Protetto: Forse River Phoenix è ancora fra noi …in un’ altra forma

28 03 2019

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Il lupo sta andando

24 03 2019
Prima di tutto, una definizione in modo che sia chiaro dove questo viaggio vada a parare.
Come prevenzione mentale, in modo che in seguito debba sentire nessuna lamentela 🙂
Adolf Hitler usò Wolf come nome in codice.
Adolf significa “nobile lupo”.
E dove c’è un lupo, di solito c’è è una luna, e viceversa.
E semplicemente, prendiamo questo lupo come un modello di riferimento e fissiamo i nostri occhi verso il cielo!
Quindi questo viaggio inizia nella luna piena del 23 novembre 2018.
In questo giorno, il sole è cambiato dallo scorpione al sagittario.
Tra scorpione e sagittario si trova il cuore della galassia.
Il tiratore mira direttamente al centro, che è vicino alla Scorpion Tail,
come mostrato nella figura seguente.
Sul grande schermo appare quindi anche il cecchino Robin Hood
in questo Sagittario accompagnato dalla luna piena.
Anche la televisione tedesca cavalca questa ondata di sincronizzazione
e così corre esattamente alla luna piena del Sagittario la premiere di “The Boat”.
Questa serie suona come l’omonimo successo mondiale del cinema di Wolfgang Petersen nella seconda guerra mondiale.
Il mirino, come il Sagittario, punta direttamente al centro.
Il sottomarino ha uno scorpione come Maling (la targa dipinta di un sottomarino) e conferma lo sfondo astronomico mostrato. Si tratta del centro.
Come già accennato, questa serie è basata sul famoso film di Wolfgang Petersen,
il quale non solo in Germania ha status di culto.
La parte significativa del mito di questo film è anche la colonna sonora,
composto da Klaus Doldinger, che ha anche creato la melodia del titolo, nella scena del crimine.
La domenica è tempo di scena del crimine.
Dal monolite nero (televisore) lo spettatore può vedere due brillanti occhi blu
e come sul poster della barca sopra, il mirino indica il centro nero e imperscrutabile.
Gli occhi sono le finestre dell’anima e una volta visto il sottomarino si conduce
direttamente lì e quindi nel subconscio.
Uno sguardo ravvicinato al nome e cognome del regista Wolfgang Petersen segue questo percorso.
Pensiamo dietro l’angolo, facciamo uscire la luna dal lupo e atterriamo velocemente alla cavalcata lunare di Peter.

 

La fiaba del nuovo anno lunare di Peter del 1912 è molto interessante
e ha a che fare con l’eredità dei nostri antenati.
Fiaba significa messaggio importante.
Questa fiaba racconta la storia di un maggiolino con solo 5 zampe e il suo viaggio verso la luna,
dove trova di nuovo la sesta gamba rubata.
Quindi lo scarafaggio trova la sua cura sulla luna e diventa intero.
La musica per il remake del nuovo anno lunare di Peter dell’anno 1990
Opportunamente viene da Klaus Doldinger!
Il libro descrive la luna e la costellazione dell’Orsa Maggiore sopra il maggiolino.
The Big Bear contiene l’immagine parziale della stella del Grande Carro,
a sua volta per un anno intero attorno alla stella polare (Polarstern)
a evocare un modello familiare nel cielo notturno stellato.
Con la luna il lupo viene fuori velocemente
e ancora con Wolfgang Petersen e la replica dell’U-96,
  servito da modello per il suo film.
Esattamente la stessa replica sottomarina usata da Steven Spielberg in Indiana Jones,
quando l’arca  viene portata da un sottomarino all’isola alla fine del film.
Gli eventi ci ricordano molto la scena del monolite di 2001 sulla luna.
Principalmente si tratta del contatto con il Superiore.
L’ultima foto mostra Indiana e la sua ragazza legati e appoggiati al palo,
imitando la Polaris dormiente. La Polarstern indica il nord e serve da orientamento,
è sempre visibile e la stella più luminosa nella costellazione dell’Orsa Minore.
Poiché il suo treno stellare assomiglia a quello del Grande Carro, la costellazione viene anche chiamata Piccolo Carro.
Entrambe le costellazioni ricordano il simbolismo dello specchio, 69.
In altre lingue, le due costellazioni sono chiamate piccolo e grande merlo acquaiolo.
 
Nota importante per tutti i lettori non tedeschi:
In lingua tedesca i nomi delle due costellazioni si traducono con Piccolo veicolo & Grande veicolo. Ma prima di dare un’occhiata più da vicino, facciamo un salto indietro nel tempo.
“La barca” mi riporta indietro di oltre 20 anni nel mio passato.
Ho studiato un po ‘la storia dei sottomarini e molti di essi portano a Kiel,
dove ho trascorso un po ‘di tempo nell’ex Villaggio della Gioventù Olimpica durante l’estate del ’96.
A Kiel, le competizioni veliche olimpiche si sono svolte nel 1936 e nel 1972.
Kiel è quindi intimamente legato al tema olimpico dei precedenti Sync-posts!
Olympia – contatto con qualcosa di più alto!
Il mio alloggio era proprio di fronte a Laboe, dove si può ammirare l’U-995 sulla spiaggia.
L’U-995 è l’unica nave sorella superstite dell’U-96
e quindi oggetto tangibile e popolare risalente alla seconda guerra mondiale.
Dietro l’U-995 c’è il Marine Memorial, una fiamma che sale verso il cielo.
Come la verità, una fiamma non può essere tenuta giù in modo permanente.

 

Kiel è un caso di 96 immagini speculari e si raccomanda di meditarle.
La chiglia è da un lato la parte più bassa e stabilizzante di una barca.
D’altra parte, Kiel si trova nell’estremo nord della mappa tedesca ed è la più grande città in alto.
Per così dire, la Polarstern (stella polare) della Germania.
Attenzione, ci troviamo ora in sfere spirituali!
L’aquila è atterrata.
Per pensare lontano dal vero, doveva essere escogitato un grande grottesco.
’69. L’aquila è atterrata.
Continua il modello intrecciato di svastica e luna.
La luna piena del Sagittario nel 2018 è stata seguita dalla luna piena al solstizio d’inverno.
E anche qui si entra in profondità nell’acqua.
Aquaman è stato mostrato nei cinema.
Il film racconta di un leggendario impero sommerso,
che, tuttavia, esiste ancora invisibilmente davanti a tutti fino ad oggi.
I precedenti Sync-posts in cui si è già trattato di Aquaman,
dove anche i Mantarochen apparivano grandi e portavano la conoscenza di sé nella barca.
Suo fratello, il Sägerochen è come Maling sull’U-96.
La rete marittima si sta condensando.
In concomitanza con Aquaman a Natale ci fu anche l’ultimo film dei Transformers.
Bumblebee.
Una volta biondo trasformatore dagli occhi azzurri, una volta Maggiolino VW. Il piccolo veicolo!
La giovane donna trova il Maggiolino VW da tempo dimenticato su una discarica per le barche (!)
e lo fa risorgere.
La rete marittima sta diventando sempre più intensa.
Acqua. Emozioni. Subconscio.
Ognuno di essi è molto difficile da controllare!
A quel tempo ho trovato il poster del film Bumblebee estremamente affascinante.
Dall’autunno scorso mi accompagnanp forti sincronizzazioni legate a VW Beetle e VW Transporter.
È incredibile dove e come appaiono ovunque.
Insieme a loro ci sono le parole d’ordine come libertà, mobilità, guarigione e integrità.
Esattamente gli stessi termini che svolgono anche un ruolo importante nel viaggio lunare di Peter.
Il maggiolino finalmente trova guarigione e diventa completo nella fiaba.
Il patrimonio ereditato dai suoi antenati viene riscattato.
L’inizio delle mie VW-Syncs è stata la visita di una cappella VW.
Esiste davvero!
L’elemento base della cappella è un transporter VW sky-ward. Il grande merlo acquaiolo!
Una VW si è trasformata così in un tranquillo luogo di culto, che invita al ritiro interiore.
Nel ’96 la cappella fu dotata di una meridiana come parte di una ristrutturazione. Emozionante. Il numero 96 e il sole, mentre altri 69 giocano con la luna.
La visita della cappella gialla VW è stata il 10 novembre.
Questo è il compleanno dell’attore Taron Egerton, che interpreta Robin Hood.
Taron imitò anche lo Skipsringer Eddie l’Aquila Edwards.
Su questo poster del film può essere visto su un furgone VW giallo.
L’autista della VW è Hugh Jackman, più conosciuto come X-Man Wolverine .
Nella vita reale, Eddie the Eagle ha effettivamente guidato più di 50.000 miglia in un furgone VW, Info .
La VW ha servito l’Olympian (!) Durante i suoi viaggi come una casa, per così dire come un ritiro e resort.
L’anno scorso abbiamo già incontrato il salto con gli sci,
dove il trampolino è servito da rampa di razzo per la Audi Lunar Rover.
Perché si adatta così bene, se Taron Egerton nel 2019 ancora ottiene le ali
ed è iniziato come un Rocketman.
Al cinema dal 31 maggio.
Questo è il giorno che è emerso tramite Amiga 500 Syncs come un giorno per salti di coscienza.
Un giorno prima, il 30 maggio 1938, fu commissionata la costruzione dell’U-96 nel Kiel Germaniawerft.
Quasi in sincronia, il 26 maggio 1938 fu Adolf Hitler
a posare la prima pietra dello stabilimento Volkswagen a Fallersleben.
I due creatori del Maggiolino VW furono Ferdinand Porsche e Adolf Hitler.
Anche i disegni artistici per il Maggiolino VW dovrebbero provenire da Hitler.
Originariamente la località era chiamata “City of the KdF car at Fallersleben”.
Dopo la guerra, il nome cambiò in Wolfsburg, dal nome della vicina Wolfsburg.
Due antichi disegni mostrano Wolfsburg e un mulino nelle vicinanze.
Da notare!
La X segna spesso il centro della galassia [definito anche Schwarzsonne, sole nero].
Questo è spiegato più dettagliatamente nel sync-post ” es müllert “.
In quel sync-post incontriamo di nuovo Robin Hood, Mühlen e il calciatore Thomas Müller.
Quest’ultimo è servito in quel momento come un riflesso della trasformazione della Germania.
Rappresenta anche l’anima umana nella squadra,
con cui ogni tifoso può identificarsi.
Tipicamente Müller, proprio nel mezzo.
Come un fulmine a ciel sereno o fuori dal nulla, l’allenatore nazionale Jogi Löw ha sorpreso tutti gli appassionati di calcio tedeschi con l’annuncio
che Thomas Müller e con lui Mats Hummels assieme a Jerome Boateng
non avrebbero giocato più per la squadra nazionale tedesca.
Onde di intensa emozione hanno attraversato la terra.
Il giorno della ripresa senza Müller e Hummels è stata la partita contro la Serbia il 20 marzo 2019.
Inizia la primavera, seguita dalla luna piena il 21 marzo.
Questa luna piena è stata accompagnata dalla premiere cinematografica Iron Sky – the Coming Race.
Sul manifesto, Adolf Hitler guida un dinosauro di fronte a un’enorme luna piena,
che si dissolve solo sotto il fragore del dinosauro.
Apparentemente, la chiamata del subconscio diventa sempre più intensa.
Iron Sky tematizza i nazisti sopravvissuti sulla luna nella loro base.
Una svastica serve come loro città e ritiro.
Ora fermatevi, ma molto lentamente!
C’è qualcosa che manca.
Non è ancora tutto.
Naturalmente, il logo VW originale rende questo post davvero completo!
Altro ancora è accaduto all’inizio della primavera.
Nessun “mugnaio” più nella squadra, quindi niente più Mats Hummels,
cioè, non hanno voce nella squadra tedesca.
Hummel significa in inglese Bumblebee (ape bombo).
Il Transformer Bumblebee viene anche derubato della sua voce durante il film e quindi comunica solo tramite l’autoradio.
Questo è Dylan O’Brian, noto per la serie Teen Wolf.
Lui è la voce di Bumblebee!
Mentre i calciatori tedeschi all’inizio della primavera
sono al primissimo gioco con VW come nuovo sponsor,
Allo stesso tempo, il film Maze Runner era trasmesso su un altro canale.
Condotto da Dylan O’Brian!
Ma non è tutto. La domenica successiva, l’intera faccenda si ripete.
La Germania corre con VW come nuovo sponsor contro l’Olanda.
Parallelamente, anche la seconda parte di Maze Runner con Dylan O’Brian è in esecuzione. Sync!
La partita internazionale senza Müller e Hummels ha segnato un nuovo inizio energico.
La primavera è stata sempre [un po’ considerata il vero] inizio dell’anno comunque.
Quali energie si trovano ora in Müllers e Hummels?
Se paragonate Müller a un megafono e al ruggente Dino,
allora il suono dovrebbe essere un po ‘ più selvaggio!
Non è tutto!
A causa del cambio di sponsor, si è giocato il nuovo inizio della squadra di calcio tedesca
a Wolfsburg, la casa di VW, dove furono gettate le basi per il maggiolone.
Il Maggiolino VW come il Piccolo Veicolo.
Il Transporter VW come il Grande Veicolo.
The Little Cart with the Polaris,
attorno a cui circola l’Orsa Maggiore nel corso dell’anno e disegna la forma della svastica nel cielo.
Tutto sommato, un contesto di sincronizzazioni piuttosto selvaggio e scioccante!
L’anagramma di Dino è Odino.
È sempre stato accompagnato dai lupi Geri e Frecki.
Avidità e avidità.
Energie arcaiche
Difficili da controllare, come l’acqua e il subconscio.
VW sono le iniziali della Volkswagen e ora si leggono sulle maglie dei giocatori di calcio tedeschi.
La squadra di calcio è uno specchio per la Germania.
Iniziale significa iniziare.
Le due iniziali V & W contengono le parole Au e Weh.
Due espressioni tedesche per il dolore e che chiaramente hanno il messaggio
di come quella guarigione sia urgentemente necessaria qui.
E in alcuni casi, la guarigione riguarda solo il dolore.
Se non volete ascoltarlo, dovete sentirlo.
Colui che sta bene è nel fiume. In inglese Flow. [anagramma di] Lupo [Wolf].
Il lupo appare quindi logicamente proprio dove avviene la guarigione o è necessaria
(da qui l’incredibile potere di auto-guarigione di X-Man Wolverine).
Alla fine della mente, arrivò la seguente immagine speculare mentale ed epitomizzante,
che conduce ulteriormente nella Wolfsschanze Wolfshöhle [tana del lupo].
Cosa significa quando in Germania vengono avvistati sempre più lupi?
Lupi che sembravano già estinti ed estinti?
Il lamento di molti luoghi lo mostra molto chiaramente, il lupo sta per …




Cos’è il solarpunk e i suoi diversi aspetti

22 03 2019

https://solarpunkanarchists.com/2016/05/27/what-is-solarpunk/

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Dal punto di vista degli inizi del XXI secolo, le cose sembrano piuttosto cupe. Un micidiale cocktail di crisi travolge il popolo del pianeta Terra e tutte le altre forme di vita che lo abitano: una crisi geopolitica, una crisi economica e un peggioramento della crisi ecologica dovuto al riscaldamento globale, che deriva da un sistema politico-economico basato sui combustibili fossili per alimentare la sua tecno-struttura.

La cultura, avendo un rapporto simbiotico con le condizioni materiali, riflette molte di queste crisi nella narrativa e nelle arti. Gli anni 2000 e 2010 sono stati pieni di immagini apocalittiche di un futuro devastato dalla guerra, dal totalitarismo, da armi sempre più letali, dai virus killer, dagli zombi e dal collasso ambientale. Non che tali narrative non siano necessarie. Nella migliore delle ipotesi, possono servire come campanello d’allarme per i coinvolti nel mito che abbiamo raggiunto la “fine della storia” con la caduta del muro di Berlino e il trionfo del capitalismo su scala planetaria. Ma se perdura la visione primaria che del potenziale futuro ha la nostra cultura globalizzata, [nelle opere narrative di fantasia] rischiamo di finire per riprodurre [indefinitamente] il cinismo pervasivo e la disperazione che rende tutte le crisi ineluttabili.
Questo è il motivo della validità del solarpunk.

 

Il solarpunk come rivolta della speranza contro la disperazione

Il solarpunk è una [specie di] ribellione contro il pessimismo strutturale nelle nostre ultime visioni su come sarà il futuro. Non si dice di sostituire il pessimismo con un’ottimismo ingenuo, ma con una cauta speranza e l’audacia di mettere in evidenza le potenzialità positive nelle situazioni difficili. Sperando che forse gli esiti di un’apocalisse (rivelazione) possano anche contenere i semi di qualcosa di meglio; qualcosa di più ecologico, liberatorio, egualitario e vibrante rispetto a ciò che è venuto prima, se si lavora sodo per coltivare quei semi.

Qualsiasi tour nelle parti strane di internet rivelerà un assortimento di tradizioni diverse che terminano con il suffisso “punk”: steampunk, dieselpunk, clockpunk, biopunk, cyberpunk, post-cyberpunk e così via. Tutti i vari movimenti di fantascienza punk immaginano come potrebbero essere le cose se la società e la tecnologia prendessero una svolta diversa. Mentre lo steampunk immagina un passato che avrebbe potuto essere [somigliante a un nostro futuro], basato sulla tecnologia dell’età vittoriana, il solarpunk immagina un futuro che potrebbe essere, basato su una certa tecnologia [cosiddetta sostenibile] attuale. Anticipa il tipo di storia alternativa fantascientifica che le persone del futuro potrebbero scrivere di noi se le cose andassero orribilmente. Oltre che essere soltanto un nuovo sottogenere fantascientifico o fantasy, è anche una visione pratica per (forse) portare nel mondo reale le cose immaginate.

Potreste chiedervi cosa c’entri il “punk” con ciò che un cinico potrebbe vedere come il “peace & love” degli hippy e di certi futuristi. Dopotutto, il punk non significa essere incazzati di brutto col “sistema”, vestendosi di “chiodi” di cuoio nero e facendosi le creste di capellii? Il punk è più un ethos che un insieme specifico di significanti, e implica la ribellione contro e la negazione del paradigma dominante e tutto ciò che reprime [“punk nella testa e non nella cresta” qualcuno diceva]. Quindi in questo senso, in un mondo lacerato da un sistema planetario basato sull’avarizia, sul desiderio di potere e sull’ecocidio, il solarpunk potrebbe essere il movimento più “punk” di tutti.

 

Il solarpunk come speculazione ecologica, sia nella finzione che nella realtà

Il solarpunk è una tendenza (prevalentemente) estetico-culturale e (talvolta) etico-politica che tenta di negare l’idea dominante che attanaglia la coscienza popolare: vale a dire che il futuro deve essere necessariamente cupo, o almeno triste per la massa di persone e [anche le] forme di vita non umane sul pianeta. Guardando la millenaria frattura tra la società umana e il mondo naturale, esso pone come fondamento etico la necessità di riparare questa frattura, trasformando la nostra relazione con il pianeta, trascendendo quelle strutture sociali che portano all’eco-cidio.
Si ispira molto alla filosofia dell’ecologia sociale, che si è anche concentrata sulla riparazione di questa spaccatura ristrutturando la società per funzionare più come l’ecologia: in maniera non gerarchica ma cooperativa, diversificata e in cerca di equilibrio.

La visione del solarpunk è quella di una società ecologica oltre la guerra, il dominio e la scarsità artificiale; dove tutto è alimentato dall’energia verde e la cultura della gerarchia e dell’esclusione è stato sostituita da una cultura fondata sull’inclusività radicale, l’unità nella diversità, la libera cooperazione, la democrazia partecipativa e l’auto-realizzazione personale.
Questo sarebbe un mondo di eco-città decentrate, produzione con fotocopiatrici 3D, fattorie verticali, vetri solari, forme selvagge o inventive di abiti e design e una vibrante estetica cosmopolita; dove la tecnologia non è più utilizzata per sfruttare il mondo naturale, ma per automatizzare il lavoro umano e per aiutare a ripristinare il danno che l’Età del Petrolio ha già fatto. Il solarpunk desidera una società con diversità etnica e multiculturale e di liberazione di genere, in cui ogni persona è in grado di attualizzarsi nell’ambiente sociale della libera sperimentazione e della cura comune; e guidato da un ethos dominante di razionalismo compassionevole, in cui la scienza e la ragione non sono viste come antitetiche all’immaginazione e alla spiritualità, ma come concetti che mettono in luce il meglio l’uno nell’altro.
Le storie del solarpunk mostrano personaggi di gruppi (attualmente) oppressi o emarginati che vivono più liberamente, in modo più equo e inclusivo di quanto non siano in grado di fare ora; l’esplorazione di un mondo esotico di modificazioni del corpo, genere e scoperta sessuale, le nuove forme di tecnologia… – e il compito di affrontare i conflitti dei resti del vecchio mondo, nonché i problemi unici che sicuramente si presenteranno in una scena sociale molto diversa. Le arti nel solarpunk sono guidate da mix di tecnologia multimediale e di artigianato più tradizionale, mescolando le cose più disparate come gli anime, l’art nouveau, l’afro-futurismo, i disegni indigeni americani e la moda edoardiana in un mix di “impollinazioni” artistiche incrociate. E tutto quanto sopra tenta di prendere gli aspetti [positivi] già presenti nel nostro mondo attuale e riutilizzarli in un futuro dove tutto è più liberatorio, specializzandosi in reframing, pastiche e reinventando personaggi, stili e tendenze esistenti in un contesto molto diverso. Unendo i diversi stili estetici di molte culture diverse, il solarpunk genera una celebrazione dell’ibridità pur rimanendo sensibile ai problemi dell’appropriazione culturale – “prendere” invece di “partecipare” – da culture subordinate a culture dominanti.

 

Il solarpunk come visualizzazione positiva di un mondo migliore

Non contento di limitarsi a immaginare un domani governato da stati autoritari, multinazionali rapaci e una biosfera devastata, il solarpunk è un movimento eco-futurista che cerca di pensare alla nostra via d’uscita dalla catastrofe immaginando un futuro che la maggior parte della gente vorrebbe davvero vivere invece dei futuri che dovremmo cercare di evitare; un futuro caratterizzato da una riconciliazione tra umanità e natura, in cui la tecnologia è utilizzata per fini umani-centrici ed eco-centrici, e dove una società guidata dalla gerarchia e dalla competizione ha lasciato il posto a organizzazioni gestite sulla base della libertà, dell’uguaglianza e della cooperazione. Lo scopo è quello di fungere da accattivante contro-racconto alle condizioni materiali e immaginarie che ci tengono intrappolati in un mondo autoritario ed eco-cida dove, come diceva Margaret Thatcher, there’s not alternative, “non c’è alternativa”.
Già esistono qui e là frammenti di un’alternativa del genere, in attesa di estendere le loro potenzialità. Cooperative operaie, eco-comunità autosufficienti, assemblee popolari direttamente democratiche, federazioni volontarie di piccoli organismi, reti di mutuo soccorso, fondiarie di comunità; tutto ciò potrebbe formare un tipo molto diverso di struttura politico-economica rispetto a quello spinto dalla globalizzazione neoliberista. Allo stesso modo, tecnologie come energia solare ed eolica e del moto ondoso, stampa 3D, agricoltura verticale, micro-produzione, software libero, hardware open source e macchinari robotici che possono automatizzare il lavoro umano servono a illustrare le possibilità di un ambiente ecologico e tecno-strutture decentralizzate in cui i mezzi di produzione sono sotto il controllo popolare, piuttosto che utilizzati per migliorare il profitto di piccole élite al potere.
Politicamente, il solarpunk appartiene alla più ampia tradizione della sinistra decentralista, associata a pensatori e attivisti come Peter Kropotkin, William Morris, Emma Goldman, Lewis Mumford, Paul Goodman, E.F. Schumacher e Murray Bookchin. Rifiuta la falsa scelta tra la Scilla del capitalismo di mercato e la Cariddi del socialismo di stato, tra l’aspro individualismo e il collettivismo soffocante, optando invece per una società che riconcilia una sana individualità con la solidarietà comunitaria.
Nel mondo del solarpunk, confederazioni decentralizzate di comunità autogestite sostituiranno le forme centralizzate di governo statale, ciascuna amministrandosi attraverso molte forme di democrazia diretta e partecipativa, con innumerevoli tipi di associazioni volontarie strutturate orizzontalmente che si occupano di questioni giudiziarie, ambientali e sociali in modi che cercano di massimizzare sia l’autonomia personale che la solidarietà sociale.
Nello scenario solarpunk, una “economia dei beni comuni” farebbe a meno delle società di speculazione e della pianificazione centrale statalista a favore delle cooperative gestite dai lavoratori, delle reti di scambio collaborativo, dei pool delle risorse comuni e del controllo degli investimenti da parte delle comunità locali. L’obiettivo dell’economia sarebbe riorientato dalla “produzione” allo scambio, dalla “crescita” industriale alla produzione per l’uso e dall’aumento del benessere psico-sociale delle persone e del pianeta. La produzione verrebbe spostata il più vicino possibile al punto di consumo, con l’obiettivo a lungo termine di una relativa autosufficienza nei beni e nella produzione. Le forme decentrate di eco-tecnologia verrebbero utilizzate per rendere il lavoro più partecipativo e piacevole – artigianalizzando il processo produttivo stesso – così come l’automatizzazione delle forme di lavoro noiose, sporche e pericolose ovunque sia possibile. Dopo aver realizzato un adeguato grado di post-scarsità, autosufficienza locale e automazione, potrebbe persino essere possibile abolire il denaro vedendolo come non necessario per l’assegnazione delle risorse.
Una cultura solarpunk cercherebbe di dissolvere ogni forma di gerarchia sociale e dominio – sia essa basata su classe, razza, genere, sessualità, abilità o specie – disperdendo il potere che alcuni individui o gruppi esercitano su altri e aumentando così la libertà aggregata di tutti; responsabilizzando i diseredati e includendo gli esclusi. Ha le sue radici nell’eredità di movimenti quali il socialismo antiautoritario, il femminismo, la giustizia razziale, i movimenti queer e trans, le lotte alla disabilità, l’anti-segregazionismo animale e i progetti di pirateria digitale.

Il solarpunk come utopismo pratico

Come puoi vedere, ci sono sempre state alternative, la saggezza convenzionale le ha semplicemente liquidate come “utopiche”. Ma l’utopismo è davvero una brutta cosa? Intendendolo in un certo modo, sì. La parola stessa, coniata da Tommaso Moro, è un gioco di parole latino che significa sia “non-luogo” (ou-topia), ma anche “buon luogo” (eu-topia); implica un posto talmente bello che non poter esistere. Prima e dopo Moro, ci sono stati tentativi da parte di sognatori ou-topiani di creare mondi perfetti in cui non esistevano reali problemi, ma tali progetti purtroppo avevano anche la tendenza a trasformarsi in società totalitarie e pianificate centralmente con poca libertà personale.

Eppure ci sono stati anche tentativi di mettere in piedi società future tali da non essere impeccabili scenari di “fine della storia”, ma che hanno cercato di eliminare condizioni strutturali di limitazione di autonomia personale e di ineguaglianza forzata delle persone. Questi visionari eu-topici mescolavano uno spirito di speranza ad un atteggiamento di praticità, l’uno temperato dall’altro. È a quest’ultima tradizione che il solarpunk cerca di prendere spunti. Quindi non è utopistico nel senso negativo di voler progettare un mondo “perfetto” senza problemi – un ou-topia (non-luogo) – ma lo è nell’immaginare un mondo migliore per ispirare le persone a crearlo nella realtà – dunque un eu-topia (buon luogo).
E’ la visione dell’utopia come un processo costante di approssimazione verso un ideale, non volendo raggiungere a tutti i costi un qualche tipo di “luce in fondo al tunnel”. Il solarpunk riconosce che la nostra utopia di liberazione sociale e di gestione ecologica potrebbe non essere mai raggiunta al 100%, ma se almeno teniamo conto di questa visione, usando i nostri sforzi ovunque possiamo per rendere il mondo un posto migliore, almeno ogni passo che facciamo per raggiungere quell’utopia sarà un passo nella giusta direzione. Dunque un progresso e, per quelli su cui avrà un impatto positivo, una liberazione.
Come disse una volta Oscar Wilde, “Una mappa del mondo che non include l’utopia non vale nemmeno la pena di essere guardata, perché lascia fuori l’unico paese in cui l’umanità è sempre [in qualche maniera] approdata. E quando l’umanità atterra lì, guarda fuori e, vedendo un paese migliore, salpa. Chiamiamo progresso la realizzazione di utopie. “
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Le repliche dei benpensanti nei confronti di chi la pensa diverso

21 03 2019

 

 

Ecco cosa succede quando si fa notare che I MEDIA NOSTRANI DEMONIZZANO I BIANCHI:

in risposta alla stupenda copertina di venerdì prossimo di Internazionale sul “ terrorismo fascista dell’ uomo bianco “

 

I commenti che ho ricevuto dai benpensanti cortesi ed educati e corretti:

Troiata

Il tuo cervellino

Idiota

Cazzate in libertà

Poveraccio

Povero bianco

Da ricovero

Prendi le pastiglie

Garantiscici che non hai il porto d’ armi

Fantascienza distopica

Il bambino che ha dato L’ allarme era marocchino

( biondo, bianco e nome e cognome italiano )

Uscite dalle vostre ossessioni

Apri la mente

Ah, scusa, hai dei seri problemi al cervello

Stupidità disarmante

BU! Paura, vero?

Dovresti seguire un codice etico dei commenti

Xenofobo

Poveretto e vuoto

Ragioni come un bambino 

Fottuto fascista nazista di …

Psicologia gratis: insicurezza di fondo tipica del fragile incosciente maschio di destra

Si rilassi, si informi, non sia razzista, vedrà che andrà tutto bene

Fai davvero tenerezza

Triggerato

Non è che sotto sotto il saluto fascista lo fai per davvero?

Sei proprio un demente

Noi bianchi siamo lupi mannari

Banale stupidità, risparmiacela

Ignoranti della tua specie

Ti senti ancora figo ad essere Itagliano?

Nazionalista ridicolo

Terrapiattista complottista

Il criminale che ha dato fuoco al bus era ITALIANO

le mie affermazioni:

Ci vuole un bel coraggio a pubblicare una simile copertina dopo i fatti di ieri … Dico solo questo.

Prossima copertina mi raccomando, sulla oppressione del migrante costretto a gesti di disperazione e di “ rabbia giustificabile “ nei confronti dei bianchi ipnotizzati dal potere oscuro di Salvini.

Svegliatevi per la miseria, i media vi demonizzeranno fino alla fine. questa rivista non è vostra amica.

meno male, altrimenti dovremmo piangerci addosso ogni giorno per la sventura di essere nati bianchi in un mondo mediatico che ci dipinge come lupi mannari.

io penso con la mia testa, non mi rappresenta nessuno. Io vedo solo gente che dorme e difende i suoi nemici.

ma ducetto perché te lo dice la rivista? I pensieri tuoi personali si devono sottomettere alle parole di una rivista? vedi tu.

non ti piace essere ITAGLIANO? Trasferisciti in Senegal, vedi laggiù come ti accolgono bene. Appena ti vedono ti fanno re. Gente come voi che odia il proprio paese e che assorbe tutto il senso di colpa e di disgusto che vi viene insegnato dai media, quanta pazienza e compassione che bisogna avere. Siamo il primo paese al mondo per influenza culturale e voi non fate altro che sputare odio.

si ma i bambini della scuola media di Valois di Crema non hanno certo buttato a mare tutti i migranti o mi sbaglio? Ha perfettamente senso prendersela con loro perché muoiono i migranti. Ma basta.

io ti dico solo che se ieri andava a finire male tu non vedevi più lo stesso paese. Forse non ti e’ Chiara la gravità del gesto di ieri. La guerra civile libanese del 1975 è iniziata con un pullman bruciato. Ci sarebbero stati 51 bambini bruciati da un tizio che voleva vendicare i morti in mare, come se le famiglie dei bambini fossero stati implicati nella morte di tutti i migranti del mediterraneo e delle sue figlie ( ancora da verificare visto che pare abbia sposato una italiana e che ha 2 figli vivi ). Fosse andata alla peggio, tutto il modo di pensare della rivista sarebbe stato cestinato e sepolto. Voi non avete idea, e rimarrete testardi fino alla fine. Speriamo, speriamo davvero che non sia iniziata la stagione degli attacchi in Italia. Comunque, il famigerato lupo solitario che si attiva all’ improvviso è arrivato in Italia e questo cambia tutto.

ti sfugge anche il fatto che degli italiani hanno deciso che uno con precedenti penali potesse fare l’ Autista scolastico … anzi, aspetta, quelli manco ne erano al corrente, peccato, qualcuno doveva informarli, adesso “ io non lo sapevo “ diventa una giustificazione. Ma tanto questa rivista menzionerà sicuramente come il terrorista, spinto da improvvisa compassione, abbia fatto scendere tutti i bambini prima di appiccare il fuoco. PECCATO CHE un video dimostra che mentre i carabinieri cercavano di liberare i bambini quello è partito di nuovo, e le testimonianze potranno affermare che quando era in fiamme c’ erano passeggeri a bordo

Tanto lo sappiamo tutti che pure se fosse andata alla peggio, la rivista avrebbe commentato come: “ pover uomo traumatizzato dal suo passato, istigato dal mostruoso Salvini ( e non dai tartassamenti continui dei media italiani che in un modo o nell’ Altro colpevolizzano l’ italiano bianco che nulla può nei confronti degli sbarchi, e non da chi demonizza continuamente chiunque non la pensi come ” bisogna correttamente pensare “) …ah no, tutto merito di Salvini “ così ci sarebbe stato scritto e lo sappiamo tutti.

no, ovviamente, però sanno bene che copertine di questo genere danno sui nervi ai bianchi che non hanno mai fatto il gesto mostrato In copertina e che non passano il tempo ad avere nostalgia del fascismo. Ma si sa, il bianco italiano è una brutta bestia da rieducare, un po’ simile al pensiero dei potenti dell’ epoca della scoperta dell’ America …

da ricovero è chi non si indigna del gesto di ieri. Terrorista aizzato giorno dopo giorno da tutti gli amici e complici mediatici di questa rivista. Okay, prima era un uomo comune, ora è soltanto un terrorista che ha tentato di bruciare dei bambini innocenti. La responsabilità del lavaggio di cervello di questo ex uomo comune risiede nei nostri media che non fanno altro che cercare di inculcarci l’ Idea che noi in qualità di bianchi italiani abbiamo fatto il gesto gravissimo di favorire un leader “ fascista “ e che siamo colpevoli a priori di tutto il male che succede nei nostri mari. Chissà il prossimo lavato nel cervello cosa combinerà. Io il mea culpa non me lo faccio, il mea culpa se lo facciano i suoi datori di lavoro e chiunque faccia parte del sistema mediatico. Io nulla posso nei confronti di ciò che accade nel mediterraneo, in qualità di persona comune.

io non mi sento circondato da nostalgici del fascismo. Lei invece? Ha paura del demonio Salvini? Chi non lo copre di insulti è un fascista? Chi non dice che è il nemico è cattivo? Veda lei.

infatti si è visto, il colore biondo dei capelli fa proprio parte dell’ etnia marocchina. Ne dubito. Forse sono stati in due ad allertare le forze dell’ ordine. Può darsi, io ho scoperto il fatto solo questa notte. Comunque ho sentito una intervista ad un bambino che indicava come il suo amico cognome e nome italiano avesse avvisato la polizia, chiamato i genitori, quindi non so. Rimane il fatto che stai cercando di rigirare la frittata.

scommetti che se ieri andava alla peggio dovevano cambiarla? Lo so benissimo che non è stata decisa adesso, cosa credi? Andate a curarla voi la vostra ossessione infermieristica nei confronti dei non bianchi. Bianco = fascista e razzista , Non Bianco = oh, povero disperato, vieni da noi che ti proteggiamo dalla persecuzione bianca e ti daremo tutto quello che abbiamo perché tu automaticamente meriti di più. Ma dove sta scritto? Ancora non avete capito che si parla Di traffico di esseri umani, che cosa bisogna fare con la gente come voi? Compatirvi. Svegliare i recuperabili. Pazientare con chi ti da dello psicopatico. TRAFFICO DI ESSERI UMANI, non misericordia nei confronti del non bianco.

prima regola del fantomatico codice etico? Vietato dare del terrorista a chi non ha la pelle bianca? Ah, no, aspetta, vietato criticare e giudicare in qualsiasi modo chiunque non ha la pelle bianca. Ai vostri amati media non gliene frega un fico secco del ” codice etico ”, loro vi lavano il cervello e voi glielo lasciate fare, loro creano in voi sensi di colpa, e voi vi fate imboccare senza alcuna resistenza. Perché se lo dice la tv deve essere vero per forza. Perché se la rivista dice una cosa bisogna prenderlo per oro colato e far propri tutti i suoi principi, perché lei è dalla parte del giusto, e gli altri solo spazzatura. Io non ho insultato nessuno, a me han dato del ritardato, dello psicopatico, mi hanno detto di prendere delle pastiglie, insegnalo a loro questo fantomatico codice etico.

andiamo alla grande oggi con le supposizioni alla cazzo sulle persone sconosciute, eh? Complimenti, seguitelo voi il vostro santissimo rispettabilissimo codice etico Del quale parla chi ha commentato prima

che goduria a psicanalizzare lo sconosciuto da uno schermo, vero?

almeno io non do’ del fascista a chi osa criticare le mie idee. Poi a me si parla di codice etico che dovrei rispettare, aspetta che mi leggo gli insulti e le supposizioni in serie che sono stati scritti qua: psicopatico, prendi le medicine, fascistello, nazista …non è che sotto sotto chi cova rabbia e frustrazione nei confronti del differente siete proprio voi?

 

 





Domenica della lettura 3° appuntamento – PSYCHOSIS capitoli 5 e 6

17 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.  

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CAPITOLO 5 – Demoni emergenti

1

Era uno spettacolo inusuale, per chi ci faceva attenzione, vedere un ragazzo alla guida di una moto rombante trasportare l’ amico con i vestiti pieni zuppi di sangue. Se non fosse stato che Priamo si teneva il naso premuto con tutta la sua forza si sarebbe potuto pensare che avesse appena massacrato qualcuno. Enea sperava di non imbattersi nei vigili, perchè quelli, dissanguamento o meno, vedendo Priamo senza casco li avrebbero fermati, e il suo amico sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso con una volante della polizia.

Si sentiva un uomo, forte e cattivo, quando accelerava in sella alla sua motocicletta. In un piccolo anfratto della sua mente, mentre sfrecciava per le vie, cercando di raggiungere il quartiere di San Valentino, si augurava di non superare i limiti di velocità. Per il resto gli sembrava di essere un personaggio di qualche anime giapponese.

Quando arrivava a delle strisce pedonali si metteva ad urlare « Via, state lontano! Il mio amico è in pericolo! »

Una donna si scansò appena in tempo, e vedendo il passeggero con un fazzoletto sulla faccia e il sangue che colava inesorabile, in cuor suo pensò Oddio, questo è il primo che sopravvive a un attacco del killer!

La signora, ironia della sorte, era la madre di Fosco Chiavelli che usciva da un negozio dove aveva fatto acquisti. Se avesse saputo che a combinare la faccia del passeggero della motocicletta in quel modo era stato il suo stesso figlio lo avrebbe obbligato a trasferirsi dal nonno, che era suo padre, che sapeva bene come risanare certi adolescenti ribelli e impulsivi.

Pensieri strani offuscavano la mente di Enea Cercovici. Andiamo a cercare quei vigliacchi e spiattelliamoli sul cemento. Così capiranno che con noi non si scherza. Stanno giocando col fuoco e non se ne rendono conto.

Enea non sapeva che cosa farsene di questi pensieri cattivi. Rimaneva ammutolito per qualche istante quando gli partivano i film mentali. La sua priorità in quel momento era portare il suo amico al sicuro.

Sto creando uno spettacolo per tutta la città. Doveva proprio accadere alla massima distanza possibile dal quartiere dell’ ospedale. Domani tutti crederanno che siamo stati assaliti dal killer. E noi non possiamo fare altro che tacere altrimenti quei balordi ci perseguiteranno ancora.

Di questi pensieri egoistici si vergognava. Voleva bene al suo amico, e non gli piaceva affatto vederlo in quello stato, a pregare di non perdere conoscenza. Il tempo stringeva. Bisognava risolvere la situazione.

Finalmente imboccò il viale di San Valentino, e sfrecciò attraverso bar e negozi, ristoranti “ pizzerie e davanti alla centrale dei Carabinieri. Poi superò l’ incrocio del canale e ancora più avanti, si voltò a lanciare un’ occhiata al cancello colorato dell’ oratorio più noto della città. Sfrecciò quindi affianco al pilastro con l’ insegna del Blockbuster, ed era ancora a metà strada. Girò quindi a sinistra all’ incrocio e imboccò il viale alberato, con il mini parco giochi e il campo da calcio recintato. Fece una frenata nel parcheggio dell’ ospedale, e scese. Si tolse il casco e diede un’ occhiata all’ amico, che ormai aveva le mani appiccicose e stringeva un fazzoletto grondante.

Una piccola folla cominciò a circondarli, ed Enea spiegò che aveva ricevuto una pallonata in faccia e soffriva di emofilia, così un medico che passava di là lo portò a passi svelti dentro al pronto soccorso. Enea salutò l’ amico con una pacca sulla spalla. Priamo borbottò qualcosa per ringraziarlo del passaggio e mormorò: « Quando mi passa ti dò un colpo di telefono. »

Durante il ritorno a casa, Enea rimase imbottigliato nel traffico, così, sbuffando, si guardò intorno. Ad un tratto, la sua vista si focalizzò su una vetrina. Vi era esposta una macchina fotografica professionale. SCONTATA DEL 40 %, USATA, IN BUONE CONDIZIONI.

Qualcosa scattò, nella mente di Enea. Una specie di connessione, un flashforward, che al contrario di un flashback, ti trasportava nel futuro. Per qualche istante si immaginò a fotografare la carcassa di un coniglio con le gambe rotte e le zampe anteriori strappate via.

Ma che diamine …per Enea fu come svegliarsi da un brutto sogno. Scoccò un’ altra occhiata alla macchina fotografica. Un particolare effetto ottico ne fece brillare l’ obiettivo, come se stesse mandando un segnale diretto al giovane motociclista. Comprami. Usami per il tuo feticcio per la morte. Mi vuoi. Portami via con te.

Enea rabbrividì. Non riusciva più a capire chi era e che cosa stesse facendo. Poi si accorse che la macchina davanti a lui era avanzata, e che stava bloccando la fila. Ripartì, e non ci pensò più fino all’ indomani, quando, come in una specie di pilota automatico, prese dei risparmi dal barattolo dei soldi che teneva in camera sua, e si diresse al negozio.

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Quel giorno, un germoglio di oscurità cominciò a prendere vita dentro la sua mente. Prima di allora non aveva mai dato segni di una benchè minima passione per la fotografia. Fu come una lampadina che si era accesa: posso farlo in questo modo.

Nessuno sapeva che gli piaceva assistere all’ agonia di morte degli animaletti. Nemmeno avrebbero potuto credere che il pensiero gli provocasse una morbosa eccitazione.

Da piccolo riempiva una bacinella d’ acqua e faceva la doccia alle formiche, sconvolgendo la loro normale routine come un Dio che giocava alle estinzioni planetarie.

Poi era passato per la fase delle lucertole, che impiccava dal lampadario di casa durante le prime volte da solo a casa. Era solito anche intrappolarle in un barattolo senza cibo nè acqua. Si immaginava l’ esserino che incontrava la faccia del suo carnefice tutta distorta da dietro il vetro.

A dodici anni, una volta, in occasione di una visita a casa della nonna, si addentrò nel giardino che in verità assomigliava molto di più a una giungla, e si sedette su una gallina, stringendole il collo e tirando.

Quando si trattava di ammazzare un ragno gli dava fuoco. Quando si trattava di eliminare le zanzare chiedeva sempre di usare lui lo spray.

Un giorno, a tredici anni, gli venne affidato il cuginetto per tre ore, durante il pomeriggio, e il bambino era una piccola peste, e lo aveva fatto correre per la casa per stargli dietro, poi gli aveva nascosto dei soldi e non voleva dirgli dove. A un certo punto, Enea si chiuse a chiave nella sua stanza congedandosi dalla sua mansione, e passata un’ ora lo trovò addormentato sul divano in salotto. Si fermò a contemplarlo. Ebbe un’ orrenda visione, nella quale lo strangolava nel sonno con una sciarpa che apparteneva a suo padre. Ne rimase marchiato, e da allora non provò più piacere a far fuori animaletti. Aveva nascosto quel feticcio sotto al tappeto dell’ inconscio e gli aveva detto addio. Poi un pomeriggio tardi, il demone si era ripresentato nella sua vita.

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2

Il giorno dell’ acquisto e del suo debutto come fotografo professionista aveva deciso di addentrarsi nella zona della Scorciatoia, che nel novantatre non portava verso nessun ipermercato, ma finiva fra la vegetazione intricata.

A momenti rischiò di rompere il suo prezioso congegno, perchè inciampò in una radice esposta e capitombolò per terra. Inaugurò la giornata allenandosi con semplici foto dell’ ambiente circostante, fotografando i misteriosi ruderi mangiucchiati dalle edere che si potevano trovare in uno dei sentieri. Scatto dopo scatto ne assunse la padronanza. Nessuno si accorse che si aggirava un ragazzino che recitava il ruolo della Morte, per gli sventurati animaletti che incrociarono il suo cammino. Enea aveva lasciato spazio libero al suo alterego, un essere morboso che si sentiva quasi come un corteggiatore quando inseguiva i coniglietti e li piantonava al terreno con una lama nel ventre. Stava maneggiando un risucchia anime con l’ obiettivo. Scattava sempre il flash quando era giunto il momento preciso del trapasso. Allora Enea si leccava le labbra e sorrideva come un bambino quando gli si regalava qualcosa. Quel che gli veniva trasmesso era una sensazione inebriante di predominio.

« Chi cazzo sei in confronto a me, Fosco Chiavelli? » sibilò a nessuno.

« Tocca ancora uno dei miei amici e il prossimo a essere sventrato sarà il tuo cane! » sghignazzò come se il bullo si trovasse davanti a lui.

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3

Enea si era così lasciato andare alla parte alienante di sè che gli era venuto un leggero mal di testa. I pensieri si accavallavano uno sopra l’ altro, una ciliegia attira l’ altra, aveva pensato. Aveva fatto diventare concreta la visione del coniglio con le gambe spezzate e le zampe anteriori strappate via con la falce. Si era chiesto se i conigli conoscessero l’ odio. Una volta fotografato il trapasso si tirò giù la zip dei pantaloni e pisciò sul suo corpo. Ora mi odi, coniglietto?

Che animali inutili, pensava. Non avranno mai il predominio su quelli più grossi. Chi non odia non sopravvive. Chi non prevale è destinato a finire k.o. per mano del grande demone umano.

Entrò in uno dei ruderi tutti disfatti e decadenti, e si ritrovò a rimirarsi allo specchio.

Si espresse in una lunga risata macabra e insana, con una voce profonda.

Con la mente offuscata dalle sensazioni intense tornò indietro con la memoria a un momento dimenticato, quando un giorno, da piccolo aveva osservato dalla finestra con la tapparella socchiusa suo padre che sferrava un calcione al cane di un vicino, che aveva spaventato Sabele.

Quanto poteva deragliare una mente malata? Una sagoma bizzarra si formò nella mente di Enea. La figura della Morte con dei capelli neri da donna e una collana di perle. La sua anima gemella. Ma no, non era esatto. La persona che più gli era affine, almeno secondo i pensieri di quella giornata, era Fosco Chiavelli. E allora si mise a pensare a lui, si immaginò mentre gli raccontava il suo segreto, e poi andavano a caccia del killer assieme. Avrebbe dovuto chiederlo, un giorno o l’ altro. Vieni, ti mostro una cosa. Perchè non sfoghi la tua rabbia come io sfogo il mio feticcio? Scateniamo il terrore nella foresta della Cittadella. Un genere di terrore che gli stupidi umani che ci circondano ogni giorno non conosceranno mai. Forse solo uno, il famigerato killer di Ferrofiume. Cosa ne dici se un giorno ci mettiamo a indagare e scopriamo la sua identità? Poi potremo ucciderlo assieme, e diremo che era autodifesa, e riceveremo una medaglia. Io quella dorata, tu d’ argento. Perchè rimarrai sempre secondo, rispetto a me. Spiacente, fratello.

Deluso, si risvegliava la parte quotidiana di sè, ma solo in maniera parziale.

Accidenti, però, c’è un problema mica da poco. Io sono uno degli emarginati e tu sei uno dei forti e temuti bulli. Che situazione bizzarra. Non te lo aspetteresti da uno come me, eh? Forse non ci possono essere due persone così affini, a dividersi il territorio. Uno di noi dovrà prevalere. Forse un giorno sarò costretto a piantarti quel tuo stupido pugnale nello stomaco.

Tu pensi di detestare il mondo, di essere visto come un ragazzo cattivo e beffardo. Ma sei patetico. Ascoltami, gran figlio di puttana. Osserva come invado e dissacro i tuoi ultimi istanti di vita mostrandoti una malignità che non conoscevi ancora.

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 4

Il giorno seguì la notte come se niente fosse successo. Appena Enea ripose la macchina fotografica nello zainetto, si dimenticò di ogni cosa. Quella sera, prima di cena, approfittando del fatto che Sabele si era ritirato in bagno, all’ improvviso ebbe un’ intuizione strana. Così si recò nella stanza di suo fratello maggiore. Con l’ incredibile sospetto che aveva in corpo quella stanza apparve sinistra. Si aspettava quasi che, se avesse aperto l’ armadio e rovistato nei cassetti, avrebbe trovato abiti sporchi di sangue, e una collezione di lame nascoste sotto il letto. E se il fratello l’ avesse beccato a far pasticci con le sue cose, avrebbe potuto reagire male. Ma Sabele gli voleva bene, non era forse così? La visione della testa di una vittima, nascosta fra le sue cose, gli fece annodare lo stomaco. Ne visualizzava gli occhi spenti bloccati in un’ espressione di terrore, con rivoli di sangue che colavano dalla bocca.

Se la madre fosse passata in corridoio e avesse spento la luce per sbaglio come succedeva spesso Enea si sarebbe lasciato prendere dal panico, ma non poteva. Doveva cercare di controllarsi, eppure tremava tutto. Sembrava uno scheletro giocattolo mosso da un bambino dispettoso.

Se non avesse trovato niente, si sarebbe messo il cuore in pace, e si sarebbe vergognato per il resto dei suoi giorni di aver sospettato del fratello.

Questa indagine istintiva e impulsiva la doveva a tutte le vittime. Cercava di farsi venire in mente qualche episodio inquietante del fratello, qualche discussione accesa. Gli chiedeva di partecipare a giochi strani?

Gli chiedeva sempre di fare quello che muore, o che viene catturato, ma significava qualcosa?

Avrebbe potuto chiedergli che cosa pensasse della vicenda del killer. Secondo lui veniva da fuori a mietere vittime, oppure era una persona del luogo? Avrebbero potuto incontrarlo e pensare a quanto era gentile quell’ uomo? Era uno che cercava di attirare le persone chiedendo informazioni su come raggiungere un determinato luogo e poi le assaliva? Non hai molta immaginazione, Enea. Quello era un predatore. Adocchiava le prede, le sceglieva con attenzione, e non si faceva notare fino al preciso istante dell’ attacco.

Quali indizi poteva cercare? E se non ci fosse niente di rilevante in camera sua? Non era certo il posto dove nascondere le armi e i vestiti con gli schizzi di sangue.

Poi realizzò che lui usciva spesso da solo per andare a disegnare. Animali e persone, ricordi? Te lo aveva detto quella volta.

Fece saettare lo sguardo e compì un giro su se stesso. Dove potrebbe essere quel quaderno?

Cercò di ricordare le volte in cui l’ aveva visto prenderlo.

Poi capì. Era mischiato con il suo materiale scolastico. Guardò l’ etichetta su tutti i quaderni. Arrivò a maneggiarne uno senza etichetta. I fogli erano giallo seppia. In prima pagina c’ era scritto DISEGNI DI UN PROFESSIONISTA: SE STAI SBIRCIANDO QUI DENTRO NON TORNERAI PIU’ INDIETRO. Ma che razza di frase di benvenuto era? Il quaderno ondeggiava per i tremolii delle mani di Enea.

Andò avanti, e cominciò a sfogliare. Sono disegni normalissimi. Ritratti di gente comune che passeggia per i parchi. Uccellini che vengono a banchettare con le briciole di pane. Ma poi Enea si rese conto che le pagine erano più spesse di come dovevano essere. Erano pinzate sia sopra che sotto. Erano attaccati due alla volta. Cercò di sbirciare dentro a una delle pagine nascoste, e vide gli orrori. Non riusciva a scrutare l’ intero disegno, ma vedeva comunque una serie di cadaveri. NON TORNERAI PIU’ INDIETRO! Una smorfia di tristezza e paura piegò le labbra di Enea. Mosse le pagine con il timore che cresceva. L’ ultimo ritratto era allo scoperto, e colorato.

Sabele aveva inserito anche sè stesso, ed era irriconoscibile. Gli occhi erano dei fari rossi, la bocca era un ghigno come quello di un teschio, ma con i denti di un tirannosauro. I capelli scuri contornavano un teschio con la pelle ancora attaccata addosso. Sta guardando me! Mi vuole afferrare per il collo e punirmi per aver aperto il suo quaderno! pensò Enea, che si sentì male. Gli occhi si socchiusero, e il ragazzino cominciò ad ansimare, sentendosi senza fiato. Si era piegato come un vecchietto col mal di schiena che si sorreggeva sul bastone.

Devo mettere tutto al suo posto! Non deve sapere nulla di quel che ho visto! SBRIGATI!

Enea si sorprese di trovare la forza d’ animo di risistemare il quaderno nella sua posizione, e si ritirò in un angolino della cantina, a sfogare un attacco di panico.

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5

A cena, Enea si era presentato con gli occhi arrossati e la mano tremolante, che cercava di acchiappare gli gnocchi con la forchetta. Si era sorpreso di riuscire a mangiare, ma temeva che i genitori …e il fratello …il killer in casa mia, quel genere di fratello, percepissero la nausea che provava. Finito di mangiare, si posizionarono tutti e quattro in salotto a guardare la televisione. Ogni tanto, Enea si lasciava scappare un’ occhiata al fratello. Quella sera era così cupo …non aveva parlato di niente. Era lì, nell’ angolo più lontano da lui, a fare da soprammobile. Ad un certo punto i loro sguardi si incrociarono, e il cuore partì per un giro sull’ ottovolante. Enea arrivò a massaggiarselo, temendo che gli aprisse il petto per andarsene per conto suo. E magari finire strizzato dalle mani del fratello.

Sabele sorrise. Non mostrava denti aguzzi. Era un sorriso da Ehi, come stai? Si sta bene in famiglia, non è così? ma quel che Enea vedette fu il teschio con la pelle nera con due semafori rossi per occhi che veniva a ghermirlo.

Enea balzò in piedi e caracollò in bagno mormorando « Mi scappa! »

Si chiuse in bagno, e si svestì, tirandosi via i vestiti con una furia in corpo. Ha capito tutto! Sa che io so cosa fa quando esce a disegnare! Mi prenderà quando meno me l’ aspetto …sarò la sua prossima vittima, e una volta tornato a casa, piangerà sulla mia tomba, chiedendosi come mai non è riuscito a difendermi e proteggermi. Sta recitando una parte.

Enea era rimasto in mutande, e saltellava sul posto con le mani fra i capelli, cercando disperatamente di fermare il flusso di emozioni che lo sconcertavano.

Chiuse gli occhi e si immaginò Sabele che lo confrontava e gli diceva NON TI AZZARDARE A PRENDERE LE MIE COSE! SE INFORMI QUALCUNO DI CIO’ CHE HAI VISTO VERRO’ NEL TUO LETTO A SPEZZARTI LE OSSA E LAVERO’ CASA NOSTRA CON IL TUO SANGUE!

Sono il fratello di un serial killer diventava una frase eccitante da ripetersi come un mantra.

CAPITOLO 6 – Attratto dalla tenacia

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1

1993

Beatrice Bronsone si era svegliata alle prime ore del mattino, scossa da incubi, che rappresentavano apparizioni e presenze. Tirò su la serranda e vide che il panorama dei campi era stato coperto da una spessa coltre di nebbia. Le sembrava quasi che la casa levitasse nel nulla. Dopo aver fatto una colazione a modo, che per lei significava salutare, nutriente e leggera, come al solito saltò sulla bicicletta col cestino davanti e si spostò dalla sua zona di residenza di Ferrofiume Popolo, prestando la massima attenzione al transito delle auto.

Giunta in città, si apprestava a compiere le sue abituali commissioni per i clienti fissi dei suoi genitori, che producevano vino e generi alimentari nella loro cascina – fattoria e nell’ orto. Portate a termine le consegne, decise di vagare senza una meta particolare per la città, sentendosi una sensazione di timore e pesantezza addosso. Il giorno precedente aveva avvistato una presenza in lontananza che le aveva fatto venire i brividi, anche se quel mattino l’ episodio appariva già come qualcosa di confuso e remoto. In ogni caso, l’ aveva spinta a fare dietrofront e rintanarsi in casa.

Qualcosa attirò la sua attenzione, mentre si era fermata per qualche istante a osservare il fiume dal Viale che portava al Molo. Un foglio da disegno giallo seppia con le iniziali del suo nome ben evidenziate. Che curiosa coincidenza, pensò lei. Chissà chi l’ aveva lasciato lì …o magari l’ avevano gettato via. Lo raccolse e se lo mise in tasca.

Si avvicinò al sentiero di ghiaia che portava al Molo, e notò una grossa macchia di sangue asciutto.

Mi fa pensare alla presenza misteriosa di ieri riflettè. Ma no, dai, sarà che un piccione è stato assalito da un gatto …però mancano le piume sparpagliate tutt’ intorno.

Non voleva trovarsi un corvaccio nero a scrutarla con quei loro occhietti intelligenti. Li temeva, anche se poteva sembrare stupido, per via del modo in cui ne parlavano, come uccelli del malaugurio.

Poi si accorse delle impronte di scarpa, che lasciavano macchie rosse lungo il sentiero.

I passi del killer di Ferrofiume pensò. Scosse quel lugubre pensiero con la testa.

Concluse che l’ atmosfera non era delle migliori, anzi, non le piaceva affatto. E se si trovasse ancora nei paraggi, pronto ad assalirla? E se si trattasse di un barbone ubriaco? Lei era una ragazza e non poteva permettersi di prendersi dei rischi.

Cominciò a pentirsi di aver inforcato la bici per andare a fare le consegne in città, persino di essersi svegliata così presto quella mattina. Sebbene provasse curiosità verso quelle orme, non poteva seguirle e vedere dove portavano. Non voleva essere una di quelle, cioè quelli che fanno i ritrovamenti macabri. Si mise a pensare al disegno che si era messa in tasca. Forse chi l’ aveva abbandonato a terra era la vittima. Era meglio tornare a casa, e continuare con i soliti lavoretti con gli animali e le piante.

Certo. E invece scese dalla bici, mise il cavalletto e cominciò a seguire le impronte.

Scesa a livello dell’ erba, sentì un cra cra. C’ era uno di quei corvacci nei paraggi. Ma non osò guardarsi attorno. Cercò di ignorare quel verso.

Vide un braccialetto con un bottone argentato che brillava, gettato a terra. Accidenti.

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2

L’ arrivo della primavera rinvigoriva sempre le energie e la voglia di muoversi di Beatrice, che si rallegrava di poter praticare jogging al mattino, una volta a settimana. Era una ragazza tenace e determinata, si era iscritta a un corso di arti marziali, karate, e trascorreva i tempi di qualità andando a caccia di fagiani con il padre. Aveva quasi sedici anni, ma stava già imparando a guidare, sebbene si mettesse al volante di un Ape, o di un furgoncino, o di un trattore, a seconda dell’ occorrenza. Il padre riteneva che sua figlia fosse più matura di un maschio alla sua età, e abbastanza dotata per accelerare i tempi.

Sua madre le aveva insegnato che le donne non devono necessariamente sottostare al volere degli uomini, e le aveva sempre suggerito di pensare con la propria testa, e di tirarsi su sempre, senza arrendersi davanti alle difficoltà quotidiane.

Sebbene temesse i corvi e affini, non si faceva problemi a prendere di mira fagiani con il fucile. Era una tradizione di famiglia, un rito di passaggio, e aveva cominciato ad andare nei boschi con il padre sin dai tredici anni.

Durante l’ anno si occupava di rimuovere le erbacce infestanti, diserbare, seminare, zappare e arare, collaborando a pieno titolo con il padre. Come mansioni alternative, se la madre glielo chiedeva, preparava conserve, varie ricette e pelava le patate. Le avevano insegnato che le multinazionali “ sporcavano “ e modificavano il cibo. Beatrice evitava di incappare in quelle trappole scegliendo marche più modeste e mangiando ciò che producevano nel loro piccolo, sempre cercando qualità e stando attenta alla salute. Quando si trattava di andare in città a portare carichi di vino, conserve e altri prodotti, le veniva data una paghetta non da poco, con tanto di bonus mancia da parte dei clienti fidati, dai piccoli negozianti, che lei considerava il suo primo mini stipendio.

Nell’ autunno precedente aveva intrapreso un corso di canoa con un team di giovani, che si radunavano al Molo di Ferrofiume per percorrere un tragitto prestabilito lungo il fiume Po. Ne era rimasta entusiasta e si aspettava di ricominciare una volta iniziato il mese di aprile.

Di recente aveva aggiunto una nuova mansione durante la quale collaborava con il padre: il tetto necessitava di essere aggiustato, dopo essere stato danneggiato da un violento temporale e quindi, anche se la madre si era preoccupata un pochino, era salita sul tetto a sostituire le tegole. Trascorreva i suoi momenti liberi, di svago, assieme a un gruppo di maschi, nei giorni in cui si fermava a cenare dalla zia, che in quel periodo così pericolo per la città, la portava a casa subito dopo con la macchina.

Suo padre aveva conservato un album di vecchie foto, e durante le sere invernali spesso si sedeva sulla poltrona a commentarle assieme a sua figlia; così Beatrice aveva scoperto che un tempo passava una specie di tram per le strade della città di Ferrofiume, il tramvai.

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In un altro giorno, Beatrice aveva preso la sua bici durante un giorno libero da impegni e si fece i consueti chilometri per raggiungere il cuore della città, diretta verso la zona industriale. Avrebbe fatto un giro di perlustrazione da quelle parti per un’ ora, poi sarebbe tornata a casa, o magari avrebbe prima fatto visita alla zia per accordarsi sul loro prossimo appuntamento serale. Le avrebbe chiesto di usare il telefono per avvertire la madre che sarebbe tornata un po’ più tardi. La donna cominciava a temere, un po’ come tutte le madri della zona, che il killer potesse colpire proprio sua figlia. Una volta le aveva elencato una serie di divieti perentori, alzando l’ indice verso l’ alto, ma Beatrice le aveva ricordato che era una ragazza intelligente e giudiziosa, e non era necessario trattarla come una bambinetta ingenua. La madre glielo aveva riconosciuto.

L’ attrazione principale della zona industriale erano le rovine di Ground Zero, la fabbrica che aveva scatenato una nube tossica durante la maratona dell’ ottantasei. Per i giovani del luogo avvicinarvisi equivaleva a entrare in uno scenario da videogioco, e si avvertivano gli echi di Chernobyl, che era accaduto solo qualche settimana prima del Ground Zero. Bisognava però che tutti quelli che si mettevano in esplorazione facessero attenzione alle polveri letali che ancora si potevano trovare negli angoli nascosti. In quella circostanza, Beatrice si sentiva tanto Lara Croft alle prese con una scoperta archeologica.

Molte fabbriche nei dintorni erano state danneggiate in modo grave; Beatrice poteva osservare mattoni, ruderi deformi e macchinari arrugginiti. Esaminava il terreno come se avesse delle lenti d’ ingrandimento al posto degli occhi: massima attenzione alle polveri.

Beatrice si mise a ipotizzare che forse il killer era stato trasformato in un mostro mietitore per le conseguenze di una fantomatica intossicazione. Forse proveniva proprio da quel luogo e nei paraggi avrebbe trovato la sua tana.

E se qualcuno di quei ragazzini scomparsi si fosse avventurato proprio qui? E io finirei per trovarne i resti. Magari se si entra a contatto con le polveri in questo luogo si muore in pochi minuti. Nessuno potrebbe recuperare il corpo.

Si rese conto che c’ era un silenzio cristallino, e le sembrava di vagare attraverso una fotografia. I suoi pensieri si concentrarono sugli operai che avevano perso la vita o se l’ erano rovinata per colpa dell’ incidente, e alle sofferenze delle loro famiglie.

L’ esplosione deve essere stata tremenda. Quei poveretti devono essere stati mutilati. Seppelliti da metri di macerie. Devono aver trovato almeno una testa intatta.

I suoi pensieri la fecero rabbrividire.

Ad un tratto si trovò davanti una figura misteriosa: un ragazzo grande che portava un grosso cappello sulla testa, e un cappotto rosso. Il viso era parzialmente coperto da un fazzoletto rosso. I capelli assomigliavano a quelli di Michael Jackson.

Trovò che somigliasse alla presenza dell’ altra volta.

Il flusso dei suoi pensieri si arrestò all’ improvviso. La figura tratteneva fra le mani un corvaccio nero. Il ragazzo era seduto e la guardava negli occhi.

Beatrice non potè fare a meno di gridare, e fece dei passi indietro, sollevando le braccia per proteggersi. Inciampò, e quasi finì a gambe all’ aria. Se avesse sbattuto la testa all’ indietro sarebbe potuta svenire.

Si allontanò, tenendo d’ occhio la figura spaventosa, che si sollevò sui piedi, e liberò il corvo. Poi tirò fuori una fionda, e colpì con un sasso l’ uccello nero, mandandolo al tappeto.

Beatrice cominciò a correre, e non si voltò più all’ indietro. Non avrebbe potuto mancare di vederlo, visto che era colorato in quel modo mentre tutto il resto era grigio e opaco.

La figura lasciò andare una risata terrificante, e cominciò a correrle dietro.

Beatrice, disperata, cercò di infilarsi attraverso una porta decadente, ma inciampò e si costrinse a voltarsi verso la figura, che si abbassò con un braccio disteso, tentando di afferrarla per una caviglia. Era intenzionato a ucciderla. Gli occhi erano quelli di un felino che non conosceva la pietà. Beatrice riuscì a spostare la gamba e a sfuggire alla sua presa.

Si mise a correre, e proprio mentre pensava di aver trovato un angolo sicuro, lui si sollevò e picchiò con tutta la sua forza contro il macchinario, facendolo traballare. Lei gridò di nuovo e vide il suo sorriso maligno mentre la indicava con un dito.

Beatrice fece appello a tutte le sue forze, ma non bastò. La figura la afferrò per un braccio. Le unghie la punsero come fossero artigli. Si sentì trascinare, e lottò per restare in equilibrio con i piedi.

« Lasciami stare! » urlò e torse il braccio. Sentì le sue dita strusciarsi sulla manica. Riprese a correre, senza badare alla testa che le girava per lo shock. Procedette per una quindicina di metri e dovette fermarsi perchè le mancava il fiato. Si infilò nell’ ingresso di un altro rudere. La figura arrivò dietro di lei e si mise a sbirciare dentro.

I loro sguardi si incrociarono, e Beatrice si abbassò di scatto, proteggendosi la testa con le mani, gemendo. Si appoggiò sulle ginocchia, e cominciò a tastare il pavimento per cercare un oggetto qualsiasi per potersi difendere. Trovò un pezzo di vetro di bottiglia, e lo afferrò, mostrandolo alla figura.

« Stammi lontano! » disse. La figura avanzò e allora lei lanciò il vetro, e poi afferrò altri piccoli cocci di mattonella come disperato tentativo di farlo desistere. La figura se li lasciava rimbalzare addosso e non reagiva affatto.

Beatrice trovò un pezzo di un qualche macchinario e lo scagliò con tutta la forza che aveva in corpo contro la figura. Riuscì a provocare un graffio sul viso coperto del ragazzo killer, facendolo ruggire di dolore.

Allora lei si diede la carica e continuò a lanciare pezzi di piastrella, riempiendosi le mani. La figura indietreggiò e tirò fuori una sacca da dentro al cappotto. Sotto gli occhi sorpresi di Beatrice, tirò fuori un quaderno e cominciò a scriverci qualcosa, o a disegnare lei, per qualche oscuro motivo che la ragazzina non riusciva a capire.

Quel gesto imprevisto fermò la sua foga e le fece venire la pelle d’ oca. Mi sta ritraendo così si ricorderà di me la prossima volta. Ce l’ ha con me e se lo legherà al dito.

Ad un tratto la figura ritirò il quaderno nella sacca e si avvicinò a lei, che si era immobilizzata per il terrore. La guardò dall’ alto al basso, e poi tracciò una X immaginaria con le dita fredde sulla sua fronte. Vuol dire che sei diventata un bersaglio. Beatrice tremava tutta, e il labbro inferiore le pendeva e le allungava il mento.

E poi la figura si allontanò, lasciandola libera di prendere la bici e scappare a tutta velocità verso la zona della Tartufara, e di Piazza Castello. Non poteva permettersi di piagnucolare. Non era da lei. Si fermò a una fontana davanti a una gelateria e si lavò le mani, ma soprattutto la fronte, sfiorata da quella mano viscida. Per tutto il tragitto verso casa di sua zia non si voltò, non si soffermò a osservare la gente che passeggiava, e non cambiò mai andatura.

Giunta in quella confortevole casa, si chiese se per caso non si era lasciata impressionare. Non poteva essere successo per davvero, non a lei, poi. Ma sapeva che era stata un’ esperienza reale.

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Quando trovò il braccialetto in zona Molo, si guardò per bene tutt’ intorno, e constatò che non si vedeva nessuno. Si avvicinò all’ acqua e scese i gradini. Tirò fuori il disegno con le sue iniziali e lo tenne sollevato con due dita, con il braccio disteso di fronte a lei.

Guardando in basso, le parve per un istante di vedere una pallida mano galleggiante, ma in realtà era una busta gettata da uno stupido inquinatore.

Aveva intenzione di sbarazzarsi di quel disegno, ma ad un tratto si rese conto che sarebbe stato meglio conservarlo: era una prova di quanto era avvenuto. Il killer la cercava e l’ aveva presa di mira. Pensava a lei come un bambino innamorato fantasticava sulla sua compagna di banco. Le venne la nausea al solo pensarci. Aveva voglia di strappare in mille piccoli frammenti quel foglio. Il rumore di passi che sembravano provenire da un punto indefinito in mezzo ai cespugli la fece trasalire. Si rimise il disegno in tasca e saltò al galoppo della bici, scendendo solo per attraversare la salita, senza rallentare. Non sapeva se era vero o meno, ma si sentiva uno sguardo morboso addosso. Non poteva ripetersi quella scena. Non tutto quel nascondersi e lanciare cose. Ad ogni modo, si ritrovò a percorrere di nuovo il centro città senza rallentare, e senza voltare lo sguardo. Si chiedeva che cosa potesse renderla attraente per un killer. Si chiedeva come fosse possibile che non era stato ancora catturato o colto sul fatto appena prima di assalire una persona. La macchia di sangue sulla ghiaia rimase impressa nella sua mente, ma il riprendere le sue abitudinarie mansioni rese quei ricordi agitati un turbine di immagini sfocate e disordinate.





Domenica della lettura 2° appuntamento in ritardo – PSYCHOSIS Cap 3 e 4

11 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.   

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CAPITOLO 3 – Richiamo onirico

2018

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Priamo Danteschi stava sognando una voce che una volta gli era famigliare, che lanciava un richiamo. Lui non era l’ unico ricevitore del messaggio. Si stava rivolgendo a un gruppo.

Vi prego, tornate a casa. Aiutatemi ad affrontarlo. L’ oscurità assassina è tornata. Ho bisogno di voi per sconfiggerlo. La città ha bisogno di noi. Insieme possiamo farcela …tornate a Ferrofiume, e fate in fretta. Non rimane molto tempo. Vi prego, ascoltatemi …

Spalancò gli occhi e la bocca allo stesso tempo. Era completamente sveglio. Conosceva quella voce, ma non riusciva a inquadrarla con precisione.

Si alzò in piedi, e si mise a pensare mentre si faceva una doccia. Priamo Danteschi era un atleta professionista che si avviava verso la fine della sua carriera, avendo ormai raggiunto i quarant’ anni. Era il capitano della squadra di basket di Siena. Durante l’ infanzia e fino ai sedici anni aveva sofferto di emofilia, e ciò gli aveva messo davanti molte difficoltà, perchè non poteva permettersi di ricevere una pallonata in faccia. Ma gli aveva anche fornito lo stimolo per perfezionarsi ed evitare quello scomodo inconveniente. In seguito, a partire dal novantatre, non gli era mai più accaduto di perdere sangue e di non poterlo fermare senza recarsi al pronto soccorso. Così aveva potuto concentrarsi sulla sua passione per lo sport, e nessuno era più riuscito a fermarlo.

Nonostante il suo bell’ aspetto e la sua grande popolarità, in quel preciso periodo corrispondente ai suoi quarant’ anni non era più sposato. Nella sua terza decade di vita aveva avuto una storia intensa con una compagna di università, ma poi aveva rinunciato a completare gli studi per concentrarsi sulla sua squadra sportiva, e dopo qualche anno di matrimonio, lui e lei avevano deciso di separarsi. Era stato un processo amichevole, ma sofferto.

C’ era stata una netta differenza fra il periodo della sua infanzia fino ai sedici anni, e quello successivo dai diciassette ai trent’ anni.

Prima non era molto popolare. Viveva in condizioni agiate, con genitori che lavoravano sodo e conduceva uno stile di vita benestante, ma si era associato a una compagnia di emarginati. Che storia bizzarra, trovava, se ci pensava bene. Si incontrava con il figlio di un inventore strampalato, una ragazza che viveva in una roulotte nei pressi del campo da rugby, appena prima della zona industriale di Ferrofiume, e a mezzo chilometro di distanza dalla diga. Poi anche con un mingherlino al quale piacevano i maschi, e a un nerd amante della lettura, che rifletteva sempre prima di parlare. Poi con una ragazzina bassa, che viveva in una fattoria «  cascina nella zona al confine della città, Ferrofiume Popolo. Quella però era una ragazza proprio tosta. Ad un certo punto fra di loro c’ era stato anche un ragazzo molto più grande, e incredibile a dirsi, anche uno di quei pochi di buono che davano fastidio a tutti.

Cominciavano a emergere i ricordi. Tuttavia era passato tanto tempo per Priamo, senza pensare per niente alla sua giovinezza. La memoria faticava a tornare indietro al novantatre.

Mentre faceva colazione e ripensava al contenuto del sogno, si fermò di scatto, e fu come se un ricordo pesante come un camion lo avesse spalmato sull’ asfalto. Lui, il killer. Proprio lui. Era tornato. Forse impossibile, ma sicuramente reale. Venticinque anni prima lo avevano affrontato. Ed era tornato per vendicarsi.

Ma forse non era esatto. Mancava qualcosa, e Priamo agitava la mano tentando di recuperare la memoria come un archeologo del cervello. Si ricordava che quel ragazzo più grande li aveva avvisati che sarebbe accaduto. Ma lui non ne era mai stato pienamente convinto. E invece aveva udito il richiamo.

« E adesso che faccio? Mi hanno chiesto di allenare la squadra degli undicenni proprio la settimana scorsa. Non posso lasciare quei ragazzi senza un allenatore. »

Ma non puoi neanche lasciare Ferrofiume senza un membro del gruppo che aveva affrontato il killer. Sicuramente la violenza è ricominciata. La gente sta morendo di nuovo, e hai vissuto lì per diciannove anni.

« Voi vi credete marginali, persino insignificanti. Ma siete fondamentali. Voi tutti rappresentate questa città. Voi l’ avete salvata da una violenza senza fine. Un giorno dovrete provarci di nuovo. »

disse Priamo. Si era ricordato che cosa aveva detto Doriano. Era così che si chiamava il ragazzo grande? Ma lui non era di Ferrofiume. Veniva da molto lontano, e Priamo ricordava.

La zona di Alto Verde. L’ oratorio della zona di San Valentino che era solito frequentare. Il Quartiere dello Sport e il suo palazzetto, dove si allenava da giovane. Chissà quanto era diversa, ora la città. Era successo in un lampo. Venticinque anni di canestri e partite decisive. E ora che tutto sembrava essere arrivato alla fine, almeno dal punto di vista sportivo, ecco che veniva richiamato a casa. Forse ci sarebbe stato un nuovo inizio, e probabilmente non consisteva nel fare da allenatore ai bambini di Siena.

Qualche istante dopo, Priamo si trovava al telefono con il proprietario del centro sportivo di Siena, nervoso ma determinato: sarebbe partito per Ferrofiume, costi quel che costi.

« Mi ascolti, si tratta di una cosa necessaria. Devo trovarmi là, svolgo un ruolo fondamentale …sì comprendo che i bambini hanno bisogno del loro allenatore, e sono sicuro che gli avrebbe fatto piacere, un sacco, essere allenati da un campione, ma temo proprio che …sì, mi sto ritirando dalla scena. Sono un atleta completo ormai, credo che la mia vita abbia raggiunto un punto di svolta …non posso proprio farlo. Vede, non so quanto rimarrò a Ferrofiume, può essere che torno la prossima settimana come anche fra un mese, o magari mi serviranno addirittura tre mesi …senta, non ne ho la minima idea. Lo capirò strada facendo. Guardi, le dò il numero di un altro campione nei paraggi, sono certo che prenderà sul serio la questione …perchè …so benissimo che gli undicenni sono il futuro dello sport, ma …non capisce che se io non mi presento a Ferrofiume al più presto, non solo i ragazzi del luogo, ma anche molti adulti, non avranno un futuro da raccontare e da immaginare … » si lasciò sfuggire una risatina nervosa « Ah, sono licenziato? Si rende conto che non avevo ancora firmato nessun contratto, ho ragione? Ho ragione? Bene, allora buona giornata. Sono sicuro che domani avrà già trovato una soluzione. E spero di rivederla quando tornerò qui, perchè avrò qualcosa da dirle, può starne certo! »

Priamo tirò il fiato. Bene, il primo passo è compiuto. Ora devo fare le valigie …e prenotare una stanza in albergo. E sarà meglio sbrigarsi. Il killer non aspetta i miei comodi.

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Perseo Fondo si era svegliato subito dopo aver sentito una voce in sogno. Aveva riconosciuto il mittente di quel messaggio. A pensarci bene, gli scappava quasi da ridere. Che bizzarra situazione. Un messaggio onirico, un richiamo. Adunata, vi voglio tutti a Ferrofiume. L’ oscurità è tornata.

Avevano fatto bene i suoi genitori, a portarlo via da lì quando aveva compiuto diciassette anni. A Firenze, dove viveva adesso, ancora, ventitre anni dopo il trasferimento, aveva prosperato. Ma prima aveva vissuto un periodo travagliato. Quante lacrime scese dai suoi occhi, quanta fatica a cercare di vivere una vita normale, mentre tutti gli sparlavano alle spalle. Una mosca bianca, una vergogna per la società. Quello che più lo aveva fatto stare male era stato il forte disagio provocato dall’ atteggiamento di un insegnante nei suoi confronti. Quell’ uomo aveva acceso la miccia e aveva attivato un drago interiore che avrebbe voluto emergere e stravolgere tutto. Aveva passato mesi ad atteggiarsi quasi come un’ altra persona, quasi come uno di quei balordi di quando aveva quindici anni, alle prime esperienze con un ragazzo, aveva gettato fuoco e fiamme contro tutto e tutti. Chissà cosa ne sarebbe stato di lui se non se ne fosse andato da Ferrofiume. Arrivato a Firenze, aveva trovato un ambiente sereno e confortevole, aveva seguito una serie di terapie per controllare l’ eccesso di rabbia, e si era concentrato sullo studio. Non avrebbe mai permesso che un altro ragazzo venisse umiliato e maltrattato da un insegnante. Lui avrebbe rappresentato l’ esempio da seguire. Si sarebbe impegnato fino in fondo per comprendere ogni suo studente, e per fare in modo che anche i suoi compagni capissero che cosa provava e che cosa passava per la testa di uno di loro nei momenti difficili. Si era iscritto all’ università e in quel periodo del duemiladiciotto era al culmine della sua carriera, come rispettato professore di un liceo classico. Inoltre si occupava di fare da consulente scolastico per i ragazzi che stavano affrontando un periodo difficile, e aveva convinto il preside a farsi affidare una serie di assemblee a tema una volta al mese, dove assieme a professori e studenti discuteva della crescita di un adolescente e di tutte le difficoltà che avrebbero potuto incontrare, spingendoli a confrontarsi fra loro e a comunicare con la massima onestà. Ormai era diventato come uno zio per moltissimi giovani, li seguiva con lezioni private, ed era il più richiesto padrino per i neonati da battezzare in circolazione. Se solo avesse potuto comunicare con il suo Io del passato e raccontargli come avrebbe vissuto in venticinque anni nel futuro, e quanto avrebbe rappresentato per tutti quei ragazzi …

Era sempre stato un donatore, si era sempre messo al servizio degli altri, e aveva lasciato la sua vita personale in secondo piano. I grandi temi sociali e psicologici erano più importanti della sua vita privata. Solo la sua compagnia di emarginati dei suoi quindici anni erano riusciti a dargli qualcosa di buono. Supporto, comprensione, amicizia …sarebbe stato tutto perfetto, se non fosse stato per la pagina nera del confronto con il killer. E tutte quelle apparizioni.

E ora sarebbe ricominciato tutto da capo. Chissà se sarebbero tornati tutti per davvero. Credeva di ricordare che uno di loro non ce l’ aveva fatta. Credeva. Forse era solo sparito dalla circolazione, immediatamente dopo. Come passava il tempo …gli sembrava di doversi sforzare per riuscire a recuperare la memoria di come viveva a quei tempi.

Tutt’ a un tratto, il giovane Perseo si risvegliò dall’ ibernazione, nella sua mente. La sua vita era giunta a una svolta. Si apriva un nuovo capitolo. Il suo labbro ricominciò a tremare.

Ogni persona che aveva incontrato il suo percorso quella mattina gli aveva chiesto se c’ era qualcosa che non andava. E a ognuno aveva risposto che si sarebbe dovuto assentare per una faccenda della massima importanza che si doveva svolgere a Ferrofiume. Per quei pochi che gli avevano chiesto di cosa si trattava, aveva risposto che non se la sentiva di parlarne, ma che avrebbero probabilmente sentito parlare di lui nelle prossime settimane.

Aveva già informato il preside che si sarebbe assentato per forza di cose per tutta la settimana successiva, e aveva spiegato ai suoi alunni che il lunedì successivo si sarebbe presentato un insegnante sostitutivo alle prime armi, e aveva chiesto loro di essere comprensivi, e di non stare in pensiero per lui. In cuor suo si sentiva certo che avrebbe fatto ritorno. Cambiato nel profondo, segnato dagli eventi, ma sano e salvo.

Arrivato all’ ora di pranzo, si era recato in sala mensa a farsi dare una tripla porzione di primi e secondi, e si era fatto strada fra i ragazzi del rientro pomeridiano con il vassoio più pesante di tutti i tempi. Tutti si erano resi conto del cambiamento repentino. Il loro insegnante preferito non aveva mai mangiato a volontà, e mai con piacere.

Si era recato in sala insegnanti a mangiare il suo ultimo pasto a Firenze prima della partenza, e si era seduto al tavolo di fronte al preside, che era solito banchettare con gli altri professori che si fermavano per le lezioni pomeridiane a seconda del turno.

Tutti quanti cercavano di evitare di guardare quelle porzioni di pasta che sparivano un boccone dopo l’ altro.

« La vedo molto agitato, oggi, signor Fondo. E’ preoccupato per la sua faccenda super importante a Ferrofiume? Dove è che si trova esattamente la sua città natale? » chiese il preside.

« In Piemonte, in una zona collinare, fra le vigne e le risaie. Un posto alquanto tranquillo, a tratti addirittura sonnolento, tranne quando arriva un certo signore che devo assolutamente incontrare. Sa, non ho mai avuto occasione di gustare un vino prodotto nelle campagne della mia zona. Da ragazzino non mi piaceva mangiare. E sono sempre stato astemio. La cucina non mi ha mai attirato. Avevo sempre fretta di chiudermi in camera mia, sa, erano tempi difficili per uno come me… »

« Se l’ avessi conosciuto oggi, signor Fondo, stenterei a credere che lei non apprezza il cibo …guardi che se comincia a mangiare in quel modo le crescerà una bella pancia là sotto. »

« Oh, quello è l’ ultimo dei miei problemi, mi creda. Piuttosto, devo essere bello carico e rinvigorito per affrontare il ritorno a Ferrofiume. Stavo pensando di prendermi una mezz’ ora di tempo più tardi per andare a provare quel ristorantino esotico, sa …quello che hanno inaugurato il mese scorso, ma può anche darsi che ci ripenserò, dato che non posso permettermi di tardare all’ appuntamento …»

« Appuntamento? Mi pareva di aver capito che non si trattava di un evento calcolato e atteso… »

« Oh, ma io ho sempre saputo che il signore che devo incontrare si sarebbe fatto vivo proprio là. Sono venticinque anni che aspetto questa occasione. Segnerà una nuova fase della mia vita, me lo sento. » Capisco … » mormorò il preside, senza comprendere affatto.

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Mafalda Biancardi aveva sognato un richiamo da parte di un amico di quando era giovane. Era un’ infermiera che non si era mai assentata un giorno, all’ ospedale di Adria, in Veneto. E quel giorno Mafalda stava facendo le valigie alle sette e mezza del mattino.

Conviveva con una donna di nome Irma che due anni prima si era separata dal marito, e come al solito Mafalda aveva accettato di ospitarla e si era presa cura di lei nel momento più critico della sua vita. Un po’ come era avvenuto nel novantatre.

Mafalda entrò nella camera da letto di Irma, che stava ancora dormendo. Non sapeva come avrebbe reagito a una partenza improvvisa. La conosceva meglio di chiunque altro. Sapeva che avrebbe dovuto lottare per riuscire a varcare la porta di casa.

Irma non aveva mai lavorato un giorno nella sua vita. Aveva ricevuto una grande quantità di denaro dal marito che aveva chiesto il divorzio, e si diceva che avesse preso quella decisione per esasperazione. Qualche giorno dopo Mafalda, dopo anni di vita solitaria, si era vista arrivare Irma alla porta di casa, dove aveva depositato tutte le sue cose e l’ aveva pregata di farla restare.

Tutto aveva una fine. Quel giorno Mafalda sentiva un’ energia diversa in sè. Si sentiva finalmente determinata a chiudere questa parte della sua vita e iniziarne una nuova.

« Irma? Svegliati, dobbiamo parlare. »

La sua amica si stiracchiò e si tolse la coperta di dosso. Come suo solito, si era già preparata per uscire. Non era certo un tipo da pigiama.

« Buongiorno, principessa mia. Mmmm …dobbiamo parlare, le due parole che messe assieme fanno proprio un brutto risveglio. Cosa succede? Ti hanno cambiato il turno all’ ospedale? Ieri ho speso troppi soldi? Di quello non ti devi preoccupare, per fortuna ho un uomo che è costretto a sganciare una quantità di soldi ogni settimana sul mio conto in banca. »

Mafalda sospirò « Devo partire. E’ successo veramente. Non posso mancare all’ appuntamento, lo sai. »

L’ intero corpo di Irma si scosse come un’ anguilla « Che cosa significa? Non rammento nessun appuntamento, conosco le tue giornate. Tu non hai una vita sociale, hai me e le tue colleghe infermiere, e basta. Persino tuo padre è morto. »

Mafalda chiuse gli occhi, e strinse leggermente il pugno « E ovviamente me lo devi ricordare ogni singolo giorno, vero? »

« Dico, ce l’ hai con me? Io rendo ogni tua giornata speciale! Nel weekend ti porto sempre in giro da qualche parte, siamo inseparabili. »

« Già, è proprio questo il problema. Ma adesso che parto, credo proprio che dovrai iniziare anche tu una nuova vita. Mantenerti da sola. Cercarti un lavoro. Studiare. Laurearti. Quel che diavolo ti pare. Non sono sicura che farò ritorno. »

« Tu stai scherzando. Ti licenzieranno. »

« Lo hanno già fatto. La settimana scorsa. Stavo cercando il momento giusto per informarti, ma poi tu hai accumulato buste da shopping, e non me la sono sentita. Ma oggi mi sento già diversa. Oh, fra quindici giorni, se sarai ancora qui, ti diranno di lasciare questa casa. Non sono più in grado di pagare le bollette, e l’ affitto. Sai, sono l’ unica che lavora, in questo duo scombinato. »

« Cosa? Ma io non ho un posto dove andare! Quando intendevi farmelo presente? Lasciami venir via con te, no? Quale sarebbe il problema? Non sono la tua amica del cuore? »

« Ogni tanto. Ma quando ti parte il cervello, io soffro di esasperazione, e tu diventi una zavorra petulante. Vai a fare un provino per il cinema. No, dico sul serio. Ti prenderebbero. »

Irma si alzò e corse via dalla stanza.

« Hai già fatto le valigie? Dove credi di andare senza di me? Sei tu la squinternata che un giorno si sveglia e abbandona la sua amica! Se questo è uno scherzo, io …te la farò pagare, Mafalda. »

Mafalda la raggiunse in salotto in tutta tranquillità.

« Torno a Ferrofiume. Devo fare una cosa importante, fondamentale. I miei amici mi aspettano, suppongo. »

« Quindi non ne sei sicura. Perchè non aspetti qualche giorno? Così puoi rifletterci su. Forse non è una buona idea partire. »

« E quale sarebbe il mio futuro qui ad Adria? Quello di una senzatetto licenziata accompagnata da una senzatetto con i vestiti firmati, e nessuna capacità, con un curriculum ancora tutto da scrivere? »

« Puoi chiedere di farti assumere in un’ altra città. Sei una brava infermiera, non ti fermi un attimo! »

« Non è così semplice e immediato, cara mia. »

« PERCHE’? Perchè non può essere così come dico io? »

Mafalda si accinse a raccogliere le sue valigie. Irma la afferrò per un braccio e la spinse indietro.

« Non ti permettere di lasciarmi da sola a risolvere i tuoi casini. »

« I MIEI casini? TU sei il MIO problema PRINCIPALE! Hai sempre bisogno di qualcuno che ti accudisca, che ti accompagni nelle tue scorribande adolescenziali, che ti sostenga economicamente, che ti adori e riverisca nonostante il tuo carattere sconcertante! »

Irma si coprì la bocca con una mano, e i suoi occhi si dilatarono. Poi scoppiò a piangere.

« Non puoi trattarmi così! Non ne hai nessun diritto! Non posso andare avanti senza di te! »

« Sì che puoi. Trovi sempre una soluzione per tutto. E se non dovesse andar bene, sul tavolo in cucina ti ho lasciato un post « it con il numero di una clinica di riabilitazione. Ti suggerisco di riconoscere che hai un problema, e di impegnarti per risolverlo. »

Sul volto di Irma si dipinse una smorfia di rabbia a malapena contenuta.

« Mi stai dando della pazza? E’ di questo che parliamo? Brutta befana, come osi parlarmi in questo modo? Chiedimi scusa, ORA! »

« Sono al corrente di non essere una gran bellezza. E allora? Oggi mi sento perfettamente a mio agio con me stessa. »

Irma la indicò con un dito tremolante « Chi sei, e che cosa ne hai fatto della Mafalda che conoscevo io? »

« E’ ora di finirla con questa storia. Lasciami andar via. »

Irma strillò a squarciagola. E poi la spinse con tutta la sua forza contro una parete.

« Tu …non …vai …da nessuna parte! « sibilò con un sorriso piegato dalla rabbia. »

« Avanti, lasciami andare. Non peggiorare la situazione « disse Mafalda con tono paziente. »

Irma premette le labbra sulle sue, e Mafalda si aggrappò a lei.

« Non te l’ ho mai detto, ma ho realizzato di amarti! Non puoi abbandonarmi, ora che te l’ ho detto! Voglio stare assieme a te, ti prego! »

« Ma che cosa dici? Perchè ti comporti così? A me non piacciono le donne. Non crederai di convincermi in questo modo! »

Irma si mise le mani fra i capelli, mettendosi a piangere di nuovo.

« Fai come vuoi, allora! Vattene, lasciami nei casini fino al collo! Sei proprio brava, tu! Proprio non ti capisco, come puoi farmi questo? »

« Se avessi saputo che cosa avrebbe comportato darti una mano e diventarti amica venticinque anni fa, non mi sarei mai avvicinata a un’ isterica come te! »

« Brutta megera, mi stai facendo soffrire, come fai a non capirlo? »

« Accidenti a te! Mi sono data da fare tutta la vita, superando mille difficoltà, e da quando sei ritornata, non fai altro che trascinarmi nel tuo abisso! La mia pazienza si è esaurita! Fatti curare e costruisci la tua vita senza di me! »

Irma camminò sbattendo i piedi, lasciando la stanza. Mafalda ne approfittò per cominciare a portare le valigie fuori dall’ ingresso.

Qualche istante dopo, un piatto venne lanciato a pochi centimetri dalla sua testa.

« TI UCCIDO, bastarda! Sarò l’ artefice della tua fine! Ti lascerò morire dissanguata! »

Altri piatti continuarono a volare, mancando Mafalda, che non si lasciò impressionare, e scese le scale del condominio che aveva smesso di abitare.

Mentre i vicini di casa chiamavano polizia e ambulanza, Irma mise a soqquadro l’ intero appartamento, devastando la cucina versando a terra di tutto e di più, poi si recò in camera a strappare i cuscini, ricoprendosi di piume e continuando a urlare.

Infine, dopo aver esaurito le forze, si accasciò sulle ginocchia, continuando a piangere disperata.

« Ti troverò, e ti farò fare una brutta fine … te lo posso assicurare … » sussurrò.

4

Beatrice Bronsone, appena sveglia, cominciò a ricordare la sua vita a Ferrofiume Popolo, fra le risaie e le vigne, fra orti e conigli. Viveva con la famiglia in una cascina «  fattoria e aveva sempre molte faccende da portare a termine. Si era associata a una compagnia dove c’ era solo un’ altra ragazza, e avevano svolto un ruolo fondamentale mettendo fine a una spirale di violenza sconcertante.

Ma quello era il novantatre. Nel duemiladiciotto, invece, era una madre single, rimasta incinta diciotto anni prima di un uomo che non l’ aveva mai davvero amata.

La sua era una vita difficile, e le faccende domestiche sembravano non finire mai. Per mantenersi collaborava con una casa di riposo, lì dove viveva, a Corbola, un paesino di campagna di pochi abitanti, per la maggior parte sopra i settant’ anni, facendo la badante a richiesta, con l’ unico svago rappresentato dall’ ipermercato a pochi chilometri di distanza e qualche occasionale giro in bici sulla strada parallela al fiume, che comunque si vedeva sempre di meno, dove passava una macchina ogni dodici ore, minuto più, minuto meno.

E un figlio che aveva assunto il ruolo di uomo di casa.

Un ragazzo sempre annoiato e molto insistente.

Norberto stava aspettando la colazione. La preparazione spettava a sua madre, e lui lo sapeva. Sedeva al tavolo della cucina, smanettando con il cellulare e la musica nelle cuffie.

Beatrice era distratta da pensieri che sembravano prender vita di fronte a lei, visioni di una campagna diversa da quella del Veneto, persone diverse, il vento che le scompigliava i capelli mentre si dirigeva verso la città. Doveva partire al più presto, e avrebbe fatto meglio a non aspettare l’ indomani.

Si accingeva a preparare qualcosa per il figlio, mentre rifletteva, quando lui si tolse una cuffia e disse « Quello non mi piace. Prepara qualcos’ altro. »

« Perché non ti prepari per andare a scuola? Il tuo pullman sta per arrivare …non dovresti essere già alla fermata? »

« Abbiamo la prima ora buca … però forse oggi non ci vado affatto. Danno un film in tv che non posso perdere. »

Lei si voltò e chiese « A quest’ ora del mattino? » poi fece una pausa.

« Inventane un’ altra « continuò « Sei solo pigro, svogliato come al solito. »

Norberto sbuffò « Sto incominciando a prendere le mie decisioni, come mi suggerisci sempre. »

« Le stai prendendo in modo sbagliato, però. Tu oggi a scuola ci vai eccome. Temo che avrai una giornata molto indaffarata, oggi. Ti devo chiedere un favore … »

Norberto si espresse in una risatina sarcastica « Ma davvero? Cosa hai combinato? »

« Al ritorno non mi troverai a casa. Potresti occuparti tu, oggi, del signor Flagelli? Ha bisogno di assistenza continua … fra poco passerò in casa di riposo ad avvisare che mi assento per qualche giorno. Devo partire, è assolutamente necessario. »

Norberto alzò lo sguardo, e si tolse anche l’ altra cuffia. Era rimasto a bocca aperta, incredulo.

« Mi stai prendendo in giro? Sei in vena di scherzi, oggi, ‘ma? »

« No, sono seria. E’ ora che tu ti renda conto del mondo che ti circonda, dei bisogni degli altri e che ti prenda le tue responsabilità. Ti sto chiedendo di farmi un favore, a me che ti ho cresciuto con tanta pazienza. »

« No. Quanto ci metti a preparare una stupida colazione come si deve? »

« Modera i termini, ragazzo. Devi crescere. Non ti sembra arrivato il momento per farlo?»

Norberto si alzò in piedi e spinse la sedia in modo brusco, mettendosi il cellulare in tasca.

« Lascia perdere, mi è passata la fame a sentirti blaterare. »

Beatrice sbattè il piatto nel lavello, ed esclamò « Devi cambiare atteggiamento, Norberto! Non puoi andare avanti così! »

Norberto si voltò, sulla soglia della cucina, e socchiuse gli occhi, facendo un paio di passi in avanti.

« Sono maggiorenne, ora, ‘ma. Non faccio quello che mi dici tu. Non obbedisco ai tuoi ordini. Sono l’ uomo di casa, chiaro? »

«  I miei non sono ordini. Sono suggerimenti. E un giorno, forse, mi ringrazierai. »

«  Non credo proprio. Che cosa ti prende, oggi? Dove è che vorresti andare? »

«  Faccio visita a Ferrofiume. Vado a una riunione di vecchi amici. »

«  E non mi avvisi? Me lo dici la mattina stessa? Non è da te comportarti in questo modo.»

«  Ci siamo messi d’ accordo così. L’ ho deciso stamattina. »

« Quel che stai dicendo non ha senso. Mi lasci in questo buco di campagna, e mi chiedi anche di badare a un vecchio decrepito? Potrei avere un incidente domestico e morire, e nessuno se ne accorgerebbe per settimane. »

« Già, di solito è proprio quel che temono le persone anziane di queste parti. Per questo vanno seguiti. Un giorno invecchierai anche tu, se sarai abbastanza fortunato. »

Norberto annuì, e si guardò attorno disorientato. Il suo nervosismo stava crescendo.

« Sai cosa? Fra poche settimane mi danno la patente. Appena la ricevo me ne vado, ti lascio da sola con le tue faccende e il tuo villaggio sperduto. Vado all’ avventura. »

Beatrice lo guardò « Be’, credo che ti precederò. Sono sicura che sarà un’ esperienza indimenticabile a Ferrofiume. Ci sono persone che hanno bisogno di me, non posso mancare, cerca di capire.  »

« Non ho intenzione di ascoltarti » concluse Norberto, e se ne andò, chiudendo a chiave la porta della sua camera.

Beatrice sospirò, e cominciò a preparare una valigia.

Una volta riempita, salì al piano di sopra, e assunse un atteggiamento comprensivo e paziente, ma determinato allo stesso tempo.

« Norberto, non rendermi la cosa più difficile di quel che già è » bussò alla porta della sua camera « Apri a tua madre un momento, così posso salutarti. »

Norberto attese qualche istante, poi le parlò da dietro la porta chiusa « Mi sono ricordato che ieri senza dirtelo, ho preso la macchina per una mezz’ oretta, per farmi un giro nei dintorni, e ho bucato. Mi sa proprio che dovrai rimandare il tuo viaggio. »

Beatrice si mise a pensare per qualche istante, cercando di capire se stava dicendo la verità o era solo una provocazione, poi disse « Non importa. Aspetterò il pullman, e farò sali e scendi fino in Piemonte. Ho messo da parte dei risparmi, sai. Mi aspettavo che ciò sarebbe accaduto. »

Norberto aprì la porta di scatto, facendola sobbalzare.

« Non parti, chiaro? Decido io! Prendo io il comando! Sono diventato un uomo e mi devi obbedire!»  esclamò, avvicinandosi a lei con fare minaccioso.

« Non ho intenzione di rinunciare. E faresti meglio a presentarti dopo la scuola dal signor Flagelli. Gli telefonerò questa sera per assicurarmi che tu abbia fatto quel che ti ho chiesto. »

Norberto scese di corsa le scale, e si mise a braccia aperte contro la porta, sbarrandole il passaggio. Beatrice scese con calma al piano di sotto, e afferrò la sua valigia.

« Sono solo pochi giorni, Norberto »  almeno spero, pensò  «  Lasciami andare. »

« Te lo impedisco, ‘ma! Non passerai da qui »

Beatrice sospirò «  Vuoi vedere tua madre uscire dalla finestra? Non ci vuole poi molto, sai?  »

« Ma tu non puoi lasciarmi qui! Portami con te, così conoscerò i tuoi amici. Non sapevo ne avessi ancora. »

« La tua presenza sarebbe fuori luogo, laggiù. Avanti, spostati dalla porta. »

Norberto la fissò negli occhi, insistendo, e scuotendo la testa.

« Guarda cosa mi costringi a fare » disse lei, e lo afferrò per le braccia, cercando di spostarlo. Norberto la spinse lontano « Esigo una spiegazione. Perché questa riunione improvvisa fra amici? Eh? »

« Per ora non ti riguarda. Ma te lo racconterò al ritorno. Fai il bravo nel frattempo. »

Norberto si arrese, e si allontanò dalla porta. Si voltò a guardarla uscire, e controllare la macchina. La ruota non era bucata.

« Sei una madre cattiva. Quando tornerai, non mi vedrai più. Oggi passerò dal signor Flagelli, ma domani chissà, anch’ io potrei decidere di partire di punto in bianco. Magari ci incontreremo proprio a Ferrofiume. »

La madre si voltò, aprendo la portiera della macchina, dopo aver sistemato la valigia nel baule.

« Non ti azzardare ad allontanarti. Vai a scuola, tieni in ordine la casa, e non far venire ragazze, mi sono spiegata? E se decidi di seguirmi, a casa faremo i conti per tutto quanto. Abbiamo anni di conti in sospeso, io e te. »

Norberto sbuffò e fece una smorfia di esasperazione « Cavolo, perché non prendi il pullman? Lasciami almeno la macchina! Accidenti a te! »

Beatrice mise in moto e si allontanò a tutta velocità, come rinvigorita da quella sensazione di libertà.

5

Flashback precedente al giorno del richiamo onirico

Enea Cercovici era diventato un quarantenne, era sposato con un’ editrice locale, e, dopo l’ università, era tornato a vivere a Ferrofiume, dove aveva cresciuto suo figlio, che aveva dodici anni. Lui aveva aperto una libreria sempre piena di clienti fedeli, e si era appassionato di fotografia, sviluppando questo hobby fino a diventare professionista, collaborando con varie aziende a seconda del periodo.

Si era svegliato all’ improvviso, mentre nella sua mente vorticavano immagini della sua giovinezza.

Il baskettista, il pensatore, la ragazza povera, il mingherlino, la tomboy, braccia grosse. Emofilia, meditazioni, la roulotte, persecuzioni, l’ abilità con le armi, la conversione.

Sangue, guaiti, graffi, morsi, disegni, ritrovamenti macabri, violenza. Una cosa sola, le loro menti libere, vaganti. Sabele, suo fratello maggiore. Deceduto. Suo padre l’ inventore. Deceduto.

Perché? Come? Il vuoto. Nessuna informazione. Enea sussultò ad alta voce.

La moglie si era già alzata. Aprì la porta, e vedendolo scosso gli chiese « Va tutto bene? Che cosa ti succede? »

Enea si era messo a sedere sul bordo del letto, e si massaggiava la testa. Dopo qualche istante si rese conto della presenza della moglie.

« Oh! Solo un brutto sogno, non preoccuparti … ho anche il mal di testa. Mi riempiresti un bicchiere d’ acqua? Prendo un paio di quelle pastiglie. »

La moglie si allontanò verso la cucina. Enea si alzò in piedi. Nella sua testa sentiva lo scrosciare dell’ acqua di una doccia. E non sapeva perché.

Si vestì e scese in cucina. Prese le pastiglie dalla credenza, nel vano medicinali, e le ingoiò con l’ acqua.

« Come è morto mio fratello? E mio padre? Te l’ ho raccontato? Devo avere un vuoto di memoria … mi sento confuso … »

« Oh, Enea, vieni » la moglie lo abbracciò  « Mi dispiace tanto, ma devi lasciarli andare. Fu a causa di quel killer, quello che non hanno mai ritrovato e che è scomparso all’ improvviso. »

La mano che rompeva la porta. La chiave del bagno che veniva maneggiata dalle sue mani. Ma il bagno di chi? Che cosa stava pensando? Che cosa stava succedendo?

Enea rispose all’ abbraccio e sussurrò nell’ orecchio della donna « Tieni nostro figlio in casa. Ho la sensazione che il killer sia tornato. »

La donna lo allontanò per osservarlo bene « Che cosa stai dicendo? Quella storia è finita venticinque anni fa « e gli tastò la fronte « Non stai bene? Eppure non sei caldo … sei sicuro che vuoi andare al lavoro? Chiama la tua collega e fatti sostituire, così puoi riposare. »

« Ma sono morti veramente? » chiese Enea, mostrandosi disorientato.

« Di chi parli, Enea? »

« Sabele! Papà! Sono morti per davvero? » esclamò Enea, con un tono pieno di dolore interiore.

« Ma … così mi hai raccontato. Io non ti conoscevo ancora all’ epoca. Torna a letto, dai. Ti chiamo il nostro medico di famiglia. Secondo me non stai affatto bene. »

« Il killer è tornato! Ha colpito la sua prima vittima, ci sarà sangue dappertutto, dobbiamo impedirgli di uccidere ancora! Quel ragazzo più grande ci aveva avvisato, aveva ragione, oddio, aveva ragione sul serio … stanno per tornare i miei amici! Hanno sentito il richiamo come me! »

« Non mi spaventare, Enea, non sai quello che dici. Non ha alcun senso, il killer se ne è andato. Secondo me non c’è ragione di preoccuparsi … »

« Tieni Dario a casa! Non voglio che varchi quella porta! E’ pericoloso! » baciò sua moglie.

«  Fidati di me, dammi retta. Stanno arrivando i miei amici, e mi terranno impegnato per un po’. »

«  Mamma, papà! » esclamò il piccolo Dario, raggiungendoli in cucina.

«  E’ morto il criceto stanotte. Forse è stato un altro animaletto. Ci sono segni di lotta. »

Per qualche istante i due genitori rimasero imbambolati, poi la madre ridacchiò nervosamente

« Ma che cosa dici? Quale animaletto se la prenderebbe con un criceto? »

« Mi dispiace tanto, Dario. Ci eri affezionato … come ti senti? » chiese Enea.

«  Ci sono segni di strangolamento. Come quelli che fanno vedere su crime tv … ma io sto bene. »

Enea fulminò la moglie con lo sguardo « Te l’ avevo detto di cambiare canale quando guardi quei tuoi stupidi programmi in tv. Vedi cosa succede poi? »

« Conoscete un animaletto che strangola i criceti? » chiese Dario.

« Ascolta, fammi vedere, portami in camera tua » disse la madre, e poi si rivolse al marito

 «  Torna a riposare. Parleremo dopo delle mie abitudini televisive. »

«  Che cosa succede a papà? Ha una faccia da paura » commentò il figlio.

6

Stefano Spansi, un quarantenne residente nella parte opposta della città di Ferrofiume da due mesi, rispetto alla zona della famiglia Cercovici, era la fonte del richiamo onirico.

Era appassionato lettore di romanzi e un plurilaureato, che si era trasferito ogni cinque anni in una città diversa per cercare stimoli, cosciente del fatto che il suo livello intellettuale era superiore alla media. Era solito andare in giro da solo e osservare la gente. Si sceglieva i suoi amici e arrivava a conoscerne le abitudini prima ancora di essersi presentato. Ma qualcosa di indefinibile lo aveva spinto a tornare nella sua città natale. Tempo di riambientarsi e la violenza era ricominciata. Una donna era stata trovata con la gola lacerata e una ferita lungo tutto il busto, fino al ventre. Sotto la doccia. Così Stefano aveva cominciato a segnarsi quel che diceva la gente, durante le sue passeggiate meditative per i vari quartieri, e aveva cominciato a scrivere su un diario. Si era fatto amico un investigatore privato incaricato dal capo della polizia di indagare sulla nuova ondata di macabri ritrovamenti e uccisioni che erano tornati a flagellare la città.

Stefano non si era mai sposato, ed era passato attraverso ben tre facoltà universitarie, e quindici lavori diversi, ma niente riusciva a stimolarlo per più di cinque anni. Resisteva sempre fino all’ ultima goccia prima di chiedere le dimissioni.

Era sempre stato un topo di biblioteca, collezionava una quantità incredibile di libri, e se ne portava sempre più della metà dietro quando si trasferiva. Quelli che ormai conosceva a memoria, se non erano proprio speciali, li dava via ai mercatini dell’ usato.

Quella notte la sua mente aveva agito da sola, e lui ne era cosciente. Aveva lanciato il richiamo perché le vittime erano aumentate. Gli scorsi due mesi erano stati tremendi. La polizia aveva organizzato coprifuoco. Gente di tutte le età veniva trovata in condizioni spaventose. Una quantità di poliziotti aveva deciso di non occuparsi più di questo caso. Tanti ne restavano traumatizzati.

Sul suo diario, Stefano aveva raccolto una serie di statistiche. Età delle vittime, luoghi dove avveniva l’ uccisione, modalità di attacco. Prima o poi avrebbe unito i puntini e avrebbe trovato una soluzione, e formulato ipotesi.

Presto non sarebbe stato più il solo civile a indagare. I suoi amici stavano tornando. Era sicuro che sarebbero tornati tutti, bè, tutti tranne braccia grosse. Dubitava della sua presenza per via delle condizioni in cui si trovava. Stefano trovava sempre il modo, casuale o meno, di tenersi informato sulle persone che aveva conosciuto negli anni precedenti.

Si era preparato a dovere per sopravvivere fino a quel momento. La porta d’ ingresso di casa sua era resistente. Non credeva che il killer si sarebbe addentrato nel suo quartiere. Doveva ancora capire se si trattava della stessa persona di venticinque anni prima oppure un imitatore tardivo. Se si trattava del disegnatore folle, la vicenda avrebbe preso una piega alquanto paranormale.

Perché insieme lo avevano sconfitto. L’ unico conoscente del quale aveva perso le tracce era Doriano, il ragazzo ventenne che si era unito a loro quando avevano quindici – sedici anni.

Avrebbero avuto bisogno di lui, se dovevano mettere fine una seconda volta alla violenza. Ma se li avesse abbandonati al loro destino? Se non avesse percepito il richiamo? E se non fosse stato di questo mondo?

La mente di Stefano traboccava di domande senza risposta.

CAPITOLO 4 prima parte – Ombre sulla città

2018

Stefano Spansi si era impegnato a monitorare la città, per via di un accordo in incognito con l’ investigatore designato per la città, che conosceva le abilità intellettuali e la capacità di osservazione del quarantenne plurilaureato, e sapeva che quattro occhi funzionano meglio di due.

Il pomeriggio tardi, prima di cenare fuori, sedeva sempre alla scrivania, a digitare sul suo diario elettronico, e avvertiva una cappa oscura calarsi sulla città di Ferrofiume. C’ era il coprifuoco, ma il suo amico aveva stretto un accordo sussurrato con le forze di polizia per permettergli di circolare per la città dalle ore 21: 00 fino alle 04: 00 se occorreva. A Stefano piaceva camminare a lungo. Dentro di sè doveva lottare con i draghi della paura per percorrere strade così silenziose che poteva udire con chiarezza il rumore prodotto dalle sue scarpe.

Finora il killer era stato metodico e puntuale, quasi ripetitivo. Ogni quattro giorni la polizia riceveva una denuncia di scomparsa. La prima volta aveva colpito all’ interno di una casa. Un’ altra donna che viveva in una zona piuttosto isolata era stata aggredita a pochi metri dalla sua abitazione. Solo due adolescenti finora erano stati uccisi. Il primo era stato attaccato alle prime ore del mattino, a una quindicina di minuti da casa, l’ altro non aveva rispettato il coprifuoco per dieci minuti. L’ autopsia aveva stabilito che l’ aggressione era avvenuta pochi minuti dopo le 19: 50, venti minuti dopo la consueta chiusura dei negozi. Il coprifuoco scattava alle 19: 40 per permettere ai negozianti di raggiungere le loro vetture e tornare a casa. Il killer cambiava orario a ogni singolo attacco. Ormai era chiaro che il coprifuoco aveva sempre meno senso, perchè c’ era stata una vittima per ogni ora del giorno e della notte. I giovani uscivano solo in compagnie di almeno otto persone, che passavano sotto casa degli amici ad aspettarli. I ragazzini non potevano più vivere l’ esperienza del primo giro in centro con gli amichetti. Molti incontri si svolgevano comunque in luoghi pubblici o al chiuso. Ormai era diffuso il motto hashtag #giorniliberidalkiller perchè la gente aveva capito che uccideva solo un giorno a settimana, a rotazione. Nei giorni liberi dalla violenza la città sembrava più vitale e vivace. Nel giorno bollino nero tutti si chiudevano a riccio e non vedevano l’ ora di chiudersi in casa. Alcuni negozi avevano incominciato a chiudere. Il killer dominava i pensieri privati delle persone. Di notte la polizia in assetto da militare presidiava i quartieri per cercare di beccarlo appena prima di compiere un delitto.

Nel 1993 ad un certo punto i membri della sua compagnia erano quasi arrivati a credere che l’ assassino uccidesse in luoghi e in momenti apposta per farsi notare proprio da loro. Nella fase successiva li aveva presi di mira. All’ epoca avevano capito quasi subito di chi si trattava grazie al contributo di uno di loro, che gli era addirittura imparentato in modo stretto.

Venticinque anni dopo, quel tizio poteva essere chiunque, anche perchè alcune cose erano diverse. Il killer del passato uccideva molti più giovani, quello nuovo invece li assaliva di rado, concentrandosi invece sulle persone fra i venticinque e i quarantacinque anni.

Stefano stava cercando di capire se c’ era qualcosa che accomunava le vittime, e se c’ erano potenziali similitudini nei loro atteggiamenti e stili di vita, o nell’ aspetto fisico,  che somigliassero a quelli della sua vecchia compagnia di amici. Da quando aveva capito dove abitava l’ amico Enea con moglie e figlio, durante i giorni neri passava molto tempo a circolare nei paraggi del suo isolato, aspettandosi di vederlo uscire. Non era ancora successo. Non credeva che sarebbe arrivato a sospettare di lui, che aveva sofferto tanto in passato proprio a causa della vicenda del killer, ma tutto era possibile.

Stefano Spansi aveva dedicato gran parte del suo tempo libero fra i venti e i ventisette anni a esplorare in maniera inedita il concetto di cicli storici e connessioni fra eventi di epoche diverse. Era riuscito a trovare una serie di cicli attraverso i quali si verificavano eventi specchiati e in molti casi quasi identici fra loro, se uno aveva l’ occhio attento. Li aveva messi a confronto usando il metodo delle statistiche. Il più preciso fra questi cicli era proprio quello dei venticinque anni.

Ferrofiume veniva investita di brutto dai cicli storici. Il clima sociale ondeggiava continuamente fra periodi buoni e prosperosi, e periodi infernali di grande sofferenza.

Stefano si era iscritto alla pagina online dedicata alla storia della città, e aveva scoperto che la vicenda del killer del novantatre non era un caso isolato di grande paura. A confronto della tragedia più terrificante che aveva marchiato la città per sempre, la morte violenta di diciotto persone nel novantatre sembrava quasi scomparire, con tutto il rispetto per i poveretti che avevano finito di vivere nel panico e nella sofferenza. Quel luogo aveva vissuto un undici settembre prima ancora che nascesse il modo di dire che indica il giorno peggiore di una località o di una nazione.

Si chiedeva se i suoi vecchi amici ricordavano quel periodo del novantatre, e se era così, quanto potevano ricordare? La mente spesso nasconde sotto il tappeto i brutti ricordi, soprattutto quando riesci ad avere successo e a prosperare come avevano fatto Priamo e Perseo. Forse per ironia della sorte, colui che ricordava gli eventi in maniera più nitida era anche quello che aveva trascorso meno tempo assieme a loro. Il convertito, che Stefano sapeva trovarsi in condizioni psicologiche precarie. Per quanto riguardava le due ragazze, non era riuscito a carpire quasi nessuna informazione. Probabilmente vivevano una vita comune a molti.

E poi c’ era da considerare che per un quarantenne gli eventi di venticinque anni nel passato appaiono tanto remoti quanto lo sono i ricordi della prima infanzia per un adolescente.

Però secondo uno studio, l’ adolescenza era un periodo che si fissava nitidamente nell’ insieme dei ricordi di un’ individuo. Gli anni formativi della personalità.

Come sarebbe stato il loro carattere da adulti? In passato aveva intuito che il più vulnerabile fra loro era Perseo Fondo, che era sempre pronto a mettersi a piangere, e appariva come il meno maturo fra loro. Mafalda viveva in condizioni deplorevoli, ma sotto il suo carattere timido e riservato nascondeva una grande forza d’ animo. Dal canto suo, Stefano si riteneva da solo come il meno impressionabile e il più riflessivo. Enea aveva trascorso quel periodo in modo travagliato. Priamo soffriva di emofilia, ma se non fosse stato per Enea avrebbe potuto mettersi alla guida del gruppo. Beatrice era una ragazza rustica e tenace. Il convertito era quello che l’ aveva sorpreso di più, perchè non si aspettava che ne uscisse traumatizzato e incapace di vivere una vita normale.

Nel duemiladiciotto come sarebbe stato? Sarebbe ancora stato Enea a guidare gli amici? Quanti di loro erano disposti a sacrificare la loro vita, la loro carriera, il loro benessere per salvare una città che avevano abbandonato?

Un killer può avere un incidente, vero? Come capita alle persone comuni, anche gli assassini seriali possono incappare in un inconveniente domestico, o essere vittime di altri malintenzionati, perchè no? Ogni tanto si sentiva alla televisione di quei tizi che non riuscivano a controllare la rabbia e ti facevano fuori perchè gli rubavi un posto al parcheggio. Un killer deve mangiare, no? Quindi anche lui va a fare la spesa. E se si trova a Ferrofiume, con tutta probabilità usa l’ automobile per recarsi al supermercato. In cuor suo, Stefano sperava in un deus ex machina del genere. Così non ci sarebbe stato bisogno di avvisare i suoi vecchi compagni di avventure.

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La tragedia che portava il marchio di questa località avvenne il quattro giugno dell’ ottantasei, durante un giorno di festa dedicato allo sport: la maratona di Ferrofiume, che negli anni successivi sarebbe stata spostata dai primi di giugno alla terza settimana di maggio. Fu allora che la zona industriale venne rasa al suolo da un incidente industriale in quell’ ammasso di macerie che avrebbe ricevuto il soprannome di Ground Zero. Una nube tossica si espanse per tutta la città, proprio nel bel mezzo dello svolgimento della corsa attraverso le strade della maggior parte dei quartieri. Alla maratona partecipava il novantacinque per cento dei giovani abitanti, bambini, adolescenti, ragazzi, e anche adulti e qualche attempato che riusciva ancora ad essere dinamico. I più svogliati e alcuni genitori seguivano la marcia in bicicletta o si fermavano ad aspettare in determinati punti della città. L’ enorme folla mischiata alla polvere letale che nevicò sulla città risparmiando solo pochi quartieri provocò una catastrofe totale. Centinaia morirono nelle prime settimane e mesi. Migliaia nell’ anno successivo. All’ epoca la cittadina contava quarantottomila abitanti. Nel novantatre erano diventati trentacinquemila. Nel duemiladiciotto venticinquemila. L’ ondata di violenza del novantatre spinse decine di famiglie a trasferirsi, e lo stesso stava accadendo venticinque anni dopo.

L’ operazione di ripulimento aveva avuto un risultato a dir poco miracoloso, ma la gente continuava a morire, nonostante tutto. In loro ricordo, era stato inaugurato qualche anno prima del ‘ diciotto un nuovo parco, Il Parco Eternità. Uno dei cicli secondo le ricerche di Stefano collegava direttamente l’ ottantasei con il duemiladiciotto. Chissà cosa sarebbe accaduto.

E poi arrivò il giorno prima del richiamo onirico. Stefano sedeva riverso sulla sua scrivania, in lacrime, nonostante l’ attributo con il quale si era definito, come il meno impressionabile. Il killer aveva lanciato un segnale molto chiaro.

Era stato effettuato il ritrovamento di sette ragazzi che si erano riuniti in pieno giorno ad Alto Verde, nell’ area picnic, visibile dalla strada trafficata a breve distanza e dalla zona di transito del ponte che collegava Oltreponte con il resto della cittadina. Era successo con una rapidità impressionante. I cinque maschi e le due femmine avevano le iniziali della compagnia di vecchi amici di Stefano, compreso il convertito, incise sulla fronte. Rappresentavano un revival della loro compagnia, poichè erano costituiti da un giovane atleta, dal figlio di un ingegnere noto in città per il suo caratteraccio, da una ragazza della frazione Ferrofiume Popolo, da una ragazza del quartiere più emarginato, che viveva in una di quei palazzoni popolari tutti uguali. Dal primo della classe al liceo. Da un ripetente di una facoltà professionale. Da un piccoletto che aveva fatto coming out la settimana precedente. Per qualche oscuro motivo, nessuno si era accorto di nulla. Alcuni ritenevano che li avesse uccisi altrove, e poi li avesse trascinati uno per uno proprio nei pressi dei tavoli. Come poteva essere accaduto era un mistero. Ma i social network ribollivano di rabbia, disperazione ed esasperazione. Il killer aveva cambiato dinamica. Quello non era un giorno ad alto rischio.

All’ improvviso era tutto vero. Era ricominciata in modo ufficiale.

CAPITOLO 4 prima parte – Emozioni forti

1

2018

Perseo Fondo si era avviato in macchina sull’ autostrada, e alle diciannove e quarantacinque si era fermato a ordinare la cena in un autogrill, ed era scoppiato a piangere proprio lì, fra la gente che transitava e lo osservava. Probabilmente pensavano avesse subito un lutto pesante.

« Gli è morto qualcuno » sussurravano.

Una inserviente che caracollava fra un tavolino e l’ altro ne era rimasta particolarmente impressionata. Teneva la mano libera premuta sulla bocca, commossa.

Aveva ordinato una porzione tripla di tutto, e fra un singhiozzo e l’ altro si infilava enormi bocconi di cibo in bocca, ingurgitando tutto masticando a malapena.

Nel frattempo, la cameriera impietosita aveva a che fare con uno dei turni più difficili e stressanti. La sala pasti non aveva più un posto libero. Qualcuno le chiedeva di avvicinarsi, e chiedeva sussurrando che cosa stesse capitando al signore seduto da solo a piagnucolare mentre si ingozzava di cibo. Altri chiedevano di invitarlo ad allontanarsi perchè lo ritenevano insopportabile. Ad un certo punto Perseo agitò una mano per richiamare la signorina inserviente, e a bassa voce mormorò « Mi dispiace tanto, non vorrei disturbare le altre persone, sa, ma non riesco proprio a trattenermi! » e la giovane donna gli aveva posato una mano sulla spalla e aveva risposto « Non si preoccupi, si sfoghi pure fino in fondo. Se vuole parlarne, il mio turno finisce fra poco. Può confidarsi con me … » e Perseo replicò «  Oh, vorrei tanto poterlo fare, signorina, ma temo che sia difficile da comprendere …vedremo. Adesso mi calmo. »

Quando scoppiò un temporale proprio sopra all’ area parcheggio dell’ autogrill, Perseo si alzò e si mise a osservare fuori, dalla vetrata. I singhiozzi disperati si erano arrestati, ma gli occhi continuavano a mandar giù lacrime.

« Quel tipo fra poco ci rigetta indietro tutto quel che si è mangiato. Ha affogato la sofferenza col mangiare. Basta dargli un’ occhiata per capire che non è abituato ad abbuffarsi. Fra poco cede, vedrai. Sarà una scena disgustosa. » commentò un membro dello staff.

La cameriera comprensiva vide l’ uomo voltarsi con uno sguardo che indicava forte disagio e imbarazzo.

« Oddio, credo che ti abbia sentito! » mormorò la donna.

L’ uomo chiedeva aiuto con occhi da cerbiatto. Gli occhi di un bambino che cercava la madre. La ragazza non riuscì più a resistere, e si recò dall’ uomo, a guardare la pioggia cadere assieme a lui.

Dopo qualche istante di timidezza gli chiese « Come si sente, signor … » e l’ uomo le disse il nome, e lei riprese il discorso « Signor Fondo, vorrebbe parlarne con me? So mantenere i segreti. Parlarne potrebbe toglierle un po’ di agitazione, che cosa ne dice? »

« Non si potrà uscire per un po’, eh? Non posso presentarmi dai miei vecchi compagni tutto inzuppato come un brutto anatroccolo. »

« Oh, quindi si tratta di nostalgia. Ha subito un lutto di recente? »

« Oh, non io. Ma è probabile che la mia città natale invece stia vivendo momenti difficili, un periodo travagliato. Temo per quello che potrebbe succedere. »

« Allora perchè non ci riflette meglio? Tornare in una città pericolosa potrebbe non essere la decisione giusta. Sa, lei mi ispira fiducia, e di solito faccio molta fatica a prendere confidenza con gli sconosciuti. Se vuole, dopo il temporale, possiamo conoscerci meglio, e scoprire se fra noi potrebbe funzionare. Non porta la fede al dito. Sono attenta ai particolari. »

Perseo si voltò a guardarla meglio. Perchè tutte queste donne si aspettano che io provi la stessa cosa che loro sentono nei miei confronti? Questa non è una scena inedita per me. Fin da quando ero ragazzino, tutte le compagne di classe mi ammiravano da lontano, e alcune arrivavano fino a dimostrarmi il loro interessamento. Ma io declinavo tutte le richieste di appuntamenti. Sapevo quel che volevo, e non erano loro.

« C’è una mia vecchia conoscenza che mi attende, là dove sono diretto. Penso che lei sia molto gentile a interessarsi alle riflessioni di un uomo come me, ma io ho le idee chiare. »

La donna abbassò lo sguardo, leggermente delusa « Capisco. Suppongo di dover dire « buon per lei che sa quel che vuole

« Ci sarà un’ altra occasione, e la prossima sarà quella giusta per lei. Quando succederà di nuovo, funzionerà. »

« Che cosa fa nella vita, signor Fondo? Da dove è partito? »

« Sono un insegnante di liceo, e vengo da Firenze. »

« Non ci sono mai stata, ma mi piacerebbe visitarla. Se dovessi avere un figlio, lo farei studiare là. Magari un giorno mi troverà fra i genitori che aspettano i ragazzi alla fine delle lezioni. »

« Non si finisce mai per davvero di frequentare una scuola. La vita è come una classe, tutti i momenti. Tutti insegniamo e impariamo a seconda della situazione. »

Dopo un breve minuto di silenzio, la donna gli toccò il braccio « Lasci che le dia il numero di un piccolo albergo nei paraggi. Mio fratello è il proprietario. Potrà passarci la notte gratis. Non voglio che una persona preziosa come lei si metta a guidare la notte a stomaco pieno.

Perseo annuì « Ha ragione. E’ una buona idea, la ringrazio. »

La donna si allontanò per prendere la borsa, e non mancò di voltarsi a guardarlo con un sorriso, come per contemplarlo.

E la mente di Perseo viaggiò nel tempo fino ai vecchi tempi.

MafaldaBiancardi

2

1993

Perseo era in classe, posizionato proprio davanti a Tommy Timoteo. Di solito trascorreva il tempo a reagire con nervosismo alle domande della professoressa, oppure ad essere punzecchiato dal bullo alle sue spalle, che non faceva altro che scaldare la sedia e distrarsi.

Ma quel giorno si prospettava diverso dal solito.

Una nuova ragazza era stata presentata agli alunni; il suo nome era Mafalda Biancardi. Portava un maglione a strisce, i capelli corti e castani, e aveva un pallore da fantasma come carnagione. Non era nè magra, nè grassa, ma piuttosto robusta. Di lei si notava la timidezza prima di tutto.

Visto che il solito compagno di banco di Perseo era assente, la professoressa pensò bene di posizionarla proprio accanto a lui. Perseo le rivolse un sorriso a dir poco terrorizzato, e lei ricambiò facendo guizzare lo sguardo, come indecisa su dove farlo posare.

Tommy, dal canto suo, rivolse uno sguardo alquanto disgustato alla scena che gli si era presentata davanti. Poi sorrise con gli occhi illuminati dall’ occasione che aveva colto all’ istante, e disse a bassa voce « Buona fortuna con il mostriciattolo, novellina » e poi sghignazzò.

Lei si voltò, e allungò la mano « E tu saresti? »

Tommy la guardò dondolando la testa con un sorriso beffardo « Non parlo con chi indossa vestiti usati, ragazzina. »

Mafalda si voltò senza aggiungere altro.

A parte l’ inconveniente del ragazzo maleducato, nei giorni seguenti Mafalda cominciava ad apprezzare sempre di più la compagnia di Perseo, che riteneva un ragazzo gentile, e affine a lei e al suo modo di essere. Però si sentiva limitata dalla sua riservatezza, ed esitava ad attaccare bottone con lui. Lo sentiva vicino e lontano allo stesso tempo, e non passavano cinque minuti senza che si distraesse a occhieggiarlo. Ormai Tommy si era stufato di contare le volte che lei lo faceva. Dentro di sè, Mafalda avvertiva una sensazione crescente, e riteneva possibile che si fosse innamorata di lui. Probabilmente era un sentimento ingenuo, perchè a quell’ età tutto era transitorio e superficiale. Ma le piaceva contemplare l’ idea nel suo piccolo mondo privato. Sapeva di non possedere un aspetto fisico interessante, si sentiva una delle tante. Cercava di non trascrivere o disegnare niente che facesse pensare alle sue sensazioni per lui, per evitare che qualche compagno di classe, Tommy per primo sulla lista, se ne accorgesse e andasse a riferirlo a Perseo. Col passare dei giorni, comunque, si rese conto che nessuno si filava quel ragazzo. Sarebbe stato logico prenderlo da parte e chiedergli di passare del tempo extrascolastico assieme visto che lei era la nuova arrivata. Indossava vestiti usati perchè viveva con i genitori in una roulotte accanto alla zona allestita per le corsie di atletica, nelle vicinanze di Ground Zero. Suo padre aveva perso il lavoro e la casa, e la madre era una casalinga sordomuta che non era mai riuscita a trovare un posto. Avevano usato gli ultimi risparmi per il materiale scolastico della figlia. Giunti a Ferrofiume si erano subito dati da fare per chiedere un impiego in qualsiasi posto disponibile. Prima che la vita della famiglia Biancardi cambiasse vivevano una vita umile e modesta. Se ci pensava bene, Mafalda si rendeva conto che prima di vivere l’ esperienza nomade della soglia della povertà, la sua vita non si distingueva in nessun modo particolare da quella di una comune ragazzina italiana. Temeva quasi di non possedere nessun talento, e si immaginava a fare la cassiera e a guardare le corse agli acquisti della gente e le conversazioni ai tavolini dei cafè, di morire d’ infarto una sera in un villaggio di campagna ed essere ritrovata solo la settimana successiva. Non poteva immaginare che i cambiamenti sarebbero diventati presto una costante, e che la sua vita sarebbe stata piena di esperienze vissute da pochi.

Un giorno, mentre Perseo veniva interrogato assieme ad altri compagni, Tommy ebbe la bella idea di togliersi la cicca dalla bocca e tentare di appiccicarla ai capelli di Mafalda. All’ improvviso, Perseo si alzò in piedi e si lanciò addosso a Tommy prima che avesse modo di riuscire nella sua impresa, facendolo piombare col sedere sul pavimento, e lasciandolo a bocca aperta. Mafalda aveva capito tutto. Tommy, che non poteva permettersi di non reagire a quell’ aggressione azzardata, gli piantò un pugno dritto nell’ occhio sinistro, dove ben presto si formò un livido nero. Il professore voleva annullare l’ interrogazione di Perseo ( mandando comunque Tommy a fare visita al preside ), ma Mafalda alzò la mano e disse «   Perseo ha reagito in quel modo perchè un certo balordo qui dietro voleva appiccicarmi la sua cicca masticata sui capelli. Ha fatto bene a fermarlo. Non comprometta la sua valutazione per questo. Lo lasci continuare. Sono sicura che ha studiato bene.

L’ insegnante, impressionato da quel piccolo discorsetto, aveva accettato, e Perseo aveva preso il suo primo otto e mezzo, e inoltre aveva deciso che Mafalda era una amica valorosa in modo ufficiale.

3

Alla fine delle lezioni, quel giorno, Mafalda sgusciò via dalla classe come al solito e si mischiò fra la folla. Un gruppo di ragazze la sezionò con lo sguardo dall’ alto al basso, con sorrisetti maliziosi. La leader del quartetto di vipere scoppiò a ridere, e Mafalda sussultò con lo sguardo e accelerò il passo con le guance colorite di rosso. Avanzando sovrappensiero urtò la faccia contro la schiena del Re dei Serpenti Fosco Chiavelli, che la squadrò mentre sussurrava « Permesso! » con un fischio provocatorio. Lei non lo sapeva, ma se l’ avesse urtato in uno dei suoi giorni cupi avrebbe potuto ucciderla. Proprio lì, in mezzo ai corridoi.

Proprio mentre Mafalda si fiondava giù dai gradini dell’ ingresso dell’ edificio, qualcuno la chiamò dalla soglia del portone.

« Mafy! Aspetta, volevo chiederti una cosa! » esclamò Perseo, con un occhio chiuso e l’ altro illuminato da una felicità infantile.

Lei aspettò che le arrivasse vicino, e mormorò « Ti ascolto. »

« Ti va se ci frequentiamo anche fuori dalla scuola? Possiamo fare passeggiate io e te, e magari se ti va potrei presentarti ai miei amici! »

Mafalda sorrise, e annuì « Va bene. Sono contenta che tu me l’ abbia chiesto. »

« Perfetto! Tanto per cominciare, ti va se ti accompagno a casa adesso? »

La preoccupazione dilatò gli occhi di lei. Cercò di non renderlo evidente.

« Oh, va bene! Ma ti devo avvisare che mia madre si affaccia sempre alla finestra quando sa che sto per tornare, e non sono sicura che voglia vedermi con un ragazzo. Perciò puoi accompagnarmi fino al mio quartiere … »

Perseo accettò e non venne a scoprire che Mafalda in realtà abitava in una roulotte.

BrunoPellocarmineFoscoChiavelli

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4

Radunati dietro l’ angolo di via Trevi c’ erano Fosco, Aurelio e Bruno, tre dei famigerati balordi della cittadina, che parlottavano del più e del meno, proprio mentre Stefano Spansi, durante una delle sue camminate solitarie, girava a sinistra dalla via principale, via Signorile, per dirigersi alla Libreria del Campanile, senza rendersi conto di aver attirato l’ attenzione dei tre, che si silenziarono all’ istante.

« Ecco il topo di biblioteca che si ritira nella sua tana. » commentò sarcastico Aurelio.

« Chissà che cosa ci trova a sfogliare pagine tutto il giorno. » commentò pensieroso Bruno.

« Stavo per mostrarvi il mio nuovo gadget appuntito. » pronunciò Fosco, monitorando il quattrocchi secchione che entrava nella libreria « Propongo di aspettarlo, trascinarlo là sotto » indicò una breve discesa che portava in un garage privato « e mettergli un bel po’ di paura addosso …» disse, con una voce da assassino.

I suoi compari ne furono entusiasti, e cominciarono a fantasticare su quello scenario.

Poi una ragazza nella versione ” vediamo se riesco a farmi qualcuno ” attirò la loro attenzione e stimolò i loro ormoni, così Stefano ebbe modo di fare il suo nuovo acquisto e allontanarsi dalla zona in tutta tranquillità. Questa era la sua specialità, sgusciare via senza che nessuno se ne accorgesse, come se qualche entità benevola gli permettesse di cavarsela senza nessuno sforzo. Non si trattava di scavalcare un ostacolo. Si trattava di sorvolarlo.

I poveri imbecilli, che non solo si dovettero sorbire Aurelio che faceva l’ ennesima conquista amorosa, lasciandoli a bocca asciutta, ma si resero conto che il nerd invisibile li aveva beffati di nuovo. Solo lui era in grado di provocare in loro un’ alienante sensazione di disorientamento.

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5

Vi chiederete che genere di libri leggeva all’ epoca il brillante intellettuale in ‒  training Stefano? Sullo scaffale di camera sua si potevano trovare biografie di personaggi storici, storie reali e argomenti di attualità. Ma non mancavano romanzi e raccolte di racconti. A periodi si fissava con un autore e collezionava qualunque cosa portasse il suo nome. La gente lo notava a leggere nei parchi, e gli chiedeva di leggere i propri scritti, e Stefano si impegnava a recensire gli aspiranti autori con delle note che mandava per posta. Recentemente aveva smesso di accettare richieste di quel genere, perchè si sentiva circondato di scrittori che scrivevano di argomenti che non riuscivano a entrargli nel cuore. Un lato della personalità di Stefano era caratterizzato dall’ indifferenza. Si sentiva isolato a livello intellettuale, ed era cresciuto a livello interiore più di tutti i giovani della zona. Non era il solito primo della classe con cui tutti si ritrovano a competere durante le verifiche in classe. Era quel solitario che girava per Via Signorile sotto gli occhi della gente e faceva perdere il filo del discorso a coloro che lo osservavano chiedendosi cosa ci fosse dietro quell’ espressione imperscrutabile. In lui tutti vedevano l’ archetipo del Pensatore.

 6

Mafalda raccoglieva le sue impressioni sulla giornata su un’ agenda. Quel pomeriggio la pagina era stata riempita da una mescolanza di considerazioni sorprendentemente mature sul modo in cui vedeva Perseo e le sensazioni che provava per lui, e disegnini simpatici e ingenui sulla sua cotta.

Perseo le aveva accennato qualcosa sulla sua compagnia di amici: un atleta, un appassionato di motociclette, uno che riusciva a finire un libro e poi usciva a comprarne un altro, e una ragazza tosta, e si sentiva impaziente di conoscerli. Si augurava che per la prima volta nella sua vita potesse avere un gruppo di amici a cui confidarsi. Non era sicura di piacere a tutti, ma si accontentava di poco. Nonostante la precarietà della sua situazione di vita, trascorreva quelle ore sognando un mondo migliore.

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7

I ragazzi della compagnia di Enea avevano deciso di recente di esplorare la zona di Alto Verde, poichè avevano sentito chiacchiere volanti su una strada che portava a una serie di casette di fortuna, e volevano assicurarsi che ce ne fosse una incustodita, così da trasformarla in un rifugio privato. Non si addentrarono nella zona dell’ erba alta perchè ormai era considerata un sito di maledizioni dopo il ritrovamento del bambino impiccato con un filo per aquiloni.

Enea, Priamo ( per gli amici Primm ) e Perseo lanciavano occhiate vigili e preoccupate all’ albero della morte, mentre si avviavano per un sentiero sterrato che portava nel quartiere più dimenticato di Ferrofiume. Cancello dopo cancello, staccionata dopo staccionata, dovevano stare attenti ai cani che abbaiavano e saltavano, minacciando di rincorrerli, contemplavano donne attempate che lavoravano nell’ orto, tagliavano le siepi o innaffiavano i fiori.

Ad un certo punto si addentrarono in una zona boschiva, ed Enea cominciò a falciare via il fogliame in eccesso e i rami che si aggrovigliavano. Si erano riforniti per bene perchè erano convinti che avrebbero trovato la casetta dei loro sogni. Enea aveva fornito la maggior parte del materiale, rovistando fra gli attrezzi del magazzino del laboratorio di suo padre, mentre lui si trovava a una ” riunione di appassionati di scienza ” con amici del luogo. Avevano anche raccolto qualche scarto di cartone nella mini discarica allestita nella zona. Negli zainetti e nei marsupi trasportavano martelli, della corda, palette, fogli da disegno per realizzare una piantina della loro baracca, e un quadrante per il tiro al segno per giocare a freccette.

Ad un certo punto arrivarono nella Terra Promessa. Nel profondo si auguravano che il killer non conoscesse quei posti, e non avesse motivo per addentrarvisi.

« Guardate che roba! » esclamò Enea, tenendo le mani ai fianchi e ammirando la baracca.

« C’è posto per una classe intera là dentro! » esclamò soddisfatto Priamo.

« Non lasciamocela fregare. Cominciamo a sistemarla un po’. » commentò Perseo.

Così fecero, e durante i minuti di svago giocarono a fare Tarzan con le corde, si lanciarono la terra e si sporcarono i pantaloni puliti come veri uomini di una volta. Poi realizzarono una piantina della casetta e la attaccarono con un chiodo a una parete interna. Stabilirono i nomi delle stanze e se la divisero per cinque. Perseo raccontò loro che aveva conosciuto una ragazza e le aveva promesso di presentarle i suoi amici. Così aggiunsero un sesto angolino privato con un punto interrogativo.

Tempo dopo si misero a giocare a freccette. Priamo aveva segnato il punto migliore quando un grosso sasso lanciato alle loro spalle squarciò il riquadro fissato a una delle pareti esterne, facendo sprofondare un frammento all’ interno. Ora la parete era rovinata da un enorme buco.

I ragazzi compresero subito che a lanciarlo era uno di quelli.

Bruno Pellocarmine, Fosco Chiavelli e Aurelio Capinero erano capitati nello stesso luogo, e ne avevano approfittato per una entrata in scena col botto.

« Ma guarda un po’! » commentò Fosco « Il finocchietto ha degli amici. »

« Vi trasferite qui? Be’, mi pare adatto per dei tipi scemi come voi. Non siete i benvenuti in mezzo alla civiltà. »

« Chi di voi ha lanciato il sasso? »  esclamò Enea con rabbia.

Fosco sorrise ai suoi due compari e rise in faccia ai tre aspiranti architetti. Era chiaro che era stato lui.

« Mi dispiace. Temo che dovremo disfare tutto. A cominciare da quella stupida mappa là sopra »

commentò Aurelio.

Mentre Perseo indietreggiava, Priamo saltò in avanti ed esclamò « Non provate ad avvicinarvi! Ora questo è il nostro territorio ufficiale! »

« Gli invasori sono appena arrivati a guastare la nuova civiltà dei perdenti! » ridacchiò Bruno, e avanzò dando una spallata a Priamo, che si voltò indietro.

Fosco si sfregò le mani « Da dove cominciamo? »

« Riduciamo in pezzetti la loro mappa! » decise Aurelio.

Enea cercò di fermare Aurelio, che lo guardò annoiato « Che cosa credi di fare? Ti conviene non metterti contro di noi, Cercovici. »

Priamo tentò di afferrare il cappello di Bruno, che si voltò e lo afferrò per il collo « Giù le mani se non vuoi che cominciamo ad alzare le mani su di te. »

Fosco entrò per primo e cominciò a rompere e disfare con gli attrezzi dei ragazzi. Enea si mise le mani fra i capelli, sconcertato. Perseo rimase a guardare deluso, con l’ occhio buono. Bruno applaudiva.

Priamo non poteva rimanere a guardare. Superò Bruno ed entrò nella baracca. Enea gli urlò di fermarsi. Non lo ascoltò. Si avventò contro Fosco, una pessima idea.

« Andate via dal nostro territorio! Non avete il diritto di stare qui! » urlò Priamo mentre lo spingeva a terra.

« Nessuno si permette di toccarmi » sibilò Fosco « Hai appena fatto un grosso sbaglio! »

Si alzò, si strofinò via la polvere, ed estrasse un pugnale.

Priamo cambiò colore quando lo vide, e alzò le mani indietreggiando con cautela.

Fosco guardò Aurelio e ordinò « Portalo fuori. Voglio dargli una lezione come si deve. »

Aurelio obbedì e lo trascinò all’ esterno. Enea e Perseo sobbalzarono quando videro Fosco agitare un pugnale facendogli compiere degli otto nell’ aria.

Priamo abbassò lo sguardo, mentre Aurelio gli strinse le braccia all’ indietro, bloccandolo. Bruno sembrava contrariato, e guardava Fosco, concentrato e pronto a reagire.

Poi Priamo sputò in faccia a Fosco, che dilatò gli occhi, colpito da un episodio di lesa maestà.

Scosse la testa, strusciandosi la bocca con la mano libera e sussurrò « Sei morto. Farò scavare la tua fossa agli altri due perdenti. »

Fosco sollevò la lama e si preparò a colpire, ma venne bloccato da Bruno, e si agitò come un animale in catene « Lasciami andare! Voglio vederlo morire dissanguato! » esclamò.

Bruno, paziente, disse « Ci vendicheremo un’ altra volta, quando sarai più tranquillo. Non possiamo farci denunciare un’ altra volta. »

Fosco si arrestò, e si passò una mano sui capelli, con una smorfia di disgusto rivolta a Priamo.

« Forse c’è un modo per farlo morire dissanguato » sorrise, e poi sferrò un pugno sul naso di Priamo con velocità impressionante. Enea e Perseo si avvicinarono per aiutarlo, ed Enea lo sorresse per la schiena.

Priamo mormorò «  Emofilia! Mi scende il sangue dal naso, e non si fermerà! »

Bruno schioccò le dita, e fece segno ad Aurelio che dovevano andarsene. Fosco cominciò a incamminarsi, e Bruno gli diede uno scappellotto sulla testa. Quindi qualcuno c’è che può toccarlo in quel modo pensò Enea.

Bruno si voltò e puntò il dito contro i tre ragazzi « Sarà meglio per voi che tacciate su tutto questo. Altrimenti la prossima volta non interverrò. Manderò lui da solo. E portate all’ ospedale quell’ idiota. Se l’ è andata a cercare. »

Quando se ne andarono, Perseo chiese a Enea « Che cosa facciamo ora? Si è già sporcato tutti i vestiti! »

« Lo porto al pronto soccorso con la mia moto. L’ abbiamo lasciata a qualche metro da qui. »

« Se non l’ hanno rovinata quei bastardi … » mormorò Priamo, tenendosi la mano premuta sul naso.

« Non abbiamo dei fazzoletti? » chiese Enea agitato. Perseo si battè una mano sulla fronte e disse « Ma certo! Eccoli qua! » e li infilò nella mano libera di Priamo.

« Dobbiamo fare in fretta » disse Enea.

« A mia madre verrà un colpo quando vedrà i miei vestiti. Non mi succede da tempo. »

« Non ci pensare ora. Cerca di bloccare l’ emorragia più che puoi. »

« E’ proprio quello il problema … »

Perseo li accompagnò alla motocicletta di Enea, che non era stata toccata dai bulli.

« Io torno a casa da solo. Non vi preoccupate per me. Me la caverò. Fatemi sapere che cosa succede all’ ospedale. »

Enea lo salutò, fece salire Priamo sulla sella dietro di lui, si infilò il casco e partì a tutta velocità.

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8

Alla fine del pomeriggio, prima che scattasse il coprifuoco, Perseo andò a trovare il padre a lavoro. Faceva il guardiano del museo locale. Non aveva ancora visto l’ occhio nero. Abbassò il cappuccio del figlio e gli sollevò la testa prendendolo per il mento.

« Devi imparare a farti valere, figliolo. E’ l’ unico modo per far capire le cose a quei bastardi. »

Perseo annuì, distogliendo lo sguardo, poco convinto.

« Ho quasi finito il turno. Se vuoi, fatti un giro per i corridoi. »

Perseo annuì, e cominciò a passeggiare, osservando le foto in bianco e nero, e i quadri del museo.

Il museo stava chiudendo, e le luci si stavano cominciando a spegnere.

Perseo si ritrovò a osservare nell’ oscurità, quando qualcuno gli puntò una torcia addosso, facendolo sussultare di terrore.

C’ era una sagoma a una decina di metri di distanza, e ce l’ aveva con lui.

Una risata folle echeggiò per il corridoio oscuro, e il labbro inferiore di Perseo tremolò. Gli occhi si dilatarono.

La luce della torcia si spense. La sagoma si mise a correre. I passi rimbombarono, e le braccia si allungarono. Le mani erano come gli artigli di un rapace che cercavano di ghermirlo.

Perseo cacciò un urlo, e si chiuse a chiave in un salone. Le mani della sagoma sbatterono pugni contro la porta, mentre Perseo premeva con la spalla, facendo smorfie di terrore.

Il tizio continuò ancora per qualche istante, poi smise di colpo. Il padre di Perseo si mise a cercare suo figlio, usando la torcia per vederci più chiaro.

Dopo un quarto d’ ora riuscì a sentire i richiami di Perseo da un salone con la porta chiusa.

Il padre si identificò, e Perseo aprì la porta e si lanciò fra le sue braccia, disperato.

« Ma che cosa sta succedendo? Perchè ti sei chiuso là dentro? »

Perseo lo guardò negli occhi, sconcertato.

« C’ era qualcuno che voleva aggredirmi! Tu non hai visto niente? »

Il padre scosse la testa, e abbracciò il figlio, guardandosi intorno a bocca aperta.

 

 

 

 

 





Tracce di mutamento – Segnali di ingresso nella ( mia ) era del Leone

5 03 2019

 

Questa è la prima volta che mi rendo conto in contemporanea e non in retrospettiva, di un cambiamento di era nella mia vita. Le nostre vite si svolgono in parallelo con la Storia, e passa virtualmente e simbolicamente attraverso scompartimenti diversi, distinti fra loro. Ognuno di essi è come un secolo, si contraddistingue per il suo ” carattere ” e per il progresso personale che produce.   

All’ inizio della vita ( o possibilmente anche dopo l’ adolescenza ) queste epoche interiori sono uguali per tutti, e tutte si accompagnano all’ ingresso, come una interferenza, di ” altro da sè “, una figura di riferimento, un simbolo esteriore e concreto di ciò che viviamo a livello psicologico e interiore, intangibile agli altri. 

Il nostro primo – punto di riferimento o catalizzatore – è sempre la nostra madre, poichè si inizia sempre nell’ epoca del Cancro, in un tempo della vita in cui siamo dipendenti dalla sua presenza e dal suo supporto, dove dormiamo quasi tutto il giorno e viviamo dentro una casa, a contatto con la famiglia, dove impariamo le basi della vita, una stagione di tutorial dove dobbiamo essere guidati dai genitori in ogni cosa. Certe epoche durano poco, altre si estendono per diversi anni. E potenzialmente possono essere ” di anticipazione ” oppure ” di primo grado “, poichè per esempio ad un certo punto il bambino che cresce entra in una breve epoca mentale del Pesci, dove vive in un mondo che assomiglia ad un ” sogno “, intriso di fantasia, fiabe, leggende, e affronta il primo contatto con l’ acqua della piscina. 

Durante i miei primi mesi di vita spesso mi trovavo a stare da solo con mia madre mentre mio padre si occupava dell’ emergenza di salute di mio nonno. Mia madre allo stesso modo in cui io ne avevo esperienza come ” maggiore influenza e interferenza ” nella mia nuova esistenza, scriveva tutto quello che mi riguardava nelle sue agende. Poi il ” proiettore metaforico ” si è spostato su mio padre, che mi raccontava le fiabe, le favole, le barzellette, le filastrocche, poi ho cominciato a disegnare, a inventare mondi tutti miei, e ho cominciato verso i sei anni un corso di nuoto. 

Ad un certo punto avviene un mutamento evidente, in concomitanza con l’ esperienza con un insegnante o una babysitter, grazie al quale impara il concetto di autorità ” esterna dai genitori ” e guida ( alternativa ).  Questa è una fase di nuovi inizi, nella quale emerge la vera personalità primaria e basilare del bambino, dove comincia a distinguersi per qualcosa di ” tutto suo “. In questa fase il bambino vede ogni cosa come nuova, come qualcosa da iniziare e scoprire, non c’è un passato definibile, ma un presente molto intenso. Il bambino inizia uno sport, il bambino si confronta con ” gli altri da sè ” , compete con i compagni di scuola o di corso, costruisce le basi della sua individualità e identità, e vive la vita con grande energia, e spesso anche con attacchi di rabbia. Il bambino pensa solo ai suoi interessi, generalmente, è concentrato pienamente su sé stesso. Inoltre il pionierismo si vede nella interpretazione individuale del mondo circostante, rappresentato da esso in modi innovativi ed esclusivamente personali.

La mia infanzia secondaria è stata accompagnata dalla figura di babysitters, insegnanti, ma soprattutto compagni di scuola, e dagli istruttori del centro nuoto. Creavo idee tutte mie sul mondo che stavo imparando a conoscere, e percepivo tutto in correlazione con me stesso, ma percepivo con intensità anche il confronto con gli altri. La lettura degli Animorphs, che è sostanzialmente una storia di guerra, ha rappresentato una parte veramente significativa delle mie esperienze percettive.   

L’ ingresso nella pubertà è il mutamento di epoca più evidente e turbolento, e rappresenta simbolicamente l’ ingresso nell’ epoca interiore dei Gemelli, che di solito dura fino alla fine del sedicesimo anno di vita.  Il modello di riferimento è il – coetaneo, un compagno di classe, il fratello, la sorella, eventualmente un cugino, un giovane vicino di casa, uno zio. Una fase imprevedibile, dove la varietà si accumula, le novità si accavallano, tutto è ancora generalmente nuovo, ci si concentra prevalentemente sulle comunicazioni, sul nuovo cellulare, sui messaggi, le email, i bigliettini in classe, i pettegolezzi, e sul mondo scolastico.

A tredici anni, attraverso una festicciola, sono entrato di diritto nell’ epoca interiore del Gemelli. Le novità e il progresso erano apportati dai coetanei, dalla storiella con una ragazza, l’ approccio all’ epoca innovativo con il cellulare, l’ epoca dei messaggini, degli sms, degli squilli, per me iniziata a quattordici anni, il confronto con un fratello che cresceva, le ultime esperienze con i cugini d’ estate prima di allontanarsi e perdersi di vista, la lettura dei libri, il primo approccio con le notizie del mondo, i fumetti, come Topolino e Dylan Dog ( una collezione posseduta da mio zio ), il passaggio dalle medie alle superiori, e la concentrazione sullo studio e sulle informazioni. L’ uso originale ed eccentrico del mio diario, con codici segreti, disegnini e altre cose che intrigavano i miei compagni, un diario che veniva ricercato e chiacchierato … 

Generalmente dai diciassette ai diciannove anni si entra nell’ epoca interiore dell’ Acquario, nella quale il simbolo di riferimento, l’ ” altro da sè ” che produce una interferenza e una influenza nella nostra vita è il migliore amico, il gruppo, la compagnia, i compagni di classe , e l’ approfondimento delle amicizie, e delle conoscenze tecnologiche, è centrale. Si incomincia ad uscire dal perenne presente, e si comincia a immaginare e pianificare il futuro, gli adulti diventano elementi di contorno, si ricerca l’ indipendenza e la libertà, e i cambiamenti abbondano ancora, e sono ancora più imprevedibili e repentini. Si diventa adolescenti ribelli e bastian contrari, si esce dal recinto, si valorizza le proprie diversità e si trasgredisce alle regole.

A partire dal 2007 la mia classe era entrata al centro delle mie esperienze, culminando nella elezione a rappresentante di classe, una sorpresa imprevista, e culminando nell’ innamoramento perso e non corrisposto, che ha portato me al centro dell’ attenzione. Quella era anche un’ epoca di fondamentali e significative esperienze in amicizia, e anche nell’ approccio con il mondo della rete, che prima di allora, sinceramente, non era così influente per me, ed estendendo le conoscenze della rete, si sono modificate tante percezioni, ho affrontato l’ esperienza di partecipare a discussioni sui forum, ho appreso informazioni alternative e innovative, ma l’ energia turbolenta dell’ Acquario, a livello metaforico, ha portato anche turbolenze mentali e psicologiche, attacchi di panico e altri problemi, nel 2008. 

La mia ” era del Sagittario interiore ” è iniziata intorno alla metà di giugno – inizio luglio 2009, in concomitanza con la conoscenza di una grossa ” figura di mentore ” e figura di riferimento, quale è stata Terence Mckenna. Ad un certo punto, come per magia, tutto ha iniziato a girare intorno a lui e alla sua idea della vita, e alla timewave. Terence Mckenna mi ha donato una passione per la Storia, e l’ esplorazione di concetti rari da trovare. Tutto girava intorno alle Grandi Domande, e poi ho cominciato il primo anno di tentativo di università, e allora il mio mondo, anche sociale, si è allargato, ho esplorato i concetti di diversità, di lontananza dal mio territorio usuale, e sono diventato un po’ più indipendente, anche senza la patente. Il 6 ottobre 2009 è stato il secondo ingresso in questa epoca, forse l’ unica che ha avuto un prologo estivo prima di accendersi pienamente. Durante l’ autunno del 2012 è tornata per qualche settimana, quando ho provato di nuovo a frequentare l’ università, anche se è stata un’ esperienza diversa, più concentrata sulle materie di studio, e meno sull’ approccio alternativo ed espanso, al sociale. Quell’ autunno, infatti, è stato l’ ultimo periodo dove la credenza nelle idee e nelle ” storie ” di Mckenna era molto concreto, le aspettative erano alte, il suo messaggio e il suo pensiero percepiti intensamente dentro di me. 

Nel giugno e luglio 2010 e dicembre 2010 – giugno 2011 e febbraio – giugno 2012 ho affrontato le mie prime esperienze di ” esplorazione lavorativa “, presentatasi a me attraverso intermezzi, per poi concentrarsi pienamente fra marzo e luglio 2014, in una potenziale ” Epoca della Vergine “, caratterizzata da un forte senso del dovere che avvertivo come una catena che stringeva. Inoltre l’ approccio organizzato e preciso della Vergine mi ha aiutato a produrre tutte le mie ricerche relative alla Timewave, per esempio. Inoltre dalla fine dell’ estate 2011 al marzo 2013 ho anche vissuto fra due case e due famiglie, alle prese con una intensissima e inglobante vicenda che si collegava a delle lezioni private, e quindi il mio ” secondo fratello ” è stato un elemento guida e di riferimento ( tutto all’ improvviso girava intorno a lui, e tutto si allacciava a lui ) e poi il punto di riferimento si è spostato verso i colleghi del mio lavoro attuale. Ho sviluppato una vita abitudinaria e monotona, dimenticando per un bel po’ tutti i cambiamenti e le rivoluzioni proposte dalle fasi precedenti, ho imparato determinate cose, e ho vissuto in una visione del mondo pratica che ha stonato un bel po’ con la mia essenza.

Il 2013, più o meno dalla metà di marzo fino a fine febbraio 2014, e poi ancora lungo tutto il 2014 e una piccola parte del 2015, è stato un anno Cancerino, poichè mi sono chiuso in me stesso e nella mia casa, che mi ha donato esperienze nuove, ho iniziato ad esplorare e riscoprire con grande intensità e determinazione il mio passato, leggendo tutte le agende di mia madre, andando a vedere tutte le vecchie foto, i filmini, e continuando a scrivere sui miei diari con più intensità, per conservare e immagazzinare il presente. In quella fase credo che il mio punto di riferimento sia diventato dapprima la mia soffitta con le sue foto vecchie, l’ armadio delle agende di mia madre, e successivamente il mio attuale posto di lavoro, nel quale mi sono adattato come fosse una seconda casa, perché è così che mi sento, anche se non sarà per sempre. Il passato era più concreto del presente, e infatti la mia vita si è di gran lunga rallentata e stabilizzata, arruginendosi un bel po’. Quella staticità era evidente, e mi provocava grande frustrazione. La mia prima compagnia di amici post stasi è diventata come una piccola famiglia alternativa, una combriccola di fratellastri, e io ero una figura di riferimento e moderazione, assieme ad un mio altro amico, eravamo diventati i ” genitori ” del gruppo. Dalla fine dell’ estate 2014 all’ inizio dell’ inverno 2014 – 2015 tutto ha cominciato a ruotare intorno a loro. 

Intorno ad un giorno indefinito ( ancora non ero cosciente di questi mutamenti d’epoca interiore ) della primavera 2015 ho cominciato la mia era dello Scorpione: i segnali erano evidenti, il modello di riferimento culturale, e il modello di pensiero che più ha influito sulla mia vita era Stephen King, i suoi libri, ma non solo, adesso che ci penso, anche la serie di Degrassi, con tutte le innovazioni percettive che produceva sul mio modo di pensare. I libri di King erano tutta un’ altra cosa rispetto agli altri testi, erano intensi, potevano suggestionare, ti catturavano, ti scombussolavano, erano letture vissute. Il 2015 è stato, inoltre, ” l’ anno in cui ho perso di vista il mondo interiore “, avevo allentato i contatti con la mia interiorità e le mie meditazioni, dopo il ” ritiro in me stesso ” del 2013 – 2014, ne avevo abbastanza, e infatti il mio mondo sociale è esploso, si è espanso a dismisura, ogni mese spuntava fuori qualcuno di nuovo, o un nuovo amico, sia concreto che potenziale. Senza esserne cosciente, il mio stile di vita e le mie tendenze, si sono modificate, allineandosi al ” modo in cui si percepisce chi è Scorpione ” per così dire. E’ stato anche l’ anno in cui è morto il mio gatto, che viveva con noi da sedici anni, e ho avuto a che fare con il tema della – condivisione delle risorse – e bisogna dirlo, c’è stato anche un notevole sfruttamento di queste risorse, e uscire da questo circolo vizioso è stato difficile, ma intorno alla primavera del 2017 ce l’ ho fatta.

Nel 2015 e 2016 ho vissuto ” il lato ombra della adolescenza ” ed ero completamente immerso in una seconda fase adolescenziale, visto che io sono sempre stato un caso a parte, percorrendo una corsia alternativa, con tempi di crescita e maturamento ben differenti dalle altre persone. In quest’ anno ho vissuto l’ adolescenza ” di strada ” e ” delle esperienze ” che mi mancava, e mantenere il segreto e la discrezione era diventata ” parola d’ ordine “. Nel 2015 inoltre ho scoperto il mondo LGBT, ho approfondito l’ argomento, perché mi interessava comprendere il loro punto di vista. Le mie riflessioni ed esplorazioni del pensiero umano si sono concentrate su quella comunità di persone. Non solo, ho anche scoperto di avere l’ OCD ( disturbo ossessivo – compulsivo ) e ho approfondito l’ argomento e conosciuto meglio me stesso. Ci sono state inoltre diverse esperienze legate alla mortalità altrui, già da inizio anno 2015, che mi hanno fatto riflettere. Ho cominciato veramente a stare sveglio per la gran parte della notte, e l’ anno scorso mi son guardato tutte le stagioni di Skins, la serie tv più ” scorpionica ” che possa esserci in circolazione. Lo Scorpione è associato ai cibi esotici, e persino quello ho affrontato, con occasionali serate al ristorante Giapponese …   persino la parte relativa agli interventi chirurgici ( unica volta per me finora ) l’ ho affrontata alla fine dello scorso anno! le complicazioni e le difficoltà, le CRISI erano vissute con grande intensità, quasi si presentassero apposta per questa fase della vita, CRISI che a tutti gli effetti si sono ritirate nel corso della primavera 2017, dove sono entrato all’ improvviso in una fase calma, durata per tutto il 2018, e che forse si avvia verso la fine, pronta ad una nuova ricarica, ma con ” energie e atmosfere ” ben diverse dalla gelosia e vendicatività, e struggimento rabbioso e frustrato dello Scorpione.  

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Ora che cosa sta succedendo? Come sarà il mio futuro immediato? 

Per qualche tempo, fra la seconda metà del 2018 e i primi due mesi del 2019, sono stato in un limbo, una fase di ritiro, di inerzia, di lentezza, ma ora penso che questa fase stia arrivando alla fine, e che una serie di nuovi cambiamenti avrà presto inizio. 

Già dai primi giorni dell’ anno avvertivo una sorta di anticipazione, anche se credevo facesse ancora tutto parte di ciò che veniva prodotto dall’ era dello Scorpione interiore, ma in realtà erano esperienze nuove. 

Credo di aver trovato il mio nuovo ” punto di riferimento simbolico “, anche se per confermarlo, bisognerà attendere ancora qualche tempo, prendere nota e catturare tutti i segnali del mutamento. 

Le sincronicità sono tali che potrei persino provare ad abbandonare il mio approccio fatalistico prodotto dallo Scorpione, dove l’ impatto del pensiero nichilistico ha prodotto imprevedibili interferenze, e probabilmente potrei tornare ad un modo di pensare più individualistico.

A volte sinceramente si ha la percezione perfettamente coordinata di ” vedere il futuro, unire tutti i puntini, di trovarsi in situazioni che sembrano roba da telefilm ” …

Se si entra nel regno del Leone interiore, bisogna arrivare a capire che, vivendo una vita in un corpo, tutto gira veramente intorno alla tua esperienza singolare e individuale. Il mio modo di vedere eccentrico e individualistico potrebbe tornare alla ribalta. 

Le parole chiave di questa nuova imminente esperienza di vita sono: lealtà, volontà, fedeltà, sicurezza e fiducia interiore, rispetto di sè, generosità, un nuovo approccio alle figure di autorità, la percezione dell’ arroganza, dell’ egoismo, e un approccio innovativo e concentrato sulla creatività e sul talento, un’ epoca che sarà caratterizzata dal ” ritorno della drammaticità ” nella mia vita, dopo un calmissimo 2018 ( per i miei standard, si intende ). Inoltre forse ci sarà un approccio innovativo concentrato sui divertimenti, il ritrovamento del bambino interiore, un potenziale nuovo approccio alla ” vita romanticizzata “, una potenziale ” nuova alba “, un periodo che durerà diversi anni, forse più di tutte le altre epoche precedenti, che rappresenterà ” il mezzogiorno della vita “, e forse si ridurrà l’ esperienza di vita ” di veglia notturna ” fino alle sette del mattino, ma non mancheranno serate molto significative, visto che il Leone è associato alle esperienze ( non solo diurne e pomeridiane ) serali, mentre invece lo Scorpione mi aveva fatto addentrare nella notte profonda. 

Urge un approfondimento astrologico della psicologia leonina, per capire a cosa vado incontro. Una esperienza leonina può produrre ” spettacoli ” , esperienze che possono farti sentire come se fossi ” interprete e attore ” * ( non è mica un caso che il mio insegnante di scuola guida appena iniziata sembra rubato ad un palcoscenico teatrale nei suoi modi di esprimersi ;), per fare un minuscolo esempio), aumenta la vitalità, ma si presentano anche notevoli eccedenze ed esagerazioni. Probabilmente ad un certo punto, nel corso dei mesi e degli anni, cercherò ” la attenzione altrui ” e mi concentrerò di nuovo sui miei talenti creativi.