiddette di "premorte" o di "illuminazione". Gli stessi sogni possono aprire la chiave di questa misteriosa dimensione (collegata allo spaziotempo anche se non ne segue le leggi di causa-effetto dal passato al futuro) da cui, come si è detto, vengono "sputati fuori" i neonati nella realtà che noi percepiamo come esterna.
Seguendo questo tipo di ricerche, possiamo vedere come i "bambini indaco" siano collegati alla vorticosa "evoluzione delle novità" che c'è stata dalla metà degli anni 60-70 a oggi, soprattutto a livello dell'elaborazione e distribuzione delle informazioni. coi computer che si sono fatti sempre più piccoli e potenti, e con una memoria sempre più grande. Il tutto ulteriormente accelerato dal 1991 in poi, con la nascita ufficiale della Rete delle Reti.
Questi nuovi bambini sono assolutamente a loro agio con la comunicazione interconnessa e in tempo reale, e trovano soluzioni informatiche in un tempo estremamente inferiore rispetto alle persone delle "vecchie generazioni". Per loro non rivestono alcun significato i valori che hanno portato alle grandi guerre della modernità, e alla minaccia di una terza termonucleare. Sono bambini nati dopo la "fine della storia" nel 1971-73, della quale ne abbiamo già trattato. Nascono con la sensazione di avere nel loro "disco fisso" dell'anima un obiettivo, un compito, anche se per lungo tempo possono non sapere esattamente quale sia, ma spesso, a partire da certe prime esperienze infantili, si rendono conto che alcuni elementi, storie, vicende, oggetti e sensazioni del mondo materiale è come se risuonassero con qualcosa che è dentro di loro. Nascono e si comportano con un senso di regalità, e a volte danno l'impressione di essere più adulti e maturi degli stessi adulti che hanno intorno, e può capitare che si sentano a disagio per questo, che non vengano capiti e apprezzati come vorrebbero.
La scuola ordinaria – sia quella dell'obbligo che il liceo – può benissimo essere un tormento per loro, come la compagnia dei "bambini non indaco", i quali possiedono un'aura legata al materialismo e alla vecchia energia.
Inoltre, questi bambini hanno una percezione del tempo che non è strettamente legata alla scansione cronologica a cui si è stati abituati, condizionati, negli ultimi secoli.
Alcuni vedono la "storia dei bambini che salveranno il mondo" come qualcosa legato alla New Age, alla profezia di Celestino, e alla Cospirazione dell'acquario, ma si tratta di una realtà che, a nostro avviso, non c'entra proprio nulla con romanticherie pseudoreligiose, anche se può essere vista attraverso le lenti di queste ultime.
Secondo Drunvalo Melchizedek, alcuni di questi mostrerebbero di avere anche una struttura genetica differente dall'Homo sapiens sapiens ordinario.

 

DNA_Alex Grey
 

Negli anni ottanta era nato un bambino sieropositivo – con il virus HIV nel corpo – e lo era ancora a un anno di età. Poi, analizzato all'età di sei anni, mostrava di avere il sistema immunitario perfetto e più nessuna traccia di sieropositività. Nel DNA umano normale sono presenti 4 acidi nucleici combinati in gruppi di 3, che formano 64 schemi – o patterns – diversi, chiamati CODONI. Normalmente, il DNA umano è formato da 20 codoni "aperti" (attivi); gli altri sono "chiusi" (disattivi), eccetto 3, i quali segnano l’inizio e la fine del messaggio genetico. Quel bambino aveva 24 codoni aperti, 4 in più di qualsiasi altro essere umano. In seguito, sono state poste alcune sue cellule vive in una soluzione chimica mortale (detta "di Petri") e le cellule sono rimaste ILLESE!
La scienza ipotizza che i codoni chiusi (il cosiddetto "DNA spazzatura") facciano parte di vecchi programmi genetici non più utilizzati dalla struttura organica. Questo ricorda straordinariamente le applicazioni e i programmi dei computer, e abbiamo già parlato di come la parte non attiva del DNA potrebbe essere soltanto "non ancora attivata", e magari ciò accadrà in un prossimo futuro, facendo in modo di creare una RETE GENETICA tra gli esseri umani – come pare già avvenga in diversi animali. Quindi quei programmi genetici, lungi dall'essere vecchi e non utilizzati, potrebbero essere non ANCORA utilizzati, forse per via della vibrazione dell'energia della materia nella dimensione attuale, oppure per via dello stato del campo elettromagnetico terrestre e della Risonanza Schumann.
I bambini "indaco" – venuti al mondo con il "disco fisso" – differenti come modo di vedere le cose dalle vecchie generazioni, con una maggiore integrazione tra l'emisfero sinistro del cervello (razionale, meccanicista, materialista) e l'emisfero destro (creativo, sensitivo e al di fuori dello spaziotempo) sono forse le avanguardie di questa Rete Genetica prossima ventura, di cui magari si potrà fare esperienza dopo il Cambio Dimensionale e lo spartiacque dovuto alla Singolarità Tecnologica.





Cocoon, metafora di un possibile domani?

21 04 2010

Vi sono opere dell’ingegno umano che sembrano essere come delle avvisaglie di qualcosa che vive tra le pieghe dell’inconscio collettivo, un qualcosa che ancora non è sbucato in superficie, e forse lo farà magari dopo anni e anni.

Una di queste opere in questione è il film Cocoon, l’energia dell’universo, diretto dal regista Ron Howard (e, come ben sappiamo, già attore nella serie Happy days).
La storia del film è molto fantasiosa, diremmo folle, e parla di extraterrestri (gli Antareani) che vengono scoperti nel fondo marino, avvolti in dei bozzoli, vecchi di più di 10.000 anni.
I bozzoli contenenti questi esseri vengono, in seguito, messi dentro una piscina, nella quale sono soliti passare il loro tempo un gruppo di vecchietti, i quali – sotto l’influsso di quegli strani oggetti – cominciano a sentirsi più forti e carichi di energia, fino a ringiovanire completamente.

Abbiamo notato come l’essere umano di oggi, quello che abbiamo sotto gli occhi più comunemente, sopporti molto meno rispetto a un tempo non lontano, il decadimento fisico e la vecchiaia, e questo già a partire dai trenta-quarant’anni, se non prima.
A differenza di ciò che accade nelle civiltà patriarcali – com’era la nostra fino a non molto tempo fa – i vecchi non vengono più visti come “depositari della saggezza e dell’esperienza accumulata col tempo” (ma forse c’è ancora questo punto di vista nei paesi orientali e nelle zone meno urbanizzate dello stesso occidente), vi è un terrore nell’immaginarsi la prostata ingrossata e la pelle del volto che cede per via della forza di gravità, vi è un certo rifiuto nell’immaginarsi pensionati e nonni al parco, con il cappellino di ordinanza, la schiena curva e le mani incrociate dietro di essa, ed è molto probabile che, nel giro di pochi anni, questo tipo di figura umana (figlia della rivoluzione industriale, con gli operai e i lavoratori che a un certo punto “andavano in pensione”) sarà solo un ricordo, come ora sono un ricordo i tipi americani con cilindro e barba senza baffi e le donne con la gonna che arriva fino a terra.
Già vediamo attualmente come gran parte dei nati nella “generazione fortunata” dal 1935 al 1955 (quella che ha vissuto in pieno il BOOM economico del dopoguerra) vogliono a tutti i costi non cedere alla loro età anagrafica fino ad arrivare, talvolta, a rendersi ridicoli.
A tutto questo dà senz’altro una mano la rivoluzione digitale e telematica, col suo modello di comunicazione in tempo reale e in ogni luogo, senza fili, la quale può prescindere dalla presenza del corpo, per quanto vecchio e malandato questo possa essere nella realtà della materia solida.
Il vortice temporale che stiamo attraversando potrebbe portare, nel prossimo futuro, all’essere umano privo di una vera e propria età definita, la quale, magari, cambia a seconda del contesto in cui l’essere umano si trova a vivere. E’, soprattutto, l’IDENTIFICAZIONE quella che conta. Se io mi identifico con ciò che c’è scritto sulla mia carta d’identità e sui miei tesserini anagrafici, mi vedrò come “ventenne”, “quarantenne” o “sessantenne”, categorizzandomi secondo un determinato target anagrafico. ma noi siamo convinti che queste pesanti categorizzazioni basate sull’età (vediamo anche nelle riviste femminili le differenze psicofisiche tra un’età e l’altra mostrate ben marcate) perderanno sempre più di senso.
D’altro canto, la giovinezza (come abbiamo potuto constatare di persona) vola via in un lampo, ed è futile e quasi stupido crogiolarsi nei propri vent’anni.
Come, del resto, è altrettanto stupido e futile macerarsi nei propri settant’anni o anche meno.
In quella bella scena del film Cocoon, dunque, si vedono i vecchietti a mollo nella piscina che vengono investiti da una luce proveniente da un luogo non di questa terra, e i loro lineamenti cambiano, assumono la fisionomia della giovinezza, forse quella del loro archetipo personale al di fuori del tempo.
Se a causa di qualche traguardo evolutivo, dovuto magari alla Singolarità Tecnologica, al cambio dimensionale, o a tutt’e due le cose assieme, l’essere umano perdesse ogni suo possibile stato anagrafico, si aprirebbe letteralmente un nuovo modo di percepire la realtà. E il passato ci apparirebbe come una sorta di incubo temporale da cui ci si è risvegliati.