Protetto: Forse River Phoenix è ancora fra noi …in un’ altra forma

28 03 2019

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Il lupo sta andando

24 03 2019
Prima di tutto, una definizione in modo che sia chiaro dove questo viaggio vada a parare.
Come prevenzione mentale, in modo che in seguito debba sentire nessuna lamentela 🙂
Adolf Hitler usò Wolf come nome in codice.
Adolf significa “nobile lupo”.
E dove c’è un lupo, di solito c’è è una luna, e viceversa.
E semplicemente, prendiamo questo lupo come un modello di riferimento e fissiamo i nostri occhi verso il cielo!
Quindi questo viaggio inizia nella luna piena del 23 novembre 2018.
In questo giorno, il sole è cambiato dallo scorpione al sagittario.
Tra scorpione e sagittario si trova il cuore della galassia.
Il tiratore mira direttamente al centro, che è vicino alla Scorpion Tail,
come mostrato nella figura seguente.
Sul grande schermo appare quindi anche il cecchino Robin Hood
in questo Sagittario accompagnato dalla luna piena.
Anche la televisione tedesca cavalca questa ondata di sincronizzazione
e così corre esattamente alla luna piena del Sagittario la premiere di “The Boat”.
Questa serie suona come l’omonimo successo mondiale del cinema di Wolfgang Petersen nella seconda guerra mondiale.
Il mirino, come il Sagittario, punta direttamente al centro.
Il sottomarino ha uno scorpione come Maling (la targa dipinta di un sottomarino) e conferma lo sfondo astronomico mostrato. Si tratta del centro.
Come già accennato, questa serie è basata sul famoso film di Wolfgang Petersen,
il quale non solo in Germania ha status di culto.
La parte significativa del mito di questo film è anche la colonna sonora,
composto da Klaus Doldinger, che ha anche creato la melodia del titolo, nella scena del crimine.
La domenica è tempo di scena del crimine.
Dal monolite nero (televisore) lo spettatore può vedere due brillanti occhi blu
e come sul poster della barca sopra, il mirino indica il centro nero e imperscrutabile.
Gli occhi sono le finestre dell’anima e una volta visto il sottomarino si conduce
direttamente lì e quindi nel subconscio.
Uno sguardo ravvicinato al nome e cognome del regista Wolfgang Petersen segue questo percorso.
Pensiamo dietro l’angolo, facciamo uscire la luna dal lupo e atterriamo velocemente alla cavalcata lunare di Peter.

 

La fiaba del nuovo anno lunare di Peter del 1912 è molto interessante
e ha a che fare con l’eredità dei nostri antenati.
Fiaba significa messaggio importante.
Questa fiaba racconta la storia di un maggiolino con solo 5 zampe e il suo viaggio verso la luna,
dove trova di nuovo la sesta gamba rubata.
Quindi lo scarafaggio trova la sua cura sulla luna e diventa intero.
La musica per il remake del nuovo anno lunare di Peter dell’anno 1990
Opportunamente viene da Klaus Doldinger!
Il libro descrive la luna e la costellazione dell’Orsa Maggiore sopra il maggiolino.
The Big Bear contiene l’immagine parziale della stella del Grande Carro,
a sua volta per un anno intero attorno alla stella polare (Polarstern)
a evocare un modello familiare nel cielo notturno stellato.
Con la luna il lupo viene fuori velocemente
e ancora con Wolfgang Petersen e la replica dell’U-96,
  servito da modello per il suo film.
Esattamente la stessa replica sottomarina usata da Steven Spielberg in Indiana Jones,
quando l’arca  viene portata da un sottomarino all’isola alla fine del film.
Gli eventi ci ricordano molto la scena del monolite di 2001 sulla luna.
Principalmente si tratta del contatto con il Superiore.
L’ultima foto mostra Indiana e la sua ragazza legati e appoggiati al palo,
imitando la Polaris dormiente. La Polarstern indica il nord e serve da orientamento,
è sempre visibile e la stella più luminosa nella costellazione dell’Orsa Minore.
Poiché il suo treno stellare assomiglia a quello del Grande Carro, la costellazione viene anche chiamata Piccolo Carro.
Entrambe le costellazioni ricordano il simbolismo dello specchio, 69.
In altre lingue, le due costellazioni sono chiamate piccolo e grande merlo acquaiolo.
 
Nota importante per tutti i lettori non tedeschi:
In lingua tedesca i nomi delle due costellazioni si traducono con Piccolo veicolo & Grande veicolo. Ma prima di dare un’occhiata più da vicino, facciamo un salto indietro nel tempo.
“La barca” mi riporta indietro di oltre 20 anni nel mio passato.
Ho studiato un po ‘la storia dei sottomarini e molti di essi portano a Kiel,
dove ho trascorso un po ‘di tempo nell’ex Villaggio della Gioventù Olimpica durante l’estate del ’96.
A Kiel, le competizioni veliche olimpiche si sono svolte nel 1936 e nel 1972.
Kiel è quindi intimamente legato al tema olimpico dei precedenti Sync-posts!
Olympia – contatto con qualcosa di più alto!
Il mio alloggio era proprio di fronte a Laboe, dove si può ammirare l’U-995 sulla spiaggia.
L’U-995 è l’unica nave sorella superstite dell’U-96
e quindi oggetto tangibile e popolare risalente alla seconda guerra mondiale.
Dietro l’U-995 c’è il Marine Memorial, una fiamma che sale verso il cielo.
Come la verità, una fiamma non può essere tenuta giù in modo permanente.

 

Kiel è un caso di 96 immagini speculari e si raccomanda di meditarle.
La chiglia è da un lato la parte più bassa e stabilizzante di una barca.
D’altra parte, Kiel si trova nell’estremo nord della mappa tedesca ed è la più grande città in alto.
Per così dire, la Polarstern (stella polare) della Germania.
Attenzione, ci troviamo ora in sfere spirituali!
L’aquila è atterrata.
Per pensare lontano dal vero, doveva essere escogitato un grande grottesco.
’69. L’aquila è atterrata.
Continua il modello intrecciato di svastica e luna.
La luna piena del Sagittario nel 2018 è stata seguita dalla luna piena al solstizio d’inverno.
E anche qui si entra in profondità nell’acqua.
Aquaman è stato mostrato nei cinema.
Il film racconta di un leggendario impero sommerso,
che, tuttavia, esiste ancora invisibilmente davanti a tutti fino ad oggi.
I precedenti Sync-posts in cui si è già trattato di Aquaman,
dove anche i Mantarochen apparivano grandi e portavano la conoscenza di sé nella barca.
Suo fratello, il Sägerochen è come Maling sull’U-96.
La rete marittima si sta condensando.
In concomitanza con Aquaman a Natale ci fu anche l’ultimo film dei Transformers.
Bumblebee.
Una volta biondo trasformatore dagli occhi azzurri, una volta Maggiolino VW. Il piccolo veicolo!
La giovane donna trova il Maggiolino VW da tempo dimenticato su una discarica per le barche (!)
e lo fa risorgere.
La rete marittima sta diventando sempre più intensa.
Acqua. Emozioni. Subconscio.
Ognuno di essi è molto difficile da controllare!
A quel tempo ho trovato il poster del film Bumblebee estremamente affascinante.
Dall’autunno scorso mi accompagnanp forti sincronizzazioni legate a VW Beetle e VW Transporter.
È incredibile dove e come appaiono ovunque.
Insieme a loro ci sono le parole d’ordine come libertà, mobilità, guarigione e integrità.
Esattamente gli stessi termini che svolgono anche un ruolo importante nel viaggio lunare di Peter.
Il maggiolino finalmente trova guarigione e diventa completo nella fiaba.
Il patrimonio ereditato dai suoi antenati viene riscattato.
L’inizio delle mie VW-Syncs è stata la visita di una cappella VW.
Esiste davvero!
L’elemento base della cappella è un transporter VW sky-ward. Il grande merlo acquaiolo!
Una VW si è trasformata così in un tranquillo luogo di culto, che invita al ritiro interiore.
Nel ’96 la cappella fu dotata di una meridiana come parte di una ristrutturazione. Emozionante. Il numero 96 e il sole, mentre altri 69 giocano con la luna.
La visita della cappella gialla VW è stata il 10 novembre.
Questo è il compleanno dell’attore Taron Egerton, che interpreta Robin Hood.
Taron imitò anche lo Skipsringer Eddie l’Aquila Edwards.
Su questo poster del film può essere visto su un furgone VW giallo.
L’autista della VW è Hugh Jackman, più conosciuto come X-Man Wolverine .
Nella vita reale, Eddie the Eagle ha effettivamente guidato più di 50.000 miglia in un furgone VW, Info .
La VW ha servito l’Olympian (!) Durante i suoi viaggi come una casa, per così dire come un ritiro e resort.
L’anno scorso abbiamo già incontrato il salto con gli sci,
dove il trampolino è servito da rampa di razzo per la Audi Lunar Rover.
Perché si adatta così bene, se Taron Egerton nel 2019 ancora ottiene le ali
ed è iniziato come un Rocketman.
Al cinema dal 31 maggio.
Questo è il giorno che è emerso tramite Amiga 500 Syncs come un giorno per salti di coscienza.
Un giorno prima, il 30 maggio 1938, fu commissionata la costruzione dell’U-96 nel Kiel Germaniawerft.
Quasi in sincronia, il 26 maggio 1938 fu Adolf Hitler
a posare la prima pietra dello stabilimento Volkswagen a Fallersleben.
I due creatori del Maggiolino VW furono Ferdinand Porsche e Adolf Hitler.
Anche i disegni artistici per il Maggiolino VW dovrebbero provenire da Hitler.
Originariamente la località era chiamata “City of the KdF car at Fallersleben”.
Dopo la guerra, il nome cambiò in Wolfsburg, dal nome della vicina Wolfsburg.
Due antichi disegni mostrano Wolfsburg e un mulino nelle vicinanze.
Da notare!
La X segna spesso il centro della galassia [definito anche Schwarzsonne, sole nero].
Questo è spiegato più dettagliatamente nel sync-post ” es müllert “.
In quel sync-post incontriamo di nuovo Robin Hood, Mühlen e il calciatore Thomas Müller.
Quest’ultimo è servito in quel momento come un riflesso della trasformazione della Germania.
Rappresenta anche l’anima umana nella squadra,
con cui ogni tifoso può identificarsi.
Tipicamente Müller, proprio nel mezzo.
Come un fulmine a ciel sereno o fuori dal nulla, l’allenatore nazionale Jogi Löw ha sorpreso tutti gli appassionati di calcio tedeschi con l’annuncio
che Thomas Müller e con lui Mats Hummels assieme a Jerome Boateng
non avrebbero giocato più per la squadra nazionale tedesca.
Onde di intensa emozione hanno attraversato la terra.
Il giorno della ripresa senza Müller e Hummels è stata la partita contro la Serbia il 20 marzo 2019.
Inizia la primavera, seguita dalla luna piena il 21 marzo.
Questa luna piena è stata accompagnata dalla premiere cinematografica Iron Sky – the Coming Race.
Sul manifesto, Adolf Hitler guida un dinosauro di fronte a un’enorme luna piena,
che si dissolve solo sotto il fragore del dinosauro.
Apparentemente, la chiamata del subconscio diventa sempre più intensa.
Iron Sky tematizza i nazisti sopravvissuti sulla luna nella loro base.
Una svastica serve come loro città e ritiro.
Ora fermatevi, ma molto lentamente!
C’è qualcosa che manca.
Non è ancora tutto.
Naturalmente, il logo VW originale rende questo post davvero completo!
Altro ancora è accaduto all’inizio della primavera.
Nessun “mugnaio” più nella squadra, quindi niente più Mats Hummels,
cioè, non hanno voce nella squadra tedesca.
Hummel significa in inglese Bumblebee (ape bombo).
Il Transformer Bumblebee viene anche derubato della sua voce durante il film e quindi comunica solo tramite l’autoradio.
Questo è Dylan O’Brian, noto per la serie Teen Wolf.
Lui è la voce di Bumblebee!
Mentre i calciatori tedeschi all’inizio della primavera
sono al primissimo gioco con VW come nuovo sponsor,
Allo stesso tempo, il film Maze Runner era trasmesso su un altro canale.
Condotto da Dylan O’Brian!
Ma non è tutto. La domenica successiva, l’intera faccenda si ripete.
La Germania corre con VW come nuovo sponsor contro l’Olanda.
Parallelamente, anche la seconda parte di Maze Runner con Dylan O’Brian è in esecuzione. Sync!
La partita internazionale senza Müller e Hummels ha segnato un nuovo inizio energico.
La primavera è stata sempre [un po’ considerata il vero] inizio dell’anno comunque.
Quali energie si trovano ora in Müllers e Hummels?
Se paragonate Müller a un megafono e al ruggente Dino,
allora il suono dovrebbe essere un po ‘ più selvaggio!
Non è tutto!
A causa del cambio di sponsor, si è giocato il nuovo inizio della squadra di calcio tedesca
a Wolfsburg, la casa di VW, dove furono gettate le basi per il maggiolone.
Il Maggiolino VW come il Piccolo Veicolo.
Il Transporter VW come il Grande Veicolo.
The Little Cart with the Polaris,
attorno a cui circola l’Orsa Maggiore nel corso dell’anno e disegna la forma della svastica nel cielo.
Tutto sommato, un contesto di sincronizzazioni piuttosto selvaggio e scioccante!
L’anagramma di Dino è Odino.
È sempre stato accompagnato dai lupi Geri e Frecki.
Avidità e avidità.
Energie arcaiche
Difficili da controllare, come l’acqua e il subconscio.
VW sono le iniziali della Volkswagen e ora si leggono sulle maglie dei giocatori di calcio tedeschi.
La squadra di calcio è uno specchio per la Germania.
Iniziale significa iniziare.
Le due iniziali V & W contengono le parole Au e Weh.
Due espressioni tedesche per il dolore e che chiaramente hanno il messaggio
di come quella guarigione sia urgentemente necessaria qui.
E in alcuni casi, la guarigione riguarda solo il dolore.
Se non volete ascoltarlo, dovete sentirlo.
Colui che sta bene è nel fiume. In inglese Flow. [anagramma di] Lupo [Wolf].
Il lupo appare quindi logicamente proprio dove avviene la guarigione o è necessaria
(da qui l’incredibile potere di auto-guarigione di X-Man Wolverine).
Alla fine della mente, arrivò la seguente immagine speculare mentale ed epitomizzante,
che conduce ulteriormente nella Wolfsschanze Wolfshöhle [tana del lupo].
Cosa significa quando in Germania vengono avvistati sempre più lupi?
Lupi che sembravano già estinti ed estinti?
Il lamento di molti luoghi lo mostra molto chiaramente, il lupo sta per …




Cos’è il solarpunk e i suoi diversi aspetti

22 03 2019

https://solarpunkanarchists.com/2016/05/27/what-is-solarpunk/

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Dal punto di vista degli inizi del XXI secolo, le cose sembrano piuttosto cupe. Un micidiale cocktail di crisi travolge il popolo del pianeta Terra e tutte le altre forme di vita che lo abitano: una crisi geopolitica, una crisi economica e un peggioramento della crisi ecologica dovuto al riscaldamento globale, che deriva da un sistema politico-economico basato sui combustibili fossili per alimentare la sua tecno-struttura.

La cultura, avendo un rapporto simbiotico con le condizioni materiali, riflette molte di queste crisi nella narrativa e nelle arti. Gli anni 2000 e 2010 sono stati pieni di immagini apocalittiche di un futuro devastato dalla guerra, dal totalitarismo, da armi sempre più letali, dai virus killer, dagli zombi e dal collasso ambientale. Non che tali narrative non siano necessarie. Nella migliore delle ipotesi, possono servire come campanello d’allarme per i coinvolti nel mito che abbiamo raggiunto la “fine della storia” con la caduta del muro di Berlino e il trionfo del capitalismo su scala planetaria. Ma se perdura la visione primaria che del potenziale futuro ha la nostra cultura globalizzata, [nelle opere narrative di fantasia] rischiamo di finire per riprodurre [indefinitamente] il cinismo pervasivo e la disperazione che rende tutte le crisi ineluttabili.
Questo è il motivo della validità del solarpunk.

 

Il solarpunk come rivolta della speranza contro la disperazione

Il solarpunk è una [specie di] ribellione contro il pessimismo strutturale nelle nostre ultime visioni su come sarà il futuro. Non si dice di sostituire il pessimismo con un’ottimismo ingenuo, ma con una cauta speranza e l’audacia di mettere in evidenza le potenzialità positive nelle situazioni difficili. Sperando che forse gli esiti di un’apocalisse (rivelazione) possano anche contenere i semi di qualcosa di meglio; qualcosa di più ecologico, liberatorio, egualitario e vibrante rispetto a ciò che è venuto prima, se si lavora sodo per coltivare quei semi.

Qualsiasi tour nelle parti strane di internet rivelerà un assortimento di tradizioni diverse che terminano con il suffisso “punk”: steampunk, dieselpunk, clockpunk, biopunk, cyberpunk, post-cyberpunk e così via. Tutti i vari movimenti di fantascienza punk immaginano come potrebbero essere le cose se la società e la tecnologia prendessero una svolta diversa. Mentre lo steampunk immagina un passato che avrebbe potuto essere [somigliante a un nostro futuro], basato sulla tecnologia dell’età vittoriana, il solarpunk immagina un futuro che potrebbe essere, basato su una certa tecnologia [cosiddetta sostenibile] attuale. Anticipa il tipo di storia alternativa fantascientifica che le persone del futuro potrebbero scrivere di noi se le cose andassero orribilmente. Oltre che essere soltanto un nuovo sottogenere fantascientifico o fantasy, è anche una visione pratica per (forse) portare nel mondo reale le cose immaginate.

Potreste chiedervi cosa c’entri il “punk” con ciò che un cinico potrebbe vedere come il “peace & love” degli hippy e di certi futuristi. Dopotutto, il punk non significa essere incazzati di brutto col “sistema”, vestendosi di “chiodi” di cuoio nero e facendosi le creste di capellii? Il punk è più un ethos che un insieme specifico di significanti, e implica la ribellione contro e la negazione del paradigma dominante e tutto ciò che reprime [“punk nella testa e non nella cresta” qualcuno diceva]. Quindi in questo senso, in un mondo lacerato da un sistema planetario basato sull’avarizia, sul desiderio di potere e sull’ecocidio, il solarpunk potrebbe essere il movimento più “punk” di tutti.

 

Il solarpunk come speculazione ecologica, sia nella finzione che nella realtà

Il solarpunk è una tendenza (prevalentemente) estetico-culturale e (talvolta) etico-politica che tenta di negare l’idea dominante che attanaglia la coscienza popolare: vale a dire che il futuro deve essere necessariamente cupo, o almeno triste per la massa di persone e [anche le] forme di vita non umane sul pianeta. Guardando la millenaria frattura tra la società umana e il mondo naturale, esso pone come fondamento etico la necessità di riparare questa frattura, trasformando la nostra relazione con il pianeta, trascendendo quelle strutture sociali che portano all’eco-cidio.
Si ispira molto alla filosofia dell’ecologia sociale, che si è anche concentrata sulla riparazione di questa spaccatura ristrutturando la società per funzionare più come l’ecologia: in maniera non gerarchica ma cooperativa, diversificata e in cerca di equilibrio.

La visione del solarpunk è quella di una società ecologica oltre la guerra, il dominio e la scarsità artificiale; dove tutto è alimentato dall’energia verde e la cultura della gerarchia e dell’esclusione è stato sostituita da una cultura fondata sull’inclusività radicale, l’unità nella diversità, la libera cooperazione, la democrazia partecipativa e l’auto-realizzazione personale.
Questo sarebbe un mondo di eco-città decentrate, produzione con fotocopiatrici 3D, fattorie verticali, vetri solari, forme selvagge o inventive di abiti e design e una vibrante estetica cosmopolita; dove la tecnologia non è più utilizzata per sfruttare il mondo naturale, ma per automatizzare il lavoro umano e per aiutare a ripristinare il danno che l’Età del Petrolio ha già fatto. Il solarpunk desidera una società con diversità etnica e multiculturale e di liberazione di genere, in cui ogni persona è in grado di attualizzarsi nell’ambiente sociale della libera sperimentazione e della cura comune; e guidato da un ethos dominante di razionalismo compassionevole, in cui la scienza e la ragione non sono viste come antitetiche all’immaginazione e alla spiritualità, ma come concetti che mettono in luce il meglio l’uno nell’altro.
Le storie del solarpunk mostrano personaggi di gruppi (attualmente) oppressi o emarginati che vivono più liberamente, in modo più equo e inclusivo di quanto non siano in grado di fare ora; l’esplorazione di un mondo esotico di modificazioni del corpo, genere e scoperta sessuale, le nuove forme di tecnologia… – e il compito di affrontare i conflitti dei resti del vecchio mondo, nonché i problemi unici che sicuramente si presenteranno in una scena sociale molto diversa. Le arti nel solarpunk sono guidate da mix di tecnologia multimediale e di artigianato più tradizionale, mescolando le cose più disparate come gli anime, l’art nouveau, l’afro-futurismo, i disegni indigeni americani e la moda edoardiana in un mix di “impollinazioni” artistiche incrociate. E tutto quanto sopra tenta di prendere gli aspetti [positivi] già presenti nel nostro mondo attuale e riutilizzarli in un futuro dove tutto è più liberatorio, specializzandosi in reframing, pastiche e reinventando personaggi, stili e tendenze esistenti in un contesto molto diverso. Unendo i diversi stili estetici di molte culture diverse, il solarpunk genera una celebrazione dell’ibridità pur rimanendo sensibile ai problemi dell’appropriazione culturale – “prendere” invece di “partecipare” – da culture subordinate a culture dominanti.

 

Il solarpunk come visualizzazione positiva di un mondo migliore

Non contento di limitarsi a immaginare un domani governato da stati autoritari, multinazionali rapaci e una biosfera devastata, il solarpunk è un movimento eco-futurista che cerca di pensare alla nostra via d’uscita dalla catastrofe immaginando un futuro che la maggior parte della gente vorrebbe davvero vivere invece dei futuri che dovremmo cercare di evitare; un futuro caratterizzato da una riconciliazione tra umanità e natura, in cui la tecnologia è utilizzata per fini umani-centrici ed eco-centrici, e dove una società guidata dalla gerarchia e dalla competizione ha lasciato il posto a organizzazioni gestite sulla base della libertà, dell’uguaglianza e della cooperazione. Lo scopo è quello di fungere da accattivante contro-racconto alle condizioni materiali e immaginarie che ci tengono intrappolati in un mondo autoritario ed eco-cida dove, come diceva Margaret Thatcher, there’s not alternative, “non c’è alternativa”.
Già esistono qui e là frammenti di un’alternativa del genere, in attesa di estendere le loro potenzialità. Cooperative operaie, eco-comunità autosufficienti, assemblee popolari direttamente democratiche, federazioni volontarie di piccoli organismi, reti di mutuo soccorso, fondiarie di comunità; tutto ciò potrebbe formare un tipo molto diverso di struttura politico-economica rispetto a quello spinto dalla globalizzazione neoliberista. Allo stesso modo, tecnologie come energia solare ed eolica e del moto ondoso, stampa 3D, agricoltura verticale, micro-produzione, software libero, hardware open source e macchinari robotici che possono automatizzare il lavoro umano servono a illustrare le possibilità di un ambiente ecologico e tecno-strutture decentralizzate in cui i mezzi di produzione sono sotto il controllo popolare, piuttosto che utilizzati per migliorare il profitto di piccole élite al potere.
Politicamente, il solarpunk appartiene alla più ampia tradizione della sinistra decentralista, associata a pensatori e attivisti come Peter Kropotkin, William Morris, Emma Goldman, Lewis Mumford, Paul Goodman, E.F. Schumacher e Murray Bookchin. Rifiuta la falsa scelta tra la Scilla del capitalismo di mercato e la Cariddi del socialismo di stato, tra l’aspro individualismo e il collettivismo soffocante, optando invece per una società che riconcilia una sana individualità con la solidarietà comunitaria.
Nel mondo del solarpunk, confederazioni decentralizzate di comunità autogestite sostituiranno le forme centralizzate di governo statale, ciascuna amministrandosi attraverso molte forme di democrazia diretta e partecipativa, con innumerevoli tipi di associazioni volontarie strutturate orizzontalmente che si occupano di questioni giudiziarie, ambientali e sociali in modi che cercano di massimizzare sia l’autonomia personale che la solidarietà sociale.
Nello scenario solarpunk, una “economia dei beni comuni” farebbe a meno delle società di speculazione e della pianificazione centrale statalista a favore delle cooperative gestite dai lavoratori, delle reti di scambio collaborativo, dei pool delle risorse comuni e del controllo degli investimenti da parte delle comunità locali. L’obiettivo dell’economia sarebbe riorientato dalla “produzione” allo scambio, dalla “crescita” industriale alla produzione per l’uso e dall’aumento del benessere psico-sociale delle persone e del pianeta. La produzione verrebbe spostata il più vicino possibile al punto di consumo, con l’obiettivo a lungo termine di una relativa autosufficienza nei beni e nella produzione. Le forme decentrate di eco-tecnologia verrebbero utilizzate per rendere il lavoro più partecipativo e piacevole – artigianalizzando il processo produttivo stesso – così come l’automatizzazione delle forme di lavoro noiose, sporche e pericolose ovunque sia possibile. Dopo aver realizzato un adeguato grado di post-scarsità, autosufficienza locale e automazione, potrebbe persino essere possibile abolire il denaro vedendolo come non necessario per l’assegnazione delle risorse.
Una cultura solarpunk cercherebbe di dissolvere ogni forma di gerarchia sociale e dominio – sia essa basata su classe, razza, genere, sessualità, abilità o specie – disperdendo il potere che alcuni individui o gruppi esercitano su altri e aumentando così la libertà aggregata di tutti; responsabilizzando i diseredati e includendo gli esclusi. Ha le sue radici nell’eredità di movimenti quali il socialismo antiautoritario, il femminismo, la giustizia razziale, i movimenti queer e trans, le lotte alla disabilità, l’anti-segregazionismo animale e i progetti di pirateria digitale.

Il solarpunk come utopismo pratico

Come puoi vedere, ci sono sempre state alternative, la saggezza convenzionale le ha semplicemente liquidate come “utopiche”. Ma l’utopismo è davvero una brutta cosa? Intendendolo in un certo modo, sì. La parola stessa, coniata da Tommaso Moro, è un gioco di parole latino che significa sia “non-luogo” (ou-topia), ma anche “buon luogo” (eu-topia); implica un posto talmente bello che non poter esistere. Prima e dopo Moro, ci sono stati tentativi da parte di sognatori ou-topiani di creare mondi perfetti in cui non esistevano reali problemi, ma tali progetti purtroppo avevano anche la tendenza a trasformarsi in società totalitarie e pianificate centralmente con poca libertà personale.

Eppure ci sono stati anche tentativi di mettere in piedi società future tali da non essere impeccabili scenari di “fine della storia”, ma che hanno cercato di eliminare condizioni strutturali di limitazione di autonomia personale e di ineguaglianza forzata delle persone. Questi visionari eu-topici mescolavano uno spirito di speranza ad un atteggiamento di praticità, l’uno temperato dall’altro. È a quest’ultima tradizione che il solarpunk cerca di prendere spunti. Quindi non è utopistico nel senso negativo di voler progettare un mondo “perfetto” senza problemi – un ou-topia (non-luogo) – ma lo è nell’immaginare un mondo migliore per ispirare le persone a crearlo nella realtà – dunque un eu-topia (buon luogo).
E’ la visione dell’utopia come un processo costante di approssimazione verso un ideale, non volendo raggiungere a tutti i costi un qualche tipo di “luce in fondo al tunnel”. Il solarpunk riconosce che la nostra utopia di liberazione sociale e di gestione ecologica potrebbe non essere mai raggiunta al 100%, ma se almeno teniamo conto di questa visione, usando i nostri sforzi ovunque possiamo per rendere il mondo un posto migliore, almeno ogni passo che facciamo per raggiungere quell’utopia sarà un passo nella giusta direzione. Dunque un progresso e, per quelli su cui avrà un impatto positivo, una liberazione.
Come disse una volta Oscar Wilde, “Una mappa del mondo che non include l’utopia non vale nemmeno la pena di essere guardata, perché lascia fuori l’unico paese in cui l’umanità è sempre [in qualche maniera] approdata. E quando l’umanità atterra lì, guarda fuori e, vedendo un paese migliore, salpa. Chiamiamo progresso la realizzazione di utopie. “
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Le repliche dei benpensanti nei confronti di chi la pensa diverso

21 03 2019

 

 

Ecco cosa succede quando si fa notare che I MEDIA NOSTRANI DEMONIZZANO I BIANCHI:

in risposta alla stupenda copertina di venerdì prossimo di Internazionale sul “ terrorismo fascista dell’ uomo bianco “

 

I commenti che ho ricevuto dai benpensanti cortesi ed educati e corretti:

Troiata

Il tuo cervellino

Idiota

Cazzate in libertà

Poveraccio

Povero bianco

Da ricovero

Prendi le pastiglie

Garantiscici che non hai il porto d’ armi

Fantascienza distopica

Il bambino che ha dato L’ allarme era marocchino

( biondo, bianco e nome e cognome italiano )

Uscite dalle vostre ossessioni

Apri la mente

Ah, scusa, hai dei seri problemi al cervello

Stupidità disarmante

BU! Paura, vero?

Dovresti seguire un codice etico dei commenti

Xenofobo

Poveretto e vuoto

Ragioni come un bambino 

Fottuto fascista nazista di …

Psicologia gratis: insicurezza di fondo tipica del fragile incosciente maschio di destra

Si rilassi, si informi, non sia razzista, vedrà che andrà tutto bene

Fai davvero tenerezza

Triggerato

Non è che sotto sotto il saluto fascista lo fai per davvero?

Sei proprio un demente

Noi bianchi siamo lupi mannari

Banale stupidità, risparmiacela

Ignoranti della tua specie

Ti senti ancora figo ad essere Itagliano?

Nazionalista ridicolo

Terrapiattista complottista

Il criminale che ha dato fuoco al bus era ITALIANO

le mie affermazioni:

Ci vuole un bel coraggio a pubblicare una simile copertina dopo i fatti di ieri … Dico solo questo.

Prossima copertina mi raccomando, sulla oppressione del migrante costretto a gesti di disperazione e di “ rabbia giustificabile “ nei confronti dei bianchi ipnotizzati dal potere oscuro di Salvini.

Svegliatevi per la miseria, i media vi demonizzeranno fino alla fine. questa rivista non è vostra amica.

meno male, altrimenti dovremmo piangerci addosso ogni giorno per la sventura di essere nati bianchi in un mondo mediatico che ci dipinge come lupi mannari.

io penso con la mia testa, non mi rappresenta nessuno. Io vedo solo gente che dorme e difende i suoi nemici.

ma ducetto perché te lo dice la rivista? I pensieri tuoi personali si devono sottomettere alle parole di una rivista? vedi tu.

non ti piace essere ITAGLIANO? Trasferisciti in Senegal, vedi laggiù come ti accolgono bene. Appena ti vedono ti fanno re. Gente come voi che odia il proprio paese e che assorbe tutto il senso di colpa e di disgusto che vi viene insegnato dai media, quanta pazienza e compassione che bisogna avere. Siamo il primo paese al mondo per influenza culturale e voi non fate altro che sputare odio.

si ma i bambini della scuola media di Valois di Crema non hanno certo buttato a mare tutti i migranti o mi sbaglio? Ha perfettamente senso prendersela con loro perché muoiono i migranti. Ma basta.

io ti dico solo che se ieri andava a finire male tu non vedevi più lo stesso paese. Forse non ti e’ Chiara la gravità del gesto di ieri. La guerra civile libanese del 1975 è iniziata con un pullman bruciato. Ci sarebbero stati 51 bambini bruciati da un tizio che voleva vendicare i morti in mare, come se le famiglie dei bambini fossero stati implicati nella morte di tutti i migranti del mediterraneo e delle sue figlie ( ancora da verificare visto che pare abbia sposato una italiana e che ha 2 figli vivi ). Fosse andata alla peggio, tutto il modo di pensare della rivista sarebbe stato cestinato e sepolto. Voi non avete idea, e rimarrete testardi fino alla fine. Speriamo, speriamo davvero che non sia iniziata la stagione degli attacchi in Italia. Comunque, il famigerato lupo solitario che si attiva all’ improvviso è arrivato in Italia e questo cambia tutto.

ti sfugge anche il fatto che degli italiani hanno deciso che uno con precedenti penali potesse fare l’ Autista scolastico … anzi, aspetta, quelli manco ne erano al corrente, peccato, qualcuno doveva informarli, adesso “ io non lo sapevo “ diventa una giustificazione. Ma tanto questa rivista menzionerà sicuramente come il terrorista, spinto da improvvisa compassione, abbia fatto scendere tutti i bambini prima di appiccare il fuoco. PECCATO CHE un video dimostra che mentre i carabinieri cercavano di liberare i bambini quello è partito di nuovo, e le testimonianze potranno affermare che quando era in fiamme c’ erano passeggeri a bordo

Tanto lo sappiamo tutti che pure se fosse andata alla peggio, la rivista avrebbe commentato come: “ pover uomo traumatizzato dal suo passato, istigato dal mostruoso Salvini ( e non dai tartassamenti continui dei media italiani che in un modo o nell’ Altro colpevolizzano l’ italiano bianco che nulla può nei confronti degli sbarchi, e non da chi demonizza continuamente chiunque non la pensi come ” bisogna correttamente pensare “) …ah no, tutto merito di Salvini “ così ci sarebbe stato scritto e lo sappiamo tutti.

no, ovviamente, però sanno bene che copertine di questo genere danno sui nervi ai bianchi che non hanno mai fatto il gesto mostrato In copertina e che non passano il tempo ad avere nostalgia del fascismo. Ma si sa, il bianco italiano è una brutta bestia da rieducare, un po’ simile al pensiero dei potenti dell’ epoca della scoperta dell’ America …

da ricovero è chi non si indigna del gesto di ieri. Terrorista aizzato giorno dopo giorno da tutti gli amici e complici mediatici di questa rivista. Okay, prima era un uomo comune, ora è soltanto un terrorista che ha tentato di bruciare dei bambini innocenti. La responsabilità del lavaggio di cervello di questo ex uomo comune risiede nei nostri media che non fanno altro che cercare di inculcarci l’ Idea che noi in qualità di bianchi italiani abbiamo fatto il gesto gravissimo di favorire un leader “ fascista “ e che siamo colpevoli a priori di tutto il male che succede nei nostri mari. Chissà il prossimo lavato nel cervello cosa combinerà. Io il mea culpa non me lo faccio, il mea culpa se lo facciano i suoi datori di lavoro e chiunque faccia parte del sistema mediatico. Io nulla posso nei confronti di ciò che accade nel mediterraneo, in qualità di persona comune.

io non mi sento circondato da nostalgici del fascismo. Lei invece? Ha paura del demonio Salvini? Chi non lo copre di insulti è un fascista? Chi non dice che è il nemico è cattivo? Veda lei.

infatti si è visto, il colore biondo dei capelli fa proprio parte dell’ etnia marocchina. Ne dubito. Forse sono stati in due ad allertare le forze dell’ ordine. Può darsi, io ho scoperto il fatto solo questa notte. Comunque ho sentito una intervista ad un bambino che indicava come il suo amico cognome e nome italiano avesse avvisato la polizia, chiamato i genitori, quindi non so. Rimane il fatto che stai cercando di rigirare la frittata.

scommetti che se ieri andava alla peggio dovevano cambiarla? Lo so benissimo che non è stata decisa adesso, cosa credi? Andate a curarla voi la vostra ossessione infermieristica nei confronti dei non bianchi. Bianco = fascista e razzista , Non Bianco = oh, povero disperato, vieni da noi che ti proteggiamo dalla persecuzione bianca e ti daremo tutto quello che abbiamo perché tu automaticamente meriti di più. Ma dove sta scritto? Ancora non avete capito che si parla Di traffico di esseri umani, che cosa bisogna fare con la gente come voi? Compatirvi. Svegliare i recuperabili. Pazientare con chi ti da dello psicopatico. TRAFFICO DI ESSERI UMANI, non misericordia nei confronti del non bianco.

prima regola del fantomatico codice etico? Vietato dare del terrorista a chi non ha la pelle bianca? Ah, no, aspetta, vietato criticare e giudicare in qualsiasi modo chiunque non ha la pelle bianca. Ai vostri amati media non gliene frega un fico secco del ” codice etico ”, loro vi lavano il cervello e voi glielo lasciate fare, loro creano in voi sensi di colpa, e voi vi fate imboccare senza alcuna resistenza. Perché se lo dice la tv deve essere vero per forza. Perché se la rivista dice una cosa bisogna prenderlo per oro colato e far propri tutti i suoi principi, perché lei è dalla parte del giusto, e gli altri solo spazzatura. Io non ho insultato nessuno, a me han dato del ritardato, dello psicopatico, mi hanno detto di prendere delle pastiglie, insegnalo a loro questo fantomatico codice etico.

andiamo alla grande oggi con le supposizioni alla cazzo sulle persone sconosciute, eh? Complimenti, seguitelo voi il vostro santissimo rispettabilissimo codice etico Del quale parla chi ha commentato prima

che goduria a psicanalizzare lo sconosciuto da uno schermo, vero?

almeno io non do’ del fascista a chi osa criticare le mie idee. Poi a me si parla di codice etico che dovrei rispettare, aspetta che mi leggo gli insulti e le supposizioni in serie che sono stati scritti qua: psicopatico, prendi le medicine, fascistello, nazista …non è che sotto sotto chi cova rabbia e frustrazione nei confronti del differente siete proprio voi?

 

 





Domenica della lettura 3° appuntamento – PSYCHOSIS capitoli 5 e 6

17 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.  

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CAPITOLO 5 – Demoni emergenti

1

Era uno spettacolo inusuale, per chi ci faceva attenzione, vedere un ragazzo alla guida di una moto rombante trasportare l’ amico con i vestiti pieni zuppi di sangue. Se non fosse stato che Priamo si teneva il naso premuto con tutta la sua forza si sarebbe potuto pensare che avesse appena massacrato qualcuno. Enea sperava di non imbattersi nei vigili, perchè quelli, dissanguamento o meno, vedendo Priamo senza casco li avrebbero fermati, e il suo amico sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso con una volante della polizia.

Si sentiva un uomo, forte e cattivo, quando accelerava in sella alla sua motocicletta. In un piccolo anfratto della sua mente, mentre sfrecciava per le vie, cercando di raggiungere il quartiere di San Valentino, si augurava di non superare i limiti di velocità. Per il resto gli sembrava di essere un personaggio di qualche anime giapponese.

Quando arrivava a delle strisce pedonali si metteva ad urlare « Via, state lontano! Il mio amico è in pericolo! »

Una donna si scansò appena in tempo, e vedendo il passeggero con un fazzoletto sulla faccia e il sangue che colava inesorabile, in cuor suo pensò Oddio, questo è il primo che sopravvive a un attacco del killer!

La signora, ironia della sorte, era la madre di Fosco Chiavelli che usciva da un negozio dove aveva fatto acquisti. Se avesse saputo che a combinare la faccia del passeggero della motocicletta in quel modo era stato il suo stesso figlio lo avrebbe obbligato a trasferirsi dal nonno, che era suo padre, che sapeva bene come risanare certi adolescenti ribelli e impulsivi.

Pensieri strani offuscavano la mente di Enea Cercovici. Andiamo a cercare quei vigliacchi e spiattelliamoli sul cemento. Così capiranno che con noi non si scherza. Stanno giocando col fuoco e non se ne rendono conto.

Enea non sapeva che cosa farsene di questi pensieri cattivi. Rimaneva ammutolito per qualche istante quando gli partivano i film mentali. La sua priorità in quel momento era portare il suo amico al sicuro.

Sto creando uno spettacolo per tutta la città. Doveva proprio accadere alla massima distanza possibile dal quartiere dell’ ospedale. Domani tutti crederanno che siamo stati assaliti dal killer. E noi non possiamo fare altro che tacere altrimenti quei balordi ci perseguiteranno ancora.

Di questi pensieri egoistici si vergognava. Voleva bene al suo amico, e non gli piaceva affatto vederlo in quello stato, a pregare di non perdere conoscenza. Il tempo stringeva. Bisognava risolvere la situazione.

Finalmente imboccò il viale di San Valentino, e sfrecciò attraverso bar e negozi, ristoranti – pizzerie e davanti alla centrale dei Carabinieri. Poi superò l’ incrocio del canale e ancora più avanti, si voltò a lanciare un’ occhiata al cancello colorato dell’ oratorio più noto della città. Sfrecciò quindi affianco al pilastro con l’ insegna del Blockbuster, ed era ancora a metà strada. Girò quindi a sinistra all’ incrocio e imboccò il viale alberato, con il mini parco giochi e il campo da calcio recintato. Fece una frenata nel parcheggio dell’ ospedale, e scese. Si tolse il casco e diede un’ occhiata all’ amico, che ormai aveva le mani appiccicose e stringeva un fazzoletto grondante.

Una piccola folla cominciò a circondarli, ed Enea spiegò che aveva ricevuto una pallonata in faccia e soffriva di emofilia, così un medico che passava di là lo portò a passi svelti dentro al pronto soccorso. Enea salutò l’ amico con una pacca sulla spalla. Priamo borbottò qualcosa per ringraziarlo del passaggio e mormorò: « Quando mi passa ti dò un colpo di telefono. »

Durante il ritorno a casa, Enea rimase imbottigliato nel traffico, così, sbuffando, si guardò intorno. Ad un tratto, la sua vista si focalizzò su una vetrina. Vi era esposta una macchina fotografica professionale. SCONTATA DEL 40 %, USATA, IN BUONE CONDIZIONI.

Qualcosa scattò, nella mente di Enea. Una specie di connessione, un flashforward, che al contrario di un flashback, ti trasportava nel futuro. Per qualche istante si immaginò a fotografare la carcassa di un coniglio con le gambe rotte e le zampe anteriori strappate via.

Ma che diamine …per Enea fu come svegliarsi da un brutto sogno. Scoccò un’ altra occhiata alla macchina fotografica. Un particolare effetto ottico ne fece brillare l’ obiettivo, come se stesse mandando un segnale diretto al giovane motociclista. Comprami. Usami per il tuo feticcio per la morte. Mi vuoi. Portami via con te.

Enea rabbrividì. Non riusciva più a capire chi era e che cosa stesse facendo. Poi si accorse che la macchina davanti a lui era avanzata, e che stava bloccando la fila. Ripartì, e non ci pensò più fino all’ indomani, quando, come in una specie di pilota automatico, prese dei risparmi dal barattolo dei soldi che teneva in camera sua, e si diresse al negozio.

 

Quel giorno, un germoglio di oscurità cominciò a prendere vita dentro la sua mente. Prima di allora non aveva mai dato segni di una benchè minima passione per la fotografia. Fu come una lampadina che si era accesa: posso farlo in questo modo.

Nessuno sapeva che gli piaceva assistere all’ agonia di morte degli animaletti. Nemmeno avrebbero potuto credere che il pensiero gli provocasse una morbosa eccitazione.

Da piccolo riempiva una bacinella d’ acqua e faceva la doccia alle formiche, sconvolgendo la loro normale routine come un Dio che giocava alle estinzioni planetarie.

Poi era passato per la fase delle lucertole, che impiccava dal lampadario di casa durante le prime volte da solo a casa. Era solito anche intrappolarle in un barattolo senza cibo nè acqua. Si immaginava l’ esserino che incontrava la faccia del suo carnefice tutta distorta da dietro il vetro.

A dodici anni, una volta, in occasione di una visita a casa della nonna, si addentrò nel giardino che in verità assomigliava molto di più a una giungla, e si sedette su una gallina, stringendole il collo e tirando.

Quando si trattava di ammazzare un ragno gli dava fuoco. Quando si trattava di eliminare le zanzare chiedeva sempre di usare lui lo spray.

Un giorno, a tredici anni, gli venne affidato il cuginetto per tre ore, durante il pomeriggio, e il bambino era una piccola peste, e lo aveva fatto correre per la casa per stargli dietro, poi gli aveva nascosto dei soldi e non voleva dirgli dove. A un certo punto, Enea si chiuse a chiave nella sua stanza congedandosi dalla sua mansione, e passata un’ ora lo trovò addormentato sul divano in salotto. Si fermò a contemplarlo. Ebbe un’ orrenda visione, nella quale lo strangolava nel sonno con una sciarpa che apparteneva a suo padre. Ne rimase marchiato, e da allora non provò più piacere a far fuori animaletti. Aveva nascosto quel feticcio sotto al tappeto dell’ inconscio e gli aveva detto addio. Poi un pomeriggio tardi, il demone si era ripresentato nella sua vita.

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2

Il giorno dell’ acquisto e del suo debutto come fotografo professionista aveva deciso di addentrarsi nella zona della Scorciatoia, che nel novantatre non portava verso nessun ipermercato, ma finiva fra la vegetazione intricata.

A momenti rischiò di rompere il suo prezioso congegno, perchè inciampò in una radice esposta e capitombolò per terra. Inaugurò la giornata allenandosi con semplici foto dell’ ambiente circostante, fotografando i misteriosi ruderi mangiucchiati dalle edere che si potevano trovare in uno dei sentieri. Scatto dopo scatto ne assunse la padronanza. Nessuno si accorse che si aggirava un ragazzino che recitava il ruolo della Morte, per gli sventurati animaletti che incrociarono il suo cammino. Enea aveva lasciato spazio libero al suo alterego, un essere morboso che si sentiva quasi come un corteggiatore quando inseguiva i coniglietti e li piantonava al terreno con una lama nel ventre. Stava maneggiando un risucchia anime con l’ obiettivo. Scattava sempre il flash quando era giunto il momento preciso del trapasso. Allora Enea si leccava le labbra e sorrideva come un bambino quando gli si regalava qualcosa. Quel che gli veniva trasmesso era una sensazione inebriante di predominio.

« Chi cazzo sei in confronto a me, Fosco Chiavelli? » sibilò a nessuno.

« Tocca ancora uno dei miei amici e il prossimo a essere sventrato sarà il tuo cane! » sghignazzò come se il bullo si trovasse davanti a lui.

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3

Enea si era così lasciato andare alla parte alienante di sè che gli era venuto un leggero mal di testa. I pensieri si accavallavano uno sopra l’ altro, una ciliegia attira l’ altra, aveva pensato. Aveva fatto diventare concreta la visione del coniglio con le gambe spezzate e le zampe anteriori strappate via con la falce. Si era chiesto se i conigli conoscessero l’ odio. Una volta fotografato il trapasso si tirò giù la zip dei pantaloni e pisciò sul suo corpo. Ora mi odi, coniglietto?

Che animali inutili, pensava. Non avranno mai il predominio su quelli più grossi. Chi non odia non sopravvive. Chi non prevale è destinato a finire k.o. per mano del grande demone umano.

Entrò in uno dei ruderi tutti disfatti e decadenti, e si ritrovò a rimirarsi allo specchio.

Si espresse in una lunga risata macabra e insana, con una voce profonda.

Con la mente offuscata dalle sensazioni intense tornò indietro con la memoria a un momento dimenticato, quando un giorno, da piccolo aveva osservato dalla finestra con la tapparella socchiusa suo padre che sferrava un calcione al cane di un vicino, che aveva spaventato Sabele.

Quanto poteva deragliare una mente malata? Una sagoma bizzarra si formò nella mente di Enea. La figura della Morte con dei capelli neri da donna e una collana di perle. La sua anima gemella. Ma no, non era esatto. La persona che più gli era affine, almeno secondo i pensieri di quella giornata, era Fosco Chiavelli. E allora si mise a pensare a lui, si immaginò mentre gli raccontava il suo segreto, e poi andavano a caccia del killer assieme. Avrebbe dovuto chiederlo, un giorno o l’ altro. Vieni, ti mostro una cosa. Perchè non sfoghi la tua rabbia come io sfogo il mio feticcio? Scateniamo il terrore nella foresta della Cittadella. Un genere di terrore che gli stupidi umani che ci circondano ogni giorno non conosceranno mai. Forse solo uno, il famigerato killer di Ferrofiume. Cosa ne dici se un giorno ci mettiamo a indagare e scopriamo la sua identità? Poi potremo ucciderlo assieme, e diremo che era autodifesa, e riceveremo una medaglia. Io quella dorata, tu d’ argento. Perchè rimarrai sempre secondo, rispetto a me. Spiacente, fratello.

Deluso, si risvegliava la parte quotidiana di sè, ma solo in maniera parziale.

Accidenti, però, c’è un problema mica da poco. Io sono uno degli emarginati e tu sei uno dei forti e temuti bulli. Che situazione bizzarra. Non te lo aspetteresti da uno come me, eh? Forse non ci possono essere due persone così affini, a dividersi il territorio. Uno di noi dovrà prevalere. Forse un giorno sarò costretto a piantarti quel tuo stupido pugnale nello stomaco.

Tu pensi di detestare il mondo, di essere visto come un ragazzo cattivo e beffardo. Ma sei patetico. Ascoltami, gran figlio di puttana. Osserva come invado e dissacro i tuoi ultimi istanti di vita mostrandoti una malignità che non conoscevi ancora.

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 4

Il giorno seguì la notte come se niente fosse successo. Appena Enea ripose la macchina fotografica nello zainetto, si dimenticò di ogni cosa. Quella sera, prima di cena, approfittando del fatto che Sabele si era ritirato in bagno, all’ improvviso ebbe un’ intuizione strana. Così si recò nella stanza di suo fratello maggiore. Con l’ incredibile sospetto che aveva in corpo quella stanza apparve sinistra. Si aspettava quasi che, se avesse aperto l’ armadio e rovistato nei cassetti, avrebbe trovato abiti sporchi di sangue, e una collezione di lame nascoste sotto il letto. E se il fratello l’ avesse beccato a far pasticci con le sue cose, avrebbe potuto reagire male. Ma Sabele gli voleva bene, non era forse così? La visione della testa di una vittima, nascosta fra le sue cose, gli fece annodare lo stomaco. Ne visualizzava gli occhi spenti bloccati in un’ espressione di terrore, con rivoli di sangue che colavano dalla bocca.

Se la madre fosse passata in corridoio e avesse spento la luce per sbaglio come succedeva spesso Enea si sarebbe lasciato prendere dal panico, ma non poteva. Doveva cercare di controllarsi, eppure tremava tutto. Sembrava uno scheletro giocattolo mosso da un bambino dispettoso.

Se non avesse trovato niente, si sarebbe messo il cuore in pace, e si sarebbe vergognato per il resto dei suoi giorni di aver sospettato del fratello.

Questa indagine istintiva e impulsiva la doveva a tutte le vittime. Cercava di farsi venire in mente qualche episodio inquietante del fratello, qualche discussione accesa. Gli chiedeva di partecipare a giochi strani?

Gli chiedeva sempre di fare quello che muore, o che viene catturato, ma significava qualcosa?

Avrebbe potuto chiedergli che cosa pensasse della vicenda del killer. Secondo lui veniva da fuori a mietere vittime, oppure era una persona del luogo? Avrebbero potuto incontrarlo e pensare a quanto era gentile quell’ uomo? Era uno che cercava di attirare le persone chiedendo informazioni su come raggiungere un determinato luogo e poi le assaliva? Non hai molta immaginazione, Enea. Quello era un predatore. Adocchiava le prede, le sceglieva con attenzione, e non si faceva notare fino al preciso istante dell’ attacco.

Quali indizi poteva cercare? E se non ci fosse niente di rilevante in camera sua? Non era certo il posto dove nascondere le armi e i vestiti con gli schizzi di sangue.

Poi realizzò che lui usciva spesso da solo per andare a disegnare. Animali e persone, ricordi? Te lo aveva detto quella volta.

Fece saettare lo sguardo e compì un giro su se stesso. Dove potrebbe essere quel quaderno?

Cercò di ricordare le volte in cui l’ aveva visto prenderlo.

Poi capì. Era mischiato con il suo materiale scolastico. Guardò l’ etichetta su tutti i quaderni. Arrivò a maneggiarne uno senza etichetta. I fogli erano giallo seppia. In prima pagina c’ era scritto DISEGNI DI UN PROFESSIONISTA: SE STAI SBIRCIANDO QUI DENTRO NON TORNERAI PIU’ INDIETRO. Ma che razza di frase di benvenuto era? Il quaderno ondeggiava per i tremolii delle mani di Enea.

Andò avanti, e cominciò a sfogliare. Sono disegni normalissimi. Ritratti di gente comune che passeggia per i parchi. Uccellini che vengono a banchettare con le briciole di pane. Ma poi Enea si rese conto che le pagine erano più spesse di come dovevano essere. Erano pinzate sia sopra che sotto. Erano attaccati due alla volta. Cercò di sbirciare dentro a una delle pagine nascoste, e vide gli orrori. Non riusciva a scrutare l’ intero disegno, ma vedeva comunque una serie di cadaveri. NON TORNERAI PIU’ INDIETRO! Una smorfia di tristezza e paura piegò le labbra di Enea. Mosse le pagine con il timore che cresceva. L’ ultimo ritratto era allo scoperto, e colorato.

Sabele aveva inserito anche sè stesso, ed era irriconoscibile. Gli occhi erano dei fari rossi, la bocca era un ghigno come quello di un teschio, ma con i denti di un tirannosauro. I capelli scuri contornavano un teschio con la pelle ancora attaccata addosso. Sta guardando me! Mi vuole afferrare per il collo e punirmi per aver aperto il suo quaderno! pensò Enea, che si sentì male. Gli occhi si socchiusero, e il ragazzino cominciò ad ansimare, sentendosi senza fiato. Si era piegato come un vecchietto col mal di schiena che si sorreggeva sul bastone.

Devo mettere tutto al suo posto! Non deve sapere nulla di quel che ho visto! SBRIGATI!

Enea si sorprese di trovare la forza d’ animo di risistemare il quaderno nella sua posizione, e si ritirò in un angolino della cantina, a sfogare un attacco di panico.

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5

A cena, Enea si era presentato con gli occhi arrossati e la mano tremolante, che cercava di acchiappare gli gnocchi con la forchetta. Si era sorpreso di riuscire a mangiare, ma temeva che i genitori …e il fratello …il killer in casa mia, quel genere di fratello, percepissero la nausea che provava. Finito di mangiare, si posizionarono tutti e quattro in salotto a guardare la televisione. Ogni tanto, Enea si lasciava scappare un’ occhiata al fratello. Quella sera era così cupo …non aveva parlato di niente. Era lì, nell’ angolo più lontano da lui, a fare da soprammobile. Ad un certo punto i loro sguardi si incrociarono, e il cuore partì per un giro sull’ ottovolante. Enea arrivò a massaggiarselo, temendo che gli aprisse il petto per andarsene per conto suo. E magari finire strizzato dalle mani del fratello.

Sabele sorrise. Non mostrava denti aguzzi. Era un sorriso da Ehi, come stai? Si sta bene in famiglia, non è così? ma quel che Enea vedette fu il teschio con la pelle nera con due semafori rossi per occhi che veniva a ghermirlo.

Enea balzò in piedi e caracollò in bagno mormorando « Mi scappa! »

Si chiuse in bagno, e si svestì, tirandosi via i vestiti con una furia in corpo. Ha capito tutto! Sa che io so cosa fa quando esce a disegnare! Mi prenderà quando meno me l’ aspetto …sarò la sua prossima vittima, e una volta tornato a casa, piangerà sulla mia tomba, chiedendosi come mai non è riuscito a difendermi e proteggermi. Sta recitando una parte.

Enea era rimasto in mutande, e saltellava sul posto con le mani fra i capelli, cercando disperatamente di fermare il flusso di emozioni che lo sconcertavano.

Chiuse gli occhi e si immaginò Sabele che lo confrontava e gli diceva NON TI AZZARDARE A PRENDERE LE MIE COSE! SE INFORMI QUALCUNO DI CIO’ CHE HAI VISTO VERRO’ NEL TUO LETTO A SPEZZARTI LE OSSA E LAVERO’ CASA NOSTRA CON IL TUO SANGUE!

Sono il fratello di un serial killer diventava una frase eccitante da ripetersi come un mantra.

CAPITOLO 6 – Attratto dalla tenacia

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1

1993

Beatrice Bronsone si era svegliata alle prime ore del mattino, scossa da incubi, che rappresentavano apparizioni e presenze. Tirò su la serranda e vide che il panorama dei campi era stato coperto da una spessa coltre di nebbia. Le sembrava quasi che la casa levitasse nel nulla. Dopo aver fatto una colazione a modo, che per lei significava salutare, nutriente e leggera, come al solito saltò sulla bicicletta col cestino davanti e si spostò dalla sua zona di residenza di Ferrofiume Popolo, prestando la massima attenzione al transito delle auto.

Giunta in città, si apprestava a compiere le sue abituali commissioni per i clienti fissi dei suoi genitori, che producevano vino e generi alimentari nella loro cascina – fattoria e nell’ orto. Portate a termine le consegne, decise di vagare senza una meta particolare per la città, sentendosi una sensazione di timore e pesantezza addosso. Il giorno precedente aveva avvistato una presenza in lontananza che le aveva fatto venire i brividi, anche se quel mattino l’ episodio appariva già come qualcosa di confuso e remoto. In ogni caso, l’ aveva spinta a fare dietrofront e rintanarsi in casa.

Qualcosa attirò la sua attenzione, mentre si era fermata per qualche istante a osservare il fiume dal Viale che portava al Molo. Un foglio da disegno giallo seppia con le iniziali del suo nome ben evidenziate. Che curiosa coincidenza, pensò lei. Chissà chi l’ aveva lasciato lì …o magari l’ avevano gettato via. Lo raccolse e se lo mise in tasca.

Si avvicinò al sentiero di ghiaia che portava al Molo, e notò una grossa macchia di sangue asciutto.

Mi fa pensare alla presenza misteriosa di ieri riflettè. Ma no, dai, sarà che un piccione è stato assalito da un gatto …però mancano le piume sparpagliate tutt’ intorno.

Non voleva trovarsi un corvaccio nero a scrutarla con quei loro occhietti intelligenti. Li temeva, anche se poteva sembrare stupido, per via del modo in cui ne parlavano, come uccelli del malaugurio.

Poi si accorse delle impronte di scarpa, che lasciavano macchie rosse lungo il sentiero.

I passi del killer di Ferrofiume pensò. Scosse quel lugubre pensiero con la testa.

Concluse che l’ atmosfera non era delle migliori, anzi, non le piaceva affatto. E se si trovasse ancora nei paraggi, pronto ad assalirla? E se si trattasse di un barbone ubriaco? Lei era una ragazza e non poteva permettersi di prendersi dei rischi.

Cominciò a pentirsi di aver inforcato la bici per andare a fare le consegne in città, persino di essersi svegliata così presto quella mattina. Sebbene provasse curiosità verso quelle orme, non poteva seguirle e vedere dove portavano. Non voleva essere una di quelle, cioè quelli che fanno i ritrovamenti macabri. Si mise a pensare al disegno che si era messa in tasca. Forse chi l’ aveva abbandonato a terra era la vittima. Era meglio tornare a casa, e continuare con i soliti lavoretti con gli animali e le piante.

Certo. E invece scese dalla bici, mise il cavalletto e cominciò a seguire le impronte.

Scesa a livello dell’ erba, sentì un cra cra. C’ era uno di quei corvacci nei paraggi. Ma non osò guardarsi attorno. Cercò di ignorare quel verso.

Vide un braccialetto con un bottone argentato che brillava, gettato a terra. Accidenti.

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2

L’ arrivo della primavera rinvigoriva sempre le energie e la voglia di muoversi di Beatrice, che si rallegrava di poter praticare jogging al mattino, una volta a settimana. Era una ragazza tenace e determinata, si era iscritta a un corso di arti marziali, karate, e trascorreva i tempi di qualità andando a caccia di fagiani con il padre. Aveva quasi sedici anni, ma stava già imparando a guidare, sebbene si mettesse al volante di un Ape, o di un furgoncino, o di un trattore, a seconda dell’ occorrenza. Il padre riteneva che sua figlia fosse più matura di un maschio alla sua età, e abbastanza dotata per accelerare i tempi.

Sua madre le aveva insegnato che le donne non devono necessariamente sottostare al volere degli uomini, e le aveva sempre suggerito di pensare con la propria testa, e di tirarsi su sempre, senza arrendersi davanti alle difficoltà quotidiane.

Sebbene temesse i corvi e affini, non si faceva problemi a prendere di mira fagiani con il fucile. Era una tradizione di famiglia, un rito di passaggio, e aveva cominciato ad andare nei boschi con il padre sin dai tredici anni.

Durante l’ anno si occupava di rimuovere le erbacce infestanti, diserbare, seminare, zappare e arare, collaborando a pieno titolo con il padre. Come mansioni alternative, se la madre glielo chiedeva, preparava conserve, varie ricette e pelava le patate. Le avevano insegnato che le multinazionali “ sporcavano “ e modificavano il cibo. Beatrice evitava di incappare in quelle trappole scegliendo marche più modeste e mangiando ciò che producevano nel loro piccolo, sempre cercando qualità e stando attenta alla salute. Quando si trattava di andare in città a portare carichi di vino, conserve e altri prodotti, le veniva data una paghetta non da poco, con tanto di bonus mancia da parte dei clienti fidati, dai piccoli negozianti, che lei considerava il suo primo mini stipendio.

Nell’ autunno precedente aveva intrapreso un corso di canoa con un team di giovani, che si radunavano al Molo di Ferrofiume per percorrere un tragitto prestabilito lungo il fiume Po. Ne era rimasta entusiasta e si aspettava di ricominciare una volta iniziato il mese di aprile.

Di recente aveva aggiunto una nuova mansione durante la quale collaborava con il padre: il tetto necessitava di essere aggiustato, dopo essere stato danneggiato da un violento temporale e quindi, anche se la madre si era preoccupata un pochino, era salita sul tetto a sostituire le tegole. Trascorreva i suoi momenti liberi, di svago, assieme a un gruppo di maschi, nei giorni in cui si fermava a cenare dalla zia, che, in quel periodo così pericoloso per la città, la portava a casa subito dopo con la macchina.

Suo padre aveva conservato un album di vecchie foto, e durante le sere invernali spesso si sedeva sulla poltrona a commentarle assieme a sua figlia; così Beatrice aveva scoperto che un tempo passava una specie di tram per le strade della città di Ferrofiume, il tramvai.

 

 

3 

In un altro giorno, Beatrice aveva preso la sua bici durante un giorno libero da impegni e si fece i consueti chilometri per raggiungere il cuore della città, diretta verso la zona industriale. Avrebbe fatto un giro di perlustrazione da quelle parti per un’ ora, poi sarebbe tornata a casa, o magari avrebbe prima fatto visita alla zia per accordarsi sul loro prossimo appuntamento serale. Le avrebbe chiesto di usare il telefono per avvertire la madre che sarebbe tornata un po’ più tardi. La donna cominciava a temere, un po’ come tutte le madri della zona, che il killer potesse colpire proprio sua figlia. Una volta le aveva elencato una serie di divieti perentori, alzando l’ indice verso l’ alto, ma Beatrice le aveva ricordato che era una ragazza intelligente e giudiziosa, e non era necessario trattarla come una bambinetta ingenua. La madre glielo aveva riconosciuto.

L’ attrazione principale della zona industriale erano le rovine di Ground Zero, la fabbrica che aveva scatenato una nube tossica durante la maratona dell’ ottantasei. Per i giovani del luogo avvicinarvisi equivaleva a entrare in uno scenario da videogioco, e si avvertivano gli echi di Chernobyl, che era accaduto solo qualche settimana prima del Ground Zero. Bisognava però che tutti quelli che si mettevano in esplorazione facessero attenzione alle polveri letali che ancora si potevano trovare negli angoli nascosti. In quella circostanza, Beatrice si sentiva tanto Lara Croft alle prese con una scoperta archeologica.

Molte fabbriche nei dintorni erano state danneggiate in modo grave; Beatrice poteva osservare mattoni, ruderi deformi e macchinari arrugginiti. Esaminava il terreno come se avesse delle lenti d’ ingrandimento al posto degli occhi: massima attenzione alle polveri.

Beatrice si mise a ipotizzare che forse il killer era stato trasformato in un mostro mietitore per le conseguenze di una fantomatica intossicazione. Forse proveniva proprio da quel luogo e nei paraggi avrebbe trovato la sua tana.

E se qualcuno di quei ragazzini scomparsi si fosse avventurato proprio qui? E io finirei per trovarne i resti. Magari se si entra a contatto con le polveri in questo luogo si muore in pochi minuti. Nessuno potrebbe recuperare il corpo.

Si rese conto che c’ era un silenzio cristallino, e le sembrava di vagare attraverso una fotografia. I suoi pensieri si concentrarono sugli operai che avevano perso la vita o se l’ erano rovinata per colpa dell’ incidente, e alle sofferenze delle loro famiglie.

L’ esplosione deve essere stata tremenda. Quei poveretti devono essere stati mutilati. Seppelliti da metri di macerie. Devono aver trovato almeno una testa intatta.

I suoi pensieri la fecero rabbrividire.

Ad un tratto si trovò davanti una figura misteriosa: un ragazzo grande che portava un grosso cappello sulla testa, e un cappotto rosso. Il viso era parzialmente coperto da un fazzoletto rosso. I capelli assomigliavano a quelli di Michael Jackson.

Trovò che somigliasse alla presenza dell’ altra volta.

Il flusso dei suoi pensieri si arrestò all’ improvviso. La figura tratteneva fra le mani un corvaccio nero. Il ragazzo era seduto e la guardava negli occhi.

Beatrice non potè fare a meno di gridare, e fece dei passi indietro, sollevando le braccia per proteggersi. Inciampò, e quasi finì a gambe all’ aria. Se avesse sbattuto la testa all’ indietro sarebbe potuta svenire.

Si allontanò, tenendo d’ occhio la figura spaventosa, che si sollevò sui piedi, e liberò il corvo. Poi tirò fuori una fionda, e colpì con un sasso l’ uccello nero, mandandolo al tappeto.

Beatrice cominciò a correre, e non si voltò più all’ indietro. Non avrebbe potuto mancare di vederlo, visto che era colorato in quel modo mentre tutto il resto era grigio e opaco.

La figura lasciò andare una risata terrificante, e cominciò a correrle dietro.

Beatrice, disperata, cercò di infilarsi attraverso una porta decadente, ma inciampò e si costrinse a voltarsi verso la figura, che si abbassò con un braccio disteso, tentando di afferrarla per una caviglia. Era intenzionato a ucciderla. Gli occhi erano quelli di un felino che non conosceva la pietà. Beatrice riuscì a spostare la gamba e a sfuggire alla sua presa.

Si mise a correre, e proprio mentre pensava di aver trovato un angolo sicuro, lui si sollevò e picchiò con tutta la sua forza contro il macchinario, facendolo traballare. Lei gridò di nuovo e vide il suo sorriso maligno mentre la indicava con un dito.

Beatrice fece appello a tutte le sue forze, ma non bastò. La figura la afferrò per un braccio. Le unghie la punsero come fossero artigli. Si sentì trascinare, e lottò per restare in equilibrio con i piedi.

« Lasciami stare! » urlò e torse il braccio. Sentì le sue dita strusciarsi sulla manica. Riprese a correre, senza badare alla testa che le girava per lo shock. Procedette per una quindicina di metri e dovette fermarsi perchè le mancava il fiato. Si infilò nell’ ingresso di un altro rudere. La figura arrivò dietro di lei e si mise a sbirciare dentro.

I loro sguardi si incrociarono, e Beatrice si abbassò di scatto, proteggendosi la testa con le mani, gemendo. Si appoggiò sulle ginocchia, e cominciò a tastare il pavimento per cercare un oggetto qualsiasi per potersi difendere. Trovò un pezzo di vetro di bottiglia, e lo afferrò, mostrandolo alla figura.

«Stammi lontano!» disse. La figura avanzò e allora lei lanciò il vetro, e poi afferrò altri piccoli cocci di mattonella come disperato tentativo di farlo desistere. La figura se li lasciava rimbalzare addosso e non reagiva affatto.

Beatrice trovò un pezzo di un qualche macchinario e lo scagliò con tutta la forza che aveva in corpo contro la figura. Riuscì a provocare un graffio sul viso coperto del ragazzo killer, facendolo ruggire di dolore.

Allora lei si diede la carica e continuò a lanciare pezzi di piastrella, riempiendosi le mani. La figura indietreggiò e tirò fuori una sacca da dentro al cappotto. Sotto gli occhi sorpresi di Beatrice, tirò fuori un quaderno e cominciò a scriverci qualcosa, o a disegnare lei, per qualche oscuro motivo che la ragazzina non riusciva a capire.

Quel gesto imprevisto fermò la sua foga e le fece venire la pelle d’ oca. Mi sta ritraendo così si ricorderà di me la prossima volta. Ce l’ ha con me e se lo legherà al dito.

Ad un tratto la figura ritirò il quaderno nella sacca e si avvicinò a lei, che si era immobilizzata per il terrore. La guardò dall’ alto al basso, e poi tracciò una X immaginaria con le dita fredde sulla sua fronte. Vuol dire che sei diventata un bersaglio. Beatrice tremava tutta, e il labbro inferiore le pendeva e le allungava il mento.

E poi la figura si allontanò, lasciandola libera di prendere la bici e scappare a tutta velocità verso la zona della Tartufara, e di Piazza Castello. Non poteva permettersi di piagnucolare. Non era da lei. Si fermò a una fontana davanti a una gelateria e si lavò le mani, ma soprattutto la fronte, sfiorata da quella mano viscida. Per tutto il tragitto verso casa di sua zia non si voltò, non si soffermò a osservare la gente che passeggiava, e non cambiò mai andatura.

Giunta in quella confortevole casa, si chiese se per caso non si era lasciata impressionare. Non poteva essere successo per davvero, non a lei, poi. Ma sapeva che era stata un’ esperienza reale.

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4

Quando trovò il braccialetto in zona Molo, si guardò per bene tutt’ intorno, e constatò che non si vedeva nessuno. Si avvicinò all’ acqua e scese i gradini. Tirò fuori il disegno con le sue iniziali e lo tenne sollevato con due dita, con il braccio disteso di fronte a lei.

Guardando in basso, le parve per un istante di vedere una pallida mano galleggiante, ma in realtà era una busta gettata da uno stupido inquinatore.

Aveva intenzione di sbarazzarsi di quel disegno, ma ad un tratto si rese conto che sarebbe stato meglio conservarlo: era una prova di quanto era avvenuto. Il killer la cercava e l’ aveva presa di mira. Pensava a lei come un bambino innamorato fantasticava sulla sua compagna di banco. Le venne la nausea al solo pensarci. Aveva voglia di strappare in mille piccoli frammenti quel foglio. Il rumore di passi che sembravano provenire da un punto indefinito in mezzo ai cespugli la fece trasalire. Si rimise il disegno in tasca e saltò al galoppo della bici, scendendo solo per attraversare la salita, senza rallentare. Non sapeva se era vero o meno, ma si sentiva uno sguardo morboso addosso. Non poteva ripetersi quella scena. Non tutto quel nascondersi e lanciare cose. Ad ogni modo, si ritrovò a percorrere di nuovo il centro città senza rallentare, e senza voltare lo sguardo. Si chiedeva che cosa potesse renderla attraente per un killer. Si chiedeva come fosse possibile che non era stato ancora catturato o colto sul fatto appena prima di assalire una persona. La macchia di sangue sulla ghiaia rimase impressa nella sua mente, ma il riprendere le sue abitudinarie mansioni rese quei ricordi agitati un turbine di immagini sfocate e disordinate.