Il Grande Black Out

27 12 2021

Correva l’anno 2003, precisamente la notte tra sabato e domenica 28 settembre, durante lo spazio di tempo che intercorse tra l’invasione dell’Iraq da parte degli angloamericani nel marzo-maggio precedente (“aprile è il mese più crudele”) e la – allora futura – cattura del latitante Saddam Hussein con la barba lunga, su tutti gli schermi del globo nel dicembre di quello stesso anno, naturalmente acciuffato nei deserti iracheni dagli angloamericani.

Era la notte di un week end di fine settembre e chi scrive si trovava a un piccolo concerto del gruppo ska italiano Statuto, vestito – come tutti gli altri in un locale vicino Savona – in stile mod, a ballare la musica di quel gruppo, che in quell’anno commemorava i vent’anni dalla sua fondazione, a Torino nel 1983, gruppo nato dagli appuntamenti tra quei allora ventenni vestiti mod in Lambretta, i quali avevano assimilato la nuova ondata ska a quei tempi proveniente da Oltre Manica. In quel 2003, l’album della commemorazione del ventennale fu l’orecchiabilissima compilation intitolata “I campioni siamo noi.

Precedentemente, nel tardo pomeriggio, gli Statuto si erano già esibiti davanti a noi dentro un posto underground di estrema sinistra a Savona e poi si era andati tutti quanti insieme a mangiare a una gran tavolata in pizzeria, a cui avevano partecipato altri gruppi della scena ska e anche “rude boys-oi! punk” italiana, i più noti dei quali erano i Klasse Kriminale.

Una volta conclusasi la pizzata, con gli automezzi avevamo tutti preso la direzione verso la vicina località di Albisola, dove gli Statuto si sarebbero di nuovo esibiti. Dalle 22:00 in poi, con tutti i gruppi coinvolti in quel raduno modernista, si ballava in pista: brani reggae, rythm’n blues, funk e naturalmente ska.

Ogni tanto si usciva fuori per prendere una boccata d’aria e, durante un’ennesima uscita, noi tutti, componenti delle band e partecipanti al raduno dei mods, abbiamo improvvisamente fatto caso a qualcosa che era successo nel frattempo. Non c’era più un lampione acceso che fosse uno in tutto l’isolato in cui ci trovavamo; una volta tornati nel  locale avevamo visto che dentro era tutto e solo avvolto fiocamente dalla luce lunare che proveniva dalle grandi finestre: luci elettriche ovunque spente, tutta la strumentazione ferma, altoparlanti compresi.

Dopo che ogni speranza che la corrente elettrica ritornasse, passata un’ora buona di attesa, aveva abbandonato tutti – componenti delle bands, inservienti della sala da ballo-dance floor e baristi, partecipanti al raduno mods-rude boys in abiti anni ’50-’60 (simpatizzanti compresi) – si era capito che quel black out era più grave di quanto avessimo pensato in un primo momento: intorno alle 4:30-5:00 del mattino, le automobili, gli scooter, le lambrette e i furgoncini con dentro la strumentazione musicale, presero la via del ritorno, ci salutammo al buio completo con gli Statuto, gli altri e noi compresi cioè una delle compagnie di amici vestiti in stile mod della quale io ero un componente, via assieme dentro l’automezzo verso il capoluogo ligure, in un’autostrada spettrale completamente immersa nelle tenebre più fitte, così come la salita consueta che feci per ritornare a casa, ormai alle 6 del mattino passate.

Meditabondo, nella mia cameretta dentro cui non potevo accendere nessuna luce, e fuori dalla finestra nemmeno mezzo lampione era illuminato, nel buio a letto cercavo faticosamente di addormentarmi, con nella testa la preoccupazione che potesse essere successo qualcosa di grave tale da mettere in black out tutta la regione.

Una volta sveglio a mezzogiorno di quella domenica, seppi che la corrente era ritornata e che il black out era avvenuto in TUTTA Italia, isole comprese (https://it.wikipedia.org/wiki/Black_out_in_Italia_del_2003), con alcune regioni che sarebbero state in panne ancora fino al giorno dopo; a Roma era successo durante la prima cosiddetta “notte bianca” (voluta dall’allora sindaco Veltroni) con iniziative inerenti spettacolo & cultura previste quasi fino al mattino, coinvolgenti migliaia di persone e, infatti, molta gente di ritorno dalla notte, rimase bloccata dentro metropolitana e ascensori.

La causa sarebbe stata in seguito rinvenuta in un grosso albero caduto in Svizzera a un’ora ben precisa (le 3:01) che avrebbe provocato il danneggiamento di linee elettriche comuni allo stato elvetico, all’Italia e alla Slovenia, che fu parzialmente coinvolta in quel black out.
L’estate europea del 2003 viene ricordata come una delle più calde della storia, con una lista di vittime all’attivo (soprattutto anziani) mai così lunga  e preoccupazioni per possibili black out (qualcuno anche avvenuto) dovuti a un sovraccarico delle linee elettriche per vie dei tantissimi impianti di refrigerazione e condizionamento d’aria, si erano già avute polemiche, dovute anche proprio al fatto che una bella parte dell’elettricità usata nel territorio italiano è importata da fonti straniere seppur paesi limitrofi (https://www.lavoce.info/archives/21803/gli-enti-locali-ci-regalano-il-black-out/), problema tuttora non risolto, come vedremo.

2020, mai così tanti black out come quest’anno in Italia https://www.prontobolletta.it/black-out-record-italia-2020/

Da un po’ di tempo in qua, galleggia nelle narrazioni alternative (su internet in particolar modo ma forse non soltanto), l’idea di un black out generalizzato che potrebbe bloccare tutto il sistema tecnologico su cui poggia l’ Occidente e il non Occidente, sistema di vita collettiva sociale e di sostentamento stesso, basato soprattutto sull’energia elettrica ma anche sui gas e gli idrocarburi, fonti di energia le quali però stanno in posizione subordinata rispetto all’elettricità: se salta questa infatti salta tutto poiché anche la stessa estrazione di gas, idrocarburi e anche carbone si basa sull’elettricità.

Una versione più mite di un evento di questo tipo, riguarda lo spegnimento soltanto della rete internet e non di tutta la rete elettrica.

Quasi una decina di anni fa, nel luglio 2012, avvenne una tempesta della corona solare, con venti provocati da materia stellare eiettata (https://en.wikipedia.org/wiki/July_2012_solar_storm) che, se fossero andati nella stessa direzione della Terra, avrebbero potuto generare una distorsione del campo elettromagnetico terrestre confrontabile a quella del cosiddetto “evento di Carrington” avvenuto nel 1859: ai tempi, forse anche condizionati da alcune idee fantasmagoriche sulle profezie incentrate sulla data allora futura del 21/12/12, si ritenne che se fosse avvenuto un evento analogo (https://it.wikipedia.org/wiki/Evento_di_Carrington), in cui le aurore boreali (https://it.wikipedia.org/wiki/Aurora_polare), per dire, furono viste pure in cieli innaturalmente meridionali (a Roma!), le linee elettriche del mondo avrebbero rischiato di saltare quasi tutte e in effetti nel precedente evento di tempesta solare, quello quarant’anni prima del 2012 (https://en.wikipedia.org/wiki/August_1972_geomagnetic_storm), nell’agosto ’72, delle aurore boreali si videro nei cieli non solo della Britannia ma anche della Spagna, vi furono qui e là  black out di linee soprattutto radio-telefoniche, ci si trovò di fronte a diversi problemi per i progetti astronautici dell’epoca e quell’evento del ’72 causò anche la detonazione accidentale di mine navali USA in Vietnam! (nella tempesta del 1859 saltò invece l’unica e sola tecnologia comunicativa di quei tempi basata sull’elettricità, ovvero il telegrafo.)

Nel 2012, la stessa Unione Europea, in un documento adesso irreperibile nel web (http://ipsc.jrc.ec.europa.eu/fileadmin/repository/sta/docs/SWAD_OUTCOME_EUR.pdf), manifestava preoccupazione che una tempesta solare, interferendo rovinosamente con il campo elettromagnetico della Terra, avrebbe potuto provocare una rottura della rete elettrica potenzialmente a livello globale. Furono tanti coloro che sul web in quel famoso 2012 previdero il “grande black out”, molti di quei documenti e testimonianze sono oggi scomparsi, com’è solito succedere spesso su internet, soprattutto se passa un po’ di tempo.

Per esempio, se provate ad andare sulle pagine web (come questa, http://paolofranceschetti.blogspot.it/2012/09/ancora-sul-blackout-prossimo-venturo.html) in cui il celebre avvocato, complottista e astrologo Paolo Franceschetti, nel 2012, profetizzava il black out totale prossimo venturo provocato dall’ “élite degli Illuminati” che terrebbe in pugno il mondo dall’alto dei suo schemi di potere gerarchico-piramidali, oggi non troverete più nulla, ma solo un “redirect” all’attuale sito di Franceschetti ovvero “Petali di loto.” (https://petalidiloto.com/)

A destra Edgar Cayce, a sinistra David Wilcock, personaggi affini tra loro non solo fisionomicamente.

In quell’anno, inoltre, succedeva che, in fibrillazione per la prossimità della data (21/12/12) della presunta fine del “lungo computo” del calendario Maya, da una parte ci fossero personaggi come Franceschetti i quali mostravano di temere come l’ “élite degli Illuminati” potesse provocare lei stessa un “black out generale totale” per i suoi fini di ulteriore assoggettamento delle popolazioni (in vista della supposta implementazione completa del Nuovo Ordine Mondiale-NWO basato su quei comandamenti scritti sulla pietra delle cosiddette Georgia Guidestones), dall’altra; al contrario, dall’altra parte c’erano personaggi come il divulgatore New Age David Wilcock, i quali invece, a quell’epoca avevano preso l’abitudine di dire, ricevendo informazioni segrete da degli “insiders” e/o “whisteblowers”, che l’élite degli Illuminati (pedofili-satanisti?) era in procinto di essere arrestata tutta al completo cominciando da tutti i suoi tirapiedi e “correvano voci” sul web di come “arresti di massa” di più di diecimila persone, sarebbero stati mostrati al mondo in diretta tv in mondovisione e sarebbero avvenuti in seguito a – anzi, durante – un’interruzione totale dell’energia elettrica in tutto l’Occidente se non in tutto il globo, proprio per spezzare il “mondo di prima” (il quale sarebbe dominato – o almeno molto condizionato – nascostamente da quelle “élites pedofile-sataniste”) dal “mondo di dopo”, una volta che l’élite psicopatica sarebbe stata tutta arrestata e quindi la sua influenza sul mondo debellata; veniva detto segnatamente da uno di quegli “insiders”, un certo DRAKE Bailey, da cui Wilcock diceva di ricevere informazioni sul futuro immediato, di come la durata del black out globale sarebbe comunque stata piuttosto limitata per contenere i danni, all’incirca non più di DUE-TRE SETTIMANE, nemmeno a un mese intero ci si sarebbe arrivati e, anzi, questo Drake suggeriva anche di fare scorte di tutti i generi di prima necessità nei supermercati finché ci se lo poteva ancora permettere, ma soprattutto di fare scorta di carta igienica, tanta carta igienica, perché è di quella che ce n’è più gran bisogno se non la si può reperire, diceva semi-serio quel Drake; all’inizio del testo nella seguente webpage risalente ai primi di luglio ’12, David Wilcock disse di come gli “insiders” dentro l’intelligence gli avessero rivelato di quanto questi “mass arrests” fossero “imminent” e, successivamente, nel corso della disquisizione con Drake al riguardo, Wilcock volle far notare come nella Virginia e nel Maryland, ci fossero già state informazioni in merito a massicce interruzioni di energia elettrica, pure vicino alla città di Washington, “mai così spiccate in USA al di fuori di eventi come gli uragani” (probabilmente i recenti “power outage” in California hanno sorpassato di dimensione quei blocchi della corrente di quell’inizio estate ’12!), ecco la webpage in cui si raccontano tutte quelle cose tenendo presente una lunga precedente intervista di Wilcock a Drake e la “luce verde” del titolo si riferisce a un comando militare tipo “semaforo” che avrebbe fatto scattare la grande…”retata”: https://divinecosmos.com/davids-blog/1062-green-light/

Comunque se andate a ricercare sui motori di ricerca usando le chiavi di ricerca “David Wilcock” “Drake” “Interview”, “Mass Arrests”, potete trovare un mucchio di materiale riguardante l’ “attesa degli arresti di massa” di quella primavera 2012, qualcosa venne anche citato in italiano, https://www.oltre12.net/2012/04/david-wilcock-e-drake-informazioni-su.html, dove, inoltre, è riportata una serie di punti elencati da quel Drake riguardanti la mega operazione militare-di polizia internazionale contro i “cattivi”, tra i quali leggiamo il seguente:

Potrebbero verificarsi interruzioni nelle catene di distribuzione. La nostra società si basa su organizzazione complessa degli approvvigionamenti di cibo, energia ecc.. Pertanto sarebbe opportuno preparare una settimana / auspicabilmente un mese di provviste/acqua e beni di necessità. La cosa è cautelativa ma verosimile, anche se cercheranno di ridurre i disagi al minimo.

L’unica immagine che nel 2012 circolò sul web di Drake Bailey, quel (presunto) “insider”, informatore segreto, di David Wilcock.

Questo blog su cui sto scrivendo, partì nel 2008, intorno ai tempi in cui cominciava a farsi più acuta la grande crisi finanziaria-economica dovuta a crolli di grosse strutture finanziarie negli USA, che si estese anche in Europa dal 2010-11: da quel momento lì in poi non abbiamo fatto altro che far notare quanto e come l’Occidente stesse ristagnando, soprattutto culturalmente e nelle sue psicologie collettive ritmate dai massmedia, di come alla velocità sempre più elevata delle tecnologie della comunicazione si contrapponesse un essere FERMI come intelligenza collettiva, bloccata da atteggiamenti inadeguati e disfunzionali dal momento che tutto il possibile “nuovo” (frutto proprio della grande crescita delle tecnologie comunicativo-telematiche), il quale stava emergendo dal 2006-2008 in avanti, era ostacolato dalle vecchie infrastrutture, soprattutto a livello di pensiero di massa (soprattutto in Italia, ça va sans dire, ma niente affatto soltanto lì) e quel possibile “nuovo”, rovinosamente imbastardito da tutto il vecchio ancora presente, vigente e agente, non poteva che prendere delle pieghe grottesche e ridicole, così come sta succedendo col movimento “woke” ovvero il “politicamente corretto cool” (vedere per esempio a questo proposito https://civiltascomparse.wordpress.com/tag/woke)

Gli anni ’10 del XXI secolo sono stati uno strazio, un muoversi “tecnocraticamente” senza un perché plausibile ma solo coazioni a ripetere collettive, mediate dall’iper-tecnologia “come se non ci fosse un domani”, tutto si muoveva vorticosamente e tutto era fermo contemporaneamente. Tantissima azione e zero (spaccato) vero cambiamento radicale visibile a tutti di cui tanti ormai sentivano la necessità. Le illusioni sono seguite a delusioni senza soluzione di continuità: tanti “salvatori del mondo”, “uomini del destino” mass-mediatizzati, gettati (“nella pattumiera della storia” si sarebbe detto un tempo): ovvio che molti alternativi e “leoni da tastiera”, saltellanti sul web tra la terra di “cospirazionopolis” (ovvero gli USA) e la colonia Italia – ma non solo – si buttavano tra le braccia di illusioni, speranze, timori i più campati in aria mentre gli altri pedalavano anno dopo anno in un “business as usual” tra lavoro e “tempo libero” entrambi parcellizzati da ogni tipo di rete sociale fatta di quei piccoli computers ovunque chiamati smartphone (erano ormai lontani i tempi in cui venivano chiamati soltanto “I phone”)… l’atmosfera era satura di una RETROMANIA ormai divenuta quasi un sistema di lettura della realtà, unita a una tecnocrazia reticolare in cui erano ingoiati persino politici carismatici importantissimi che non si capiva mai da che parte veramente stessero poiché sul web ogni parere sul loro conto veniva sconfessato e smontato da altri pareri di solito equipollenti, vicendevolmente, senza respiro.

Il triennio 2017-2019 fu il peggiore, non farò alcun nome tanto li conoscete tutti: da una parte il politicamente corretto militarizzato che avrebbe dato origine al cosiddetto “movimento woke”, dall’altra “parte della barricata” il bullismo e il…”bomberismo” (https://www.vice.com/it/article/gv3vqx/cose-il-bomberismo-pagine-facebook-italiane) oltre a un cosiddetto “sovranismo” che purtroppo spesso e volentieri era soltanto nazionalismo nostalgico (nel senso di “passato recente pre-globalizzazione”, non nel senso di “ventennio”, sebbene tuttavia ci fossero e ci siano fascisti da quelle parti), eppoi smartphone-social network-dipendenze, videogame (in rete)-dipendenze, siti di dating-dipendenze, l’impossibilità di far finire una volta per tutte sia finti politici vecchi e vecchie vedette musicali bollite, sia i reality e talent show; l’invasione di cuochi stellati, mangioni, mangiatori (anche super-mangiatori influencer sul web) e ovunque il trionfo dell’individualismo tecno-manageriale falsamente mitigato da un’economia della condivisione ancora in gran parte inesistente, sebbene la si volesse vedere in giro più frequentemente di quanto in realtà vi fosse; le centinaia di serie tv dalle trame sempre più involute e nerd nel senso più catastrofico del termine; la musica pop radiofonica e da MTV che mostrava tutta la sua decadenza “fashion-mondana-gossippara” ormai quasi compiaciuta di essere decadente e di far rimpiangere la musica delle radio del passato; le scimmiottature delle icone pop del passato da parte delle numerosissime influencers; sul web complottista, le idee asfittiche che ancora perduravano immobili anno dopo anno in un riciclo perenne; eventi riguardanti personaggi famosi diventati tali in uno schioccare di dita: sia capitane di navi cariche di migranti sia ambientaliste poco più che bambine le quali in fondo – nonostante non l’avrebbero mai ammesso – non convincevano nemmeno poi tanto i veri ambientalisti e antifascisti, ai quali sotto sotto non convincevano nemmeno certi movimenti…spontanei di piazza in rappresentanza di un vuoto spinto pneumatico contro dei “rappresentanti della destra” i quali, dal canto loro, per pubblicizzarsi, facevano leva sull’ “essere pop nei social network”, sull’andare a fare i trasgressivi in spiaggia tra gli aperitivi oppure sfruttando mediaticamente l’essere diventati “virali” per via di un motivetto dance, sempre però dicendo di essere devoti alla patria o a figure religiose.

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Posso dire, in tutta sincerità, che uno degli eventi simbolo di quel 2019, per afferrare un po’ quell’atmosfera collettiva ormai satura d’imbecillità senza rimedio, fu quando la vedette televisiva Pamela Prati girava da un talk show all’altro per confessare affranta che un certo suo “principe azzurro”, la quale credeva di aver sposato per corrispondenza dall’America, che pensava fosse “l’uomo della sua vita”, il “protagonista della sua storia d’amore”, un certo Mark Caltagirone, in realtà aveva poi scoperto essere un uomo assolutamente inesistente, nient’altro che un personaggio di fantasia!!!
Vicenda accoppiabile ad altre, come quella in Argentina dell’ex calciatore del Napoli Claudio Caniggia, per mesi e mesi sui talk show, una certa Marianna Nannis, sua ex moglie, monopolizzava l’attenzione parlando e riparlando – soprattutto sparlando – della “nuova fiamma” dell’ex marito Caniggia: una tale Sofia Bonelli (forse giornalista, sicuramente “influencer” su “insta”, con tutti i suoi “selfie” uno dopo l’altro), dicendo peste e corna di entrambi: il nulla totale imperante, per ore e ore, per mesi spacciato come cose importanti! E questa è solo una, solo una delle migliaia e migliaia – a dir poco – delle vicende di questo tipo, tutte quelle che non so, e che girano tra il web e le tv, a migliaia e migliaia, e sono e restano appunto il vuoto pneumatico, che monopolizza l’attenzione dei milioni di visualizzatori di schermi e che nel 2019 sembrava essere proprio al suo apice!

Nonostante la frenesia tecno-comunicativa, straripante di video-foto su schermi ovunque (e forse persino a causa di questa!) gli anni ’10, soprattutto gli anni 2017-2019, si possono riassumere in una parola sola: STERILITA’.

Ecco, le cose stavano così quando nel marzo 2020 ci fu una (prima, primissima penso) “interruzione dei programmi”, quelli di vita proprio s’intende, di tutti i giorni, come uscire di casa e andare semplicemente al lavoro, a far la spesa al supermercato oppure andare in macchina, al bar, al ristorante, in discoteca. Non si poteva far più niente come prima, si era immobilizzati.
Per due-tre mesi le cose si congelarono, non si fermarono mai proprio completamente (non è mai successo) ma le strade e tutti i locali si svuotarono comunque di botto, i movimenti di umani e automezzi ebbero una forte battuta d’arresto, circolavano dappertutto – anziché le persone – le immagini degli spazi vuoti nelle città normalmente pieni di umani e automezzi e che, talvolta, invece, ora – oltre quelli tutti in tuta d’astronauta protettiva che con le lance schiumavano i marciapiedi – quegli spazi vedevano piante e animali selvatici, i quali mai prima d’ora da chissà quanto tempo, si avventuravano in luoghi fino a qualche mese prima invasi dai turisti, come per esempio la laguna di Venezia: arrivarono fin lì dei delfini, per esempio, cosa che non si vedeva da secoli.

E anche dopo il maggio 2020, nonostante il “ripartire” (che l’ho sempre preferito nell’accezione di “ripartire le ricchezze”  e non di “ripartire con il lavoro per il consumismo” ), nonostante il “ritorniamo alla normalità” promanato dagli organi d’informazione, anche se mai si ritornò agli svuotamenti di strade e gli arresti domiciliari di massa di marzo-maggio 2020 – durante quella che allora la chiamavano ancora “quarantena” e non lockdown –  la socialità libera dai controlli ovunque di prima di marzo ’20, era tuttavia scomparsa…e come ci sarebbe potuta ancora essere, imbavagliati da mascherine, distanziati socialmente, controllati, monitorati, gestiti, salvaguardati per il nostro bene? coi bollettini di contagi e vittime quotidiani, e alla fine anche punzonati in massa facendo lunghe file davanti agli “hub”?
E’ come se i ritmi della storia avessero chiaramente voluto mostrarci, a noi occidentali e occidentalizzati, che eravamo fermi, bloccati, prima soltanto psicologicamente, adesso sempre più anche fisicamente. Il “blocco delle cose”, ormai era come tracimato e si era fatto anche fisico, non solo più psico-cultural-sociale.

Quindi lo ZEITGEIST, lo spirito del tempo, di questo tempo, sembra essere diventato (pericolosamente?): blocco, interruzione. Elettroencefalogramma piatto. Forse non a caso, possiamo dire, il presidente USA (ovvero colui che nei flim di Hollywood anni Ottanta- Novanta era il “comandante in capo del mondo che salvava tutti”) uscito dal 2021, è un tizio che viene chiamato “sleepy Joe” e in molte sue raffigurazioni satiriche che girano, viene mostrato alla stregua di un vecchietto con l’arteriosclerosi, o peggio la sindrome di Alzheimer.

Una certa aria che ha tirato in questo 2021, già ben ben distopico per conto suo (con i coprifuoco, le separazioni, le mascherine, le file per andarsi a vaccinare, i lasciapassare, i bollettini, le divisioni e inimicizie ovunque), è stata quella di “paura per il rischio di carenza/mancanza di approvvigionamenti di materie prime” (cercatele sui motori di ricerca e vedrete, soprattutto se aggiungete anche “black out”); a proposito poi di “insiders”, so che il giornalista economico-finanziario Leopoldo Gasbarro, venne qualche mese fa avvisato da uno di questi che la situazione al riguardo non fosse affatto rosea per il futuro, i vari indici non sono positivi e la situazione potrebbe anche sfuggire di mano, e ciò, Gasbarro ha lasciato intendere, potrebbe essere anche sinonimo di “black out.”

Spot andato in onda in Germania negli ultimi tempi.

https://www.ilcambiamento.it/articoli/aumento-materie-prime-e-rischi-di-black-out-gli-stregoni-dell-economia-sono-allo-sbaraglio

Se dunque questo “spirito del tempo” chiamato “blocco”, che possiamo chiamare “non si può più andare avanti” dovesse ulteriormente crescere d’intensità e magnitudo, forse potrebbe davvero concretizzarsi anche nel mondo reale questa, chiamiamola, “leggenda urbana proveniente dal futuro”, la quale aleggia nell’info-sfera da anni, inerente appunto un “black out globale prossimo venturo.” Così come ciò che successe – e continua a succedere – dal marzo-maggio 2020 in poi fu un’intensificazione di magnitudine del “lockdown socio-culturale” degli anni precedenti, il “black out prossimo venturo” potrebbe essere visto come un ulteriore step verso una ulteriore “interruzione di tutte le cose.”

In sintonia simbolica, oltretutto, con l’idea di quel RESET, ormai da anni presente nella mente collettiva e che negli ultimi due anni s’è fatto ancora più presente (vedere a questo proposito l’ultimo articolo sul blog gemello “Il mondo simbolico”, http://mondo-simbolico.blogspot.com)

Anche diversi autori famosi di libri, negli anni passati, hanno scritto di questo argomento, Umberto Eco come vedremo in seguito e, alquanto recentemente, uno degli scrittori statunitensi più celebrati dalla critica, Don De Lillo. con il romanzo “Silenzio.”

Il silenzio: il blackout prossimo venturo secondo DeLillo

La trama è molto semplice. Siamo nel 2022; una coppia, in volo verso New York, è coinvolta in un incidente aereo generato da un improvviso blackout totale.
In città, in un appartamento nell’East Side, tre amici li attendono per guardare tutti insieme il Super Bowl alla TV: una professoressa in pensione, suo marito, fervente tifoso, e un suo ex studente visionario e disadattato.
All’improvviso irrompe il silenzio. Lo schermo del televisore rimane nero e tutta la moderna tecnologia digitale ammutolisce, con tutti gli esiti devastanti che possiamo ben immaginare.
Cos’è accaduto? Una guerra alle porte, un nuovo attacco terroristico dopo l’11 settembre, evento peraltro di cui DeLillo si è occupato? Oppure si è verificata la temutissima implosione della tecnologia, dalla quale dipendiamo tutti, sia a livello personale che globale?

Gli effetti del blackout tecnologico
La descrizione dello smarrimento e delle reazioni dei vari personaggi allo spegnimento della tecnologia è quanto mai verosimile:

Adesso questi tossicodipendenti digitali non possono fare niente, i cellulari sono fuori uso, ogni cosa è fuori uso, completamente totalmente fuori uso. (…) Tutto quello che sta accadendo non era in fondo scontato? Non è quello che alcuni di noi stanno pensando? Era la nostra meta. Niente più meraviglia, niente più curiosità.

“Prossimo venturo” si, ma quando?
Non lo sappiamo…ma una finestra temporale potrebbe forse essere quella che ci suggerisce Marco Celada, un astrologo professionista ex cibernetico, consulente di grandi gruppi industriali, che in un’intervista nel 2013 previde la pandemia iniziata nel 2020 e ci dice che i primi mesi del 2022 avrebbero, secondo le sue analisi, “la configurazione più brutta di tutto il secolo.”

https://www.corriere.it/cronache/21_dicembre_17/marco-celada-fisico-cibernetico-ad-astrological-coach-manager-nel-2013-annunciai-pandemia-segreto-tutto-compleanni-8142245e-5f71-11ec-9db8-81822b3ce727.shtml

Aveva previsto la pandemia con sette anni di anticipo. Lo fece in un’intervista uscita nel 2013 su un quotidiano nazionale, firmata da tale Stefano Lorenzetto. Disse: «Dal 2015 al 2021 ci sarà il periodo più negativo di questo secolo. Più che bellica, l’emergenza sarà ambientale e sanitaria, con lo scoppio di epidemie molto aggressive». […] a suo dire, il peggio deve ancora arrivare: «Da febbraio a maggio, l’indice ciclico planetario raggiungerà il culmine della negatività, una situazione che mai più si ripeterà nel corso di questo secolo. Ma da giugno cominceremo a uscirne».

Dal momento che, negli anni passati, in particolare da dopo il 2008-2010 per culminare nel 2012, la questione del “black out totale prossimo venturo” è stata talvolta convergente a quelle leggende sulle manovre d’intelligence segrete in azione “underground” da tanti decenni, le quali sarebbero a un certo punto sfociate in un’ operazione di polizia internazionale contro quella cabala-deep state (con i suoi centri nevralgici in ordine crescente d’importanza, a Washington, Londra e Roma) responsabile del sistema occulto di potere criminale del pianeta, è chiaro come, dal momento che il black out è visto, in questa linea di pensiero, come il necessario momento di “vuoto operativo” (nel senso di vuoto in cui si opera) tra il mondo vecchio condizionato dalla cabala crudele, perversa e psicopatica e il mondo nuovo in cui ci si sarebbe finalmente liberati, dopo tanto tempo, dal giogo della stessa cabala (arrestata in massa durante l’interruzione globale di energia elettrica): se però passati i giorni e settimane del “grande black out”, una volta ritornata la corrente, si sarebbero viste le cose della politica e della società ritornare lentamente più o meno allo stesso identico modo di prima, allora a quel punto sarebbe stato davvero chiaro una volta per tutte, che le storie circolanti in Rete sugli arresti della cabala oscura dominatrice del mondo, erano state appunto sempre soltanto favole senza fondamento.

Non sappiamo se accadrà nei mesi della prima metà del 2022, non sappiamo nemmeno se accadrà presto o se nemmeno accadrà davvero, fatto sta che dal nostro punto di vista – che di certo non è quello “scientifico-pratico” bensì quello “simbolico-sincromistico” – la direzione che il nostro mondo occidentale e occidentalizzato ha preso da quasi due anni a questa parte, pensiamo abbia uno zeitgeist, cioè uno “spirito del tempo” molto più propizio adesso rispetto che qualche anno fa, per uno sviluppo storico di questo tipo che noi energia elettrica-dipendenti, lo vediamo del tutto inaccettabile e non augurabile nella maniera più assoluta…ma leggiamo cosa va dicendo il fisico dell’Università di Roma Andrea Aparo von Flüe in un’intervista a “Il Giorno”, https://www.ilgiorno.it/economia/blackout-totale-1.7116347

Qualche settimana fa la notizia di un assalto ai ferramenta in Spagna per acquistare bombole di gas e torce nel timore che un enorme blackout potesse “spegnere la luce” nel Paese per giorni aveva suscitato reazioni fra lo stupore e l’ilarità. L’ipotesi di uno stop prolungato alla fornitura di energia elettrica in un mondo iperconnesso e abituato a impiegare le tecnologie 24 ore su 24 pare lontana, anche se l’esplosione dei consumi nel primo periodo della pandemia – seguente anche al ricorso generalizzato allo smart working – è stato uno dei cambiamenti più evidenti nel mondo travolto dal coronavirus. Andrea Aparo von Flüe, fisico, dirigente d’azienda (ha occupato ruoli di responsabilità all’interno della galassia Finmeccanica ma anche in Ansaldo) e docente all’università Sapienza di Roma, dove insegna Strategia aziendali, spiega perché l’ipotesi non è da considerarsi così peregrina.

Professore, perché dobbiamo preoccuparci?
“In Europa stiamo spingendo al limite della capacità il sistema di produzione e distribuzione dell’elettricità. Quanto più ci si avvicina al limite, tanto aumenta la probabilità di una crisi. Ricordando la legge di base di Murphy, ovvero ‘Se qualcosa può andare male lo farà’, nonché la legge di Drucker ‘Se una cosa va male, tutte le altre faranno lo stesso, allo stesso tempo’, c’è davvero da essere preoccupati.
Inoltre la capacità del sistema di soddisfare eventuali picchi della domanda è molto limitata a causa della modifica del mix dei modi di produzione. Abbiamo chiuso per motivi economici ed ecologici le centrali a carbone, ridotto quelle ad olio combustibile, aumentato le sorgenti intermittenti, non investito a sufficienza nei sistemi di accumulo. Insomma, abbiamo fatto di tutto per complicarci la vita”.

Quali sono le cause che potrebbero provocare un grande blackout?
“Un eccesso di domanda di energia rispetto a quanto viene effettivamente prodotto. Oppure una qualunque interruzione di linea del sistema di distribuzione. Pericoli a cui si aggiungono la criticità sul fronte delle scorte, l’aumento dei prezzi dei combustibili e l’obsolescenza di impianti e infrastrutture”.

Quanto potrebbe durare e quali sono le dimensioni dell’area che potrebbe essere coinvolta, se dovesse riguardare l’Europa?
“Per rimettere in piedi l’intero sistema viene stimato un tempo compreso fra i 7 e i 14 giorni. [caso strano, proprio lo spazio di tempo che disse “Drake” a Wilcock nel 2012!] Anche perché il sistema cui facciamo riferimento non si limita alla sola Europa. La cosiddetta ‘Area sincrona continentale’, già conosciuta con la sigla UCTE, è la più grande rete elettrica al mondo. 400 milioni di utenti in 30 Paesi. Comprende Albania, Austria, Belgio, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Montenegro, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo Romania, Repubblica Ceca, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina, Ungheria, nonché Algeria, Marocco, Tunisia e Turchia [di certo quindi non si tratterebbe di qualcosa di analogo a ciò che successe ai due paesi toccati a fine settembre 2003…]

Quali sarebbero gli effetti di questo spegnimento “globale” sulla nostra vita quotidiana?
“Colpirebbe qualunque dispositivo o sistema che per funzionare ha bisogno di energia elettrica. Quindi se non tutto, quasi tutto. Telefoni, Internet, sportelli Bancomat, sistemi di pagamento, semafori, metropolitane, il comparto dei trasporti, ascensori, reti idriche e fognarie, televisione, radio, frigoriferi, lavatrici, lavapiatti, auto elettriche. Consiglio, come gioco da fare, di trovarne il maggior numero possibile”.

E se dovesse verificarsi cosa sarebbe necessario avere in casa per passare indenni l’intero periodo di black-out?
“Bisognerebbe avere in casa la dotazione prevista per eventi di emergenza, come terremoti e altre catastrofi naturali. Acqua da bere, almeno due litri al giorno a persona. Cibo. Disinfettanti, medicinali e generi di prima necessità per la cura della persona, carta igienica compresa. Sacchi per spazzatura. Candele e altri dispositivi di illuminazione non elettrici. Combustibile per cuocere e per il riscaldamento. Coperte. Una radio a batterie per eventuali comunicazioni di emergenza. E fatemi aggiungere anche una buona scorta di libri da leggere, giochi di società. E possibilmente una compagnia gradevole”.

Persino un ministro dell’attuale governo, recentemente ha toccato la questione: https://www.ilmessaggero.it/video/politica/giorgetti_black_out_energetico_non_da_escludere_attuale_sistema_approvvigionamento-6354632.html:
(Agenzia Vista) Roma, 30 novembre 2021 “Un black out non è da escludere rispetto all’attuale assetto dell’approvvigionamento energetico. Lo sforzo che dobbiamo fare è quello di sterilizzare questo tipo di impatto nei confronti delle famiglie, al netto che a livello europeo si definisca un piano per evitare conseguenze peggiori come arrivare a un black out”. Lo ha afferma il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti durante l’assemblea di Confartigianato. Confartigianato Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev agenziavista.it
Questa volta evitiamo di parlare di kW o di Kwh, non parliamo di potenza elettrica o di energia elettrica: parliamo della seria possibilità che ci si possa ritrovare, per un periodo di tempo significativo, senza l’una e senza l’altra. Semplicemente al buio.

Sicuramente, il più dettagliato degli articoli da noi letti al riguardo, è apparso sullo spazio web di un quotidiano italiano a grande diffusione, https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/11/19/non-sono-un-indovino-ma-siamo-vicini-a-un-grande-blackout-ipotesi-assurda-per-nulla/6396634/, lo stesso fisico dell’Uniroma intervistato da “Il Giorno”, approfondisce la cosa entrando meglio nella questione:

Ricordate il 28 settembre 2003? Ore 3:01 del mattino, l’Italia dorme. Il carico della rete elettrica è basso, circa 28 mila MW. Il 25% viene importato da Francia e Svizzera. Notte di tempesta sul Lucomagno, al confine fra il cantone Ticino e quello dei Grigioni, Svizzera centro-meridionale. Il vento fa avvicinare troppo un ramo alla linea a 380kV che trasporta energia elettrica verso l’Italia, interrompendola. Il carico viene ridistribuito fra gli altri collegamenti in funzione, sovraccaricandoli. Intervengono le protezioni. Uno dopo l’altro, si interrompono anch’essi.

Il gestore svizzero alle 3:11, non riuscendo a ristabilire i collegamenti interrotti, telefona al Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale – oggi si chiama Terna – chiedendogli di ridurre la richiesta di potenza di 300 MW. Poca roba. Alle 3:21 Grtn soddisfa la richiesta e alle 3:25 le protezioni interrompono la linea del San Bernardino, sempre in Svizzera, sovraccarica al 110%. Segue altra sequenza di chiusura di collegamenti, il sistema elettrico italiano diventa instabile. La frequenza che caratterizza le grandezze sinusoidali di tensione e corrente inizia a oscillare. Dai nominali 50 Hz scende a 47,6 Hz, frequenza non sostenibile dal sistema che collassa alle 3:27.

La maggior parte dei 59 milioni di italiani continua a dormire, con l’eccezione dei romani, che stanno vivendo la “Notte Bianca”, ma al buio. La rete elettrica cade come in un domino, una tessera dopo l’altra. Per rimettere il tutto in piedi si segue la stessa dinamica, senza scorciatoie. La corrente torna verso le 9:00 del mattino nel nord-Italia, al centro alle 16:30 e al sud alle 19:00. In Sicilia si torna alla normalità alle 22:00. Solo la Sardegna e alcune isole minori rimangono sempre accese, perché non collegate alla rete principale.

Ci vollero due minuti e mezzo per spegnere tutto, ma circa 19 ore per rimettere in sesto la rete elettrica italiana. Domanda: poiché l’intero sistema di distribuzione dell’elettricità in Europa è interconnesso, Regno Unito compreso – alla faccia della Brexit – cosa potrebbe accadere se l’intera rete europea diventasse instabile e cadesse?

Ipotesi assurda, diranno i più. Invece no, non è assurda per nulla. Anzi.
Sabato 4 novembre 2006: più di 15 milioni di europei rimangono senza corrente elettrica per due ore. Venerdì 8 gennaio 2021, ore 13:04. Problema di fornitura in Romania. La frequenza inizia a essere instabile, viene raggiunto il terzo dei quattro livelli di attenzione della Entso-e (European Network of Transmission System Operators for Electricity, ovvero Rete europea degli operatori per la trasmissione dell’energia elettrica) che raggruppa 42 soggetti, che recita: “Situazione deteriorata, inclusa interruzione di rete a grande scala. Elevato pericolo per i sistemi adiacenti. Princìpi di sicurezza non soddisfatti. Sicurezza globale a rischio”.

Siamo molto vicini al grande buio. Per stabilizzare la rete vengono avviate le centrali in grado di generare energia elettrica in modo rapido, ovvero impianti idroelettrici e a turbogas. L’intervento di emergenza ha successo, questa volta. Cosa accadrà la prossima?
La crescente quota parte delle fonti di energia rinnovabile, altamente volatili, insieme all’eliminazione di grandi impianti sia dedicati a soddisfare il carico di base (nucleare e carbone), sia di scorta (back-up a turbogas), stanno peggiorando la situazione. In passato sono state registrate 15 operazioni di emergenza all’anno. La media annuale degli ultimi anni è di 240 interventi.

Possiamo solo sperare che il prossimo inverno sia mite, perché se fosse rigido aumenterebbero i consumi di energia elettrica. Per stabilizzare la rete in caso di domanda eccessiva occorre avviare le centrali a turbogas e farle andare nel tempo. Purtroppo l’Europa sta registrando una massiccia riduzione dei suoi approvvigionamenti di gas, le scorte sono limitate. Intervenire con successo, in caso di necessità, diventa più difficile, se non impossibile.

27 ottobre 2021. Klaudia Tanner, ministro austriaco della Difesa, dichiara che esiste un’elevata probabilità di un black-out elettrico che avrà significativi impatti su reti informatiche, telefonia cellulare e utenze private, non solo in Austria, ma su scala europea (NdA: La Difesa austriaca non è nuova a predizioni azzeccate: nel 2017 avevano parlato di una possibile epidemia nella prossima decade che avrebbe paralizzato il mondo. Nessuna magia, nessun “gomblotto”, solo buon senso…). Il che significa affermare che la questione non è se ci sarà un black-out, ma quando. Comunque, le conseguenze saranno catastrofiche.

Cosa fare se si spegne tutto? Bisogna avere cibo, almeno due litri di acqua al giorno a persona, combustibile, candele, batterie per radio e per torce tascabili, denaro contante perché Atm e Pos non funzionano, medicine. Si fermano le infrastrutture: semafori, trasporti pubblici, treni, impianti idrici, ascensori, trattamento rifiuti, frigoriferi. Niente televisione. Si spengono computer e quanto è digitale. No Facebook, no social, no web. Nessun cinguettio. Per quanto tempo? La stima è che per rimettere in piedi la rete europea servono da un minimo di sette al massimo di quindici giorni.

Si consiglia di prepararsi per tempo seguendo un corso di pronto soccorso, prevedere un punto di incontro per familiari e amici se il black-out non permette di comunicare, distribuire compiti e responsabilità fra vicini per gestire al meglio le risorse disponibili (aspetto positivo: sospensione delle liti condominiali?).Nessuno sa esattamente quali saranno le conseguenze di un black-out europeo. Di sicuro non si riuscirà a tornare alla normalità in modo rapido. Si deve prevenire per quanto possibile e prepararsi a gestire la crisi.

Ovviamente stanno già rumoreggiando i complottisti anonimi: “Si tratta di azione concertata dai poteri forti per convincere le masse della bontà della costruzione di impianti nucleari…”; “Per evitare di rispondere alle critiche sull’efficacia del green-pass e dei vaccini, per sostenere la menzogna dell’esistenza di un virus Covid, i digerati, i digitati, le cavallette di Sion, i marinai della Potëmkin, o chi per loro, stanno pianificando l’interruzione programmata del sistema di distribuzione elettrica”; “Si tratta di una strategia di diversione finalizzata all’interruzione del sistema economico-finanziario mondiale per permettere ai rettiliani di prendere il controllo del mondo…”.

Siamo spiacenti di informare che un black-out su scala europea – o nord-americana, perché non sono messi molto meglio di noi – è un evento possibile, basato su solide basi statistiche e di probabilità, funzioni dell’architettura e della complessità del sistema che è stato messo in posto negli anni, delle decisioni molto spesso politiche e non tecniche che sono state assunte.

Il poter finire tutti al buio per un paio di settimane non è una previsione, una divinazione, il risultato di complicati calcoli astrologici o altre tecniche di divinazione, bensì semplice evidenza sperimentale. Dati i consumi, la tipologia delle capacità installate, i sistemi di riserva, le scorte di combustibili, il possibile andamento climatico della prossima stagione invernale, i conti non tornano e, se spingendo i dati un po’ di qua e un po’ di là, li facciamo tornare, il margine è così sottile da non tranquillizzare nessuno.
Dovesse accadere prendete nota che non sono stato io, non ho predetto nulla, anche perché non scrivo quartine, non mi interessano le frattaglie animali o i fondi di tazze di thè e non frequento Cuma e nemmeno Delfi. Meditate gente, meditate, e non dimenticate di fare scorta di coperte calde. Si è dimenticato di citarle.

Torniamo al 2012, torniamo alle profezie di allora, di Paolo Franceschetti, gran parte di esse oggi irreperibili sul web…si faceva evidentemente avvertire la paura del “grande black out” il quale, nel luglio di quell’anno, come si seppe solo in seguito, fu un’eventualità tutt’altro che remota, tutt’altro che favoleggiata solo da complottisti o fuori di testa:
La tempesta solare perfetta (che mancò la Terra)
https://www.lescienze.it/news/2014/03/19/news/tempesta_solare_magnetica_perfetta_espulsioni_plasma_corona_sole-2055531/

La super tempesta solare del 2012 così come l’evento di Carrington. La NASA: siamo stati fortunati
https://www.meteoweb.eu/2014/07/super-tempesta-solare-2012-come-levento-carrington-nasa-fortunati/305914/

Tempesta solare: nel 2012 avrebbe potuto distruggere la Terra
https://www.nextme.it/scienza/universo/sistema-solare/8107-tempesta-solare-2012-distruggere-terra
Etc, etc…

 

Nel seguente aggiornamento che Franceschetti postò nel 2012, l’avvocato-complottista-astrologo presenta uno strano testo di Umberto Eco che il famosissimo semiologo e romanziere italiano fece pubblicare dal settimanale “L’espresso” nel 2003 [vi ricorda qualcosa quest anno?] e che, presentato nella sua rubrica “La bustina di Minerva”, venne poi raccolto nel volume “A passo di gambero.” L’atmosfera di quel raccontino è del tutto in linea con l’idea di un “reset di tutte le cose”, un “nuovo inizio”, uno “staccare la spina dopo così tanto tempo in cui non veniva staccata”, un’ “interruzione dall’ipnosi dei gadget multimediali”, che di certo ha raggiunto livelli d’intensità maggiore adesso rispetto al 2003.

Certo, lo scenario del testo è immensamente più grave e radicale rispetto a quello che finora abbiamo tratteggiato, e Umberto Eco, lo noto leggendo, a questa sua fantasticheria fanta-apocalittica, vi mescola arbitrariamente dei suoi ricordi risalenti a quella seconda guerra mondiale da lui vissuta quando era bambino.

https://forum.comedonchisciotte.org/opinioni/franceschetti-sul-black-out-globale-prossimo-venturo/

Come ho detto nella conferenze e in alcuni articoli, pare si prepari un black out globale, di proporzioni mondiali, che toglierà la luce elettrica per settimane in tutto il globo.
http://paolofranceschetti.com/?p=655 (se ci cliccate sopra finite su uno spazio web vuoto)
I segnali erano diversi e inquietanti.
Attualmente poi ne iniziano a parlare quotidiani come Repubblica e il Sole 24 ore. E già nel 2003 era comparso questo inquietante articolo di Umberto Eco, su L’espresso, segnalatoci da un lettore. Ve lo propongo perché, casualmente, dice le stesse cose che diciamo noi su questo blog da tempo, prospettando scenari possibili, ma anche le soluzioni:

Sogno che dopo un Black Out mondiale si scateni una guerra planetaria

Ho sognato l’Apocalisse.
Quando qualcuno dice “io sogno che…” oppure “ho fatto un sogno”, s’intende di solito che in quel sogno si siano materializzati, o svelati, i suoi desideri. Ma un sogno può anche essere un incubo, in cui si annuncia ciò che non si desidera affatto, oppure un sogno divinatore, che richiede l’intervento dell’interprete autorizzato, il quale ci dica che cosa esso annunciava, prometteva o minacciava. Di questa terza natura è il mio sogno, e lo racconto così come lo sogno, senza chiedermi in anticipo se corrisponda ai miei desideri o alle mie paure.

Sogno dunque che dopo un ‘black out’ globale, che immobilizza l’intero mondo civile, nella ricerca folle delle responsabilità, e nel tentativo di reagire a una minaccia, si scateni una bella guerra planetaria. Ma di quelle coi fiocchi, non un incidente marginale come la seconda guerra mondiale, che ha fatto solo cinquanta milioni di morti. Una guerra vera, di quelle che la tecnica ci consente oggi di fare, con intere aree del pianeta desertificate dalle radiazioni, con almeno la metà della popolazione mondiale che scompare, per fuoco amico, fame, pestilenze, insomma una cosa per bene, fatta da generali competenti e responsabili, all’altezza dei tempi. Naturalmente (si è egoisti anche nei sogni) sogno che io, i miei cari, i miei amici, viviamo in una zona del pianeta (possibilmente la nostra) in cui le cose non siano andate del tutto in modo disperato.

Naturalmente, non avremo più comunicazioni televisive, per non parlare d’Internet, visto che anche le linee telefoniche saranno ormai andate in tilt. Sopravviverà qualche comunicazione radio, usando vecchi apparecchi a galena. Non ci saranno più le linee elettriche, ma rabberciando alla buona alcuni pannelli solari, specie nelle case di campagna, si potrà avere qualche ora di luce, e per il resto si andrà a borsa nera per alimentare dei lumi a petrolio, tanto nessuno starà ancora a raffinare benzina per macchine che, se ancora esistono, non hanno più strade dove correre. Al massimo qualche camioncino, e per il resto carretti e calessi trainati da cavalli. A questa luce scarsa, e possibilmente accanto a un caminetto alimentato con parsimonia disboscando di qua e di là, di sera, ai miei nipoti, ormai privi della televisione, potrò leggere vecchi libri di fiabe ritrovati in solaio, o raccontare di come fosse il mondo prima della guerra.

A una cert’ora ci accucceremo davanti alla radio e capteremo alcune trasmissioni lontane, che ci informano su come stanno andando le cose, e ci avvertono se si addensano pericoli nella nostra area. Ma per comunicare si saranno anche riaddestrati colombi viaggiatori, e sarà bello staccare dalla loro zampetta l’ultimo messaggio in arrivo, che ci dice che la zia ha la sciatica ma tutto sommato continua a campare, o trovare il quotidiano di ieri in ciclostile. Può darsi che, se ci siamo rifugiati in campagna, nel paesino abbiano tenuto in piedi una scuola, e in tal caso darei il mio contributo, insegnando grammatica o storia – non geografia, perché i territori saranno nel frattempo così mutati che parlare di geografia sarebbe lo stesso che parlare di storia antica. Se poi la scuola non ci fosse, radunerei i nipoti e i loro amici e farei scuola in casa, prima le aste, per addestrargli il polso, e non solo alla scrittura, ma ai molti lavori manuali che dovranno fare, e poi via via, se ci fossero ragazzi più grandi potrei fare anche delle buone lezioni di filosofia. Può darsi che per i ragazzi rimanga il cortile della parrocchia, dove sarà sopravvissuto un campetto di calcio (e si potrà giocare anche con una palla di stracci), forse sarà stato ricuperato dalla cantina un vecchio calciobalilla e il parroco avrà fatto costruire dal falegname un ping pong, che i giovani scopriranno più appassionante e creativo dei videogiochi di un tempo.

Si mangerà molta verdura, se la zona non sarà ancora radioattivizzata, e saranno buone le ortiche cotte, che sembrano spinaci. Siccome si moltiplicano per vocazione, non mancheranno dei conigli, e forse ci sarà un pollo di domenica, alla più piccola il petto, al più grande la coscia, l’ala al papà, l’anca alla mamma, e per la nonna che è di bocca buona il collo, la testa e il portacoda, che nei polli ruspanti è il più saporito. Si riscoprirà il piacere delle passeggiate a piedi, il tepore dei vecchi giacconi fuori moda, e dei guanti di lana, con cui si può anche giocare a palle di neve. Non dovrebbe mancare il vecchio medico condotto, capace di mettere insieme qualche riserva di aspirina e di chinino. Si sa, senza più le camere iperbariche, le tac e le ecografie, la vita umana tornerà su una media di sessant’anni, ma non sarà male, calcolando la lunghezza della vita media in altre zone del globo. Rifioriranno sulle colline i mulini a vento. Davanti alle loro grandi braccia i vecchi racconteranno la storia di don Chisciotte, e i piccoli scopriranno che è bellissima. Si farà musica, e tutti impareranno a suonare qualche vecchio strumento ritrovato, per male che vada con un coltellino e una canna si possono fare intere orchestrine di flauti, alla domenica si danzerà sull’aia, e forse qualche fisarmonicista sopravvissuto suonerà la Migliavacca.

Nei bar e nelle osterie si giocherà a briscola, bevendo spuma e vino giovane. Circolerà di nuovo lo scemo del paese, costretto ad abbandonare la vita politica. I giovani demotivati si consoleranno aspirando vapori di camomilla con un asciugamano sulla testa, e diranno che è uno sballo. Riprenderanno fiato, a mezza montagna, molti animali, tassi, faine, volpi, e lepri a non finire, e anche gli animalisti accetteranno di andare talora a caccia per procurarsi cibo proteinico, con vecchie doppiette se ci sono, con archi e frecce in ogni caso, e vibratili cerbottane. Nella notte, a valle, si udranno abbaiare i cani, ben nutriti e tenuti in gran conto, perché si sarà scoperto che sostituiscono a poco prezzo sofisticati sistemi elettronici d’allarme. Nessuno li abbandonerà più sull’autostrada, sia perché avranno acquistato un valore commerciale, sia perché non ci sono più le autostrade, sia perché se anche ci fossero nessuno le prenderebbe più, perché arriverebbe troppo in fretta in zone che sarà meglio evitare, ‘ubi sunt leones’.

Rifiorirà la lettura, perché i libri, tranne casi di incendio, sopravvivono a molti disastri, saranno ritrovati in stanzoni abbandonati, sottratti alle grandi biblioteche cittadine andate in rovina, circoleranno per prestito, verranno regalati a Natale, ci terranno compagnia nei lunghi inverni e persino d’estate, quando faremo i nostri bisogni sotto un albero. Pur udendo dalla radio a galena voci inquietanti, sperando di farla franca, ringraziando il cielo ogni mattina perché siamo ancora vivi e il sole risplende, i più poetici tra di noi inizieranno a dire che, tutto sommato, sta rinascendo un’età dell’oro. Calcolando che questi rinnovati piaceri dovrebbero essere pagati con almeno tre miliardi di morti, la scomparsa delle piramidi e di San Pietro, del Louvre e del Big Ben (New York nemmeno a parlarne, sarà tutto Bronx), e che dovrò fumare paglia, se non sarò riuscito almeno a perdere il vizio, mi sveglio dal mio sogno con molta inquietudine e – dico la verità – spero che non si avveri.

Ma sono andato da uno che pratica la mantica e sa persino leggere le viscere degli animali e il volo degli uccelli, e costui mi ha detto che il mio sogno non annuncia soltanto qualcosa di orrendo: suggerisce anche come quell’orrore potrebbe essere evitato se riuscissimo a contenere i nostri consumi, astenerci dalla violenza, non eccitandosi neppure troppo a quella altrui, e riassaporare ogni tanto gli antichi riti e i desueti costumi – perché dopotutto anche oggi si può spegnere il computer e il televisore e – invece di partire in volo charter per le Maldive – raccontare qualcosa accanto al fuoco, basta averne la voglia.
Ma, ha aggiunto il mio oniromante, proprio questo è un sogno, che si abbia il coraggio di fermarci un momento per evitare che di sogni si avveri l’altro. E quindi, ha aggiunto l’oniromante, che è saggio ma stizzoso come tutti i profeti a cui nessuno dà retta, andate un poco a farvi fot…e tutti quanti, perché è anche colpa vostra.

Possiamo dire che Umberto Eco, nel testo che abbiamo appena presentato, è riuscito a farci comunque evocare certe cose che sarebbero probabilmente presenti in una realtà la quale, a causa della mancanza dell’iper-tecnologia ovunque, farebbe riemergere comportamenti e interessi umani che la computerizzazione portata agli estremi e l’ipnosi della multimedialità 24/7 aveva fatto dimenticare e fatto diventare desueti.
Se, secondo quelle previsioni che abbiamo visto, l’interruzione di energia elettrica su grande scala, dovesse durare al massimo sette, quattordici giorni – a dir davvero tanto un mese – forse non ci sarebbe nemmeno il tempo di abituarcisi ma, anche solo durasse qualche giorno e nel frattempo ci fossero spesso certe nottate invernali limpidissime, la visione della volta celeste stellata non disturbata da nessun tipo di inquinamento luminoso, potrebbe attirare quei tanti che, soprattutto tra quelli nati negli ultimi decenni, uno spettacolo così nel cielo non l’avevano mai visto in vita loro nelle città.
Non sapendo che altro fare nelle prime ore della notte, anche solo per un periodo di tempo non lunghissimo, in una realtà in cui è venuta a mancare del tutto l’energia elettrica, molti – soprattutto i cosiddetti “alternativi” ma non solo – potrebbero aggregarsi a osservare i cieli notturni che, soprattutto nelle zone molto urbanizzate, da tempi immemorabili non avevano avuto più modo di far vedere degli astri così ben visibili!

Concludo questo lungo post, sperando abbiate avuto la pazienza di seguirlo da cima a fondo, aggiungendo una MORALE (?), diciamo così, come alla fine di una fiaba e, infatti, molto recentemente, il 21 dicembre passato, mi sono imbattuto nella seguente storiella, scritta su pannelli su una stradina vicino ai boschi, per invogliare i più piccoli al rispetto della natura: avendo già in testa di postare questo post, mi ha fatto un certo effetto leggerla:

In un luogo molto, molto lontano e circondato dalla natura, due proprietari terrieri di nome Dorothy e Riccardo volevano costruire nuove fabbriche e così iniziarono a disboscare il bosco.
In quel bosco però vivevano il Mago della Natura e la Strega Ghignetta che, preoccupati per la salute delle piante e degli animali che abitavano il bosco, decisero di trasformare Riccardo in un tasso e Dorothy in un capriolo per fargli smettere di distruggere la natura circostante.
Dorothy e Riccardo così trasformati, dentro quei nuovi corpi si sentivano un po’ strani, tuttavia provarono ad adattarsi e a cercare cibo e rifugio nel bosco.
Stanchi e affamati, dopo alcuni giorni decisero di andare a cercare il Mago e la Strega per supplicarli e convincerli a farli tornare umani.
Così si misero in viaggio. Lungo il tragitto, quasi nascosta da un arbusto d’alloro trovarono una volpe ferita, era stata investita da un camion diretto al cantiere della nuova fabbrica in costruzione.
Il tasso e il capriolo la soccorsero, le procurarono acqua e cibo e la curarono con un infuso di bacche di sambuco e foglie di nocciolo.
Una volta guarita la volpe, che voleva sdebitarsi coi suoi nuovi e gentili amici, si offrì di aiutarli a cercare il nascondiglio segreto e per farlo chiese aiuto al suo fidato compagno, il cinghiale grufolante.
Il cinghiale non sapeva dove si trovasse il rifugio ma conosceva qualcuno che poteva saperlo: il saggio gufo, lui di solito era informato di tutti i fatti che accadevano nel bosco.
Il gufo abitava in cima a un’altissima montagna , protetto tra i rami di un’antica roverella.

Il viaggio per raggiungerlo fu lungo e faticoso, pieno d’imprevisti ma grazie alle capacità di ognuno e al lavoro di squadra, gli animali riuscirono a raggiungere la cima.
Giunti a destinazione, dopo essersi rifocillati con un’abbondante scorpacciata di ciliegie e fichi, incontrarono il saggio gufo, che in effetti conosceva il luogo dove abitavano il Mago e la Strega, ma lo avrebbe rivelato solo se avessero prima superato una prova: il tasso e il capriolo dovevano salvare il nido dell’aquila che si trovava in pericolo.
Il capriolo e il tasso passarono tutta la notte a parlare e studiare un piano e il giorno dopo, di buon mattino, partirono alla ricerca del nido.
Nessuno sa veramente cosa combinarono, ma tornarono poco prima del tramonto, portando tra le zampe le uova di aquila intatte.
La prova era stata superata brillantemente!!!
Il gufo sorrise e rivelò la sua vera identità: era lui il Mago della Natura e l’aquila era la Strega Ghignetta!
Durante il tempo trascorso nei panni di un tasso e di un capriolo, Dorothy e Riccardo avevano capito l’importanza della natura e della sua tutela.
Supplicarono il Mago e la Strega di farli tornare umani e promisero in cambio di non costruire più fabbriche.
I due, finalmente umani, decisero di costruire al posto della fabbrica un’oasi protetta per animali e piante, dove pian piano arrivarono abitanti da tutto il bosco.
Gli animali, le piante e gli umani vissero così felici e contenti senza più fabbriche!!!





Tachipirina e vigile attesa

20 12 2021

Ultimamente ho avuto una sorta di blocco creativo che ha coinvolto questo blog, la scrittura in generale e, mi duole ammetterlo, un po’ tutto il resto della mia vita. Ho fatto qualche tentativo per sbloccarmi ma si è trattato di un qualcosa di forzato e innaturale.
Forse dovrei rileggere “On Writing” di Stephen King. Da quel che ricordo, King diceva che le migliori condizioni per scrivere sono la placida tranquillità oppure, al contrario, l’angosciosa preoccupazione: in quest’ultimo caso scrivere assume allora una valenza di “fuga” e l’attività può dipanarsi in modo incredibilmente fluido. In effetti in passato, quando avevo lo stimolo a scrivere, ho trascorso momenti di viva preoccupazione. Adesso sembra che questa preoccupazione si sia un po’ dissolta ma la vera tranquillità purtroppo latita ancora.
Difficile e pericoloso è utilizzare le sensazioni personali come metro di analisi e decodifica per le sensazioni sociali o, addirittura, “lo spirito dei tempi”. Però, il più delle volte, solo queste abbiamo: le nostre sensazioni. A posteriori funzionano tutte come premonizioni ma prima sono simili a biglietti della lotteria e per giunta, come scriveva qualcuno che non ricordo, una lotteria dai premi per lo più insignificanti.
Così mi è venuta l’idea di provare a descrivere, se non lo spirito dei tempi, per lo meno le sensazioni generali che si respirano in questo preciso momento storico. Non in modo obiettivo ma come riflesso delle mie sensazioni personali, maturate in modo incoerente nel poliedrico mare della società delle informazioni veicolata da internet.
Mi sono quindi chiesto: qual è la sensazione principale che più ha elementi in comune con la situazione generale?
Mi sono risposto: l’attesa.
E ho pensato: questo è un ottimo argomento per questo blog. Cos’è questo blog se non un blog sull’attesa?

SLOGAN PANDEMICI

Lo slogan che dà il titolo a questo post era l’indicazione per il protocollo di cura casalingo in caso di Covid. Lo scelgo un po’ provocatoriamente perché poi, si è scoperto (come? dove? da chi?) che era un protocollo sbagliato e che, anziché la Tachipirina, erano necessari altri farmaci con funzione antiinfiammatoria. La provocazione sta nell’idea che forse anche noi stiamo sbagliando “cosa” abbinare alla “vigile attesa”. Ma la “vigile attesa” è, in effetti, l’unico elemento da cui non possiamo prescindere anche oggi che cominciamo a parlare del dopo-Covid.
Ma cos’è più nello specifico questa sensazione? Cosa vuol dire attesa?
L’attesa è una situazione paralizzante nella quale non si riesce a far altro che aspettare un evento decisivo. Sia esso bello o brutto, desiderato o temuto, l’evento oggetto dell’attesa è un qualcosa che non possiamo ignorare, un po’ come risulta difficile dormire o mangiare sapendo che tra un’ora ci aspetta un’esecuzione capitale o come quando attendiamo il passaggio dell’ultima perturbazione prima di partire per le vacanze. Come quando diciamo a noi stessi: vediamo come va dopo che è successo quel che deve succedere e poi, con la situazione ormai stravolta, ripartiamo analizzando i nuovi e mutati punti fermi.
“Aspettando Godot”? Massì, togliamoci subito di mezzo la citazione…

L’ESCHATON

Questo blog, riprendendo le teorie di Terence McKenna ha atteso per anni l’Eschaton, l’evento che segna il prima e il dopo. Non conosco ovviamente a priori la natura dell’evento ma so fin troppo bene che potrebbe contribuire a perpetuare il classico discorso di apocalissi ingannevoli, divenendo un “mille non più mille” aggiornato periodicamente, l’attesa di un messia ebraico, il giorno del giudizio che tarda a venire e che, invariabilmente, cicca tutti gli appuntamenti che noi umani abbiamo con tanta cura confezionato. Oggi Nostradamus non è più alla moda e Malachia ha passato il suo momento di gloria.
Però questa attesa spasmodica io la respiro e l’accelerazione a spirale del tempo è una sensazione che ho percepito molto prima di incappare in questo blog.
Nella mia vita l’attesa è cominciata quasi in sordina ma è rimasta latente, quasi come in certe epoche storiche in cui l’evento X lungamente atteso s’era allontanato dalla nostra testa, dando all’uomo il via libera per pensare ad altro. Ad esempio il Rinascimento è il classico esempio, nella narrazione storiografica, di epoca spensierata e intellettualmente stimolante.
Inutile che vi citi Fukuyama, destinato ad essere perculato a vita per il suo discorso sulla fine della Storia, un po’ come quel fisico che agli inizi del 1900 aveva detto che ormai avevamo scoperto un po’ tutto quello che c’era da scoprire. Ogni volta che qualcuno dice “Ora stiamo tranquilli” succede il finimondo, riemerge un problema insormontabile e torna, implacabile, l’idea dell’attesa.

QUANDO E’ COMINCIATA L’ATTESA

Non c’è dubbio che l’attesa comincia quando appaiono i problemi, le questioni irrisolte. E’ come in un giallo: c’è l’omicidio e il giallo non può concludersi senza scoprire esattamente com’è andata e chi è l’assassino. Nella mente umana c’è un’idea di coerenza a cui non sappiamo e non vogliamo rinunciare. Cosa sono tutti i romanzi se non tentativi di ordinare la realtà, di capirla, di “chiudere la questione”?
Immagino che molte persone del passato si siano trovate di fronte a questioni storiche irrisolte. Suppongo che molti si siano detti: “Così non può più andare avanti!”. E’ naturale e molte di quelle persone oggi sono morte. In effetti avevano tutte ragione perché la situazione non è mai stata stabile, imperi sono sorti e caduti, vincitori e vinti si sono avvicendati, dei e cieli antichi sono stati sostituiti da dei e cieli nuovi.
Cos’è però che oggi rende pressante il senso di attesa? Quando possiamo pensare che questa specifica attesa abbia avuto inizio?
Non c’è dubbio che l’età anagrafica collochi questa attesa ora prima, ora dopo, nella linea del tempo.
Molti considerano come spartiacque l’11 settembre 2001 e probabilmente a ragione.
Un paio di giorni prima avevo sognato di aggirarmi per enorme palazzo con una ragazza finché qualcuno non mi aveva detto che si trattava di una ragazza robot esplosiva. All’inizio avevo pensato si trattasse di un meccanismo psicanalitico di censura ma a posteriori credo sia stato qualcosa di diverso. Anche il senso di necessità di trascrivere il sogno sul diario e la sensazione spiacevole connessa…
Per molti l’11 settembre 2001 è stato il classico problema irrisolto: talmente tante sono state le cose strane nella narrazione ufficiale che cominciare con l’analizzarle condurrebbe dritti dritti verso il complottismo che, pur non potendosi escludere come atteggiamento utile a decodificare la realtà, non è il tema di questo blog.
Per questo vorrei parlare di un anno a caso: il 2008.

INIZI DI COUNTDOWN

Per me il 2008 è un anno che ha modificato molte cose. Ha determinato il ciclo di vita in cui sono immerso ancora oggi. Non è il caso di parlare di me in modo specifico ma voglio partire da una sensazione personale: nel 2008 non mi è successo nulla di particolare ma le cose hanno cominciato a complicarsi dopo che nel 2007 sembrava potessero prendere tutta un’altra direzione.
E a livello generale?
Vi invito a vedere un film del 2008. Uno qualsiasi. Magari anche uno italiano. Che so: “La fidanzata di papà” con Massimo Boldi. Sembra passato un secolo, forse perché allora non c’erano ancora i social e gli smartphone. Ma sono 13 anni.
A livello economico, c’è stata una cosa chiamata crisi dei sub-prime. Il sistema finanziario ha rischiato di collassare come nel 1929 ma non l’ha fatto grazie a pesanti iniezioni di soldi delle Banche Centrali creati da zero (i cosiddetti Quantitative Easing) e grazie all’artificioso taglio dei tassi di interesse che sono sempre più scesi in un curioso countdown che, a colpi di mezzo punto percentuale, li ha portati allo zero e sotto lo zero. Qual è il problema? Il problema è che è come calciare un barattolo in avanti prendendo tempo. Il problema è che c’è l’implicita ammissione che non è possibile andare avanti all’infinito, che manca l’equilibrio, l’omeostasi. Sui blog degli economisti della scuola austriaca tutti aspettano il loro personale Eschaton, cioè il collasso dell’Economia Fiat (ovvero del denaro creato a volontà dalle Banche Centrali). Non entro nel merito nè li supporto ma è solo uno dei tanti esempi di countdown che si sono innestati quasi naturalmente ma in modo sempre più pressante: il confronto con la potenza cinese, la disoccupazione fuori controllo, l’emergenza climatica, la dissoluzione morale dei giovani della movida, lo svuotamento delle chiese, l’insostenibilità economica di tante attività che solo anni prima erano sostenibili, i divorzi rampanti, i cali delle nascite e, nel piccolo, le edicole chiuse il pomeriggio. Forse non tutto è preoccupante, magari è solo l’allarmismo dei media, ma il senso di urgenza invade la nostra vita.
E poiché è poco quel che sembra possiamo fare singolarmente, il senso di urgenza o di emergenza si trasforma inevitabilmente in senso di attesa. Anche chi forse potrebbe fare qualcosa prende tempo: “quando la crisi passerà…” viene ripetuto da tanti anni.
Forse è il momento di ammettere (e molti sembrano averlo fatto) che abbiamo creato la nostra attuale società e le nostre strutture mentali e la nostra idea di convivenza su presupposti troppo specifici e particolari, su idee che oggi non valgono più. Ma siccome non riusciamo a fermare il treno, aspettiamo che finisca la benzina o arrivi lo schianto.
Questa è la mia sensazione. E’ quella di molti altri?
Magari molti di voi hanno in testa un altro anno che ha incrementato la consapevolezza dell’attesa. E magari hanno considerazioni diverse sulle mie, meno basate su generiche senzazioni e considerazioni socio-economiche e più fondate sullo sfuggente e a tratti ingannevole “linguaggio del crepuscolo”.

COME INGANNARE L’ATTESA

Osservo gli altri. Molti aumentano i propri sforzi. E’ esattamente la definizione di fanatismo: aumentare gli sforzi quando peggiorano i risultati. Vedi fantomatici gruppi finanziari che acquistano squadre di calcio e poi falliscono. Vedi politici che sfruttano la pandemia per guadagnare coi prodotti ad essa collegati. Vedi imprenditori che si drogano e si buttano sul sesso estremo prima d’essere arrestati per aver calcato troppo la mano.
Poi ci sono quelli che stanno fermi e aspettano in “vigile attesa”.
Ecco, sono uno di questi e non so se è l’atteggiamento giusto. Forse nella vita bisognerebbe andare avanti e avanti e avanti ma ho questa idea di qualcosa in arrivo, qualcosa che ci riguarda tutti.
Qualcosa che ci salvi, magari.
Come quando chiedevano a Dylan Dog se credeva nel paranormale e lui rispondeva: diciamo che ci spero.
Credi nell’Eschaton? Ecco, diciamo che ci spero.





Testimoniare fuori tempo massimo (Walter Siti nel 2019)

6 08 2021

Inizio questo testo ricordando la sensazione di disagio nel vedere, dentro a quello studio televisivo, dentro a uno di quei “talk show”, che l’unico individuo a non avere una faccia da culo era Walter Siti.
Gli altri invitati: avevano in faccia ciò che ora mi viene di definire “pragmatismo cinico-nichilista”.
Volevo scriverlo come commento, ma poi ho pensato fosse meglio di no.

Al di là di questo, quella conferenza del professor Siti alla cattedra, invitato da un’allieva se ho capito bene, è riuscita a mettermi in crisi.

Come al solito, i grandi nomi della letteratura mi mettono a disagio, soprattutto se vengono citati con nonchalance, quindi quelle loro citazioni non mi vedono coinvolto. So che Dostoevskji non l’ho mai letto e non lo leggerò mai. Eppure non mi sento affatto un barbaro ignorante anche se, sapendo ciò che non ho mai letto e non leggerò mai, qualcuno potrebbe giudicarmi come tale.

Poteva anche essere un obiettivo di quella conferenza quello di mettere in crisi. Nonostante le mie idiosincrasie verso la grande letteratura, coi suoi ‘nomi storici’ (e quindi il non riuscire proprio a essere in sintonia con il background culturale di Walter Siti), i suoi timori, nella seconda parte della sua prolusione, erano anche i miei.
Le sue critiche – più o meno velate – all’ “industria delle lettere” attuale erano anche le mie.

Però, ecco, una cosa su cui il professore non si è soffermato (forse perché non c’era tempo a disposizione?) è il fatto che, lo si voglia o no, il pensiero reticolare iper-testuale ha scompaginato tutto, così com’era ben annunciato, per dire, nel 1993-1994, quando – liceale da strapazzo ancora più sprovveduto e inadeguato di quanto (non) lo sia adesso – avevo timore di quelle cose là che ho detto prima, le quali si sarebbero dispiegate sempre di più nel trentennio successivo.
E tutte le piccinerie delle case editrici (nonostante “volessero fare le cose in grande”), da allora in poi, ci sono state perché, mi viene da dire ora, si sono accoppiate due dinamiche: le leggi del mercato e del marketing (il “far quadrare i conti”, il “far fruttare il capitale investito dagli azionisti”) e la scimmiottatura della storia letteraria del passato.
Anzi, più che della storia letteraria del passato, delle PRATICHE e dei MEZZI della storia letteraria del passato (recente, naturalmente.) Quindi l’IPO-TESTO su carta, con nome dell’autore e titolo. Inserito in una ben determinata Storia da tutti condivisa.
Va dunque distinta l’ALIENAZIONE generata dai paletti messi dalle leggi di marketing per ostacolare la creatività anarchica dalla fissazione con la letteratura del passato, fatta di ipo-testi non multimediali, inscritta in un discorso storico.

La letteratura che ha in mente il prof. Walter Siti, quella tradizionale, è, si libera, ambigua e fatta per non arruffianarsi il pubblico utilizzando le strategie e le tattiche di marketing delle case editrici guidate dagli editor, però, nello stesso momento, come ho detto, è indubbio che Siti la veda come IPO-TESTO, come HORTUS CONCLUSUS, agganciato alla storia della letteratura precedente.
Anche le migliaia e migliaia e migliaia di pagine del (citato in casi come questi) Marcel Proust, sono comunque un ipo-testo e non un iper-testo.

Se si abbatte in qualche modo l’alienazione dovuta alla prigione delle leggi del mercato capitalista e del marketing correlato, penso si sia risolto praticamente tutto ciò che riguarda la mancanza di libera creatività anarchica nell’arte, nella letteratura, nel cinema e persino nello sport e nei videogiochi.





Il caos magico di TODO MODO (10 anni esatti dopo “Obama Biden 1 – Osama Bin Laden 0)

11 05 2021

Perciò, dove voglio arrivare? Credo che tutto quanto sia inter-connesso e se  prendiamo un dato sistema di informazioni-intrattenimento e lo guardiamo in maniera veramente approfondita, a un certo punto vedremo apparire dei patterns, degli schemi. È così che cerco di usare soprattutto la cultura pop e i film. Così come un mistico interpreterebbe la vostra carta natale, le carte dei tarocchi o i sogni, sto cercando di usare ciò che vedo sui mass media come una sfera di cristallo per rintracciare patterns rilevanti che fanno emergere possibili realtà sconosciute dalla trance della realtà consensuale ordinaria. Gli artisti proiettano i loro desideri e i desideri della società nei libri e film che realizzano e noi stabiliamo la validità delle loro idee con la forza delle nostre convinzioni collettive, le quali si traducono in ciò che ci piace pensare come “realtà concreta condivisa.” Credo che possiamo leggere le sceneggiature cogliendovi possibilità imminenti le quali potrebbero derivare dalla spinta di una volontà collettiva di cui normalmente non siamo affatto coscienti. Un’altra possibilità è che possiamo scoprire verità nascoste le quali sono state soppresse e riescono a trovare espressione nell’oceano creativo inter-connesso sbloccato sempre più ogni giorno da tecnologie come Internet. La maggior parte del mio lavoro è stato possibile solo negli ultimi mesi poiché internet collega sempre più tutto a tutto (essendo Youtube, Wikipedia, Blogging, Imdb, Google, ecc. i miei strumenti magici appena scoperti per trovare connessioni) con velocità crescente man mano che ci si avvicina al 2012.
Jake Kotze, 20 ottobre 2006

«Todo modo para buscar la voluntad divina.»
Sant’Ignazio da Loyola, fondatore dell’ordine dei gesuiti

«Forzai le mani (…) [dello scrittore Leonardo] Sciascia anche nel tono del film (…), e mi sembrò così, non soltanto di seguire [una sua indicazione] (…), ma di evocare quel clima di farsa nerissima che si respirava e si continua tuttora a respirare in Italia.»
Elio Petri

Sinossi ridotta all’osso del film Todo Modo di Elio Petri, uscito nell’aprile 1976, ottenibile come risultato su un motore di ricerca:
Per salvarsi da un’epidemia che incombe, alcune personalità di spicco della politica e dell’industria si ritirano in un luogo isolato al fine di sottoporsi a dei rigorosi esercizi spirituali.

Todo Modo si svolge in gran parte all’interno di un albergo sotterraneo catacombale di cemento e metallo, chiamato “Zafer” gestito da un inflessibile prete gesuita, don Gaetano. Quell’ambiente underground è decorato da statue religiose stilizzate dentro quei luoghi ctonii, sotto terra, che possono far venire in mente il cristianesimo arcaico all’epoca delle persecuzioni ma nello stesso tempo si tratta di luoghi post-moderni, sembrano quasi enormi parcheggi metropolitani o bunker post-atomici nello stile tipico della chiesa post-conciliare, in quell’inizio di seconda metà anni ’70: tempi che, nonostante in seguito sarebbero stati ricordati con nostalgia (poiché erano ancora presenti tutte quelle cose di cui nei decenni successivi se ne sarebbe sentito la mancanza), quando invece erano l’ oggi, quei tempi potevano essere vissuti con molta pesantezza, soprattutto in Italia ma non solo.

Dopo un trentennio di suo governo senza rivali in Italia, in quegli anni la Democrazia Cristiana, la “Diccì”, veniva vista in modo apocalitticamente drammatico, soprattutto sulle produzioni dei mass media meno allineate ai poteri istituzionali.

Nel film Todo Modo – tratto da una libera interpretazione dell’omonimo libro di Leonardo Sciascia – quanto detto sopra viene mostrato dal regista Elio Petri in senso onirico-grottesco, direi utilizzando non coscientemente una specie di “caos magico” (lo vedremo tra poco.) Gli uomini politici della D.C., il potere governativo allora trentennale in Italia, dal post-seconda guerra mondiale in poi, appaiono come quelle figure pesantissime quali erano in tutto e per tutto anche nella realtà “vera” al di fuori del film, con i loro occhiali, le borse, i portaborse, quegli abiti sempre scuri di ordinanza e rappresentanza assieme al loro modo di parlare impolverato di cultura classica-giuridica: sempre a mediare, a diplomatizzare tra pubblico e privato, tra civile e militare, tra laico e religioso, tra esoterico ed essoterico. In quei tempi, quegli uomini erano un po’ come il cosiddetto Politburo del Comitato centrale del PCUS – Wikipedia) nell’allora ancora esistente U.R.S.S.:, erano ieratici, eburnei e inaccessibili (soprattutto linguisticamente) dalle “persone normali”, nonostante ci si trovasse in una Repubblica dell’Occidente, seppure pesantemente condizionata da quegli U.S.A. e quella N.A.T.O. di cui la D.C. incarnava la colonna governativa in Italia.

In quell’albergo-bunker sotterraneo chiamato “Zafar” gli uomini della D.C. in blocco sono significativamente loro, e non quelli del P.C.I., a rifugiarsi lì dentro dall’epidemia in corso per compiere degli imponenti “esercizi spirituali” dentro un ambiente in cui sullo sfondo ci sono sculture che sembrerebbero fatte da uno di quegli artisti, come l’architetto Pier Luigi Nervi – Wikipedia, tipici della Chiesa post-modernista di quei tempi, circa un decennio dopo il Concilio Vaticano II: vediamo sugli sfondi quelle figure religiose bianche dalle forme stilizzate le quali mi ricordano straordinariamente certe sculture che conosco bene sulla superficie esterna in cemento della parrocchia post-conciliare post-moderna in cui si sposarono i miei un anno esatto prima dell’uscita del film!

Inoltre, la sagrestia e gli ambienti di ritrovo dietro e sotto la zona dell’altare di quella parrocchia, vi garantisco che, immaginandoli sotto un’illuminazione diversa e più cupa, quando ero bambino e li frequentavo, avrebbero suscitato un’atmosfera penso simile a quella degli interni dell’albergo-bunker del film…

Negli ultimi giorni ho cercato a più riprese di scrivere qualcosa al riguardo di Todo Modo sul blog, ma finora non c’ero ancora riuscito…temevo finisse per succedere, posso proprio dire, quasi esattamente come dieci anni fa spaccati, quando – dopo che in quel 1°maggio vi fu il processo sommario, la cattura e l’esecuzione di “colui che fece buttare giù le torri gemelle” – pur avendo in testa un post da fare al riguardo, non sarei mai riuscito a buttarlo giù, infatti e a metterlo sul blog, a up-loadarlo pensando di intitolare quel post mai fatto “Obama Biden 1 – Osama Bin Laden 0”!

Nella conclusione del film di Petri, dentro un parco in condizioni tali da sembrare di essere stato investito in pieno dalla Fine Dei Tempi (così come tra l’altro lo sarebbe stato, in un certo senso, di lì a poco il parco Lambro [vedere Festival del proletariato giovanile – Wikipedia edizione 1976]) dappertutto è disseminato, oltre che di uomini politici e dirigenti ammazzati, “di cose segrete venute alla luce” potremmo dire e, in sostanza, succede che, in quel parco, alla fine di una lunga pista di fogli di carta tra l’erba e gli alberi (documenti dentro archivi che avrebbero dovuto rimanere nascosti?!) Todo Modo si conclude col Presidente della D.C. (interpretato da Gian Maria Volonté) a cui viene “eseguita la sentenza” usando un’arma da fuoco, da parte di un personaggio anomalo e inclassificabile interpretato da quel Franco Citti che fu tra gli amici e attori preferiti di uno scrittore-regista, Pier Paolo Pasolini, il quale favoleggiò a proposito di un “processo giudiziario universale” che secondo lui si sarebbe dovuto svolgere un giorno o l’altro per alla fine condannare tutti gli uomini della Democrazia Cristiana, da lui visti come i responsabili del Male in Italia dal dopoguerra in poi.

Quel Pasolini che venne poi ucciso pochi mesi prima l’uscita nelle sale di Todo Modo dopo che venne distribuito un film da lui diretto, il suo ultimo, in cui l’indicibile del Potere sarebbe stato esposto allo sguardo del pubblico come probabilmente mai prima nella storia del cinema, come (forse) sarebbe riuscito soltanto al suo collega Stanley Kubrick nel 1998-1999, nel bel mezzo di quella fine anni Novanta dove sugli schermi apparvero diversi film (come abbiamo ricordato più volte nel blog) in cui veniva mostrata l’ “escatologia” forse prossima ventura, il cosiddetto “esaurimento della storia conosciuta”, cioè la scoperta scioccante che il proprio mondo sempre creduto tanto indiscutibilmente reale e concreto si trattava in realtà di un’illusione frutto di condizionamenti collettivi andati avanti per così tanto, tanto tempo (secoli o addirittura millenni) al punto da perderne la memoria e la coscienza. Kubrick morì dopo aver cercato di fare un film su qualcosa che avrebbe dovuto essere tenuto per sempre celato dietro le quinte, pena, appunto, la “fine del mondo.”

Sia per Kubrick che per Pasolini si trattò del loro ultimo film prima di morire. A Elio Petri andò diversamente, Todo Modo fu infatti il suo penultimo film.

Il personaggio del Presidente è apertamente calcato sulla figura di Aldo Moro (che, all’uscita del film, era a capo del governo da due anni), pur senza mai nominarlo direttamente; ma la fisicità, il modo di comportarsi e il ruolo rivestito non lasciano spazio a dubbi in merito.

Volonté per quest’interpretazione prese a studiare i comportamenti di Moro, i suoi discorsi, la sua mimica facciale e corporale, l’inflessione della sua voce, la sua vena conciliatrice. Petri ricordò che i primi due giorni delle riprese furono cestinati di comune accordo perché la somiglianza tra i due “era imbarazzante, prendeva alla bocca dello stomaco”, considerando che egli non doveva interpretare direttamente Moro, bensì fornirne una maschera, una caricatura, un simulacro. Anche perché, se il personaggio fosse stato esplicitamente Aldo Moro, il film non avrebbe mai potuto essere distribuito.

Http://it.wikipedia.org

Petri – che sarebbe morto ancora giovane dopo aver girato “Buone notizie”, il suo ultimo deprimente film – in quella metà anni Settanta, forse come trascinato dalla precognizione di un allora futuro prossimo maggiormente escatologico rispetto a quel presente, realizzò Todo Modo, volendo mettere una pietra tombale a quel cinema politico (da militanza, da comizio extraparlamentare) di cui diventò una specie di maestro nei tempi tumultuosamente di critica e azione politica generalizzata in Italia dopo il 1969 i quali già poco più di cinque anni dopo non ci sarebbero più potuti essere.

Leonardo Sciascia, lo scrittore del romanzo Todo Modo da cui fu molto liberamente tratta la sceneggiatura del film, disse che Petri, in un certo senso, riuscì a rappresentare sullo schermo cinematografico quel “processo universale” alla Democrazia Cristiana che il collega (di entrambi) Pasolini, come si è detto, avrebbe voluto un giorno vedere, così come scrisse su quel suo articolo giornalistico intitolato “Io so.”
Ma qui è in ballo qualcosa di più secondo noi, di molto di più: sia Pasolini che Petri (e anche Kubrick e altri?) attinsero a conoscenze “altre” di cui loro per primi non sospettavano minimamente e in essi avvenne un certo fenomeno per cui un certo sistema di potere occulto, un certo dominio occulto comprendente tutta la realtà da noi conosciuta, veniva da loro, per così dire, ridotto di dimensioni e minimizzato dalla dimensione metafisica-metastorica a quella politica e sociale: per esempio, nel caso di Pasolini, era la “Democrazia Cristiana” a essere colpevole del Male, nel caso di Kubrick le “congreghe di culti satanici” e sia Pasolini che Petri, negli stessi 1975-1976, fecero due film grotteschi i quali, proprio per via delle loro esagerazioni (somiglianti a una specie di delirio organizzato) si avvicinarono pericolosamente come mai prima al cinema al cuore spaventoso della Storia occidentale, finendo, a causa del loro talento senza freni, per diventare dei profeti senza volerlo e senza nemmeno saperlo; finora generalmente s’è tenuto a pensare che i testi profetici siano sempre i soliti famosi – da determinati libri dell’ Antico Testamento all’Apocalisse a Nostradamus, tutt’al più la Monaca di Dresda o il Ragno Nero – e si pensa di solito che i profeti siano sempre coscienti di esserlo, sappiano sempre bene di essere tali…ma le libere associazioni fantastiche di uno scrittore o di un cineasta (o, perché no, di un autore di videogiochi), se per un miracolo riescono a essere davvero libere, arrivano a sollevare per un attimo la tenda, il più delle volte senza nemmeno saperlo come si è ripetuto, dietro a cui si celano le cose che non sono ancora successe ma succederanno.

16 Ma questo è ciò che fu detto dal profeta Gioele: 17 “E avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che spanderò del mio Spirito sopra ogni carne; e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. 18 In quei giorni spanderò del mio Spirito sopra i miei servi e sopra le mie serve, e profetizzeranno. (Atti 2,16-21)

Per non incorrere in problemi di tipo censorio o denunce da parte degli ambienti istituzionali, Petri scelse dunque di utilizzare per Todo Modo un registro surreale-grottesco-metafisico-onirico e grazie a ciò plasmò il film generando quindi, secondo noi, una specie di “caos magico”: tradizionalmente con queste parole si intende un tipo di pratica della magia nera all’insegna del “nulla è vero, tutto è permesso” (espressione che ricorda personaggi come il mago nero Aleister Crowley) ma noi vogliamo invece intendere “caos magico”, senza intenderlo nella maniera corrente propria di certi circuiti esoterici e perciò senza utilizzare giudizi di valore negativi o positivi, lo intendiamo alla stregua di un tipo di azione precognitiva, in cui la deformazione nelle maniere più fantastiche della realtà presente – usando le associazioni mentali libere – porta a descrivere appunto nel presente ciò che succederà in un futuro più o meno prossimo, magari credendo di descrivere qualcosa d’ altro o non rendendosi conto di stare descrivendo nello stesso momento due o più cose che avverranno sì nel futuro ma distanti tra loro nel tempo e nello spazio quando invece – nella “visione” creativa – le si erano viste entrambe assieme: questa ultima cosa può essere significativa perché potrebbe voler dire che avvenimenti distanti tra loro nello spaziotempo della Storia, possiedono in realtà un senso intrinseco che li accomuna sebbene l’uno possa precedere l’altro di parecchi anni, decenni o persino secoli se non millenni.
Da un altro punto di vista, il futuro è già in nuce presente nel passato e in determinate condizioni di percezione lo si può già percepire anticipatamente prima della sua manifestazione concreta e tangibile, sebbene quasi sempre in maniera deformata e inesatta: questa è una considerazione a cui il ricercatore americano Eric Wargo e noi di questo blog siamo giunti indipendentemente gli uni dagli altri.

Vedere I principi della precognizione onirica (Eric Wargo) | Civiltà Scomparse – Il Punto Zero (wordpress.com)

Così Elio Petri – non rendendosi conto di star “profetizzando” – usando una sorta di “caos magico” come sfera di cristallo, è riuscito a vedere e mettere insieme l’epidemia coi vaccini obbligatori alla morte di Aldo Moro, ai drammi immensi della Chiesa dopo la morte di Paolo VI, fino a quei processi del “pool di Milano” (con Antonio Di Pietro e gli altri giudici) che anni e anni dopo avrebbero fustigato quella classe dirigente mostrata messa tutta “in lockdown” da Petri nel 1976: il “pool di Milano del 1992-1993” avrebbe portato nella realtà la fantasia di Pasolini del “processo universale alla classe politica”, però facendolo somigliare quasi a quello di un film trash di serie B, senza in fondo nulla di davvero metafisico o metastorico.

Concludiamo, ricordando altri due film di registi italiani che, secondo noi, possono ricollegarsi a Todo Modo (o, almeno ve li associamo mentalmente): uno è Il seme dell’uomo di Marco Ferreri, mi sembra del 1971, che fa vedere i tempi finali dopo lo sterminio della specie umana – in una maniera terribile perché si passa in poche decine di minuti dai supermercati con le canzoncine diffuse dalle radio e i telegiornali a una preistoria prossima ventura senza nome – in cui una coppia superstite cerca di far continuare a proseguire l’Homo Sapiens Sapiens appartandosi in una villa abbandonata su una spiaggia. In una scena allucinante di questo film, viene mostrata in tv la distruzione di Roma  con Paolo VI moribondo come ultimo papa portato via agonizzante in barella dal Vaticano ormai somigliante a un cratere.
L’altro film è Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada, di Lina Wertmüller, uscito nel 1983 in cui un importante uomo politico rimane bloccato dentro un’auto blu super blindata da cui, nonostante l’aiuto del resto dell’intera classe dirigente coadiuvata dai servizi d’intelligence, non potrà mai più uscire.

Vedere anche Civiltà Scomparse in pausa e avviso importante | Civiltà Scomparse – Il Punto Zero (wordpress.com)

Todo Modo: il significato simbolico del film-accusa di Elio Petri – Auralcrave





COME PREPARARSI AL MANIFESTARSI DELL’ ESCHATON – Omega Point estate 2021

3 05 2021

Nello schema di tempo a spirale del Timewave, attraversare epoche di tempo significa passare da un insieme di leggi che condizionano l’ esistenza ad un altro insieme radicalmente diverso di leggi. L’universo è visto come una serie di scompartimenti o epoche le cui leggi sono molto diverse l’una dall’altra, con transizioni da un’epoca ad un’altra che si verificano improvvisamente e inaspettatamente. 

CHE COS’E’ UN EVENTO DI MAGNITUDO ESCATOLOGICA

L’ Eschaton è un evento di una magnitudo superiore a qualsiasi cosa voi possiate pensare: pensate all’ emergere di una forma di linguaggio complesso in un mondo o civiltà che ne sono privi. Pensate quindi all’ invenzione della scrittura in un mondo che ne era privo. Pensate all’ invenzione della ruota in una civiltà che può spostarsi solo a piedi. Pensate all’ emergere del Cristianesimo e alle trasformazioni storiche che ha provocato. Pensate all’ invenzione del libro e della stampa in un mondo che ne era privo. Pensate all’ invenzione dell’ agricoltura e alle immense trasformazioni ambientali che ha provocato. Pensate alla scoperta dell’ America in un mondo che non conosceva altri continenti oltre a Europa e Asia. Pensate alle drammatiche trasformazioni culturali generate dalla Rivoluzione Industriale fin da metà ‘700 e capirete in parte l’ entità della TRANSIZIONE STORICA che ci aspetta di vivere nell’ estate del 2021.

Se la transizione sarà abbastanza netta ed estrema, ci troveremo quasi istantaneamente in un contesto globale completamente differente, al di là di ogni immaginazione. Se invece sarà un evento inizialmente intenso, ma graduale e progressivo, allora avremo modo di provare a gestire la situazione nei primi due mesi.

Ci sono TRE OPZIONI potenziali: il contatto globale con una civiltà extraterrestre, l’ invenzione del viaggio nel tempo che permetterà di manipolare il Tempo e il generarsi di un fenomeno Flashforward che provocherebbe una dislocazione temporale temporanea della coscienza collettiva. Qualsiasi cosa esso sia, provocherà un vero e proprio GREAT RESET ( in sintonia con l’ attuale zeitgeist globale) della storia dell’ uomo e dell’ universo.

LE DATE IN CUI POTENZIALMENTE QUESTO FENOMENO DOVREBBE MANIFESTARSI

25 MAGGIO 2021 – 12 GIUGNO 2021 – 17 GIUGNO 2021 – 21 GIUGNO 2021 – 14 – 16 LUGLIO 2021 – 4 AGOSTO 2021

ACCORGIMENTI DA PRENDERE

Noi del blog vogliamo cercare di essere il più razionali possibili: non abbiamo la certezza che questo Evento accadrà, ma intendiamo prendere sul serio la possibilità che sia tutto vero.

Consigliamo di: compiere attività a basso rischio nelle date indicate, evitare se possibile di viaggiare e di farsi trovare in mezzo al traffico, se possibile evitare di immergersi in mare o perlomeno non in mare aperto, evitare di prendere aerei, non fare programmi troppo complessi e addirittura se possibile restare a casa.

Qualora un “Omega Point” avvenisse per davvero, possiamo stare certi che le nostre vite cambierebbero velocemente, in modi totalmente imprevedibili, inimmaginabili, e che non ci sarebbe ritorno allo stato di cose precedenti. Consiglierei anche di dormire a lungo e presentarsi il più riposati e lucidi possibile, perché la quantità di nuove informazioni e di cambiamenti drastici e costanti che emergeranno nelle prime ore, nei primi giorni, settimane saranno talmente intensi che i nostri cicli del sonno potrebbero risultarne stravolti.

E’ un po’ come quando siamo arrivati al periodo dei primi lockdown covid nel mondo. La pandemia covid è una anticipazione di ciò che ci aspetta.

Arricchite le vostre giornate di esperienze, leggete quello che avete lasciato in arretrato e preparatevi ad una trasformazione completa. Qualsiasi cosa avverrà dobbiamo essere pronti a lasciarci ogni aspetto del passato collettivo e individuale alle spalle.