E ne resterà soltanto uno: la parabola di Pietro Taricone

25 04 2013

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Ricordo bene quell’autunno 2000, quando c’era stata la prima edizione italiana della trasmissione IL GRANDE FRATELLO.

Il Grande Fratello, come tutti sanno, è il dittatore assoluto che assoggetta le popolazioni attraverso gli schermi televisivi, nel libro distopico, 1984, dello scrittore britannico George Orwell.

Nulla, in quell’anno, lasciava presagire che, negli anni successivi, molti commentatori avrebbero bollato come orwelliana la gestione massmediatica della “guerra al terrorismo” e le leggi in materia di sicurezza promulgate in seguito, le quali ponevano limiti alla libertà e alla privacy della cittadinanza.

La prima edizione de Il grande fratello era qualcosa di “storico”, non mostrato soltanto come tale, nonostante fosse un format dell’agenzia olandese Endemol distribuito in molti paesi, non solo in Italia. Per la prima volta in questo paese, era trasmesso un programma che riprendeva 24 ore su 24 un gruppo di persone, prigioniere di una casa di loro spontanea volontà.

Le successive dodici edizioni de Il grande fratello, per me erano state solo copie malriuscite della prima, la VERA edizione storica e classica, indimenticabile, che sarebbe rimasta “scolpita nei secoli.” Forse soltanto ancora la seconda si era un po’ salvata, quella che fu fatta partire con una settimana di ritardo per via degli attacchi terroristici del settembre 2001.

Era forte, dunque, la NOVITA’  originale e originaria di quella prima edizione, avevo letto che persino Umberto Eco passava una parte del suo tempo a guardarla; tra i partecipanti ricordo personaggi come Rocco Casalino, Un certo “Ottusangolo” (come era soprannominato dalla Gialappa’s band), la pittrice sarda che di cognome faceva Tilloca, e adesso non ho voglia di andare su un motore di ricerca per rintracciare il suo nome (che ora me lo sono ricordato, era Maria Antonietta), poi la bagnina bionda del lago d’Iseo dal forte accento lombardo-orientale, il pizzaiolo-deejay siculo e pelato col bandana e altre figure che, settimana dopo settimana, venivano “nominate” dal televoto del pubblico a casa e dalle scelte dei loro compagni i quali, all’interno di una specie di loculo tutto rosso chiamato il “confessionale” decidevano chi per loro doveva uscire  Era come un rituale molto preciso, una specie di cerimonia che andava avanti settimana dopo settimana il giovedì sera su Canale 5, condotta da  Daria Bignardi e in onda sull’antenata di Sky, Stream Tv, come si è detto, 24 ore su 24.

Settimana dopo settimana, dunque, chi aveva ricevuto più nomitation (negative) sia dal pubblico a casa che dai loro compari – tutti sorrisi davanti e coltelli dietro – usciva dalla casa, e c’era il giornalista Marco Liorni ad accompagnare all’uscita  colui o colei che era stata espulsa dalla casa, per poi ritrovarsi in studio di fronte alla Bignardi con, sullo schermo dietro alle loro spalle, i compari rimasti nella casa. E tutti commentavano l’uscita, con grandi emozioni, trasmesse al pubblico a casa, e non ancora diventate routine, come nelle edizioni successive, quelle condotte da Alessia Marcuzzi. In seconda serata, poi, ci pensava la Gialappa’s band a fare una specie di montaggio video della serie “vogliamo ricordarlo/a così”, con i momenti più salienti del personaggio dentro la casa, con il noto brano di Vangelis come accompagnamento musicale.

Tra i personaggi di quella prima edizione andata in onda nell’autunno del mitico anno 2000 (dall’equinozio di autunno al solstizio d’inverno), vi era uno che spiccava tra tutti per la sua personalità contraddittoria, multisfaccettata, verace, sincera, ma con una certa oscurità e malinconia di fondo, un po’ maudit. Senz’altro il più inquietante tra gli individui che popolavano la casa: PIETRO TARICONE.

Ricordo quando Pietro Taricone era riuscito a vincere la prima edizione de Il grande fratello, il 21 dicembre 2000, quando era rimasto SOLO nella casa, come un leone in gabbia dentro il grande soggiorno con il divano e tutte le altre stanze della grande casa, vuote come le stanze dell’albergo di Shining, con TUTTI che lo osservavano dallo studio televisivo della Bignardi e di Liorni, dove si erano radunati i suoi ex compagni, ormai tutti fuori, e restava soltanto lui là dentro, ricordo che la musica di accompagnamento era estremamente evocativa. Non era solo un momento di grande televisione che accade raramente (potete ridere ma è così) ma era anche l’incarnazione, in diretta Tv, di una mitologia, il mito dell’eroe il quale, dopo essere di ritorno da un viaggio, da una battaglia, si trova faccia a faccia con la solitudine del vincitore. Vi era, dunque, un aura in quell’ultima puntata della prima edizione, la quale non si sarebbe più ripresentata per tutte le dodici edizioni successive. Non era più un banale reality show (all’epoca quest’espressione non era ancora entrata nell’uso comune) ma la concretizzazione di un archetipo eterno.

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La locandina del film con Vincent Price “L’ultimo uomo sulla Terra.”

In quel momento Taricone era l’ultimo uomo sulla Terra, era Adamo senza Eva, Caino senza Abele, Socrate prima di prendere la cicuta, Gesù Cristo sulla croce.

Ed era forse destino che Pietro seguisse l’espressione, resa famosa da una canzone di Francesco Guccini, “gli eroi muoiono giovani e belli” poiché il 29 giugno 2010, a soli 35 anni, morì in seguito a un incidente di paracadutismo, una disciplina in cui era esperto.

Tralasciando  le considerazioni complottiste su questa vicenda, voglio concludere riportando uno scritto tratto dal blog The Hive, postato proprio nel giorno della morte di Pietro Taricone, e che riguarda avvenimenti tuttora in corso.

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Cosa hanno in comune il prematuro decesso di Pietro Taricone, l’ aggressione a Papa Benedetto e l’ iter giuridico del processo al Vaticano (in merito allo scandalo pedofilia)? Tutti e 3 gli avvenimenti, avvenuti in perfetta specularità temporale (vedi figura sopra), parlano in modo figurato – o meno – della caduta della chiesa: la caduta del Papa, il massimo esponente Vaticano (S. Pietro), e la “Caduta” di Pietro Taricone, morto “inspiegabilmente” quando in USA la magistratura tuonava vendetta contro il Vaticano (S. Pietro), proprio durante il giorno di San Pietro! (quando è troppo è TROPPO).

La morte di Taricone è la perfetta risonanza temporale di un avvenimento simbolico del passato, che è il riflesso anticipato di un futuro che piano piano viene svelandosi, in maniera speculare e perfetta, noi oggi sappiamo, che questi segnali allegorici potrebbero essere il presagio di un futuro meno allegorico e piu concreto dove potremmo assistere inesorabilmente alla caduta (questa volta non allegorica) dell’ impero di S. Pietro..

Un futuro, che è stato gia pressoche scritto e programmato si preconfigura inizialmente in maniera immaginativa (a livello di pensiero), per poi mutare in evento simbolico ed allegorico, per diventare infine realtà.

I segnali arrivano, e il Messia moderno (la TV) anticipa a suon di “parabole” simboliche ciò che ci aspetta: a testimoniare la natura riflettente del tempo […]

Dal punto di vista umano, è pressochè evidente a questo punto, che chi lavora in televisione ed ha puntati addosso gli occhi di milioni o miliardi di persone, diventa a maggior ragione, pedina del gioco dell’ universo, ove tutto è in un perfetto Caos Organizzato.. fenomeni mediatici come ad esempio la morte di M. Jackson, e la morte di Taricone, sono segnali evidenti di una matrice intelligente di eventi che si muove e vibra in maniera organizzata, e di come gli esseri umani (sopratutto quelli che nella società hanno un ruolo chiave) vengono manovrati misteriosamente da questa matrice (la morte di Taricone e quella di Jackson sono state entrambe piuttosto anomale e misteriose).

http://hive1.blogspot.it/2010/06/specularita-30.html





Lo svolgimento del “programma Kali” è implacabile

16 04 2013

Continuo da qui.

Nella religione indoeuropea, Kali è la forza cosmica femminile – una delle emanazioni di Shiva – rappresentante il tempo. Il suo colore è il nero, nell’essere umano si manifesta come la forza Kundalini, avvolta a spirale tre volte e mezzo in fondo alla colonna vertebrale. A dire il vero, Kali, più che il tempo stesso, manifesta i suoi effetti su questa dimensione planetaria. Essa viene rappresentata come una donna di aspetto non molto rassicurante: appare nuda con lunghissimi capelli, la sua pelle è difficile che sia di un colore a cui si è abituati, indossa una collana di teste mozzate, in una delle sue tante braccia (generalmente, sono quattro, ma di solito ne vengono rappresentate di più) tiene una lama, in un’altra una testa mozzata. Kali taglia via tutto ciò che non è necessario, tutto ciò che è un “di più”, gli effetti di questo li vediamo tutto attorno a noi. Nel graduale assottigliarsi degli ornamenti dell’autorità, per esempio. Com’è avvenuto nel corso degli ultimi secoli, un processo che s’è accelerato nel XX secolo, pensiamo allo stile modernista, e confrontiamolo con gli stili precedenti, pieni di orpelli.

E’ un processo, in ultima analisi, riguardante la DECAPITAZIONE – ciclica e, nello stesso tempo, progressiva – dell’ego che domina (dall’ “alto”) la Storia: ego che si concretizza nell’autorità costituita: re, presidenti, capi, papi ecc.

Le lancette dell’orologio, le lame e lance che Kali tiene nelle mani, la ghigliottina. Periodicamente, l’autorità costituita, generalmente una volta raggiunto l’apogeo del suo esaurimento storico, viene decapitata “dal popolo.” La testa simboleggia l’ego.

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KALI.

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Le lancette.

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La ghigliottina.

Come ho già avuto modo di dire più volte, nel periodo 1997-1999 vi fu un certo numero di film americani che sembrarono marcatamente profetizzare il periodo storico che ci troviamo a vivere, ovvero la curva discendente finale verso un “evento” di difficile decifrazione, ma che, forse, può trattarsi della perdita DEFINITIVA dell’ego storico, ovvero delle autorità REALI che ci dominano dall’alto al basso con la forza dei simboli e delle immagini, dai papi agli idoli del cinema e della musica.

La decapitazione ultima, dunque.

I titoli di quei film sono i seguenti: “Jackie Brown”, “Wag the dog – sesso e potere”, “Titanic”, “Matrix”, “Il tredicesimo piano”, “The Truman show”, “Fight club”, “Il grande Lebowsky.”

Proprio ne “Il grande Lebowsky” vi è una scena che voglio ricordare, quando l’ex figlio dei fiori disoccupato Drugo Lebowsky, un “signor nessuno” che passa pigramente le sue giornate giocando a bowling, si specchia di sfuggita su una riproduzione riflettente della copertina del TIME – settimanale principe dell’establishment, dell’autorità costituita globale – dedicata al “Men of the year”, la persona dell’anno. Una ricorrenza che il giornale simbolo dello status quo mondiale dei nostri tempi mantiene dagli anni trenta del secolo scorso, dedicando la sua copertina alla divinità umana che la plebe globale deve adorare, semplicemente donandogli la propria attenzione. Ebbene, in quella scena del film, succedono due cose:

  • Sulla copertina del TIME dedicata alla “persona dell’anno” non vi è nessuno (fase uno.)
  • La copertina del TIME è dedicata a Drugo Lebowsky, uno della plebe, un signor nessuno nullafacente che diventa “persona dell’anno” (fase due.)

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Secondo il tipico rovesciamento psicanalitico della causa con l’effetto, del prima col dopo (con la fase uno che diventa la fase due e viceversa), la copertina del TIME vuota possiamo pensarla  come successiva a quella dove la TESTA di Lebowsky viene incorniciata come “persona dell’anno” dalla copia riflettente della prestigiosissima rivista. E ciò può avvenire semplicemente facendo scorrere il film al contrario. Ecco quindi che il Drugo viene a essere l’ “ultimo della serie”  (una specie di “ultimo papa”) nella successione temporale delle effigi dell’autorità: viene infatti decapitata anche la testa della plebe che è stata indotta a divinizzarsi diventando ego che le masse possono adorare, dando banalmente attenzione alle riviste che leggono o ai programmi tv che guardano, l’ultimo atto della mistificazione massmediatica insomma, cioè “far diventare la plebe stessa una ‘star’, un ‘vip’ “, si direbbe (e questo l’abbiamo ben visto accadere dal 2000 in poi, per esempio coi vari reality show, e ora col Movimento 5 stelle, ma, in generale, con la stessa internet e con i social network, dove chiunque può avere il suo quarto d’ora di celebrità.)

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Movimento 5 stelle.

Il processo di decapitazione della “testa”, dell’ego storico, da parte di Kali, utilizzando la “lancetta dell’orologio” ( o ghigliottina), giunge quindi al suo compimento ultimo, e ciò può essere rappresentato dal logo del gruppo di hacker Anonymous: i mass media non hanno più alcun referente con un volto e un nome ben definito, l’intelligenza operativa della storia diviene diffusa, al di fuori delle immagini, dei simboli, dei nomi, dei volti;  non è più inquadrabile ne’ attraverso un nome, ne’ attraverso un volto (una testa.)

Come dunque si è detto, Kali taglia via tutto ciò che è superfluo.

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ANONYMOUS Noi siamo legione Non perdoniamo Non dimentichiamo.





Ustmamò – Canto del vuoto

8 04 2013

Ritengo che questa canzone di Ustmamò rappresenti PERFETTAMENTE l’attuale momento, non, genericamente, di questi anni o questi decenni, ma esattamente di ORA, otto aprile duemilatredici, primo pomeriggio.

Buon ascolto.

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L’uroboro sulla copertina dell’album UST, di Ustmamò, da cui è tratta “Canto del vuoto.”

Lasciar passare sorvolare
perdere tempo e non cercare
non si sa poi bene cosa

Tempi infiniti a guardare
le nubi soffici e leggere
tempeste che ritardano a scoppiare

Meglio svanire in questa indefinita età
a immaginare quello che potrebbe essere
Meglio sperare nella propria identità
Che compromettersi per poi sbagliare e perdere

Come non potere più spiegare
ali che non servono a volare
sogni che non sogna mai nessuno
modi di pensare questa vita
Come non potere più aspettare
cose che ritardano a venire
lenti mutamenti di stagione
una qualche verità

Ora persi nel mare profondo
ora in alto a sfiorare le cime
abbracciati al tempo che passa
aspettando una buona ragione

Lasciarsi andare dondolare
e continuare a galleggiare
scivolando sulle cose
Abbandonati a immaginare
un’altra strada da seguire
lasciando quel che resta sempre uguale

Come non potere più spiegare
ali che non servono a volare
sogni che non sogna mai nessuno
modi di pensare questa vita
Come non potere più aspettare
cose che ritardano a venire
lenti mutamenti di stagione
una qualche verità

Ora persi nel mare profondo
ora in alto a sfiorare le cime
abbracciati al tempo che passa
aspettando una buona ragione.





Romolo Augusto

5 04 2013

romolo augusto

Fui ultimo imperatore di Roma, deposto dal germanico Odoacre nel 476 d.C., con me ebbe fine l’Impero Romano d’Occidente.
Già la storpiatura del mio nome imperiale (Romolo AugustoLO) fa capire che gli storici non mi stimano, anche se, comunque, mi tengono in grande considerazione visto che io sono la porta che chiuse un’epoca importantissima per la civiltà occidentale, di cui ancora oggi, voi occidentali del 2013 d.C. (e non solo voi occidentali) ne subite gli influssi.
Ma io sono anche un simbolo, qualcosa che ritorna, che è accaduto, accade e accadrà sempre. Il faraone che concluse l’ultima dinastia egizia, il navigatore che fa finire l’epoca in cui gli europei abitano solo l’Europa, il presidente che pone fine all’aggancio dei soldi col valore dell’oro, il segretario generale che chiude per sempre i soviet, il generale del più importante corpo d’armata che perde la battaglia cruciale e si ritira fino alla morte su un’isola, la rivolta che pose fine al celeste impero millenario, il re francese che venne decapitato e quello russo che venne fucilato.
Sono la fine ciclica, il simbolo dell’esaurimento più che del cambiamento, il momento in cui le cose non possono più andare avanti come sembra che siano sempre andate.
Io sono nessuno, ma ciò che rappresento è una morte immortale.





Oscar Giannino, Benjamin Netanyahu e la farsa che cancella la storia

2 04 2013

Due sintomi di come, attualmente, ciò che un tempo poteva considerarsi STORIA, o perlomeno “seria cronaca politica, geopolitica, questioni nazionali e internazionali di rilevanza strategica per il progresso, la prosperità e il futuro delle nazioni, le popolazioni, le generazioni”, ha la tendenza, nell’epoca iper-mediatica dagli anni ottanta in avanti, a rischiare di trasformarsi  in FARSA.

  • 1 Componimento teatrale di misura breve e di contenuto comico

  • 2 fig. Avvenimento poco serio, situazione che cade nel ridicolo SINbuffonata

     

Due avvenimenti successi di recente.

Nel febbraio 2013, il giornalista e neo-politico Oscar Giannino, vuota il sacco ed è costretto a confessare: si era inventato di sana pianta i titoli di studio in economia che, a suo dire, aveva conseguito a Chicago. La bufera suscitata nel partito politico che da poco aveva contribuito a creare, “Fare – fermare il declino”, lo costringe alle dimissioni, dopo quelle del suo (ex) sodale Luigi Zingales, in seguito alla scoperta che il master ottenuto nella università dove lui insegna era una diceria di Giannino.

http://www.blogo.it/news/politica/redazione/10823/oscar-giannino-ha-mentito-sul-master-luigi-zingales-abbandona-fare/

Come se non fosse abbastanza, nel breve giro di qualche tempo, si viene anche a scoprire che Oscar Giannino aveva millantato una sua partecipazione quand’era piccolo – mai avvenuta in realtà – alla famosa kermesse italiana di ugole infantili, lo ZECCHINO D’ORO. In questo caso è stato sbugiardato dallo storico conduttore della gara canora dell’Antoniano di Bologna, ovvero il MAGO ZURLI’, al secolo Cino Tortorella.

Oscar Giannino

Oscar Giannino

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Il Mago Zurlì (aka Cino Tortorella) e Cristina D’Avena.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/21/elezioni-nuovo-incidente-per-giannino-mago-zurli-lui-allo-zecchino-doro-mai/507654/

Queste due bravate di Giannino hanno, com’è ovvio, elettoralmente affossato il neo-partito di cui cui era presidente, portavoce e uomo immagine.

Bene, questa era la politica nazionale, passiamo ora a quella internazionale.

Durante l’assemblea generale dell’ONU nel settembre 2012, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, fa un discorso incentrato sul rischio che, entro pochi mesi, l’Iran riesca a ottenere la capacità di e il materiale per produrre un ordigno nucleare in grado di minacciare il Medioriente in generale e Israele in particolare, e che quindi questo pericolo vada al più presto disinnescato, con le buone o con le cattive: un ritornello (da parte di una, non dichiarata, potenza nucleare) che sentiamo almeno da sette anni.

Ora, di cosa si serve Netanyahu per illustrare la situazione davanti alla platea delle Nazioni Unite, all’importante consesso internazionale che raduna i rappresentanti di tutti i paesi (e che, per esempio negli anni sessanta, veniva mostrato sempre come La Mecca della serietà e della responsabilità degli uomini di stato del globo)? Si serve di uno schema grafico che mostra le percentuali di arricchimento dell’uranio, il cui rischio del loro ottenimento da parte degli ayatollah sta aumentando esponenzialmente nel tempo, uno schema che somiglia straordinariamente a una di quelle bombe ACME con la miccia accesa, di quelle usate dai personaggi dei cartoon della Warner Bros, che se le ritrovano inaspettatamente in mano senza che se ne rendano conto, e poi gli esplodono in faccia.

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Netanyahu all’ONU e la bomba tipo ACME

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Ok, chi ha spifferato a Netanyahu il modello della nostra bomba?

http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/113992-netanyahu-all-onu-con-il-disegnino-della-bomba-ed-il-web-impazzisce-dalle-risate-immagini-e-vignette

Che dire? Possibile che Benjamin Netanyahu e Oscar Giannino non si siano proprio resi conto di ridicolizzare il loro ruolo politico? Possibile che abbiano tutta questa noncuranza per la loro, diciamo così, “reputazione”?

O dobbiamo vedere tutto ciò, spostandoci su un altro piano, a un livello più alto, “macrocosmico”, cioè, è un fenomeno che non riguarda solo quei due o pochi altri, ma è qualcosa di più generalizzato, dove proprio la supposta “serietà” e “importanza” dei governanti (conditio sine qua non e propedeutica per la registrazione futura sui libri di storia) si sta squagliando, a causa soprattutto della proliferazione incontrollata dei mass media di ogni tipo, sempre più capillare e alla portata di qualunque improvvisato giornalista.

E tutto ciò, prima di giungere ai livelli attuali, ha avuto un chiaro inizio negli anni ottanta: ricordiamo, per esempio, la candidatura del comico francese Coluche alle presidenziali 1981 e l’elezione in parlamento nel 1987 della pornoattrice Ilona Staller, alias Cicciolina, diventata parlamentare del partito radicale.

I livelli attuali di questa tendenza ci hanno mostrato, per dirne un’altra, qualche anno fa, nel 2010, l’incontro internazionale al fast food tra le due maggiori potenze nucleari, Russia e Usa. Come poteva succedere una cosa simile all’epoca di Kennedy e Krusciov, di Reagan e Gorbaciov, o anche solo di Clinton ed Eltsin e di Bush e Putin (per non parlare dell’epoca di Churchill e Stalin…)?!

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Incontro al vertice al fast food tra due potenze nucleari

Guardiamo soltanto, ancora, la collezione di avvenimenti presentata in questo video e confrontiamola con quella di uno degli anni di qualche decennio fa (per intenderci, quelli che poi venivano pubblicati negli annuari Rizzoli), riusciamo a vedere la differenza? 2136e5b31c0a54091c7caec7e9a5c948_medA questo proposito, segnalo, inoltre, il post Top Secret, La seconda guerra civile americana e la finzione che cancella la storia.





La vittoria dello sgarbo o la coscienza rivoluzionaria del berlusconismo

1 04 2013

Oggi lunedì dell’angelo (Pasquetta) e primo aprile (Pesce d’aprile.) Ieri (Pasqua) le lancette dell’orologio un ora avanti.

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Un personaggio senz’altro simbolo della tv italiana commerciale, del costume mediatico nazionale del periodo dal 1989 in avanti, emerso contemporaneamente alla nascita del contenitore BLOB (altro segno dei tempi che stavano cambiando in quella fine anni ottanta), è senza dubbio Vittorio Sgarbi.

Che lo si ami o lo si odi (non è certo un personaggio da mezze misure), il “critico d’arte nazional-popolare” per antonomasia, l’unico vero “critico d’arte” dell’immaginario popolare, per la platea dei telespettatori, non è certo stato un tipo che è passato inosservato. A partire dalla sua figura, magra, pallida, occhialuta, con un folto ciuffo, una folta frangia di capelli spesso spostata con le mani. Egli ha occupato un posto ben preciso nello spettacolo della neo-televisione commerciale del ventennio berlusconiano, quello dell’ “uomo di cultura” per le masse televisive, per i talk show e, dal 2000 in avanti, anche per i reality show.

Ma, ben prima di Beppe Grillo (a cui sembra legato karmicamente), ha incarnato anche una specie di “anima rivoluzionaria” del berlusconismo, ebbene si. I suoi leggendari scoppi d’ira, le sue risse, i suoi sfoghi per mostrare di essere “contro” fino in fondo volendo azzittire l’avversario, sono assolutamente diventati un’ ICONA INCANCELLABILE, tra le più note del ventennio berlusconiano, tanto che persino i ragazzini sugli autobus mostrano di essere suoi fan e di fare collezione delle sue imprecazioni più celebri (più o meno allo stesso modo di quelle di Germano Mosconi.)

Si, certo, in tutti questi anni, a più riprese, sui programmi tv italiani, dalla mattina presto a sera tardi, vi sono state risse, scoppi d’ira, aggressioni verbali e non verbali, ma mai con quella PASSIONE propria di Vittorio Sgarbi, e quello stile. Quei litigi suscitano una grande energia. Quando si incazza, quando “mangia la faccia” all’avversario, che lo si voglia o no, suscita un senso di RIBELLIONE LIBERATORIA. Che energia! Che potenza! Che carica!

E ciò che c’è di bello è che, nonostante le apparenze, Sgarbi è sempre controllatissimo nei suoi scoppi d’ira, anche quelli più esagitati ed esagerati, è padrone di se stesso e della scena al 100%, senza sbavature. Anche durante le imprecazioni più virulente e offensive, anche quando sembra perdere del tutto il controllo.

In nomen omen, la “vittoria dello sgarbo” rappresenta un po’ l’eminenza grigia (come sono diventati i suoi capelli) dell’universo berlusconiano, probabilmente depositario di segreti finora inconfessabili (una sua frase è stata “Il sistema è così corrotto che tanto vale aprofittarne”), amico e confidente di diversi p-duisti, imprevedibile, fuori dalle righe e dagli schemi, sembra avere incarnato – paradossalmente – la coscienza rivoluzionaria di un’epoca senza rivoluzione, banalmente commerciale e devota al dio mercato.

Presumibilmente, nel suo intimo, Sgarbi è antagonista e “contro il sistema” più di quanto lui stesso se ne renda conto, proprio lui che, invece, a suo dire, ha sempre aprofittato il più possibile del sistema. E, di recente, questo suo lato è uscito maggiormente allo scoperto, è stato presente a conferenze sul signoraggio, è intervenuto durante un meeting di Casa Pound, ha fondato il “partito della rivoluzione” (che è stato un completo e totale flop) e ha subito uno strano incidente automobilistico – da cui ne è uscito con le ossa rotte – come se, in qualche modo, certe sue frequentazioni stessero dando un po’ fastidio a qualcuno.

Che fine farà Vittorio Sgarbi?