Via Madre di Dio e dintorni: appunti su una Genova seppellita

1 08 2017

Il presente articolo lo si può considerare una puntata particolarmente estesa della serie Appunti tratti dal mio quaderno, categoria del blog la quale è un po’ di tempo non viene da me aggiornata. Come nelle altre puntate, la soluzione stilistica adottata per la stesura dell’articolo è quella del flusso di coscienza, perciò non vi stupite e vi prego di non irritarvi se, leggendo, avete l’impressione di uno che, seguendo il filo delle sue associazioni mentali, salta di palo in frasca pressoché in continuazione. Comunque, buona lettura.

L’idea per l’articolo che siete in procinto di leggere mi è venuta consultando due blog presenti nella blogosfera italiana in generale e genovese in particolare: C’era una volta Genova di Gianfranco Curatolo (più l’omonimo gruppo Facebook con moltissime foto d’epoca) e “Dear miss Fletcher” .

Le loro descrizioni dello scomparso quartiere genovese di Ponticello e degli altrettanto quartieri scomparsi di Portoria-Piccapietra e di Borgo Lanaiuoli-via Dei Servi-via Madre di Dio. Con tutti quei dettagli-particolari delle foto del XIX secolo/primissimo XX secolo, le persone fotografate, cosa stavano facendo quando fu scattata l’immagine, com’erano vestite (all’antica, ovviamente), le loro azioni poco chiare, gli oggetti che avevano in mano (magari “oggetti misteriosi”, come in quel programma tv anni Cinquanta condotto dal compianto Enzo Tortora, programma di cui vidi la replica forse di notte negli anni Novanta) (Telematch si chiamava), cosa ci raccontano i dettagli-particolari di quelle foto del passato guardandoli con la lente d’ingrandimento.

Il fatto che quel mondo, così diverso dal mondo a cui siamo stati abituati, esisteva ben prima che noi nascessimo. Non l’abbiamo minimamente mai vissuto. E ne abbiamo nostalgia. Abbiamo nostalgia di qualcosa che non abbiamo mai vissuto.

Ciò che ci attrae, che ci affascina in quelle foto, sono gli stessi, identici, luoghi, gli stessi spazi – che conosciamo benissimo – della nostra città natale, ma completamente diversi da come li abbiamo sempre visti. Sono gli stessi identici luoghi ma, contemporaneamente, sono qualcosa di completamente altro.

Non abbiamo mai visto i vicoli di Portoria e la Porta Aurea nello stesso quartiere oggi completamente cambiato e supermodernizzato.

21 Piccapietra Porta Aurea by Mangini

La Porta Aura nel vecchio quartiere di Portoria-Piccapietra.

25 Piccapietra vico Pellissoni foto d'epoca

Lo scomparso vico Pellissoni nel vecchio quartiere Portoria-Piccapietra.

20a Demolizione Piccapietra centro porta aurea

Demolizione a colpi di piccone del vecchio quartiere Portoria-Piccapietra, la Porta Aurea la si vede in mezzo alla foto.

348s

Il quartiere Portoria-Piccapietra oggi.

d7e1f43baae7d6848d5ce87b616bb06e

Il quartiere Portoria-Piccapietra oggi.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/10/piccapietra-piccon-dagghe-cianin.html

https://dearmissfletcher.wordpress.com/2013/09/28/per-le-strade-della-vecchia-portoria/

E che dire della misteriosa Porta Romana la quale, dopo essere stata smantellata, se ne perdettero completamente le tracce, a differenza di Porta Pila e di Porta Degli Archi (detta anche Porta di Santo Stefano perché vicina alla chiesa omonima);

0b Porta Romana da Vecchia Genova - ed Valenti

Immortalata in un rarissimo dagherrotipo, ecco come appariva Porta Romana, di cui si sono perse completamente le tracce a differenza delle sue gemelle più importanti Porta Pila e Porta Degli Archi (o di Santo Stefano.)

image

Porta Pila com’era un tempo, prima del suo trasloco in un luogo diverso da quello originario, associata al Ponte Pila, anch’esso smantellato perché il torrente sottostante è stato ricoperto.

Porta di Santo Stefano (detta anche Porta dell'Arco o degli Archi) Genova

Porta Degli Archi (o Di Santo Stefano, perché vicina alla chiesa omonima), anch’essa spostata rispetto al suo luogo originario.

Il colle del convento Sant’Andrea prima che lo sbancassero e lo spianassero (e ne ricostruissero il chiosco accanto alla cosiddetta “casa di Colombo”, chiostro che se uno non conosce la storia, sembra c’entrare qualcosa con la “casa di Colombo” lì vicina, visto che è proprio lì accanto, e invece non c’entra assolutamente nulla), era un convento fino a fine XVIII secolo quando poi, durante l’epoca napoleonica, venne ri-convertito in carcere e completamente smantellato (a parte il chiostro) a fine XIX-inizio XX secolo, all’epoca in cui venne sbancato il colle di Sant’Andrea (ecco perché Porta Soprana ERA chiamata anche Porta di Sant’Andrea) per aprire via Dante e costruire il palazzo della Borsa nel 1912, quello Poste e telegrafo e il palazzo del Credito Italiano.

17265116_1887167118219785_6625733241268615675_n

Demolizione del Colle di Sant’Andrea (col relativo convento) per l’ampliamento di piazza De Ferrari (fine XIX-inizio XX secolo.)

20228485_10213273649346495_2904732943024968136_n

Lo stesso luogo dell’immagine precedente al giorno d’oggi.

Per fare ciò, buttarono giù la palazzata di vico dritto Pontexello lato monte. Via Dante, fino agli anni trenta, era solo il pezzo iniziale, quello da De Ferrari, oltre vi era ancora la palazzata (“in stile vicoli”) lato mare di vico drito Pontexello a perdita d’occhio fino a piazza Ponticello, con in mezzo il proverbiale “barchile”, la fontanella in seguito traslocata in Campetto (non “piazza Campetto” come dice qualcuno.) Al posto di quella che poi si sarebbe chiamata “via Ceccardi” vi era salita Morcento, la quale saliva al colle di Morcento, con un enorme palazzone che faceva come da vedetta, colle che venne sbancato pure quello. Perché negli anni trenta, sotto l’impulso del progresso, della modernità, del Novecento, vennero costruiti (anzi, “innalzati”) quegli edifici ultramoderni, di stile razionalista, venne allungata via Dante, venne aperta piazza Dante e via Ceccardi, venne aperta la galleria la quale, attraversando via Fiume, collegava la nuova piazza Dante alla nuova piazza della Vittoria, costruita in quegli stessi anni trenta, con il suo arco di trionfo al centro, con la “fiamma della patria” (che la si doveva tenere sempre accesa e ora è sempre spenta), con intorno gli edifici di stile razionalista modernista (palazzo INPS) come quelli di piazza Dante, quella stessa piazza della Vittoria la quale venne aperta nello stesso luogo in cui c’era la grande spianata del Bisagno, ovvero il risultato dello smantellamento delle cosiddette “fronti basse del Bisagno” e lo smantellamento delle mura lungo quella che si sarebbe poi chiamata via Fiume, grande spianata che ospitò le Colombiadi 1892 e l’Expo 1914.

troSAndreaePortaSoprananel1925-vi

Palazzata lato mare di vico drito Pontexello e palazzata lato monte buttata giù, il pezzetto della “casa di Colombo” mantenuto in piedi e il chiostro del convento di Sant’Andrea, edificio che all’epoca della foto non c’era già più.

18057877_10212421908723760_2736617971120090643_n

Palazzata lato mare e palazzata lato monte di vico drito Pontexello.

17 vico dritto Ponticello con casa di Colombo by Varietas

Vico drito Pontexello a perdita d’occhio giù fino a piazza Ponticello, in primo piano sulla sinistra la “casa di Colombo”.

posto_auto_coperto_grande_per_2_auto_nel_96747637898519298

La zona in fondo a vico drito Pontexello nella cartolina precedente la si può collocare oggi nel mezzo della strada in secondo piano in questa foto.

Torri_di_Porta_soprana_e_Casa_di_Colombo

Porta Soprana (o Porta di Sant’Andrea), vico drito pontexello e “casa di Colombo” come appaiono da fine anni Trenta in poi, senza alcun palazzo tranne la cosiddetta “casa di Colombo” (cioè quello che ne rimane da inizio XX secolo in poi.)

17903339_1421267627933431_4498119942452220345_n

Vico drito Pontexello e ingresso di Porta Soprana (o Porta di Sant’Andrea), inquadratura fine XIX secolo più o meno nella stessa angolazione della foto precedente.

Vedere anche: https://dearmissfletcher.wordpress.com/tag/vico-dritto-di-ponticello/

10 Viaggio nei Caruggi di Riccardo Navone ed. Fratelli Frilli (2)

Antiche case scomparse del quartiere di Morcento, attuale via Ceccardi (foto scattata negli anni Venti), a destra vico drito Pontexello, in primo piano in fondo a destra si scorge il pezzetto superstite della “casa di Colombo” con l’edera attorno.

17264914_10208333981132708_1483829661178577437_n

Lo sbancamento della collina di Morcento, anni Venti del Novecento.

cutd5sf4

Via Ceccardi (ex collina di Morcento) al giorno d’oggi e zona dell’ex piazza Ponticello.

18056888_259411787801462_3036572106073840093_n

Lo stesso identico luogo dell’immagine precedente visto dalla parte opposta: piazza Ponticello, nei primi anni del XX secolo, col barchile (fontana) in mezzo alla piazza, successivamente traslocato in Campetto. Vico drito Pontexello è in fondo tra le due file di palazzi nella direzione verso “casa di Colombo” e Porta Soprana. Tutto ciò che vediamo nell’illustrazione è scomparso.

Gli stessi anni Trenta in cui venne smantellato il ponte Pila – assieme al ponte Romano e a una passerella pedonale – per coprire il Bisagno all’altezza della stazione Brignole fino al mare. Il Rivo Torbido, tombinato già nel 1500. I quartieri Portoria, Ponticello, Cheullia, distrutti nel 1971 con quegli affari moderni (“benne”, “escavatori” mi viene in mente si chiamano quegli aggeggi per distruggere edifici) come si vede in quelle riprese di quel servizio su Raitre andato in onda all’incirca nel 1989-90 o giù di lì.

Video che contiene l’intervista a quel signore nato a Roma ma portato nel borgo di via Madre di Dio da piccolissimo, faceva il chierichetto la domenica, per “20 citti”, nella chiesa che poi nel 2008-2010 sarebbe diventata sede della biblioteca franzoniana. Quel signore racconta come le persone si mettessero di traverso di fronte a quegli attrezzi moderni per demolire, perché sapevano che lì nei pressi, in vico Gattamora, vi era la casa natale di Niccolò Paganini e che l’avrebbero buttata giù come le altre case, allora diversi abitanti si erano messi a fare gli scudi umani. Però un giorno – con l’inganno, in modo subdolo – erano stati mandati via dagli emissari dei mandanti che c’erano dietro quelle demolizioni e, quando gli abitanti del borgo erano ritornati la mattina dopo, la casa natale di Paganini (quella del manifesto dal titolo “Onoranze a Niccolò Paganini nel centenario dalla sua morte – 1840-1940 XVIII e.f.” da me visto nel 1996 su uno dei volumi “Genova nella seconda guerra mondiale”) era stata ormai buttata giù.

I videofilmati dell’epoca (1971) (di cui uno recuperato dall’oblio, con tanto di logo tv misterioso in basso a destra) mostrano che, mentre quegli aggeggi buttano giù i muri delle caratteristiche case alte e strette di tipo medievale, contemporaneamente venivano attivati quei getti d’acqua per limitare i nuvoloni di polvere.

Vi sono tutte quelle foto in bianco e nero, in quelle due pagine web Publifoto le quali mostrano il quartiere ancora intatto anche se con le case vecchie, ormai degradate e pericolanti, anche per via dei bombardamenti della WWII.

In una di quelle foto si vede una bottiglieria (col nome che inizia con la C)(in realtà si chiamava “Biagio Gavazza”, negli appunti su carta non ricordavo il nome), il cerchio “Coca cola” (in realtà rosso ma grigio per via del bianco e nero), bambini e donne che mostrano come di essere proletari o sottoproletari, qualche panno steso. In certe foto si vedono macchine FIAT dell’epoca, di quell’epoca ancora molto meccanica e operaia, ben prima dell’era elettronica e digitale. Cioè ben prima degli Ottanta. Chissà se quelli da cui partì l’ordine di smantellare quei palazzi, ebbero già in mente cosa avrebbero costruito al posto di quei palazzi buttati giù, se avevano cioè già in mente le strutture del “Centro dei liguri” (ovvero templi in vetro-cemento della burocrazia capitalista) e i cosiddetti “Giardini Baltimora” che furono soprannominati “Giardini di plastica”. Baltimora, guarda caso una città americana con problemi di ordine pubblico, violenza e degrado.

Strada della Madre d'Iddio e ponte di Carignano a Genova, 1847

Via Madre di Dio in un quadro di fine XVIII secolo.

19960_1125468837079_5412448_n

181319_392812190778985_596624037_n

Via Madre di Dio fine XIX inizio XX secolo.

Per vedere altre immagini di com’era un tempo il quartiere Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio, vi è il gruppo “I ragazzi di via Madre di Dio”: https://www.facebook.com/groups/316859939691/photos/

Demolizione-2

Demolizione del quartiere di via Madre di Dio intorno al 1971.

13 via Madre di Dio 1902 omaggio Secolo XIX

Via Madre di Dio 1902.

14 via Madre di Dio 1978 omaggio Secolo XIX

Via Madre di Dio 1978.

http://www.taxi-driver.it/summerfest/2015/06/08/perche-i-giardini-baltimora/

I cosiddetti drop out (gli emarginati, gli esclusi) degli anni Ottanta, a cui fu dedicata una puntata della trasmissione tv notturna su raitre Fuori Orario, risalente al luglio 2001, più o meno i giorni del G8 e dei cortei contro il G8. In un’altra di quelle publifoto – quelle da me visionate sono solo una minuscola parte di quelle disponibili su richiesta!, penso a pagamento – vi erano riferimenti al marxismo-leninismo-maoismo di quegli “anni formidabili” (per dirla col libro del proverbiale Mario Capanna, titolo del suo libro visto oggi su una bancarella di piazza Colombo.)

Vi è poi una publifoto mostrante solo una facciata senza la casa dietro, con le finestre le quali sono occhiaie vuote, che poi sarebbe stata buttata giù anche quella; guardando meglio mi sono accorto – riconoscendo il dettaglio della nicchia con la Madonna dentro, le due colonnine e le targhe sotto con le epigrafi – che la facciata apparteneva a quella che un tempo fu la casa di Niccolò Paganini e si ergeva in mezzo al terreno dove prima vi erano le altre case e ora non c’era più niente (solo macerie) e in futuro, lì, sarebbe stato costruito il modernissimo “Centro dei liguri” e i giardini che, negli Ottanta dei drop out, erano popolati da tossicodipendenti in preda all’ero.

18301725_1509040395795096_5684478958853989148_n

Casa natale di Niccolò Paganini immortalata intorno agli anni Quaranta.

Casa natale di Paganini nel 1961: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=134&ord=iD&key=yes&page=1&RCCrps=CITT%C3%81:%20VICO%20GATTAMORA&sogg=casa-di-paganini

Casa natale di Paganini nel 1971: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=4590&ord=iD&key=yes&page=1&RCCrps=CITT%C3%81:%20VICO%20GATTAMORA&sogg=il-quartiere-di-borgo-lanaiolivia-madre-di-dio

Quella lì del 1971 (l’anno dopo l’ALLUVIONE, tutto in maiuscolo, di cui ho visto delle catastrofiche foto in bianco e nero, con le auto d’epoca per ogni dove) era una demolizione nello stile di quella del ‘500, quando sicuramente demolirono case che non c’erano prima per aprire Strada nuova, come a fine XVIII, quando buttarono giù la chiesa di San Domenico per edificare il teatro Carlo Felice (poi fracassato dai bombardamenti del 1941-42 e ricostruito nel 1991); sempre in quella fine XVIII quando fecero passare il convento di Sant’Andrea da convento a carcere, convertendolo a carcere e durò ancora per un secolo fino a fine Ottocento inizio Novecento quando poi venne buttato giù del tutto (sbancando e spianando anche il Colle, come abbiamo già visto) per ampliare piazza De Ferrari passata da piazza San Domenico a De Ferrari nel 1874, lo stesso anno in cui vennero inglobati al comune di Genova i comuni della bassissima Val Bisagno e dell’immediato Levante), venne fatta crollare la palazzata di Strada Giulia, costruito l’attuale palazzo della Regione e poi i palazzi della Borsa, delle Poste e telegrafo e del Credito Italiano.

5674f418432fc92a9ab6369858c278fd

L’ALLUVIONE (tutto in maiuscolo) del 1970, l’anno prima di quando il borgo di via Madre di Dio venne spazzato via dalla faccia del pianeta Terra per poi, a fine anni Settanta, costruire al suo posto il “Centro dei Liguri” e i Giardini Baltimora.

Conoscendo questa storia – e avendo visto i dagherrotipi – si vede con un altro occhio (lo si nota proprio) quel pezzettino di strada con la ringhiera di ferro vecchio, prima non lo si era mai notato: lo si riconosce come il pezzetto di strada superstite che andava alla porta del carcere di Sant’Andrea (ex convento) e che girava subito a destra di porta Soprana (ex porta di Sant’Andrea) una volta svoltata, come si vede in quell’immagine del 1890, dove compare la targa “sestriere di Portoria” e un orologio elettrico non dissimile da quelli di oggi, e certi di quelli che commentano queste foto sulle prime “non ci si trovano”, “gli mancano le coordinate” tanto la zona appare così diversa rispetto a oggi.

18199291_1911451115791385_8494601124680103123_n

Il dagherrotipo del 1890 della zona ora completamente cambiata presso Porta Soprana, la strada che andava all’ingresso del convento – poi carcere – di Sant’Andrea.

18342360_1902365826648776_4526803716520851860_n

Questo pezzetto di strada corrisponde al tratto di strada dell’angolo destro in basso della foto precedente (anzi, all’angolo destro fuori dalla foto precedente), la strada che portava al colle di Sant’Andrea col convento diventato poi carcere, tutto sparito da inizio XX secolo per lasciare spazio agli edifici delle Poste e telegrafo, della Borsa e del Credito Italiano.

pezzo di strada e palazzo borsa credito italiano e poste e telegrafo

Il pezzetto superstite dell’antica strada della foto precedente e i palazzi della Borsa, delle Poste telegrafo e del Credito italiano costruiti nei primi anni del Novecento dopo la spianatura dei colli di Morcento e di Sant’Andrea al cui edificio andava l’antica strada in salita quando era ancora integra, come si vede bene nel dagherrotipo del 1889.

Nella stessa fine XIX, in vista delle Colombiane o Colombiadi dell’anno 1892, vennero smantellate le cosiddette “fronti basse” del Bisagno, facendo così apparire-emergere la cosiddetta Spianata del Bisagno, un ampio piazzalone che durò fino agli anni Trenta e che ci fu nel periodo tra lo smantellamento delle “fronti basse” e la costruzione di piazza Della Vittoria, dunque in pieno periodo Belle Epoque. L’epoca delle donne con busto stretto, gonna larga e lunga e cappello largo e l’epoca degli uomini con camicia, colletto, polsini, gipponetto (panciotto), giacchetta, orologio da taschino con catenella, braghe con la riga, soprabito e l’ immancabile cappello.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/04/cera-una-volta-il-bisagno-parte-sesta.html

1 Bastioni sul Bisagno ora p. della Vittoria by Mangini demoliti nel 1890

Bastioni (“fronti basse”) sul torrente Bisagno – ora piazza Della Vittoria – demoliti nel 1890 in occasione delle Colombiane o Colombiadi del 1892.

1a spianata prima della stazione Brignole

La spianata del Bisagno dopo la sparizione delle “fronti basse”, durata fino agli anni Venti quando venne costruita piazza Della Vittoria.

Io sapevo della spianata ma non che fosse emersa dopo aver fatto sparire quelle “fronti basse” a Levante (dal XVII secolo, ultima cerchia di mura.) Quella fine XIX fu anche l’epoca in cui vennero smantellate le PORTE di quelle mura del XVII secolo: Porta Pila, Porta Romana e Porta Degli Archi (o di Santo Stefano) e quest’ultima venne traslocata per costruire il Ponte Monumentale e si unì Strada Giulia con via della Conciliazione o Consolazione (la futura via XX settembre), la quale poi proseguiva diritta con quella che si chiamava via Minerva ed era la strada che poi sarebbe divenuta Corso Buenos Aires e fino al 1874 faceva parte del comune di San Francesco D’Albaro, col Borgo Pila.

Tutte queste nozioni sostanzialmente non le sapevo. Le sapevo sì e no.

Via Minerva era cinque metri più alta rispetto a Strada Giulia e via della Conciliazione, per farle stare sullo stesso piano – e unirle attraverso il Ponte Pila – venne abbassata di cinque metri , usando anche i trenini che c’erano allora per per portar via i blocchi di materiale inerte. La modernizzazione di Genova e il suo ampliamento verso Levante ha poi dovuto fare i conti col torrente Bisagno e col fatto che lo si è costretto, a causa dell’urbanizzazione, quindi del “progresso”. Si è limitato il suo alveo, prima poteva esondare nella campagna senza fare danni. Poi nel 1914 lo smantellamento del manicomio a raggiera (del Settecento e Ottocento) (più o meno dove c’è ora l’Unieuro) ma prima anche la palazzata lato monte di vico drito Pontexello. Infatti ecco perché l’omonima canzone in dialetto parla di un personaggio che finisce in carcere proprio a Sant’Andrea, storia della canzone, quindi, di prima fine XIX inizio XX secolo, pressappoco quando hanno aperto (anzi aprirono) via Dante. Però, per un bel po’, è ancora rimasta in piedi la palazzata lato mare e metà o più della palazzata lato monte, la salita di Morcento assieme al colle di Morcento e tutto il “vico drito” fino a piazza Ponticello, col suo quartiere omonimo e il barchile (fontana) in mezzo alla piazza.

17457951_710496022456231_5973993504026324209_n

La zona di vico drito Pontexello, piazza Ponticello e colle del Morcento dopo l’apertura di via Dante, via Ceccardi e piazza Dante e l’edificazione degli edifici modernisti e grattacieli nella metà degli anni Trenta.

532887_3047789322810_1637616860_n

Uno scorcio della stessa identica zona al centro della foto precedente prima che negli anni Trenta picconi e macchinari da demolizione facessero piazza pulita per la costruzione di edifici moderni e grattacieli. I commentatori sul web di foto come questa faticano a capire dove venne scattata la foto tanto la stessa zona oggi è irriconoscibile rispetto a prima.

Mi sono dimenticato di scrivere che, fino agli anni Ottanta del XIX secolo non era stata ancora aperta via Fieschi, la quale divenne una specie di via parallela ascendente alla strada Lanaiuoli-via Dei Servi-via Madre di Dio (con il rivo Torbido sottostante, quando non era ancora tombinato, prima del ‘500, su cui ci passava il “vico drito” con un ponticello, ecco il perché del suo nome.)

La situazione del quartiere Morcento-Ponticello resto così immutata fino alla fine degli anni Venti del XX, quando venne deciso di modernizzare ulteriormente Genova, con la prosecuzione di via Dante, l’apertura di via Ceccardi e di piazza Dante, l’apertura della galleria e l’edificazione dei due grattacieli, con quello più alto che è la Torre Piacentini, alta più di cento metri, torre che gli anglosassoni cercarono di bombardare durante la WWII perché “simbolo del Regime” ma che la mancarono più volte e invece colpirono i quartieri Castello e Cheullia. Via Ceccardi, che me la ricordo nella mia infanzia perché leggendario capolinea delle linee 46 e 47, non c’era affatto prima dei Venti-Trenta perché al suo posto vi era invece il colle di Morcento. Sembra quasi che piazza Dante, via Ceccardi, i due grattacieli, gli altri edifici modernisti-razionalisti, la galleria verso la zona di Della Vittoria (e Della Vittoria stessa, con tutti gli edifici intorno, della stessa epoca) ci siano sempre stati assieme alla copertura del torrente Bisagno – denominata viale Brigate Partigiane dopo la WWII – ma non è affatto così. Me ne sono accorto per la prima volta nell’epoca 1996 di quando leggevo quei quattro volumi dedicati a Genova nella WWII, quando vi era quella foto appartenente agli anni Trenta dove, accanto alla galleria, vi erano vecchie case alte e strette (al posto degli edifici modernisti che ho sempre visto), sulla via Dante verso la galleria passava un tram e la didascalia della foto diceva qualcosa del tipo “Per ampliare piazza Dante, aprire via Ceccardi e costruire edifici nuovi e grattacieli, si radono al suolo le ultime case del vecchio quartiere Ponticello.”

18446880_1919007125034218_5683234494950488084_n

Lo stesso identico luogo fotografato oggi nella seguente immagine: http://static.panoramio.com/photos/large/58725209

54 piazza Dante by Sbarbo

La zona di ex vico drito Pontexello e di piazza Ponticello come appare dal 1935-1938  in avanti.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/10/via-dante-e-piazza-dante.html

E, prima d’allora, ricordo che non avevo mai saputo che “prima degli edifici e grattacieli da me sempre visti lì c’era un intero quartiere con case alte vecchie proprio come quelle dei caruggi del centro storico.”

La rete tramviaria elettrica di Genova continuò a essere attiva fino al 1965-1966 e negli anni Sessanta vi furono altri sacrifici di antiche costruzioni, immolate sull’altare della modernizzazione e del progresso occidentalista. La sopra-elevata. Che per costruirla buttarono giù il cosiddetto “Ponte Reale” (antica prosecuzione fino al porto del Palazzo Reale) come si vede in quell’immagine publifoto del 1964, col Ponte già in fase di demolizione controllata: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=5527&ord=iD&page=1&RCCrps=PONTE%20REALE

Gli avvenimenti degli anni Trenta sono state dunque le ultime distruzioni di quel tipo e, lasciando un po’ perdere gli episodi del Ponte Reale e di altri edifici per costruire la strada sopra-elevata, l’episodio dello smantellamento della maggior parte dell’antico quartiere Cheullia e del quartiere Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio, è somigliato molto (“nello spirito”) agli episodi iniziati nella “notte dei tempi”, in quel ‘500 quando aprirono Strada Nuova (futura via Garibaldi), poi quando buttarono giù la chiesa di San Domenico, quando aprirono via Fieschi, aprirono la prima parte di via Dante per ampliare De Ferrari, fino ad arrivare a Portoria e Cheullia e Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio nel 1971. Lo “spirito” era quella delle distruzioni e costruzioni degli anni Trenta era fascista. Quindi nell’era democratica succedevano cose molto simili a quelle avvenute nell’era fascista. Torre Piacentini (il grattacielo alto più di cento metri) e altre costruzioni moderne-razionaliste negli anni Trenta e il “Centro dei Liguri” negli anni Ottanta-Novanta dopo le distruzioni del 1971.

Ci sono quelli che dicono: <<Eh, va be’, ma comunque quelle case dovevano buttarle giù, visto che erano disagiate e pericolanti e in buona parte abbandonate, si trovavano in quello stato perché non si erano mai più riprese dai bombardamenti della WWII.” Appunto, sembra proprio che la WWII abbia dato una bella mano, prima, quasi come se l’avesse fatto apposta.

Anche se ovviamente non è così, però sembra.

In seguito al 1971 le cose simili ancora successe sono state la distruzione della vecchia Corte Lambruschini dopo il 1984 (in una foto dell’84 la si vede ancora in piedi) e l’edificazione della nuova Corte Lambruschini a fine anni Ottanta. Penso che anche il pluricitato “Centro dei Liguri” sia di dopo il 1985. La caserma dei pompieri in Marina di Sarzano, vicino a via Madre di Dio, fu demolita nel 1992. Lo stadio De Ferraris venne rifatto nuovo e coperto per i mondiali di calcio di “Italia ’90” e anche la ricopertura del Bisagno di fronte allo stesso stadio. In quel 1992 anche il nuovo Porto Antico con l’ascensore Bigo, l’acquario “per i 500 anni dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo”, la “bolla di Renzo Piano” (costruita in occasione del G8 del 2001), il nuovo teatro Carlo Felice inaugurato nel 1991.

Tornando invece a vent’anni prima, al 1971 e alla distruzione del quartiere Cheullia (a cui fu dedicata una canzone in dialetto), il commento di uno su Facebook è stato che aveva lavorato lì tanti anni fa e quei luoghi se li ricorda “come in un sogno”, quei luoghi immortalati dalle publifoto. Però non sono completamente d’accordo con coloro che scrivono nei commenti cose di questo genere: <<Com’era bello prima, prima era meglio di adesso>>, <<Come sarebbe bello che ritornassero quei tempi>>, <<Quanto mi sarebbe piaciuto vivere in quell’epoca.>> Lo trovo fuorviante questo modo di pensare, questo modo di vedere le cose, perché fa capire ancora meno COSA SIA DAVVERO SUCCESSO. Torniamo sempre al passato perché non ce ne siamo ancora liberati, abbiamo dei conti in sospeso col passato. Sono successe delle cose che ce le siamo spiegate in un certo modo ma, sotto sotto, dentro di noi, sappiamo che “ce la raccontiamo”, che il modo in cui ci spieghiamo le cose successe nel passato non è quello giusto, è solo quello convenzionale.

E allora vi sono tutte quelle immagini che ci turbano, ci fanno provare sensazioni che non ci fanno dormire la notte. Un soggettista-sceneggiatore che s’inventa una storia non avrebbe potuto fare di meglio: un quartiere antico, l’ultimo quartiere di tipo medievale fuori mura, immediatamente fuori dalle mura del Barbarossa, sopravvissuto a secoli di storia, caratteristico per via del percorso che segue il corso del rivo Torbido tombinato sotto, il quale porta fino al mare con sopra l’arcata del ponte – pittoresco come e più di Boccadasse – che, prima, dal 1944-45 viene reso disagievole e pericolante dai bombardamenti inglesi del 1941-42 e angloamericani nel 1944-45 e poi – con la scusa che appunto quelle erano case disagievoli, abbandonate e pericolanti – viene distrutto nel 1971 (preziosissima casa natale di Paganini compresa), cinque/sei anni dopo che l’ultimo tram entrò in rimessa e venne poi levata la rete tramviaria, pochi anni dopo la costruzione della sopra-elevata (che prima previde la distruzione completa del Ponte Reale e degli altri edifici lì dal porto) e un anno dopo la Grande Alluvione. In quegli anni Settanta che il Bacci Pagano di Bruno Morchio ha definito come “il punto più alto toccato dalla civiltà occidentale” (occidentale contemporanea, dopo la Rivoluzione Francese.) E al posto di quei vecchi, pittoreschi quartieri vengono costruiti edifici iper-modernisti i quali sono veri e propri templi laici in vetro e cemento al capitalismo neo-liberista incipiente che poi sarebbe di lì a pochi anni divenuto imperante, come hanno mostrato bene Thomas Friedman ed Edward Luttwak nel 1999-2000 coi loro libri “La dittatura del capitalismo” e “La Lexus e l’ulivo.”

Su https://www.facebook.com/groups/gianfranco.curatolo/photos/ vi è stato poi un altro commento da me apprezzato riguardante le distruzioni in via Madre di Dio nel 1971: una signora che all’epoca era scolaretta e che, da un balcone, vedeva queste distruzioni con le benne che facevano crollare la parte alta degli edifici e le palle di acciaio che colpivano i muri e li facevano andare giù tra polvere e getti d’acqua. Era uno spettacolo strano, che la attraeva, che non riusciva a dargli un senso, sembrava quasi uno strano gioco. E quella signora se lo ricordava come appartenente a un passato lontanissimo, che solo rivedendo le immagini sul web e aver saputo bene la storia ha ricostruito tutto associando quelle lontane memorie che vedeva da bambina – e che per lungo tempo si era dimenticata – con la storia del borgo Lanaiuoli/Dei Servi/Madre di Dio del tutto demolito per far posto alle costruzioni del “Centro dei liguri” e dei “giardini di plastica”.

[Continua…]

Annunci





Sui nuovi post di sole immagini

16 03 2016

Da un po’ di tempo a questa parte, periodicamente, ho l’abitudine di mettere dei nuovi post contenenti solo immagini e zero, o quasi, testo.

Perché?

La risposta può benissimo essere la pigrizia (più che la “mancanza di tempo”): certo, può essere, ma ritengo ci sia anche dell’altro.

Da un po’ di tempo – soprattutto adoperando il motore di ricerca immagini – mi rendo conto di come, utilizzando certe parole chiave, vengono fuori immagini, la cui connessione tra di loro salta agli occhi come una specie di “montaggio cine-televisivo” fatto di associazioni mentali suscitate dalle immagini uscite dal motore di ricerca.

E questo va al di là di ogni testo fatto di parole di una determinata lingua. E’un po’ una specie di linguaggio subliminale senza parole fatto delle associazioni mentali prodotte dalle immagini uscite fuori dal motore di ricerca.

Per questo, in quei post potete godervi solo immagini e niente testo, non solo per colpa della pigrizia.

Naturalmente, questo post dedicato ai post di sole immagini non contiene neppure un immagine.





foreshocks di un oscuro presentimento

31 01 2016

eli premonition

Immaginate di avere un quaderno con tutti gli eventi principali e le keywords corrispondenti per ogni anno, e immaginate di sapere che ogni 3,6,9, 12, 15, 18, 21, 24, 27 e via dicendo anni sono collegati fra loro da una catena di sincronicità che con il loro ritmo armonico creano recursività, deja vu, similitudini, persone che rappresentano ritorni di identità, immaginate di conoscere il meccanismo per anticipare le sincronicità. Improvvisamente la bizzarria da fumetto che sarebbe trovare un libro con dentro scritta la nostra vita passata, presente e futura diventerebbe realtà.

Nel mio graduale processo di ricerca riguardante il mondo delle recursività e delle sincronicità sono partito dalla awareness, dove la meraviglia era ancora presente, davo molta attenzione ai sogni, sogni che solo dopo anni avrei capito cosa rappresentassero, e con la scoperta delle teorie di Mckenna sono diventato catalogatore, raccoglitore ma da qualche mese a questa parte oramai sono arrivato al livello di anticipatore di sincronicità. Non c’è più l’ effetto sorpresa. Ho avuto la fortuna di avere a disposizione una miriade di dati riguardanti la mia vita, e solo con queste conoscenze posso provare ad addentrarmi nell’ inesplorato territorio del futuro. L’ astrologia e la mia decennale conoscenza di questa pratica così sottovalutata ma così fondamentale se studiata a livello professionale mi dà un grande aiuto con i dettagli, così che ogni giorno, anche settimane nel futuro so quali gamme di umore e sensazioni conterrà la giornata, quali sono i possibili rischi e quali le eventuali opportunità,( ogni giorno da più di sette anni dedico un’ ora al giorno allo studio astrologico se non di più ) ma solo il passato può formulare il succo del futuro. I dati astrologici sono solo un contorno, ma il testo del prossimo capitolo è dettato dall’ analisi del passato e la sua traduzione temporale, la trasformazione di dati passati adattati alle possibilità più attuali.

Questo mio metodo non è molto diverso da quello del meccanismo dello webbot molto in voga negli anni pre-2013, scandagliare dati web in cerca di keywords per il futuro. Solo che questa volta funziona veramente. Possiedo almeno 58 sincronicità registrate e catalogate che consistono in eventi collegati fra loro, che sia per la data, per la numerologia, per la tipologia o per la sconcertante somiglianza, in anni che si distanziano di 3,6,9,12, 15 anni fra loro; 38 di esse sono avvenute in mesi e stagioni completamente diverse dall’ evento precedente. Le altre sono affini per stagione, mese, settimana, numerologia della data numerica, e in almeno 5 casi sono collegate dallo stesso giorno. Avevo già parlato in alcuni vecchi articoli del fenomeno del riciclo karmico delle persone, secondo il quale c’è un muro da sfidare, per le persone che fanno parte della mia vita, ogni 3 anni, oltre il quale è assicurata la continuazione del rapporto. Molte persone si scontrano con questa barriera metafisica e il rapporto si complica e finisce. Dopo 3 anni, arriva puntualmente un clone o un’ identità affine che ne prende il ruolo per creare una storia simile in certi aspetti e diversa in altri.

Ora arriviamo al punto: il forecast del 2016 per gli eventi che concernono le diverse relazioni di amicizia e gli eventi della mia vita non promette bene. Quest’ anno rievocherà alcuni aspetti del 2013 ( l’ anno più solitario e il momento più basso, totalmente diverso dal numero di amicizie a tratti overwhelming della mia vita attuale) del 2010 ( che è invece stato il secondo anno più intenso e stracolmo di eventi che ha perso il podio col 2015, un anno drammatico e trasformativo che ha provocato un effetto haunting per anni a venire nella mia mente e nel mio modo di vedere le cose ) – ora avrete pensato che qui c’è una contraddizione, ma pur con mari di solitudine, il 2013 ha rievocato in modo incredibile aspetti del 2010, ma sembrava ci fosse una maledizione secondo la quale gli eventi iniziavano, ma nulla sembrava più poter prendere piede, e soffermarsi e stabilire un pattern, perché c’era un incredibile senso di stasi, creano quindi momenti di grande intensità, intervallati dal nulla ), del 2007 ( che tutto sommato è stato un anno decente, con alcune grandi positività, ma anche con l’ inizio delle ansie mentali che avrei dovuto affrontare negli anni a venire, di cui riconosco un vuoto di memoria da gennaio a giugno che forse si può collegare alla stasi del 2013 ). Il 2007 rappresenta anche l’ anno in cui ho incominciato a toccare alcuni aspetti del futuro, della anticipazione, della sincronicità e del mondo onirico. Poi vengono il 2004 e il 2001, un altro anno oscuro della mia vita, quando penso a quest’ anno mi sembra di vedere i ricordi come se fossero anneriti o oscurati dalle tenebre, il 1998, il 1995, e il 1989 anno in cui fui concepito. La maggior parte di questi anni può essere riassunta nel concetto di ” evento drammatico e in alcuni casi sconvolgente che scombina le carte e modifica l’ atmosfera ” e da ” sensazioni di ansia, anticipazione, frustrazione, fino ad arrivare alla grief e al breakdown.

Nel 1989 un membro della famiglia a causa di un evento drammatico è rimasto sospeso fra la vita e la morte, e anche se il 95% di questo evento si è svolto nel 1990, ha marchiato il 1989 dei miei genitori proprio alla fine dell’ anno, portandoli ad affrontare sfide e cambiamenti che si sono accavallati alla mia nascita. Nel 1995 mi sono trasferito con la mia famiglia in un’ altra città, ovviamente dando inizio a tutta una serie di sconvolgimenti che mano a mano si sono assestati. Nel 2001 ho avuto il mio piccolo 11 settembre, data che oramai rappresenta simbolicamente lo shock e la prima scossa di terremoto, un evento che nella mia mentalità di bambino sarà stato probabilmente gonfiato all’ inverosimile, una tipologia di evento che sarebbe stato poi riproposto con persone totalmente diverse e circostanze e motivazioni diverse, ma che nel mio modo di vedere le cose personale e soggettivo rappresenta un deja vu, nel 2010, e nel 2013 la fine rocambolesca di un’ amicizia mi ha gettato in territorio ignoto, dove non sapevo più quale direzione prendere, e non c’ erano quasi strade da prendere perché mi sentivo isolato, sentivo che non potevo più assumermi dei rischi, mi era venuto difficile trovarmi a mio agio con ogni tipo di relazione perché sentivo che in nessun modo avrebbero funzionato e che avevo bisogno di un anno sabbatico. Avevo dedicato un sempre crescente tempo a un percorso e a circostanze che ad un tratto si erano dissolti come neve al sole, perdendo di vista tutte le altre possibili ed eventuali ramificazioni della mia vita. Anche nel 2010, bruschi e drammatici ( a livello interiore ) complicazioni nelle relazioni avevano causato la scombinazione delle carte.

Combinato a tutto questo, nel 2010 e nel 2013 nella mia zona locale e nella comunità di individui di cui faccio parte vi sono state due morti improvvise che pur non colpendo me personalmente ( sebbene non posso dire lo stesso per alcuni vecchi compagni di classe e alcuni miei amici ) mi hanno fatto riflettere sulla mortalità in generale, in qualche modo collegate dalla numerologia ( 25 ), dalla modalità ( entrambi i casi di sera, entrambi i casi riguardavano una macchina, sebbene il primo fosse guidante e il secondo pedone e, come solo qualche giorno fa ho avuto modo di scoprire, da una circostanza abbastanza inquietante, perché la via dove il primo abitava contiene il cognome del secondo, e i due avevano una passione in comune.

Ho sempre percepito la fine di un’ amicizia come se la persona in questione fosse morta, soprattutto quando si è trattato di una rottura brusca e drammatica. Non posso ignorare che il passato contiene anticipazioni del futuro, e che il presente non è che un tramite e un intermezzo comunicativo fra il passato e il futuro. Non voglio essere portatore di sventura, ma temo che entro l’ anno presente queste dinamiche si rievocheranno, e che anche quest’ anno, come sta già avvenendo, avrò altre sincronicità da aggiungere a quelle cinquantotto. Ho provato a farmi alcune ipotesi, che rimangono ipotesi fino a quando non sopraggiungeranno i fatti, e credo che nemmeno con questa consapevolezza e senso di anticipazione si possa predire questo tipo di circostanze.

Questo è più che altro un articolo dove ho finalmente potuto esternare i miei pensieri più profondi. Non mi sarebbe mai piaciuto essere una persona che va avanti senza farsi domande, senza nemmeno provare a capire, senza questo livello di percezione delle cose.      

L’ immagine di questo articolo non sta a indicare quello che c’è scritto letteralmente, ma più che sentire che potrei morire, in queste settimane nelle quali il presentimento cresce e lievita nella mia mente, sto avendo flash e scosse precursor di malessere e agitazione per via del fatto che la mia awareness si sta espandendo, perché se so che mi devo preparare a fronteggiare certe circostanze è un po’ come se in qualche meandro della mia mente fosse già avvenuto.





Fantasilandia e i due tutti vestiti di bianco

23 10 2015

ATTENZIONE: questo post fa parte della categoria “appunti tratti dal mio quaderno” anche se questa volta l’ho scritto su file .txt. e poi fatto copia incolla qui su wordpress.

Nel pieno degli anni ottanta, ora perduti nella nebbia di tre decenni fa, quando abitavo ancora nell’appartamento di via Biga, e stavo per delle ore da solo in salotto a disegnare sul pavimento e fare i compiti delle elementari con la presenza del pesante televisore (anzi, “tv color”) Blaupunkt risalente al 1978, su quello schermo scorrevano i programmi Fininvest che trasmettevano uno dei tanti telefilm americani programmati da canale 5 & c: nello specifico, il telefilm FANTASILANDIA.

1232016588756_untitled-1

Puntata dopo puntata – forse veniva trasmesso prima dei cartoni animati e lo vedevo solo aspettando che finisse? – vi era sempre questa coppia di protagonisti: uno spilungone ultracinquantenne assieme un NANO privo di età.
Lo spilungone dai capelli corti ricci brizzolati aveva l’aria a metà tra un prestidigitatore e un presidente argentino, e l’adulto ipodotato d’altezza lo seguiva sempre. Entrambi vivevano le loro avventure in uno di quei posti californiani con le palme spalancati sull’oceano; il nano guidava una specie di mezzo speciale con due ruote cicciotte, forse elettrico, o mi sa che mi confondo, assieme allo spilungone, erano invece tutti e due su una di quelle automobili particolari, da spiaggia, tipo pedalò o ciclomotore a quattro ruote con il tetto bianco.

Insomma, succedeva sempre di tutto in queste puntate di Fantasilandia, i due tipi completamente vestiti di un completo tutto bianco da capo a piedi (il farfallino era nero ma l’ho fatto diventare bianco io con Gimp), erano al centro degli incontri con molti personaggi; in certe puntate vi erano anche delle cosiddette GUEST STAR, ovvero personaggi celebri del jet set hollywoodiano, i quali partecipavano con un cameo al telefilm, facevano presenza.
Gli attori misconosciuti si ringalluzzivano quando incontravano le GUEST STAR che, a differenza di loro, erano DAVVERO FAMOSE, ma loro non ci facevano più nemmeno caso. E si schernivano ma, sotto sotto, si vedeva che erano compiaciuti, anche se magari facevano finta anche in questo.
Non si capiva niente.

f93986c21572c650dd83017a46944ced

Aspettando i cartoni animati, non seguivo bene, non capivo la storia, vedevo questo nano e l’altro che arrivavano con il loro mezzo non a motore, in mezzo a Palm beach o qualcosa di simile, non so se l’ambientazione fosse la California o la Florida. Parlavano, si muovevano, facevano come giochi di prestigio che non riuscivo a seguire, non capivo la puntata dove andasse a parare, attendevo che iniziasse il cartoon di una di quelle maghette giapponesi e i loro occhioni immensi e brillantissimi, con la sigla di Cristina D’Avena ragazzina.

Vedevo i loro ospiti (gli ospiti della loro tenuta tra le palme e l’oceano Pacifico o quello Atlantico, che sembrava un castello, sembrava Shangri La, bianca come i loro abiti) che parlavano con loro, prima erano sorpresi, si attendevano chissà cosa, si aspettavano chissà quali spettacoli, quali magie, e alla fine rimanevano delusi. Il duo aveva il compito, puntata dopo puntata, di esaudire i sogni di quelli che incontrava: questi americani, questi statunitensi sempre bisognosi di sognare, di illudersi, sempre scontenti della realtà. E, alla fine succedeva qualcosa per cui – dopo anche aver incontrato le GUEST STAR dell’episodio – gli statunitensi capivano che era meglio la loro vita normale, di tutti i giorni, quella di cui si lamentavano, rispetto all’illusione regalata loro da quei due, anzi, soprattutto da quello alto, perchè quello basso, se non ricordo male, faceva più da spalla che altro anche se, magari, in qualche puntata era lui, a differenza del solito, che risolveva tutto, o qualcosa di simile.

ricardo-montalban-con-herve-villechaize-nel-serial-fantasilandia-102049

Tengo a precisare che, all’epoca, il senso di Fantasilandia non lo capivo, come ho detto, vedevo che succedevano tantissime cose, puntata dopo puntata, ma le seguivo come seguivo i labiali finti dei cartoni animati, come si vede boccheggiare un pesce rosso preso ai baracconi dentro la boccia di vetro.
Solo successivamente, andando a reperire qualche libro in biblioteca, smanettando coi motori di ricerca, alla fine ho capito quasi tutto, ma questo accadde solo anni e anni dopo.

Vedere anche https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/05/08/appunti-tratti-dal-mio-quaderno-11-a-mente-fredda-a-bocce-ferme-con-quasi-due-mesi-di-ritardo/

e https://civiltascomparse.wordpress.com/2014/12/28/due-papi-e-la-profezia-di-san-malachia-che-potrebbe-autoavverarsi/





Parentesi filosofica – meditazioni sulla vita

5 10 2015

boyhood

Il tempo che avanza. Io lo posso sentire. Non ho una vista eccezionale, nè forse un udito molto efficiente, e un senso dell’ olfatto a tratti inesistente. Però c’è un sesto senso che funziona molto bene. E’ la mia personale clessidra, posizionata come una spada di Damocle sulla mia testa a mò di The Sims.

Ci sono dei momenti in cui la vita si prende una pausa dopo una sfilza di pietre miliari in successione, e incominciano quei tempi vuoti dove si riflette. E’ il momento in cui la mente raggiunge il limbo, non sta in nessun tempo.

Fin da bambino ho sempre avuto la mente che guardava al futuro. Il mio amico immaginario era un mio alter-ego di 28 anni, l’ età in cui dicevo che sarei stato sposato, e aveva 3 figli. Era un impiegato ( che è più o meno simile a ciò che sono ora in un certo senso ), ed era felicemente bigamo.Il primo figlio assomigliava a mio padre, il secondo era una versione maschile di mia madre, e la terza era una bambina bionda di nome Giulia, nata in Luglio, e che da adolescente sarebbe stata presto madre, e avrebbe dato un sacco di problemi. Vivevano in una città Italiana realmente esistente, che posizionavo in Veneto, ma che poi scoprìi trovarsi nei pressi di Curacao, di fronte al Venezuela. ( Curaçao è una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi. Si trova nel Mar dei Caraibi meridionale, di fronte alle coste del Venezuela. È la più estesa e popolosa delle tre “isole ABC”. La capitale è Willemstad.) Avevo costruito tutta la sua vita per anni. Volevo essere adulto subito, trasferirmi in California subito dopo le superiori, se non prima.

Ma la vita mi ha sorpreso. Intorno ai 19-21 anni ho cominciato a voler fare marcia indietro, cercando di vivere una giovinezza e adolescenza eterna, sentendo che potevo ricreare quello che avevo vissuto in chiave nuova e più efficiente.
E ora eccomi qui, un perfetto esempio di ” non-ventenne ” che ha cambiato generazione e che vive in una bolla dove gli amici sono la nuova ” famiglia ” , il buon vecchio ruolo del grande gettato nel cestino a favore di una integrazione totale. E’una strana storia visto che a 15 anni invece di parlare con i miei compagni di classe nell’ intervallo andavo da due ragazzi dell’ ultimo anno che avevo conosciuto.

Sono nato col desiderio di essere padre fin da quando ero un piccolo bambino che si immaginava ventottenne. E dai 17 anni ai 18 anni tutto quello che volevo era un fratellino più piccolo di quello reale, e la vita mi ha accontentato, come se volesse farmi passare attraverso un test, un’ anteprima. All’ epoca ero forse più maturo di come sono ora. La seconda ” lezione ” nel 2011-2012 è stata un’ esperienza distruttiva e psicologicamente deleteria, che forse mi ha spinto a esorcizzare ” il mostro ” regredendo in una versione più giovane di me più avanti negli anni. Tutto quello che volevo era fuggire, tagliare i ponti, essere libero, respirare e decidere di nuovo della mia vita.
Con il primo pseudo-fratello c’ era una immediata sintonia e una similitudine mentale, una simile introversione interiore. Con il secondo sono diventato lo schiavo, l’ animale da compagnia, il supporto vitale, e mi si chiedeva sempre sempre di più.
Mi ci è voluto un anno sabbatico totale per riprendermi da una situazione che si stava avvicinando alla sindrome di Stoccolma.

Ora vivo la vita come uno che ha almeno 5-6 anni in meno, sono a contatto con una realtà che non avevo pienamente assimilato nella mia ( non ) adolescenza, e anche questa si tratta di una lezione di vita per il futuro. Forse non ho ancora il pieno controllo del ” mostro ” che a volte ombreggia sulla mia vita interiore, ma la vita mi aiuterà ad affrontarlo.

Nella mia mente c’è una speranza che questo sia l’ ultimo stadio prima di cominciare ad avanzare seriamente con la vita. Nella mia mente c’è la speranza che non guarderò più la vita come una clessidra che corre davanti a me, ma che imparerò a fare i conti con quella vita adulta che desideravo, quella sicurezza che dà. La teoria di Mckenna sulla timewave forse ne è la metafora più grande, in un certo senso non poteva che capitare a me di provare a revisionarla in chiave moderna, ha dato un senso e un disegno a come io vedo la vita. Forse ci voleva quell’ esperienza che a tratti assumeva nella mia interiorità le sembianze di un incubo e di una prigione per capire i miei errori.
Io ho vissuto tale evento come un ” tradimento del destino ” e sono stato arrabbiato con la vita stessa. Ma se , metaforicamente parlando, l’ allievo si è ribellato al maestro un motivo c’è.

Spero che la vita mi mostri la via, e che cancelli quel mantello ombroso che si è calato su quella ” idea ” e ” immagine ” che avevo di fratello perchè forse sono arrivato dove volevo al momento più sbagliato.





Piccolo spazio pubblicità (appunti n°13)

30 01 2014

Ieri ho visto tutti quei dati risalenti alla classifica pop dell’autunno ’90, e m’hanno lasciato un’impressione di “ricchezza” non paragonabile alla situazione europea della stessa epoca, di una certa “rigogliosità”, un qualcosa somigliante al “Do what you want” di Aleister Crowley; vedevo quei videoclip californiani del ’90, i quali proseguivano quegli anni ottanta presenti ancora adesso. A maggiore intensità. Maggiore intensità e maggiore inflazione e svalutazione rispetto ad allora.

Oggi [dicembre] ho seguito la sequenza RAI del 19 ottobre 1984, e mi è capitato di nuovo il fenomeno di vedere e ricordare particolari di tantissimi anni fa, a cui non avevo più pensato. Come nello spot di Nelsen piatti – dopo che è stato mostrato anche quello da 5 litri – con il peso metallico. M’è tornato in mente il particolare di quel peso metallico. Poi, la pubblicità COIN, molto modaiola, di quei tempi, che fa venire in mente il nickname di uno che ha un canale YT della NewRetroWave, Luigi Donatello (la moda della “Milano da bere”), qualcosa connesso anche a Bret Easton Ellis e a quella compilation dell’autunno ’90 di cui parlavo poco fa.

In un altro di quei clip, quelle sequenze videoregistrate della tv di tantissimi anni fa e messe in rete, è spuntato anche il complesso (non “gruppo”) “I Macedonia”, dello show del sabato sera di quei tempi, “Fantastico 5”, roba irricordabile. Ma che è esistita un tempo, con tutti i suoi particolari. Enrico Mentana giovane e, nel caso l’avessi visto all’epoca, quando ero un bambino, non sapevo che sarebbe stato quel Mentana del futuro, più anziano e più celebre; era l’epoca in cui si passò dai rubinetti ai miscelatori; la pubblicità Aperol con quel tipo corpulento, di mezza età inoltrata, con gli occhiali, somigliante a un Rockefeller, gli interpreti degli spot che erano sovraeccitati. Quando nelle pubblicità c’erano i pensieri precisi degli interpreti.

Vi è un commento, al video che presento qui in questo post (sequenza tv RAI, della RETE due del 12/12/1981) il quale dice tutto:

“Ufficialmente è la quarta sequenza più vecchia, (l’utente) Cacciaanto aveva pubblicato sequenze spot RAI del ’77 e ’78 di (utente) Giampomatto su Dailymotion, purtroppo non ci sono più”

Poi, in un altro video, anche quel jingle dei Dorè Saiwa (quando la Saiwa era completamente italiana) è riemerso, in qualche modo, dal passato, bucando la mia amnesia. E poi lo spot del liquore Gala cafè, con Paolo Paoloni [il megadirettore di Fantozzi] che interpretava un cameriere, e anche quella pubblicità mi è risalita dalla memoria, con quella bottiglia e quelle tazze marroncine di vetro particolare, che mi son ricordato “ce le avevamo anche noi”, per tanti anni erano nella casa di campagna.

Leggendo i commenti a quei video, mi sono reso conto che è comune rivedere certi particolari di quegli spot, i quali tornano alla mente dopo tanti anni, come il gallo nero fatto di pongo che poi si trasforma nel gallo delle bottiglie della pubblicità del Chianti, che uno di quei commentatori ha associato mentalmente a un episodio familiare. Per qualche attimo ho temuto che fosse il gallo di Chante Clair, “il gallo del pulito”, quindi di uno spot molto più recente, appartenente al periodo della globalizzazione secondi anni ’90-anni 2000. Invece, per fortuna, non era così.

Poi, i soliti commenti che accompagnano quel tipo di video, inerenti al “com’era bella la tv di un tempo, ora questa fa schifo”, “decadimento dei costumi”, ecc. Un genere di commenti che leggevo già nel 2006-07 (la lunga decadenza…), quando su YT avevo scoperto quelle sequenze Tv anni ottanta e novanta – e le sensazioni che m’aveva suscitato una di quelle le avevo banalizzate, normalizzate, tradite, postandole in un certo modo sul blog Splinder che avevo allora, e che poi avrei cancellato.