Teoria del caos e complessi psicologici, di Iona Miller, 1991

1 05 2016

 

C’è una similarità tra gli “strani attrattori” della teoria del caos e la nozione junghiana dei complessi psicologici, qualcosa che può essere più di una metafora. Un complesso è un gruppo di rappresentazioni inconsce che suscitano sensazioni ricche di significato. E’ una sorta di collettore del simbolismo tutto collegato a uno stesso archetipo, variazioni su un tema avvolti nelle infrastrutture della nostra mente subconscia. Gli attrattori esibiscono la loro capacità interattiva nella psiche, dimostrando il loro attrattivo o seduttivo potere come fenomeni, idee, teorie, umori e comportamenti. La metafora scientifica fornita dalla teoria del caos ci permette di descrivere la psiche in termini congruenti con la realtà fisica come attualmente intesa nei SCD (sistemi complessi dinamici).

 

Che le persone dovrebbero soccombere a quelle immagini eterne è del tutto normale, in effetti è ciò per cui sono fatte quelle immagini. Esse sono fatte per attrarre, per convincere, per affascinare e sopraffare. Sono create dalla massa primordiale di rivelazione.

C.G. Jung.

 

Se la carica di uno – o più – dei “punti nodali” diventa così potente che “magneticamente” (agendo come il nucleo di una cellula), attrae tutto a se stessa e così confronta l’ego con un’entità aliena, divenuta autonoma – allora abbiamo un complesso —

Jolande Jacobi

 

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Secondo il mito greco classico, solo il Caos esisteva all’inizio. L’ “Impero del Caso” alla fine ha prodotto Gea, il profondo respiro della Terra, detto anche Materia. Per necessità d’esistere, anche la forza di attrazione è dovuta comparire  (Eros). Urano, il cielo stellato, l’impulso evolutivo, è figlio primogenito di Gea.

In altre parole, la prima discesa della materia sulla soglia dell’esistenza concreta, proveniva da una matrix caotica. Il Caos, le fauci spalancate dello spazio aperto, è un principio cosmico puro. Questa trinità cosmica di caos, materia e attrazione è al centro della teoria del caos, il campo dei sistemi dinamici complessi (SDC).

Proprio come l’antico pantheon ha contribuito a orientare i Greci come un punto di vista fondamentale, i SDC forniscono gli strumenti per la costruzione di mappe cognitive le quali funzionano in un modo pratico per avvantaggiarci nella nostra evoluzione. I SDC ci forniscono fenomeni, modelli e metafore come il caos deterministico, gli “strani attrattori”, la turbolenza, l’estensione pieghevole dello spaziotempo, e i fenomeni non lineari.

Diversi psicologi junghiani, in particolare Ernest Rossi, hanno osservato che la nuova scienza della teoria del caos, con i suoi strani attrattori, è indicativa di alcune delle più basilari affermazioni di Jung sulla psiche. In realtà, essi hanno notato come il concetto di “strani attrattori” è l’ archetipo nella sua essenza.

Nelle scienze in generale, questo concetto di attrattori caotici ha preso la caratteristica di un archetipo attivato nell’inconscio collettivo. Ancora una volta, l’attrattore mostra la sua capacità auto-iterativa dimostrando il suo attrattivo o seduttivo potere come un fenomeno, un’idea o una teoria. I sistemi caotici mostrano certe caratteristiche come i cicli complessi di feedback, l’ auto-organizzazione, un comportamento olistico, l’ imprevedibilità intrinseca. Molti di questi descrittori qualitativi si applicano direttamente alle concezioni di Jung sulla psiche.

E’ facile cominciare tratteggiando analogie col suo concetto del sé, i complessi, gli archetipi e gli effetti apparentemente caotici che infondono sull’ego e i suoi concetti di controllo e ordine. Jung giunge alle sue teorie della psiche attraverso osservazioni empiriche di prima mano sui suoi pazienti. Egli condivide un interesse nelle sue speranze, sogni, problemi, sistemi di credenze e miti che danno i loro significati di vita.

Jung ha fiducia nella sua percezione dei fenomeni psicologici quando delinea le caratteristiche dei sistemi complessi dinamici da noi chiamati psiche. La complessità della psiche riflette non solo gli argomenti della salute mentale e del benessere. Ancora più fondamentalmente riguarda direttamente gli argomenti della sopravvivenza e dell’evoluzione. Un sistema complesso è più creativo e flessibile nel risolvere tutti i problemi che la vita ha da offrire.

Heinz Pagel, nel libro I sogni della ragione, suggerisce che la scienza ha snobbato le relazioni di base tra il caos, l’ordine e l’evoluzione: i sistemi complessi mostrano un ordine più spontaneo di quanto supporremmo e che la teoria evoluzionistica ha ignorato. Ma questa consapevolezza inizia solo a dare forma al nostro problema…Adesso il compito diventa molto più ostico, perché dobbiamo non solo dare un’immagine alle proprietà di auto-ordinamento dei sistemi complessi, ma anche provare a capire quanto tali interazioni di auto-ordinamento guida, consente, costringe e interagisce con la selezione naturale. Vale la pena notare come questo problema non sia stato mai affrontato.

Lo psicologo Abraham Maslov descrive il processo di sviluppo degli esseri umani come una serie di risalite periodiche che iniziano con  problemi di sopravvivenza di base e culminano con l’auto-realizzazione. La capacità di eseguire il proprio libero arbitrio aumenta in modo esponenziale. Questo perché l’energia e la libido, precedentemente avvolte in schemi bloccati, diventano disponibili all’ego per utilizzarli come meglio crede.

Malgrado il fatto che Jung avesse un profondo desiderio nel vedere una specie di “teoria del campo unificato” tra la fisica e la psicologia, continuò a supportare le sue proprie osservazioni, piuttosto che restringerle alle limitate metafore scientifiche del suo tempo. Le scienze fisiche non si erano ancora nemmeno avvicinate ai concetti junghiani. La sua visione della psicologia profonda basata su ARCHETIPI (leggi “ATTRATTORI”) sfugge al letto di Procuste delle vedute limitate della fisica.

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Finalmente, le nuove scienze  forniscono qualche giustificazione alla sua idea che la psiche non è differente dalla materia. Nel loro articolo “Pensiero junghiano e sistemi dinamici” (PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVES, Spring 1989, Vol. 20, #1), May e Groder riassumono la caratteristica principale delle idee di Jung che si collegano alla teoria del Caos: la descrizione junghiana dei fenomeni psicologici è molto simile alle descrizioni dei sistemi provenienti dalla nuova scienza del caos…Jung descrive regolari e ricorrenti forme qualitative (archetipi) contenute nelle interazioni umane; egli sottolinea la natura polare interazionale dei fenomeni umani (anima/animus – ombra/luce); e nota il potenziale per schemi di eventi correlati in un modo oltre l’immediata relazione causa-effetto. Uno dei più grandi contributi di Jung fu il suo insistere sulla validità di tali fenomeni davanti alle restrittive metafore scientifiche del suo tempo. Caos e sistemi dinamici adesso forniscono termini di scienza “dura” che si adattano e supportano le osservazioni di Jung.

La metafora scientifica fornita dalla teoria del caos ci permette di descrivere la psiche in termini congruenti con la realtà fisica come attualmente intesa. Essa fornisce una metafora comprensiva per unificare la realtà fisica, emozionale, mentale e spirituale. Ciò ricorda molto da vicino le parole di Ermete Trismegisto, “Così in alto così in basso”; essa fornisce un ponte per dispiegare il “Paradiso in Terra”, un mezzo per manifestare e radicare energia spirituale, che non mira solo a creare ma anche a guarire.

Un fondamento empirico è essenziale per ogni filosofia di vita ben radicata nella realtà e per una realistica visione di sé. Ci aiuta a evolvere fuori dalla divisone corpo-mente/natura-spirito instillata durante l’era della scienza meccanicista. Le grandi menti, come quella di Jung, si sono mosse in questa direzione, aspettando che la scienza li raggiungesse prima o poi.

La coscienza può essere un campo onnipervasivo, ma la consapevolezza può essere immaginata più come una torcia che può selettivamente mettere a fuoco aree differenti. Si può ampliare il raggio ed espandere l’auto-consapevolezza e includere sempre più coscienza attraverso esperienze di psicoterapia, meditazione e la comprensione mentale della natura fisica della realtà.

La meccanica newtoniana è ottima per descrivere il movimento dei pianeti e dei sistemi stellari. La meccanica dei quanti, con la sua incertezza intrinseca, la non località e la sua “confusionarietà”, descrive i misteri del regno subatomico. Gli esseri umani sicuramente partecipano in entrambe le scale, ma piuttosto che solo macro e micro sistemi, abbiamo bisogno di uno che si adatti alla scala umana. Tale modello ha bisogno di essere compatibile con le capacità umane e le esperienze.

In questa gamma mediana (mesocosmo) sembra che il caos regni supremo. Vediamo il caos nelle varie forme del movimento turbolento e nella naturale crescita in natura. Lo vediamo nel volo degli uccelli, nei semi del girasole, nelle rapide del fiume, nei modelli climatici, e in molto altro. E lo vediamo nei nostri destini. Possiamo anche trovare qualche significativo principio ordinativo in quel caos che chiamiamo divino.

Questo modello di caos, intuitivo e propositivo, è forse un aspetto sottostante al concetto di karma. Può non apparire a un individuo perché certi tipi di esperienza vengono, ma sembra esserci un sottostante ordine e proposito, anche se può rimanere inconscio. Le scelte implicite nel libero arbitrio insite nei sistemi caotici sembrano avere qualche responsabilità sull’ego in evoluzione. Un atto di libera volontà rappresenta la comprensione razionale a partire da esperienze passate, interessi personali e potenziali ricompense.

La teoria del caos ci dà un linguaggio matematico visuale per la creazione di strani grafici attrattori in sistemi dinamici, che possono essere applicati nella psiche individuale o nelle relazioni interattive. Tale tecnologia è già stata applicata al comportamento umano. Ordine e caos nel campo emozionale sono stati studiati da matematici e studiosi della psiche. I loro studi [vedi “Psychology today”, maggio 1989, pag 21] han prodotto modelli del comportamento caotico e instabile di una persona in comparazione col suo comportamento stabile. Il comportamento stabile può essere immaginato come il cielo, quello instabile come montagne, con piccole tasche o “grotte” di serenità dentro di esse.

Secondo Jerome Sashin dell’ “Harvard medical school”, “Se impedissimo allo stato mentale di una persona di cadere in una di queste caverne, il suo comportamento si stabilizzerebbe”. Forse la cura dei sogni, attraverso il caos, è la strada più breve qui. Spesso si va direttamente dentro le “grotte” simboliche.

Anche la malattia mentale può riguardare i fenomeni di attrattori strani nel cervello o nel campo emotivo. Alcuni ricercatori ritengono, per esempio, che un certo numero di disturbi mentali, come la malattia maniaco-depressiva e la schizofrenia, si verificano quando i sistemi regolatori biologici cessano di funzionare al loro normale punto fisso, e cambiano improvvisamente in un altro punto stabile, ma anormale. Nella teoria del caos, quando un attrattore scompare a causa di improvviso cambiamento catastrofico, il sistema diventa senza struttura e sperimenta un periodo di “caos transitorio” prima che venga trovato un altro attrattore. Infatti si possono  sperimentare delle crisi d’identità durante i maggiori passaggi della vita.

Forse non è un caso che la teoria dei complessi di Jung condivide una relazione semantica ed essenziale con la dinamica dei sistemi complessi. Sia i complessi che gli archetipi funzionano come strani attrattori, disegnando numerose associazioni attorno a sé. Questi punti di connessione psichica sono strumenti nella fondazione di sistemi di credenze, risposte emotive e comportamento. Ogni archetipo ha i suoi parametri, ma all’interno del  mito vi sono una miriade di possibilità confuse che vengono riprodotti attraverso la personalità apparentemente a caso, almeno per un osservatore casuale. Eppure ognuna ha il suo scopo e il suo caratteristico aspetto.

L’attivazione di un MITEMA in una vita viene decodificato notando i suoi effetti corrispondenti, nei sogni e nello stato di veglia. Il mito personale, o mitema, di un individuo, potrebbe essere concepito come un attrattore caotico attivato. In un altra fase della vita, l’attenzione potrebbe cambiare per gli altri. Qualche volta queste transizioni avvengono in modo abbastanza liscio, altre volte in maniera competitiva, altre volte catastrofica, gettando via la vecchia struttura in una maniera incontrollabile.

L’ego può soffrire grandemente da questo essere come strappato da profonde forze interiori, specialmente se non ci sono abbastanza informazioni e quindi non si può ottenere significato dall’esperienza. Per qualcuno, l’interruzione può portare a una rottura psicotica, mentre ad altri apre le porte a una nuova libertà e a un senso espanso del sé e della creatività. Ci sono molte domande che sorgono dentro il modello di sviluppo umano basato sulla teoria del caos.

Possiamo congetturare sul perché si formano certi attrattori o complessi. Veramente, non sappiamo perché alcuni emergano e altri rimangono sullo sfondo. Ma sappiamo che quando due o più sono in competizione per differenti comportamenti e attitudini, la risultante scissione psichica può essere dolorosa, facendo partire un profondo conflitto che può non essere semplice da risolvere. La libera scelta può essere un fattore, ma le nostre scelte sono limitate dalle nostre attitudini concernenti ciò che crediamo sia possibile per noi. L’unica soluzione è quella di immergersi a livelli più profondi, alla ricerca di trasformazioni rivoluzionarie, un salto quantico in consapevolezza.

Il primo passo è capire come questi attrattori che ci riguardano abbiano a che fare coi nostri complessi personali, le nostre esperienze distorte del nostro grezzo potere archetipico.

Ci sono certi ovvi paralleli tra gli strani attrattori e i fenomeni psicologici dei complessi. Il complesso è un sensitivo-sensoriale gruppo di rappresentazioni nell’inconscio. E’ una sorta di collettore di simbolismi tutti connessi allo stesso archetipo, variazioni sul tema, avvolte nell’infrastruttura della nostra mente subconscia. I complessi possono essere “cablati” nel nostro sistema psichico. Noi non siamo mai potuti esistere senza di loro e i loro vari gradi d’influenza. I complessi consistono non solo nei significati ma anche nei valori, e ciò dipende dall’intensità del tono sensoriale, secondo Jung. Tutti loro possono mostrare sintomi psichici e somatici, e combinazioni dei due.

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Un complesso inconscio agisce come un secondo ego in conflitto con l’ego cosciente, un alter ego. Questo conflitto piazza l’individuo in mezzo a due verità, due correnti contrastanti della volontà, minacciando di strappare loro in due. Un complesso può inghiottire o sopraffare l’ego attraverso una parziale o totale identificazione tra gli ego e il complesso. Un complesso può manifestarsi sottoforma di spiriti, suoni, animali, figure ecc. Un profondo conflitto inconscio può apparire come la visione di un UFO o anche un rapimento o qualche altro fenomeno psichico. Si tratta di una specie di chiamata iniziatica al Mistero. L’ego può prendere diverse attitudini verso il complesso:

  1. Totale inconsapevolezza della sua esistenza
  2. Identificazione
  3. Proiezione
  4. Confronto

Ma solo il confronto, o l’empatica identificazione conscia, può aiutare l’ego a venire alle prese con il complesso e portare alla sua risoluzione. Andare avanti e indietro tra l’ego e il complesso genera polarizzazione. Per Jung, i complessi erano i “nodali o focali punti della vita psichica, che non dovrebbero essere assenti, perché se lo fossero l’attività psichica verrebbe a un punto morto”. Essi costituiscono questi “punti nevralgici” nella struttura psichica, ai quali si aggrapperanno elementi indigesti, inaccettabili, elementi di conflitto.

Portare i nostri complessi è di solito un peso doloroso e imbarazzante. Ma il fatto che essi siano dolorosi non prova che siano anche disturbi patologici. Noi patologizziamo sempre ma fino a che punto e come agiamo su questo? Tutti gli esseri umani hanno complessi. Essi costituiscono la struttura della parte inconscia della psiche e sono la sua normale manifestazione. Dal punto di vista del comportamento, i tratti della personalità sono strani attrattori.

Jung afferma che “i complessi rappresentano ovviamente un tipo di inferiorità nel senso più ampio — una dichiarazione che devo subito qualificare dicendo che avere complessi non significa necessariamente indicare inferiorità. Significa solo che qualcosa di incompatibile, non assimilato e conflittuale esiste — forse come un ostacolo, ma anche come uno stimolo per maggiori sforzi e così, forse, come un’apertura a nuove possibilità di realizzazione”.

Jung ha anche ritenuto che certi complessi sono tratti interamente da una situazione reale, sopratutto quelli che appaiono nella crisi spirituale di mezz’età. Di qualcuno di questi complessi non se n’è mai avuto consapevolezza precedentemente. Essi crescono dall’inconscio e invadono la mente conscia con i loro bizzarri e inaccettabili impulsi. Interferiscono coi complessi dell’ego e la funzionalità. Jung credeva anche che certi complessi sorgono in seguito a stressanti e dolorose esperienze di vita. Quando sperimentiamo un trauma questo può diventare un complesso.

Questi complessi inconsci sono di natura personale. Sono una fonte di stress subliminale post-traumatico. Ma ci sono anche altre, autonome sub-personalità, che provengono da una fonte che non ha nulla a che fare con la nostra vita quotidiana. Essi hanno a che fare con i profondi irrazionali contenuti della psiche –di cui in precedenza non si ha mai avuto consapevolezza. Jung li nominava “ombra”, “anima/animus” e il sé.

A differenza dei contenuti dell’inconscio personale, che sembra “appartenere solo a noi”, i contenuti dell'”inconscio collettivo” ci sembrano alieni (Non-io), come se ci invadessero dal di fuori. La reintegrazione del complesso personale ha l’effetto di rilasciare e spesso di guarire, mentalmente e fisicamente.

Ma l’invasione del complesso dalla psiche collettiva profonda è un disturbante, anche minaccioso, fenomeno. Il parallelo con le credenze primitive nelle anime e negli spiriti è ovvio. Ciò è da dove vengono queste energie e queste immagini. Le anime corrispondono ai complessi autonomi dell’inconscio personale. Gli spiriti a quelli dell’inconscio collettivo. In psicoterapia, solo un certo numero di complessi, che variano a seconda degli individui, possono essere resi consci. Nessuno potrà mai afferrare l’intero contenuto della psiche o del sé. Tentare una cosa simile sarebbe più che qualcosa di “supereroico”, un errore dell’ego. E’ qualcosa di troppo grande da prendere in considerazione.

I restanti complessi continuano a esistere come “punti nodali” o “elementi nucleari” che appartengono alla matrix eterna di ogni psiche umana. Essi rimangono potenziali e non si sviluppano nel mondo oggettivo. Sebbene l’energia psichica operi continuamente, funziona come funzionano i quanti che, nella nostra comparazione sono i complessi: numerevoli piccoli incroci di una rete invisibile.

Secondo Jung e Jacobi, proprio qui, in questi incroci, distinti dallo “spazio vuoto”, è concentrata la carica energetica della psiche collettiva, la quale in un certo senso agisce COME IL CENTRO DI UN CAMPO MAGNETICO. Se la carica di uno, o più, di questi “punti nodali” diventa così potente da ATTRARRE “MAGNETICAMENTE” (agendo come il nucleo di una cellula) OGNI COSA A SE’,  a questo modo l’ego è come a confronto con un’entità aliena, una “scheggia di psiche” diventata autonoma–e quindi abbiamo un complesso.

Se tale entità si esprime attraverso imago trans-personali mitiche o universali, esse sono originate dall’inconscio collettivo. Se essa è contaminata da materiale individuale e personalistico, se appare come un conflitto personalizzato, ha origine dall’inconscio personale. In definitiva, i complessi hanno: 1) due tipi di radici – traumi infantili o eventi e conflitti reali; 2) due tipi di natura – patologica o sana; 3) due tipi di espressione – bipolare, positiva e negativa.

I complessi, come strani attrattori di una non definita energia psichica, sono in realtà proprio le generiche e dinamiche strutture della psiche. I complessi stessi sono essenziali, componenti sani della psiche, non sono “scherzi del destino”. Ciò che proviene dall’inconscio collettivo può essere intenso, ma non è mai “patologico.” Tutti i nostri malesseri provengono da disturbi dell’inconscio personale. Ed è proprio qui che i puri complessi vengono tinti dai nostri conflitti individuali.

Quando il complesso viene purificato dal bagaglio emotivo dell’espressione personalistica, il suo puro, vero, centro archetipico brilla e traspare. Il personale è sovrapposto al transpersonale, ma ciò può venire cambiato dalla psicoterapia, aumentando la consapevolezza cosciente, e quindi il cuore o nucleo archetipico si mostra attraverso. Quando il conflitto sembra irrisolvibile per la consapevolezza, quando i suoi desideri sono continuamente ostacolati, noi spesso scopriamo che è il contenuto della psiche collettiva a essere intrattabile. Se un complesso rimane solo un più o meno grande strano attrattore nelle psiche collettiva, se non viene gonfiato con troppo bagaglio personale, allora di solito è qualcosa di positivo. Funziona come una cellula che fornisce energia, da cui fiorisce tutta la vita psichica. Ma se è sovraccaricata, finisce per essere qualcosa di negativo, sottoforma di nevrosi e psicosi.

Erich Neumann commentò in Origini e storia della consapevolezza: “Noi possiamo vedere nei casi patologici, nelle idee fisse e compulsive, manie e anche stati di possessione – e anche in ogni processo creativo dove il lavoro assorbe e drena tutti i contenuti estranei, come un contenuto inconscio attira tutti gli altri a se stesso, consumandoli, subordinandoli e co-ordinandoli, formando con essi un sistema di relazioni da esso dominate. Quando la mente conscia non può far fronte a questi contenuti, il risultato è frammentazione, disorganizzazione, disintegrazione — caos.”

Il ruolo del complesso è determinato dalla sua interazione con la mente cosciente, quali stati essa crea, se non lo si capisce, la personalità viene destabilizzata. Ma comprendendolo, il complesso apre la possibilità di riposizionarsi a un altro livello. Ci vuole comprensione e dunque assimilazione e integrazione del complesso per placare la sua energia distruttiva. In caso contrario, la mente cosciente cade vittima di una regressione ed é inghiottita dalla psiche profonda. Torna al punto di partenza della ricerca dell’eroe: l’uccisione del drago. Il pericolo, l’ansietà e lo stress prodotti durante un confronto con i complessi della psiche transpersonale, che possono creare una personale catastrofe.

Il caos catastrofico, di solito porta a ciò che viene chiamata una biforcazione o scissione dell’energia in due direzioni diverse. L’esperienza può essere sconvolgente. Ma talvolta la regressione aiuta il processo di evoluzione e porta a una creativa trasformazione e rinnovamento del sé. Dunque, il beneficio potenziale fa che i rischi valgano la pena. Può portare alla creatività espressiva e anche artistica.

 

Riferimenti:

PSYCHOLOGICAL PERSPECTIVES, Vol. 20, Number 1, Spring-Summer 1989.
COMPLEX, ARCHETYPE, AND SYMBOL, Jolande Jacobi, Princeton University Press, 1959.
THE ORIGINS & HISTORY OF CONSCIOUSNESS, Erich Neumann, Princeton University Press, 1954.

http://holographicarchetypes.weebly.com/archetype-attractors.html

 

 

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Vivere in una simulazione olografica

16 12 2013

Abbiamo già trattato dell’argomento “realtà come videogioco olografico” a proposito dei Destini Clonati, e la cosa è stata accennata anche in un recente articoletto su “Sincronicità e illuminazione.”

Precedentemente, se n’era già trattato nella seguente pagina:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2011/11/10/ci-troviamo-perennemente-in-televisione/

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Il presente post – che contiene un articolo di Giancarlo Barbadoro sull’idea di come il nostro mondo possa essere una “realtà virtuale olografica” (ovvero qualcosa di ideato da un’intelligenza come quella umana, anche se notevolmente più avanzata) – nasce da un pensiero che ho fatto al riguardo dei cosiddetti “alieni” o “extraterrestri”: il vederli in modo molto diverso rispetto a come si è stati condizionati a pensare a loro, sia in un modo sia in un altro. Non quelle creature mostruose, o mostriciattoli, di un gran numero di film di fantascienza (“Alien”, “La guerra dei mondi”, “Indipendence day”, “Bagliori nel buio”…) ma nemmeno quella specie di esseri angelici interstellari, intergalattici, esseri superiori spirituali, sulle loro astronavi enormi e fantascientifiche, secondo una certa “new age.”

Insomma, sarebbero, invece, esseri molto simili a noi, molto più simili a noi di quanto lascerebbero a intendere le descrizioni appena fatte; ai quali, chissà, magari piacciono gli stessi film, gli stessi libri, la stessa musica che piace a noi; sarebbero come degli esseri umani “alternativi” i quali però, rispetto a noi, possiedono il valore aggiunto di divertirsi a giocare con la realtà (con ciò che noi vediamo come realtà materiale inamovibile e data una volta per tutte) così come noi ci divertiamo a giocare coi videogame. Perché questi esseri “extraterrestri” – che forse sarebbe più corretto chiamare “extradimensionali” – hanno una visione della materia molto più elastica rispetto a quella che abbiamo noi. Probabilmente, anche il compianto Gustavo Rol conobbe questi segreti, viene da pensare. Viene anche in mente quando il prof. Corrado Malanga riporta quelle storie raccolte dagli addotti (“rapiti dagli alieni”), sotto ipnosi, i quali raccontano come le creature aliene entravano nelle loro stanze per “rapirli”, uscendo dalle pareti o entrando dalle finestre chiuse, proprio come se, per queste creature, la nostra realtà materiale fosse nulla di più di una costruzione virtuale che è possibile modificare cambiando i suoi codici.

Anche se, comunque, non viene per nulla trattata nel seguente articolo, la cosiddetta “questione aliena” penso sia dunque – com’è assai probabile – strettamente e intrinsecamente legata a questi rivoluzionari modelli di comprensione della realtà.

http://www.shan-newspaper.com/web/scienze/688-vivere-in-un-ologramma.html

Vivere in un Ologramma

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21 Dicembre 2012

Le nuove concezioni della fisica moderna portano alla contraddizione della percezione sensoriale aprendo a scenari rivoluzionari. Il mistero dell’entanglement e del multiverso. L’esperienza virtuale di Second Life.

di Giancarlo Barbadoro

Il mondo secondo la moderna rivoluzione scientifica

La ricerca scientifica moderna si sta spingendo oltre il modello dell’universo così come è stato rappresentato fino ad ora. Le vecchie e consolidate concezioni cosmologiche vengono superate dalla fisica quantistica che affronta il mistero dell’esistenza attraverso sempre nuove scoperte.

Anche se ancora oggi il cosiddetto “modello standard” della fisica tende a dominare il campo della ricerca scientifica, si aprono inaspettati ambiti di studio assolutamente non convenzionali dell’universo sia da un punto di vista sensoriale che teoretico.

Uno di questi nuovi campi di ricerca cosmologica della fisica moderna riguarda la natura reale dell’architettura dell’universo, che sempre più spesso viene interpretato come un ente artificiale. Ovvero, non tanto come il risultato di un processo naturale verificatosi sulla scala cosmica dei fenomeni dell’esistenza, ma come un vero e proprio universo creato in laboratorio da una intelligenza superiore o, come sostengono alcuni ricercatori, realizzato da una civiltà evoluta che ha voluto dar vita a un esperimento di laboratorio.

In merito a questa tendenza di visione cosmologica, possiamo citare il caso della “Calling Card of God”, il “biglietto da visita del Creatore”, che riguarda la ricerca attuata da esperti del MIT americano, il Massachusetts Institute of Technology , e altri ricercatori internazionali su un presunto testo in codice binario osservato nella fluttuazione termica della radiazione fossile del Big Bang, testo che è stato considerato come un messaggio lasciato dai “costruttori” dell’universo per le civiltà più evolute che fossero pervenute a poterlo rilevare.

Oppure potremmo citare gli studi del team di ricercatori dell’Università di Bonn, guidato dal professor Silas Beane, che sta tentando di capire se viviamo effettivamente in un universo artificiale e ha messo a punto uno specifico test che cerca di verificare se il mondo che ci circonda sia o meno una simulazione artificiale creata da un’intelligenza superiore. Un test che avrebbe rivelato, già dalle sue prime applicazioni, la manifestazione a livello subatomico del cosiddetto “Effetto GZK” che indicherebbe un preciso vincolo fisico imputabile alla natura artificiale dell’universo.

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La teoria dell’ “universo olografico”

Che il nostro universo possa essere il frutto di un esperimento di laboratorio lo si potrebbe anche evincere dalla moderna teoria cosmologica conosciuta con il termine di “universo olografico”.

Nel 2003 lo scienziato Jacob David Bekenstein, ricercatore in fisica teoretica dell’Università Ebraica di Gerusalemme, è giunto a formulare l’ipotesi che l’universo non sia realmente concreto come ci appare ma sia solamente una rappresentazione olografica.

Questa tesi cosmologica risulterebbe supportata da altri ricercatori, come David Bohm, fisico dell’Università di Londra mancato nel 1992, secondo il quale la realtà percepita dai sensi non esiste. Anche per questo fisico inglese, l’universo, nonostante la sua apparente solidità, sarebbe in realtà un “fantasma” della mente, un gigantesco ologramma meravigliosamente dettagliato in tutti i suoi fenomeni. Umanità compresa.

La teoria cosmologica dell’universo olografico prende origine dallo studio sul comportamento fisico dei buchi neri, che ha messo in evidenza incongruenze strutturali dell’universo così come lo conosciamo e immaginiamo.

Un buco nero è un oggetto celeste previsto dalla relatività ristretta, che si forma quando una stella implode su se stessa accrescendo la propria massa in uno spazio limitato. L’oggetto celeste a questo punto inizia ad attrarre la materia circostante inglobando tutto nella sua singolarità. Neppure un fascio di luce, nonostante la sua peculiarità fenomenica, sarebbe in grado di uscire dal limite dell’orizzonte degli eventi che rappresenta la superficie del buco nero.

In seguito, la scienza moderna ha dato origine a un’altra grandezza fisica, identificata nel concetto di Informazione relativa ai bit informatici. In tal modo si è giunti a constatare che il limite di informazione che può essere contenuta da un oggetto non è determinato dal suo volume, ma è legato alla sua superficie.

Constatazione che è stata utilizzata per definire meglio il concetto di entropia applicato ai buchi neri. Applicando questo principio alle caratteristiche del comportamento dei buchi neri si è visto che questi corpi celesti non avrebbero potuto contenere tutta la materia che in apparenza potrebbero divorare. Ovvero che in un buco nero non può entrare materia all’infinito, più di quanta possa contenerne la superficie dell’orizzonte degli eventi.

In definitiva, l’architettura funzionale dei buchi neri non sembra funzionare come in apparenza dovrebbe secondo le precedenti teorie astrofisiche, rivelando il fenomeno di una realtà che, all’analisi dei fatti, non corrisponde ai modelli fisici che possono essere ideati seguendo il luogo comune dell’osservazione scientifica fino ad ora seguita.

Per comprendere quanto ha rivelato la funzione strutturale effettiva dei buchi neri e quindi la scoperta di una possibile illusione sensoriale che abbiamo dell’universo, possiamo rivolgerci alla tecnologia della proiezione olografica e delle caratteristiche degli ologrammi.

L’oggetto olografico ordinario che viene mostrato in una qualsiasi proiezione olografica non è un oggetto reale, né tridimensionale come appare, ma è solamente un “fantasma” prodotto dalla proiezione di un fascio di luce laser. Un oggetto che appare di natura tridimensionale, ma che nasce dall’immagine bidimensionale che è impressa sul supporto piatto della pellicola olografica.

La tridimensionalità dell’oggetto olografico che viene proiettato è solamente una illusione percepita dagli spettatori che si convincono di trovarsi di fronte a un oggetto solido e reale.

Se, per ipotesi, ci si dovesse mettere a contare i pixel contenuti dall’immagine tridimensionale di un cubo, valutando tutte le facce che si evidenziano, ci si troverebbe di fronte al paradosso di ottenere un inevitabile risultato inferiore al previsto. I pixel sarebbero sempre inevitabilmente quelli contenuti nell’immagine piatta di sorgente che viene proiettata.

Ovvero, l’informazione dei bit rilevabili su un ologramma sarà sempre dipendente dal limite posto dal supporto olografico bidimensionale sul quale c’è l’immagine a due dimensioni che determina la percezione tridimensionale.

La realizzazione di una proiezione olografica è complessa. Per effettuarla occorre registrare la forma dell’oggetto e la distanza delle varie parti dell’oggetto dal supporto in modo che, durante la fase di riproduzione, si possa ricreare l’immagine apparentemente tridimensionale dell’oggetto stesso.

Nella realizzazione di un ologramma è necessario avere un laser come sorgente di luce. Il laser ha la caratteristica di emettere un fascio di luce in cui tutte le singole parti del fascio vibrano in sincrono e quindi mantengono una determinata coordinazione nella lunghezza d’onda. Quando diverse parti del fascio di luce, che si muovono in sincrono, incontrano un oggetto tridimensionale, vengono riflesse in momenti diversi, in questo modo recano anche informazioni sulla distanza oltre che sul colore e sulla forma.

Il risultato di questo complesso procedimento è che partendo da una immagine bidimensionale impressa sul supporto piatto della pellicola olografica viene realizzata la proiezione di una immagine che risulta per gli spettatori totalmente tridimensionale.

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La proiezione dell’ologramma del principe Carlo d’Inghilterra che gli ha permesso di partecipare, rimanendo nel suo studio di Londra, al “World Future Energy Summit” tenuto nel 2008 a Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti

L’illusione olografica dell’universo

Un buco nero, secondo i modelli cosmologici precedenti, sarebbe stato in grado di divorare all’infinito tutto quanto lo circonda, ma in realtà è stato constatato che non è così. Non può incamerare e contenere bit di informazione più di quanti ne possa racchiudere la sua intera superficie.

La quantità di informazione trattenuta in un buco nero risulta essere infatti quella della sua superficie e non del suo volume come risulterebbe dalla nostra esperienza cognitiva ordinaria.

Proprio come si evince riferendoci all’immagine olografica di un cubo. Si potrebbe dire che il numero di pixel che lo costituiscono è rapportabile al suo volume, ma in realtà la conta mostrerebbe i soli pixel che formano la sua immagine bidimensionale che è disegnata sul piatto supporto olografico.

La stessa cosa che accade nella moderna osservazione del comportamento fenomenico dei buchi neri, che porta a considerare che questi corpi celesti non possono contenere i bit di Informazione in una dimensione volumetrica, ma solamente secondo la loro superficie. Ovvero che i buchi neri sono l’effetto di una possibile proiezione olografica.

Questo significa che, come per i buchi neri, anche il resto dell’universo, percepito attraverso il luogo comune determinato dai sensi, non è reale, ma rappresenta una raffigurazione olografica che ha origine da una immagine bidimensionale posta su un qualche supporto piatto che si trova da qualche parte e che viene proiettata dall’equivalente di un fascio laser.

Secondo la tesi di Bekenstein l’universo sarebbe quindi una rappresentazione olografica con una architettura ben diversa dal mondo conosciuto attraverso i sensi e l’osservazione concettuale. L’universo, come un qualsiasi ologramma, sarebbe quindi il riflesso olografico di una matrice posta lontana nello spazio che riflette leggi ed esperienze che sono in origine bidimensionali.

Se la tesi di Bekenstein risultasse effettiva, in questo caso non esisterebbe lo spazio tridimensionale in cui siamo abituati a vivere, ma saremmo in realtà delle entità bidimensionali assolutamente piatte che si muovono su una superficie altrettanto piatta, illusi dalle proprietà funzionali del nostro cervello che crea dentro di sé la virtualità di un mondo apparentemente tridimensionale.

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Il complesso procedimento di realizzazione di un ologramma

L’esperienza di Second Life

Se la teoria dell’universo olografico si dimostrasse esatta, l’universo si rivelerebbe una struttura artificiale ideata da qualche entità evoluta che ha creato una sorta di videogioco, realizzato con l’impiego di minori mezzi possibili ma funzionali allo scopo, in cui sperimentare la vita intelligente, oppure per dare modo che essa potesse comparire come se, in questo caso, l’universo fosse un grande utero artificiale.

Come ipotizza Bekenstein, nell’universo olografico ci troveremmo a vivere una realtà bidimensionale che il nostro cervello interpreterebbe come una dimensione apparentemente tridimensionale.

Saremmo né più e né meno come degli omini di un videogioco che vivono la dimensionalità offerta dallo schermo piatto del monitor ma condizionati, da un preciso software che agisce sul loro sistema cerebrale, a vivere come se si trattasse di un mondo effettivo e tridimensionale in cui muoversi e interpretare i ruoli previsti dal videogioco.

L’esperienza di una esistenza vissuta in un possibile universo olografico la possiamo verificare in maniera concreta prendendo a riferimento il mondo virtuale di Second Life, realizzato dalla Linden Lab americana, in cui viene simulata la dimensione spazio-temporale del “mondo primario” in cui viviamo.

Second Life non è un gioco, nonostante lo possa sembrare a una prima impressione, ma rappresenta un vero e proprio strumento mediatico di comunicazione globale, nuovo e rivoluzionario, che abbraccia l’intero pianeta.

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La struttura digitalizzata del mondo virtuale di Second Life ricorda l’illusione del mondo fantasma ipotizzato dalla teoria cosmologica dell’ “universo olografico”. Anche se il mondo di SL non è altro che una immagine piatta sullo schermo del computer, il nostro cervello lo percepisce tridimensionale e gestisce azioni creative di identica natura

Quella di Second Life è una dimensione virtuale che esiste attraverso un’architettura digitalizzata creata con l’impiego di numerosi server collegati tra di loro e operanti con un identico software. Un’architettura virtuale che consente agli utenti di potervi entrare da ogni parte del pianeta e muoversi dentro ad essa a loro piacere.

Quando ci si collega a questo mondo virtuale attraverso il proprio computer, lo si vede “rezzarsi”, ovvero prendere forma fino ad affacciarsi sullo schermo del monitor.

L’immagine che appare, costituita dai pixel dello schermo, è inevitabilmente piatta così come lo è lo schermo del monitor. Tuttavia le prospettive della spazialità tridimensionale che sono rese dal software della Linden Lab portano immediatamente il cervello ad adattarsi alla sensazione di affacciarsi a una finestra da cui si guarda a un vero mondo tridimensionale.

Ed è così che all’esperienza umana risulta possibile entrare a far parte della dimensione virtuale di Second Life utilizzando il proprio “avatar”, la simulazione digitalizzata dell’utente, che porta a inoltrarsi in un vero e proprio mondo alternativo costituito da pianure e montagne, muovendosi nelle vie di città e navigando su vasti mari.

Dopo un po’ l’impressione personale è proprio quella di essere in una situazione effettivamente tridimensionale, dimenticando che si sta guardando la superficie piatta dello schermo del monitor.

Non solo, ma la spazialità tridimensionale che ci offre il sistema virtuale consente agli avatar di costruire oggetti e di operare in varie altre cose, oppure di intrattenere rapporti “reali” con altri avatar. Sempre pilotando il tutto dalla tastiera e con il mouse.

Se facciamo un parallelismo tra l’esperienza sviluppabile nel mondo di Second Life e quella dell’universo olografico in cui secondo Bekenstein ci troveremmo a vivere, ci viene facile considerare come la lastra olografica della teoria cosmologica assomigli alla piattaforma di software della Linden Lab e come il computer che la raccoglie e la elabora nell’immagine piatta dello schermo non sia altro che il nostro cervello che interpreta la proiezione olografica e la trasforma nel mondo tridimensionale in cui siamo abituati a vivere.

È un parallelismo impressionante che porta ad acquisire un’esperienza diretta di quello che si può intendere per universo olografico.

Se la teoria di Bekenstein è vera, forse ci può consolare l’idea che noi e l’universo non siamo stati proprio inventati di sana pianta. Ovvero che le entità evolute abbiano impiegato, così come ha fatto la Linden Lab, per ottenere l’aspetto dell’esistenza olografica in cui viviamo, gli elementi di riferimento di un effettivo mondo reale che comunque, da qualche altra parte oltre lo schermo interiore della nostra mente, esiste per davvero.

 

Vedere anche quest’articolo molto recente, in cui si ipotizza che l’universo visibile sia la proiezione in 3d di un universo 2d:

http://www.ilnavigatorecurioso.it/2013/12/14/il-nostro-universo-e-un-ologramma-e-la-proiezione-di-un-cosmo-piu-semplice/

I ricercatori hanno eseguito due calcoli separati, per poi compararli. Il primo calcolo è partito dall’evidenza di ciò che accade in un buco nero: tutti gli oggetti che vi cadono non potrebbero mai essere contenuti fisicamente in esso, ma ‘memorizzati’ come frammenti di dati, come avviene in un ologramma, nel quale l’intera informazione è contenuta in un solo frammento.

Hyakutake ha calcolato l’energia interna di un buco nero, la posizione del suo orizzonte degli eventi (il confine tra il ‘buco nero’ e il resto dell’Universo), l’entropia a altre proprietà basate sulle previsioni della teoria delle stringhe, nonché gli effetti delle cosiddette particelle virtuali che compaiono e scompaiono continuamente dal continuum spaziotemporale.

Il secondo calcolo, invece, è stato eseguito dai colleghi di Hyakutake per calcolare l’energia interna del ‘cosmo inferiore’ con meno dimensioni e senza gravità. Con grande stupore dei ricercatori, i due calcoli al computer corrispondevano. In un senso più ampio, la teoria suggerisce che l’intero universo può essere visto come una struttura bidimensionale proiettata su un orizzonte cosmologico tridimensionale. Cioè, il nostro universo 3D è la proiezione di un universo 2D più semplice.

 

Concludiamo con alcune considerazioni dell’amico Matteo sul fatto che vi siano delle prove di come stiamo vivendo in una realtà simulata.

  1. Coincidenze seriali di Paul Kammerer: un biologo Viennese con la passione delle coincidenze voleva dimostrare che gli eventi sono collegati da ondate di serialità: passava le sue giornate estive sulle panchine di un parco annotando le persone di passaggio, dividendole per sesso, età, abbigliamento e piccoli particolari. Se compariva uno con barba e cappello poco dopo ne passavano altri con barba e cappello, e cosi’ via per tutti i tipi di particolare. Riusciva ad anticipare e prevedere anche a che ora una di queste serie sarebbe successo. La precisione era tale che cominciò a pensare che ci fosse qualcosa che governasse tutto ciò.
  2. Vite clonate: due gemelli nell’Ohio furono adottati da subito da due famiglie diverse e si incontrarono a 39 anni. Stesso nome, stesso lavoro, stesse passioni e stessi hobby. Tutti e due avevano sposato una Linda, tutti e due hanno avuto un solo figlio. Tutti e due divorziati, entrambi sposarono una Betty. Avevano lo stesso identico cane, chiamato con lo stesso identico nome. Andavano sempre in vacanza nello stesso posto senza essersi mai incontrati prima.
  3. Albert Rivers e Betty Cheetham in vacanza in Tunisia nel 1998 furono fatti accomodare in un ristorante accanto a un’ altra coppia: Albert Cheetham e Betty Rivers! Stessa età, sposati lo stesso giorno dello stesso anno, due figli di stesse rispettive età, stesso numero di nipoti e pronipoti. Stesso lavoro le mogli. Stesso lavoro i mariti. 
  4. Joseph Figlock si vide cadere addosso un bambino da una finestra e lo salvò prendendolo in braccio. Esattamente un anno dopo Joseph si ritrovò a fare la stessa strada, e il bambino cadde di nuovo, e lui lo salvò di nuovo. Stesso giorno di un anno prima.
  5. James Gates Jr. genio scientifico, studiando le formule matematiche della teoria delle stringhe ha trovato che le equazioni delle super-simmetrie sono del tutto simili a quelle che vengono definite ” codici da computer ” di un normale computer moderno. La natura/ la realtà usa le stesse formule. 




Il polpo c’è ma non si vede

1 09 2012

Il polpo, utilizzando i tessuti della sua pelle dotati di cromotofori che cambiano tonalità e colori, e usufruendo della grande plasticità muscolare del suo corpo di mollusco, riesce a mimetizzarsi alla perfezione, per esempio imitando una roccia del fondale marino o un cespuglio di alghe, riuscendo a ingannare la nostra percezione.

Questo gran bell’esempio di mimetismo animale ci suggerisce come ciò che chiamiamo realtà, mondo esterno ecc, potrebbe essere la mimetizzazione di qualcos’altro che non percepiamo proprio perché sta mimetizzando la nostra stessa percezione!

Ciò ricorda i romanzi del ciclo di VALIS di Philip K. Dick, in cui si parla di un sistema di intelligenza vivente capace di imitare qualsiasi elemento di ciò che chiamiamo realtà, facendo in modo che l’imitazione sia indistinguibile da ciò che è imitato (per esempio, io stesso che sto scrivendo qui adesso potrei essere VALIS che sta imitandomi senza che me ne renda minimamente conto.)

Il simpatico polpo comune sta quindi riproducendo candidamente un fenomeno che potrebbe essere di portata molto più vasta. Una specie di strano gioco nel gioco, visibile anche nello stesso mondo naturale, dal momento che esistono pesci i quali imitano il mimetismo del polpo!

Queste speculazioni non sono solo immaginazioni da romanzo di fantascienza, visto che se n’è occupato anche il fisico inglese David Bohm.

[Secondo David Bohm] esiste nell’Universo un ordine implicito che non vediamo e uno esplicito che è ciò che realmente vediamo; quest’ultimo è il risultato dell’interpretazione che il nostro cervello ci offre delle onde di interferenza che compongono l’universo. Questo vuol dire che cosi’ come un ologramma è il risultato di onde di interferenza che il nostro cervello interpreta come immagine tridimensionale l’universo non sarebbe altro che l’interpretazione che il nostro cervello da’ di onde luminose.
In sostanza la realtà non sarebbe altro che l’ologramma di “oggetti” concreti posti in altri luoghi o tempi. L’idea di una realtà che non è altro che inganno dei nostri sensi è presente nel pensiero filosofico e religioso di tutte le civiltà esistite ed esistenti sulla Terra. Ovviamente noi stessi che “vediamo” siamo “inganni”, al pari di cio’ che è “fuori di noi”.
Siamo ologrammi che leggono ologrammi, per questo tutto ci sembra reale anche se forse non lo è. È per noi impossibile comprendere razionalmente dove, quale e quando sia la vera realtà di cui esprimiamo solo la forma.





La FISICA QUANTISTICA, spiegata da FABIO MARCHESI

28 04 2010

Diverse volte nei post di Civiltà Scomparse abbiamo parlato di FISICA o MECCANICA QUANTISTICA; cosa intendiamo quando parliamo di queste cose?
Ci viene in aiuto FABIO MARCHESI, ricercatore indipendente, inventore e scrittore.

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Nonostante ciò che chiamiamo SPIRITUALITA’ sia ancora condizionato dalle religioni, vi è stato – dai primi decenni del novecento in poi – un avvicinamento dell’ambiente scientifico a quel territorio che possiamo chiamare “IL DIVINO”, il quale prima di allora, come ben sappiamo, era sempre stato, appunto, monopolio delle religioni (e della filosofia speculativa).
Questo protrarsi della scienza nel divino ha avuto luogo con l’inizio della meccanica quantistica, ovvero la “fisica delle possibilità”, e non della ricerca di leggi certe e universali che vengano poi considerate VERITA’ INDISCUTIBILI (ipse dixit).
Bisogna partire dal presupposto che vi è differenza tra come è fatto il mondo e come lo percepiamo.
Vi sono convinzioni nascoste, sottintese, cose che ci dice la scienza galileo-newtoniana (quella prediletta dalla maggioranza degli insegnanti), le quali diamo per scontate ma che potrebbero anche non essere vere in assoluto.
Nella maggior parte dei casi – storicamente – queste convinzioni si sono rivelate false (vedi anche il principio di falsificazione delle affermazioni scientifiche, di Karl Popper) perciò si può presumere che molte cose le quali diamo per scontate non siano vere. Spesso siamo intrappolati in dei preconcetti senza rendercene conto.
Il materialismo – nato con la rivoluzione scientifica e l’illuminismo – priva le persone della necessità di sentirsi responsabili di ciò che accade. La meccanica quantistica mette la responsabilità direttamente sulle nostre spalle. E, cosa più importante, non fornisce verità assolute o risposte chiare e confortanti.
E’ come se la fisica quantistica ci dicesse: “La risposta ai perchè del mondo non sta nel meccanicismo e nel materialismo (o nelle religioni o nella filosofia), ma non sarò io a dartela, perchè sei abbastanza grande per decidere da solo.”
La realtà è ciò che vediamo col cervello o ciò che vediamo con gli occhi?
Il cervello in sè non comprende la differenza tra ciò che vede nell’ambiente circostante e ciò che ricorda o immagina, dal momento che vengono attivate le stesse reti neurali. Perciò ci si pone la domanda: cos’è la realtà?
Non esiste un qualcosa chiamato realtà, là fuori, indipendente dalla nostra percezione e da come noi la interpretiamo. Noi abbiamo un’idea della realtà che è un immagine – sensoriale e percettiva – prodotta dal cervello (= Sistema Nervoso Centrale).
Per esempio, la corteccia visiva interpreta in un certo modo i fotoni che hanno interagito nell’ambiente, associa a certi gruppi di fotoni determinati colori, forme e prospettive spaziali.
Cio che vediamo nel “mondo esterno” è tutta un’invenzione del nostro cervello. Questo è ormai assodato. Il problema vero è:
“Qual è il nostro ruolo nel far sì che la realtà sia quella che interpretiamo essere?”
La realtà non può più essere osservata come se fosse una cosa a sè, indipendentemente da chi la osserva.
Si è scoperto come chi osserva, chi interagisce con la realtà, ha un ruolo determinante nel far COLLASSARE ciò che si chiama “FUNZIONE D’ONDA.”
L’oggetto, quindi, si integra con l’osservatore, non è qualcosa di separato da quest’ultimo.

funzione d'onda

Dobbiamo considerare che un fenomeno deve essere osservabile, ripetibile e dimostrabile per essere considerato scientificamente accettabile, e quindi reale.
Dunque il problema è: quando osservo una cosa, quella cosa sarebbe la stessa se io non la osservassi, o quello che io credo sia la realtà condiziona la realtà dell’oggetto di essere come io prevedo che sia?
Niels Bohr, uno dei padri fondatori della meccanica quantistica, diceva: “L’ albero che si trova nel mio giardino esiste solo quando io lo guardo!”
Cioè, l’atto di guardare – quindi di interagire – è quello che fa sì che la realtà si attualizzi, si manifesti per come noi la vediamo e diamo per scontato che sia.
E quando gli studenti dicevano a Bohr: “Ma lo vediamo anche noi quell’albero.”, lui rispondeva: “Si, ma perchè siete consci della sua esistenza.”
Se potessimo percepirci per quello che realmente siamo, al di fuori di ogni educazione alla percezione e ogni condizionamento, ci percepiremmo come “un nulla che si muove stabilmente in un nulla fatto di possibilità”. Possibilità nel senso che – e questo è dimostrato – TUTTO E’ POSSIBILE!
Quello che impedisce agli esseri umani di vivere i miracoli, è la difficoltà che hanno come coscienza di credere veramente nei miracoli.
Al posto di CERTEZZE sarebbe meglio per noi vedere la realtà sottoforma di POSSIBILITA’.
L’essere umano ha bisogno di RINUNCIARE ALL’ IDEA DI CAPIRE, e i fisici se ne sono accorti, tanto è vero che hanno poi definito – con l’ INTERPRETAZIONE DI COPENAGHEN – la loro rinuncia formale a voler capire.
I fisici, a un certo momento, hanno detto: “Possiamo solo interpretare. Con gli strumenti cerebrali di cui disponiamo, possiamo solo interpretare attraverso i sensi e il Sistema Nervoso Centrale, la realtà non la possiamo CAPIRE.
Se partiamo dal presupposto che la realtà è fatta di possibilità, dove TUTTO INTERAGISCE CON TUTTO, noi ci troviamo di fronte – anche quando osserviamo solo un singolo dettaglio – a TUTTO L’UNIVERSO. Ma non abbiamo gli strumenti cognitivi per gestire una massa d’informazioni così grande, servirebbe un COMPUTER GIGANTESCO. Ci limitiamo a cercare di CAPIRE quello che ci sta intorno, anche se il concetto di CAPIRE è un concetto molto presuntuoso per un essere umano; dobbiamo rassegnarci al fatto che possiamo soltanto INTERPRETARE. E possiamo interpretare felicemente o infelicemente.
Certo, all’inizio può essere stressante trovarti in una condizione di coscienza in cui tu non sai più se quello che percepisci è REALE o se SEI TU CHE LO CREI!
Max Planck era giunto ad affermare: “Non esistono leggi fisiche, non sono mai esistite e mai esisteranno.”
Nella natura, ad ogni modo, non esistono VERITA’, esistono solo POSSIBILITA’, le quali si possono o no ATTUALIZZARE con la collaborazione della coscienza che percepisce.
Ciò che una coscienza crede che sia vero, contribuisce a far sì che la realtà si manifesti proprio nel modo che si crede vero (perchè magari “accettato e condiviso dalla stragrande maggioranza di persone).
Incredibile!
Facciamo un passo indietro.
Da dove nasce la FISICA QUANTISTICA?

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La fisica quantistica è nata da una scoperta sconvolgente del già citato fisico Max Planck.
All’inizio del XX secolo, vi erano questi scienziati i quali, a un certo punto, è come se avessero detto: “Cerchiamo di capire com’è fatta intimamente la realtà.”
Viene scoperto come, al suo livello più infinitesimale, di base, non scomponibile ulteriormente, la realtà sia fatta di QUANTI. Planck, appunto, ha denominato questo microscopico livello di realtà QUANTO, un’unità elementare di energia.
E’ come se TUTTO fosse composto da “piccoli mattoncini LEGO” indivisibili (ciò richiama il concetto filosofico di ATOMISMO dei presocratici greci).
Un FOTONE, per esempio, è la quantità elementare di energia luminosa, che non si può separare ulteriormente, un QUANTO di luce.
Può suonare pazzesco il fatto che questo quanto di luce sia contemporaneamente ONDA e PARTICELLA: quando non viene osservato si comporta come un’onda, quando viene osservato come una particella.
Si è scoperto, dunque, come vi siano quantità elementari di energia le quali non possono essere ridotte ulteriormente. Questo è ciò che ha dato il via a un nuovo tipo di indagine sulla realtà, che inizialmente si è limitata all’infinitamente piccolo.
A questo proposito, certi galileiani-newtoniani preferiscono pensare che la quantistica valga solo per la dimensione dei fotoni, protoni, elettroni, e non per la dimensione degli esseri umani. Non sanno che la realtà può essere considerata una specie di TUNNEL FRATTALE che va dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande senza soluzione di continuità.
Del resto, già Ermete Trismegisto, nell’antichità, scrisse “Ciò che è in basso viene riflesso da ciò che è in alto, e viceversa.”
Inoltre, lungi dall’essere qualcosa di solamente teorico e astratto, dobbiamo dire che la tecnologia contemporanea si basa massicciamente sulle scoperte della fisica dei quanti.
Nel 1905 Albert Einstein aveva detto: “Se la meccanica dei quanti ha un senso, allora dovrebbe avere senso il fatto che se noi prendiamo due fotoni, o due elettroni, li facciamo interagire e poi li separiamo, se diamo un ceffone a uno si prende un ceffone anche l’altro.”
Questo accade perchè le due particelle sembrano essere separate, ma in realtà non lo sono.
E’ proprio il concetto di SPAZIO SEPARATO, di SPAZIO VUOTO – come lo intende il senso comune – a perdere di significato in questa analisi della realtà, e si fa strada il concetto di CAMPO.
Noi crediamo che “gli oggetti siano nello spazio”, in realtà, per comprendere il concetto di campo, abbiamo bisogno di entrare in un nuovo ordine di idee: “Gli oggetti, le persone, ogni cosa, ha nello spazio una sua estensione come campo, la quale si estende in tutto l’Universo, ogni cosa che esiste ha un campo che si estende in tutto l’Universo. Questo campo globale fa si che ogni cosa possa interagire con qualsiasi altra cosa.”
Ciò è stato dimostrato dal fenomeno dell’ ENTANGLEMENT, come è stato definito, il quale ha dimostrato scientificamente che, quando vi sono due strutture elementari della materia (fotoni, protoni, elettroni, qualcuno pensa anche le cellule), quello che succede a una condiziona istantaneamente – a qualsiasi distanza – anche l’altra. E la condiziona in maniera molto diretta.
Quindi, seguendo questa analisi delle strutture elementari di ciò che definiamo REALTA’, la modifica dello stato di una particella modifica lo stato di qualsiasi altra particella, sia che questa si trovi alla distanza di un micron sia a una distanza di anni luce!