Una bestia chiamata Occidente: la discesa nella pazzia

24 08 2022

Presentando questa terza e ultima parte dello scritto di Alastair Crooke, voglio fare una piccola prefazione al riguardo. Sebbene riconosca la validità della maggior parte delle cose da lui dette (non tutte), la visuale complessiva del suo scenario meriterebbe di essere ulteriormente ampliata. Il materiale contenuto in questi tre articoli potrebbe in futuro venire utilizzato in questo blog come riferimento per degli studi ulteriori riguardanti i cicli e i ricorsi-mutamenti nella storia. In particolare penso a una certa analogia che, se non ricordo male, mi venne riferita da Mediter (“http://mondo-simbolico.blogspot.com/“), tra le tensioni europee che seguirono la Rivoluzione francese e le tensioni europee a cui si sta assistendo dal 2006-2012 in avanti. Quelle di duecento anni fa sarebbero state risolte dal Congresso di Vienna nel 1815, da cui sarebbe uscita fuori una Restaurazione (un “voler ritornare a prima di Napoleone e della Rivoluzione”) la quale però non fu MAI completa e, anzi, dovette sempre tener conto dei cambiamenti mai visti prima sopraggiunti nei due decenni precedenti.

Tenendo presente queste cose che ha notato Mediter, ho pensato a una possibile analogia tra i periodi storici 1760-1820 e 1976-2036. Il primo di questi ha origine, seguendo gli studi di Igor Sibaldi, nell’anno in cui “una bestia chiamata ‘Occidente’ emerse dalle acque della storia precedente”, grazie a tre dinamiche in particolare: 1) La guerra dei sette anni in cui furono coinvolte per la prima volta tutte le potenze europee in tutto il mondo, Asia, Africa e America comprese; 2) L’inizio in Inghilterra di quella che si sarebbe chiamata “rivoluzione industriale”; 3) L’inizio in Francia del modo di pensare razionale e scientifico anti-religioso anti-tradizioni chiamato “illuminismo.” Tutto questo, nei sessant’anni seguenti, sarebbe confluito nella nascita degli Stati Uniti, nella Rivoluzione francese, negli sconvolgimenti napoleonici e infine – con la Restaurazione uscita dal Congresso di Vienna – nel frenare gli slanci troppo violenti (e per certi versi troppo in anticipo sui tempi) della Rivoluzione e di Napoleone.

Duecentosedici anni dopo, “dalle acque della storia precedente” emerse la tecnocrazia e, ovviamente, così in germe com’era (proprio così come l’industrializzazione e l’illuminismo nel 1760), ben pochi se ne accorsero quando comparvero i primissimi personal computer usciti dagli entourage dei giovanissimi Steve Jobs e Bill Gates. In seguito, nei due decenni successivi (anni ’80 e ’90 del XX secolo), la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni presero slancio, allo stesso modo della Rivoluzione americana (da cui uscirono gli Stati Uniti) più di duecento anni prima: gli anni 1760-1790 in cui si estendevano industrializzazione, illuminismo e la civiltà europea nel mondo, ritornano sotto nuove vesti negli anni 1976-2006, in cui si sono estesi i personal computer, internet e l’intelligenza artificiale.

I cosiddetti BoBo (Borghesi Bohemien), di cui racconta Alastair Crooke, fanno la parte di coloro che duecento anni prima – nutriti di quelle letture di Rousseau che viene citato – sarebbero stati  i giacobini (e, poco meno di cento anni prima, sarebbero stati i bolscevichi?) Sono quelli alla base dell’attuale tecnocrazia, la quale, per diverse ragioni, è un prodotto della cosiddetta “ideologia californiana” uscita fuori dagli anni ’90. (“https://it.wikipedia.org/wiki/Utopismo_tecnologico“)

«Il Golia del totalitarismo sarà abbattuto dal Davide del microchip»

(Ronald Reagan)

Nella cultura degli anni novanta del XX secolo cominciò a rifiorire un movimento del tecno-utopismo, legato al fenomeno delle società dot-com. Ciò avvenne soprattutto nella costa occidentale degli Stati Uniti, in particolare, nei dintorni della Silicon Valley. L’ideologia californiana era un insieme di credenze che conciliavano atteggiamenti bohémien e antiautoritaristi della controcultura degli anni sessanta con tecno-utopismo e aderenza ai valori delle politiche economiche libertarie. È stato attivamente promosso nelle pagine della rivista Wired, che è stata fondata a San Francisco nel 1993 ed è stata vista per un numero di anni come la “bibbia” dei suoi seguaci.[8][9][10]

Questa forma di tecno-utopismo riflette la convinzione che il cambiamento tecnologico rivoluzioni le società umane e che in particolare la tecnologia digitale – di cui Internet non era che un presagio modesto – aumenterebbe la libertà personale liberando l’individuo dal rigido abbraccio del grande governo burocratico. I “lavoratori della conoscenza” renderebbero le gerarchie tradizionali ridondanti; le comunicazioni digitali permetterebbero loro di sfuggire alla città moderna, un “residuo obsoleto dell’era industriale[8][9][10].

I suoi seguaci sostengono il superamento della suddivisione tradizionale tra partiti di destra e di sinistra, ritenendo che questa contrapposizione sia obsoleta. Ciò nonostante, un tecno-utopismo sproporzionato ha attratto diversi aderenti degli schieramenti ultra liberali. Pertanto, i tecno-utopisti hanno espresso una ostilità verso la regolamentazione da parte del governo e una fede nella superiorità del libero mercato. Tra i più noti autori del tecno-utopismo vi sono George Gilder e Kevin Kelly, un editor di Wired che ha anche pubblicato diversi libri[8][9][10].

Gli anni 1790-1796 della Rivoluzione francese – seguendo questo parallelo tra giacobini e ideologi californiani – ritornerebbero negli anni 2006-2012, quando i tempi della diffusione dei personal computer e di internet, si sarebbero mostrati ancora di più come “spazzanti via il vecchio” come delle “ghigliottine che tagliano la testa al passato”: consistenti nell’internet wireless ovunque, negli smartphone e nei tablet, nei social network, e nel web 2.0. degli algoritmi e metadati. Passato il 2012, sarebbe iniziata una nuova “epoca napoleonica”: avremmo visto i diversi volti della tecnocrazia invadere e avere l’intenzione di voler far piazza pulita nel mondo dell’industria, della politica, della finanza. La reazione del “vecchio mondo”, degli “eserciti anti-napoleonici”, dopo il 1802-1808, avrebbe fatto ritorno nel 2018-2024 e, così come allora, ci sarebbero state tensioni e blocchi, oltreché pazzie. Nel 1808-1814, Napoleone si sarebbe spinto troppo in là, avrebbe azzardato eccessivamente: cosa che, alla fine, avrebbe fatto in modo che Napoleone venisse vinto da quel “vecchio mondo” delle potenze europee anglo-tedesche-russe. Cosa succederà nel 2024-2030? L’ideologia californiana – da cui in sostanza sono uscite fuori cose come il “Gran Reset” – si spingerà troppo in là, la farà fuori dal vaso e verrà vinta, da cosa? Dal “vecchio mondo”…i populisti sovranisti?! Perciò il 1814-1820 forse ritornerà nel 2030-2036. Ci sarà una nuova Restaurazione e un nuovo Congresso di Vienna ma, nonostante questo – proprio come duecentosedici anni prima – non si riuscirà davvero nell’obiettivo di “ritornare ai tempi passati, quelli di prima la Rivoluzione”… a “ritornare ai tempi passati, di prima dell’ideologia californiana e la tecnocrazia” e ci sarà dunque uno strano misto – quasi contraddittorio ma reale – di “ritorno all’indietro” (ai valori “analogici e non digitali” “comunitari tradizionali e non globalisti anti-tradizione”, diciamo) contemporaneamente però a slanci di progresso anche violentemente nuovo, così come successe in quel 1820-1826 che potrebbe ritornare con nuove vesti nel 2036-2042.

Tornando ai tre articoli di Crooke, quel totalitarismo che lui vede in Occidente, da parte di una “sinistra radicale” fatta di alto-borghesi (se non élite aristocratiche) tecno-utopiste, è lo stesso totalitarismo che vediamo all’opera quando i computer ci costringono a pensare in un certo modo e a far sì che (e)seguiamo i loro intenti e non i nostri. Crooke è un ultra-liberale all’antica e, per ciò stesso, è contro anche un liberalismo completamente basato sull’intelligenza artificiale la quale detta ordini per far si che “il mondo continui a girare.” E’ indubbio che, ora come ora, milioni e milioni di persone pedalino al ritmo dell’ideologia californiana, che sembra dettare la tabella di marcia del mondo (non certo solo quello strettamente occidentale) e dei mass media…per questo, soprattutto nel seguente e ultimo articolo (che l’abbiamo inserito in una specie di “trilogia della bestia Occidente”) ciò venga visto come un “scivolamento nella pazzia.” Ma è una pazzia analoga a quella che fece sì che nel 1804 un “figlio della Rivoluzione francese” divenisse imperatore con la benedizione del papa. E’ la pazzia dei tempi.

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Gli argomenti non ruotano più intorno alla verità. Siete o ‘con la narrativa’ o ‘contro di essa‘, scrive Alastair Crooke. 

“La follia è l’eccezione negli individui; ma la regola nei gruppi” (Fredrich Nietzsche)

 

Questo è il terzo articolo di una serie di tre.

Il primo si focalizza su come il disorientamento di oggi assieme a un senso di salute mentale collettiva scomparsa, sia la manifestazione di uno stress psichico dovuto all’aver imbracciato contraddizioni tali da essere incapaci di una sintesi puramente razionale: un’ideologia che si propone essere esattamente ciò che non è. O, in altre parole, proclamando apparentemente libertà e individualismo – mentre nasconde nel suo linguaggio un’ideologia che insiste su come ogni comunità con delle radici non può supportare una ‘società redenta’ (a causa di razzismo radicato, di idee sorpassate ecc…) – deve dunque venire ripulita dall’alto verso il basso. Deve venire redenta da tutti questi lasciti. Ciò rappresenta i semi ‘bolscevichi’ che Rousseau seminò nel suolo fertile di una pre-esistente di una disposizione culturale franco-europea verso il totalitarismo.

Il secondo articolo ha affrontato il tema di come, negli Stati Uniti, questo ‘seme’ germogliò [dopo il 1989] in dei “gruppi di pensiero (groupthinking)” dei cosiddetti BoBo [Borghesi Bohemien], nella loro insistenza su come le deficienze umane [caratteristiche nelle comunità locali radicate] richiedessero di “essere risolte una volta per tutte”. Questo ideale doveva essere manifestato in uno sforzo che doveva portare un cambiamento rivoluzionario nella società occidentale, gettando il guanto di sfida a quelle che erano viste come ingiustizie strutturali nell’ordine economico, politico e sociale.

Ciò ha significato, in pratica, fare uscire fuori dal potere quelli “che erano troppo spesso maschi e bianchi”, e fare entrare dentro il potere e il danaro quelli che venivano sistematicamente vittimizzati. Per accelerare questo processo, è stato utilizzato il ricorso al panico morale (Covid e Cambiamento Climatico) per attuare l’abbandono al rallentatore dei nostri precedenti principi di governo in modo da ‘rifare l’essere umano’: Un progetto di re-immaginazione ‘umana’ che può venire attuato solo attraverso l’adozione di politiche illiberali .

Questo terzo articolo tenta di tratteggiare brevemente come queste tensioni hanno condotto una fazione delle élite occidentali a un disordine psichico (psicosi) secondo le premesse del prof di psicologia clinica Mattias Desmet, secondo le quali il totalitarismo non è una coincidenza storica ; non si forma nel vuoto, nasce attraverso la storia, di una psicosi collettiva che ha seguito una sceneggiatura prevedibile.

Tale quadro è importante per comprendere “dove ci stiamo trovando” e per inquadrare la resistenza a questa nuova fiammata di totalitarismo, – essendo un processo che acquista in forza e velocità ogni generazione, dai giacobini ai bolscevichi ai nazisti, nel solco degli avanzamenti della tecnologia.

Desmet espone accuratamente le tappe psicologiche che portano al totalitarismo : i governi, i mass media e altre forze meccanizzate  usano la paura, la solitudine e l’isolamento per demoralizzare le popolazioni ed esercitare un controllo, persuadendo degli ampi gruppi di persone ad agire contro i loro propri interessi – con dei risultati destrutturanti.

Per comprendere come funziona il totalitarismo, basta osservare che i suoi germi sono dappertutto intorno a noi. Inutile ripeterlo. Da quando i mezzi di comunicazione sono divenuti decentralizzati, digitali e algoritmici, la collusione dello stato con le piattaforme tecnologiche per controllare la cultura contemporanea, ha forzato gli individui a raggrupparsi in folle, in mandrie, dove le analisi riduzioniste, i signorsì et un tossico disprezzo per ogni punto di vista differente, servono ad alimentare i “clic” dei mezzi di comunicazione di massa, – anche se ciò ghiaccia l’immaginazione creativa e l’intelletto.

E’ impossibile rimanere al di fuori di questo discorso ; è impossibile pensare al di fuori dei feed di Twitter. La psiche digitale, come Adamo nell’Eden, dà dei nomi alle cose. Voi non siete “voi”. Voi siete l’etichetta che vi si dà ; il vostro lavoro è la somma di ciò che si è detto a suo proposito ; le vostre idee sono riducibili alla reazione che esse suscitano nel web. Dunque tutto ciò designa un deterioramento dell’efficacia mentale e del giudizio morale; finisce per formare una pseudo-realtà tagliata fuori dal mondo, generata per fini ideologici.

Un “gruppo di pensiero”, un “groupthink” non è un segmento della società che pensa usando la sua propria razionalità. Usa si una razionalità ma di un certo tipo ridotto a un loop che si auto-alimenta, che permette a un qualche tipo di realtà auto-immaginata di staccarsi da tutto i resto [coinvolgendo in ciò la collettività attraverso i mass media in modo così ampio da risultare totalitario]; allontanandosi sempre di più in questo loop da ogni legame con tutto il resto, e quindi finire nell’illusione – appoggiandosi sempre su dei compari legati mentalmente alle stesse idee per la loro convalida e la loro estesa radicalizzazione.

Così come ha fatto notare il dottor Robert Malone, si tratta qui di allontanarsi dal focus sugli attori esterni e le forze obiettive, considerando invece i processi psicologici che alimentano il rifiuto di gran parte della realtà, – assieme all’apparente ipnosi di colleghi, amici e familiari.

Il dottor Malone si concentra, comprensibilmente, sulla “follia che s’è impadronita degli Stati Uniti”, direttamente responsabile delle “decisioni stupefacentemente non scientifiche e contro-produttive, – bypassando le norme della bioetica, della regolamentazione e degli sviluppi clinici – nel proposito di accelerare la produzione di vaccini genici”. Ma i commenti di Malone hanno una portata molto più ampia:

Proprio come dentro i gruppi di cittadini ordinari, una caratteristica prevalente appare quella di rimanere fedeli al gruppo mantenendosi alle decisioni in cui il gruppo s’è ingaggiato – anche quando le sue politiche non stanno funzionando bene e hanno conseguenze involontarie che disturbano la coscienza dei suoi membri. In un certo senso, i membri considerano la fedeltà al gruppo come la più alta forma di moralità. Questa fedeltà richiede a ogni membro di evitare di sollevare delle questioni controverse, di mettere in questione le argomentazioni deboli, o mettere uno stop ai cosiddetti ‘wishful thinking’, cioè il voler continuare a credere a una cosa sebbene la realtà di questa cosa sia alquanto dubbia”.

“Paradossalmente, i gruppi senza una direzione ferma sono suscettibili di essere estremamente duri verso i gruppi estranei e i nemici. Quando trattano con una nazione rivale, un gruppo di politici trova relativamente facile autorizzare soluzioni anti-umane come i bombardamenti su vasta scala. E’ improbabile che un gruppo di funzionari governativi persegua le questioni difficili e controverse che emergono quando vengono messe in discussione le alternative a una dura soluzione militare. È improbabile che un gruppo affabile di funzionari di governo persegua le questioni difficili e controverse che emergono quando vengono in discussione alternative a una dura soluzione militare”.

“Né i membri sono inclini a sollevare questioni etiche che implichino che questo ‘gruppo composto da noi altri brave persone’, col suo umanitarismo e i suoi nobili principi, potrebbe però essere capace di adottare una linea di condotta disumana e immorale.”

L’ampliamento negli anni della parte atlantica della bestia Occidente (il “mare”, la finanza) contro la sua parte continentale eurasiatica (la “terra”, l’economia.)

Gli argomenti non ruotano più intorno alla verità (o alla ricerca di essa) ma vengono giudicati dalla loro aderenza o meno ai principi di un singolo modo di pensare. O tu sei “con la narrativa” o “contro di essa”, non esistono vie di mezzo.

Desmet ha effettivamente aggiornato la definizione di Hannah Arendt di una società totalitaria come “una in cui un’ideologia cerca di sostituire tutte le tradizioni e le istituzioni precedenti con l’obiettivo di portare tutti gli aspetti della società sotto il controllo di quell’ideologia.”

Cosa distinta dall’autoritarismo, dove uno stato mira si a monopolizzare il controllo politico, ma non cerca una trasformazione profonda, intrusiva e invadente nella visione del mondo e dei comportamenti dei suoi cittadini. 

Durante i primi anni 1970, quando il fiasco della politica estera statunitense in Vietnam stava per concludersi, uno psicologo accademico, altrettanto concentrato sulle dinamiche di gruppo e sul potere decisionale, fu colpito dai parallelismi tra le sue ricerche e i comportamenti di gruppo implicati nel fallimento della politica estera USA nella Baia dei Porci a Cuba. Incuriosito, ha iniziato a investigare ulteriormente i processi decisionali coinvolti in questo caso, così come le debacle politiche nella Guerra di Corea, nell’aggressione giapponese a Pearl Harbour, e l’escalation nella Guerra del Vietnam. Il risultato delle ricerche dello psicologo fu il libro Victims of Groupthink: A psychological study of foreign-policy decisions and fiascoes di Irving Janis (1972).

Janis ha debitamente delineato tre regole ben definite del Groupthink (come parafrasato da Christopher Booker):

Primo: un gruppo di persone arriva a condividere un punto di vista comune, spesso proposto da pochi individui ai quali viene dato credito. Tuttavia, è una visione non basata sulla realtà. Questi aderenti possono essere convinti intellettualmente che il loro punto di vista è giusto, ma la loro convinzione non può essere messa alla prova in un modo che possa confermarla – al di là di ogni dubbio. E’ semplicemente basata sulla visione del mondo come loro immaginano che sia, o più precisamente, come vorrebbero che fosse.

La seconda regola è che, proprio perché la loro visione è essenzialmente soggettiva e non dimostrabile, quelli del Groupthink fanno tutto il possibile per insistere sul fatto che il loro punto di vista è così evidentemente corretto da far sì di meritare il ‘consenso’ di tutte le persone razionali, logiche e benpensanti, le quali devono essere d’accordo con esso. Ogni evidenza contraddittoria, e i punti di vista di chiunque non sia d’accordo con loro, possono essere completamente ignorati.

Terza, molto importante, è la regola che afferma come, allo scopo di rafforzare la convinzione di quelli ‘nel gruppo’ che il loro punto di vista è quello giusto e che hanno ragione loro, devono trattare le opinioni di chiunque lo metta in dubbio come del tutto inaccettabili. Le persone che mettono in dubbio il punto di vista del groupthink sono allora considerate ottuse e quindi non dovrebbero venire coinvolte in nessun dialogo serio, ma piuttosto essere emarginate. Tutti quelli che si trovano al di fuori della bolla del groupthink devono venire marginalizzati, e se necessario, i loro punti di vista caricaturizzati senza pietà per renderli ridicoli.

E se ciò non bastasse, devono essere attaccati nei modi più violentemente sprezzanti, di solito con l’aiuto di qualche etichetta che li metta in cattiva luce degradandoli – etichette quali ‘bigotto’, ‘sorpassato’, ‘xenofobo’ o ‘negazionista’. Il dissenso in ogni sua forma non può venire tollerato. Alcuni membri del groupthink si impegnano ad avere un ruolo di ‘poliziotti del pensiero’ e correggere le convinzioni dissenzienti.

Questo processo psicologico può indurre il gruppo a prendere decisioni rischiose o immorali. Molti dei più grandi errori e orrori della storia dell’umanità devono il loro verificarsi, esclusivamente all’istituzione e all’imposizione sociale di una falsa realtà – un mondo percepito così come lo si immagina e non come è: una pseudo realtà al posto della realtà. Quanto più completamente viene assunta questa posizione idiota [nel suo senso più etimologico di auto-esclusione dalla realtà], tanto più la psicopatia funzionale che ne è alla base verrà portata alla luce; e dunque avviene la manifestazione della pazzia collettiva.

Tuttavia, percepirli erroneamente come “normali”, quando in realtà non lo sono, porterà milioni e milioni di individui a fraintendere le motivazioni degli ideologi pseudo realisti – installando universalmente la loro ideologia – dimodoché i milioni di “persone normali” faranno scorrere le loro vite dentro un totalitarismo senza nemmeno rendersene conto, finché c’è il rischio che sia troppo tardi per cambiare rotta.

La pazzia è una forma particolare dello spirito la quale si può aggrappare a tutti gli insegnamenti e a tutte le filosofie, ma ancora di più alla vita quotidiana, perché la vita stessa è piena di pazzie, anzi nel suo fondo totalmente illogica. L’umano si sforza di raggiungere la ragione che per potersi fissare delle regole.  

(Carl Jung)

La questione qui è che un’analisi razionale geopolitica della formazione di una psicosi di massa è inutile. Solo uno psicoterapeuta potrebbe avere osservazioni rilevanti da fare. Nessuna cosa sul negazionismo di massa ha senso, oltre il riconoscimento della sua maligna esistenza.

E’ ‘ciò che è’ e richiederà una catarsi per chiarificarlo e cancellarlo.

[…]

L’analisi, che abbiamo visto prima, di Janis permette dunque di spiegare degli avvenimenti geopolitici come le risposte iper-ideologiche dell’Unione Europea alle crisi in Europa dell’est?  Sembra che ciò corrisponda a tutte le osservazioni e analisi di Janis sui fiaschi in politica estera. La follia di gruppo è più caratteristica quando siamo confrontati a delle persone che hanno un’opinione categorica quanto enfatica su un dato soggetto sensibile (un’operazione bellica per esempio), ma che poi, dopo un po’, passati i primi momenti di esaltazione amplificata dai mass media, esce fuori non c’abbiano mai veramente riflettuto bene. 

[…]

Non hanno guardato seriamente ai fatti e all’evidenza. Le loro opinioni super-amplificate dai mass media non sono basate su nessuna reale comprensione del perché credano a ciò che fanno, e questa non comprensione li incoraggia a insistere ancora più veementemente – e con intolleranza verso le opinioni contrarie – che il loro punto di vista è sempre quello giusto, e a respingere come fuori di testa, insensata o anche criminale ogni opposizione.

Ogni fanatismo è un dubbio represso.

(Carl Jung)

Si dice che – nel suo pensiero preso alla lettera e nell’insistenza sul disimpegno – il liberalismo abbia un “centro vuoto”, spogliato di qualsiasi fonte sostanziale di significato morale. Eppure la vita politica detesta il vuoto e dunque questo centro non rimane vuoto. Quel “bene” a cui il liberalismo è stato agganciato – come fonte di significato collettivo dell’Occidente – è “il salvataggio dell’ordine liberale”, la preservazione del suo progetto IDEOLOGICO contro l’attrazione crescente verso delle condizioni basate su una civiltà e non su una ideologia.

Nel suo studio Men without Chests, C.S. Lewis ha caratterizzato l’ a-thumia (il fallimento del thumos – un concetto dell’Antica Grecia riguardante l’empatia e la connessione tra gli umani) come uno stato dell’essere scoraggiato e malinconico che è il risultato di un’educazione che insiste sul fatto che ogni percezione del valore morale è semplicemente soggettiva.

Il filosofo Talbot Brewer afferma che abbiamo tutti uno “sguardo valutativo” sul mondo.  Ma, se non c’è nulla di reale da guardare, allora la nostra capacità di valutazione non può riferirsi a nulla d’altro che al se soggettivo. In questo caso, è difficile di vedere come un tale “Groupthink” può fare la distinzione tra la valutazione e l’affermazione di sè. Il “Groupthink” non ha dunque nessuna altra scappatoia a parte imporre i suoi “valori” al mondo, pedalando al ritmo dei riflessi condizionati dell’ideologia.

[…]

L’idea che l’empatia e le comunità tra gli umani possano svolgere un ruolo epistemico positivo nell’approccio alla realtà è ormai largamente estraneo al pensiero politico occidentale contemporaneo. Eppure, quando il thumos muore, i sintomi del disordine psichico, dell’ansia, della solitudine e dell’amarezza ci conducono inevitabilmente alla pazzia, – sia individualmente sia collettivamente.

“Le catastrofi gigantesche che oggi ci minacciano non sono avvenimenti elementari di ordine fisico o biologico ma eventi psichici. In misura abbastanza terrificante siamo minacciati da guerre e rivoluzioni le quali altro non sono che epidemie psichiche. In ogni momento diversi milioni di esseri umani possono essere colpiti da una nuova follia, e quindi avremo un’altra guerra mondiale o un’altra rivoluzione devastante. Invece di essere in balia di bestie feroci, terremoti, smottamenti e inondazioni, l’umano moderno è bersagliato dalle forze elementari della sua propria psiche.”

(Carl Jung, 1932) 



Versione originale: “https://www.strategic-culture.org/news/2022/08/22/descent-into-madness/





Una bestia chiamata Occidente: la nascita di una tragedia

22 08 2022
 
 
Alastair Crooke continua a esplorare le origini del totalitarismo nascosto dentro la [attuale] cultura europea.

(La prima parte di questi due articoli rintraccia le origini di un totalitarismo celato dentro questa cultura europea. La seconda parte si inoltra ulteriormente nella questione.)

 

Poiché mi immersi nel futuro, fin dove lo sguardo umano potrebbe spaziare,
Vidi la visione del mondo, e tutto ciò che sarebbe stato.

(Alfred Lord Tennyson)

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La nascita della tragedia (Friedrich Nietzsche, 1872) definì i due aspetti opposti gemelli della natura umana – la sua polarità – come comprendenti le (presumibilmente) virtù apollinee della ragione e dell’ordine essere in violenta opposizione psichica alle forze caotiche (dionisiache) di una scatenata e primordiale energia (simboleggiata come fuoco) nell’essere umano.

Nella visione di Nietzsche (così come in quella degli antichi), entrambe le polarità erano necessarie per bilanciare e armonizzare le faccende umane. Tuttavia, la secolare cancellazione della trascendenza, con cui il genere umano potrebbe trovare significato elevandosi a un livello differente di ‘comprensione’, ha come lasciato semplicemente premuto un pulsante acceso in una specie di pilota automatico, finendo appunto in tragedia.

Dunque, la tragedia – nella visione di Nietzsche “del mondo e di tutto ciò che sarebbe” – era che la razionalità, in assenza di un correttivo dionisiaco della sua potenziale distruttività, avrebbe teso a capovolgersi in uno strumento che, lungi dal mantenere l’ordine e la civiltà, sarebbe stato capace di far piombare nel disordine e nella barbarie.

Nietzsche fu in grado di capire che l’apparente marcia trionfale del progresso europeo si stava dirigendo verso una caduta catastrofica. Nietzsche temeva grandi guerre all’orizzonte, le quali – mentre egli stesso stava scivolando nella follia – sarebbero alla fine arrivate: infatti, proprio così come la sua malattia psichica, la follia del mondo da lui diagnosticata era destinata a fare il suo corso.

Una bella digressione, ma cosa questo aneddoto ha a che fare con l’occidente attuale? Bene, in verità ha molto a che fare. Nietzsche era figlio di un pastore protestante [caso strano, proprio come un altro visionario tragico, Van Gogh]. Fu missionario impegnato per l’Utopia universale; ma dal momento che per lui ‘Dio era morto’, divenne frustrato fino alla follia nello sforzo di immaginare come potesse essere organizzata una redenzione secolare dell’umanità. Alla fine, lo sforzo [non certo la “forza” di Guerre Stellari] lo spinse oltre il limite, nella follia. La sua è, in un certo senso, la storia della tragedia che si sta svolgendo oggi.

Se la “caduta” dell’Occidente ebbe la sua gestazione nella contro-cultura totalitaria della Rivoluzione Francese (vedere la prima parte), la “venuta al mondo” di questa caduta la vediamo nell’implosione dell’Unione Sovietica. Semplicemente, l’argomentazione dialettica ha una tesi e una contro-tesi, che alla fine dovrebbe produrre una sintesi. Dunque, con l’implosione dell’Unione Sovietica, la tesi occidentale definita nei termini della sua antitesi (l’U.R.S.S.) ha perduto la sua logica. Improvvisamente e drammaticamente, l’anti-tesi evaporò!

[“https://civiltascomparse.wordpress.com/2014/10/07/la-supersintesi-della-storia-occidentale-pensando-alla-dialettica-di-hegel/“]

Private dell’ancora del pensiero metodologico occidentale, le élite trionfaliste si sono allontanate dalla realtà, e in una serie di tentativi missionari di riplasmare il mondo a loro immagine, hanno abbracciato un’ideologia che pretende di essere esattamente ciò che non è. Cioè, un’ideologia che proclama la difesa della libertà e dell’individualità, mentre nasconde nel suo linguaggio [e nelle sue pratiche], un totalitarismo ereditato dai giacobini, [dai bolscevici] e dai fabiani [https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/07/13/la-scena-finale-del-primo-film-della-serie-di-fantozzi-e-la-fabian-society/].

La “forma delle cose a venire” (presa in prestito da H. G. Wells, 1933) ed estesa all’inizio del 1900, doveva essere l’ “ultima rivoluzione” – un’ultima rivoluzione in mezzo al collasso sistemico (‘ultima’, poiché tutti da allora in poi sarebbero stati presumibilmente contenti all’interno di una realtà controllata modellata dalle caste superiori.) Questo fu il nichilismo europeo che collassava in una più estrema “riforma dell’umanità” scientifica di tipo bolscevico.

In che modo questa fantasia distopica è finita dentro l’attuale politica nordamericana [idealmente, “a capo dell’Occidente” da diversi decenni a questa parte]?

David Brooks, l’autore di Bobos in Paradise, (lui stesso un giornalista “liberal” del New York Times), ha affermato che di tanto in tanto emerge una classe rivoluzionaria che sconvolge le vecchie strutture. Tale nuova classe, Brooks afferma, non si proponeva di essere una classe sociale superiore di élite dominanti: è semplicemente…accaduto così. Inizialmente, nei suoi propositi, quella classe elitaria avrebbe dovuto produrre valori progressisti e crescita economica. Ma alla fine è cresciuta incontrollabilmente generando risentimento, alienazione, e innumerevoli disfunzioni politiche.

I facenti parte della “borghesia bohemienne” – o ‘BoBo’ – erano ‘bohémien’ nel senso che provenivano dalla generazione narcisistica di Woodstock; ed erano ‘borghesi’ nel senso che – passato Woodstock – questa classe “liberale” s’è successivamente evoluta nei vertici di potere del paradigma culturale mercantilista, aziendalista e di Wall Street.

Brooks confessa che inizialmente aveva guardato con favore a quei (“liberal”) BoBo. Tuttavia, si è alla fine rivelata una delle analisi più ingenue da lui scritte e ha ammesso: “In qualunque modo volete chiamarli, [quei “BoBo”] essi si sono fusi tra loro in una specie di “casta braminica inter-coniugale che domina la cultura, i mass media, l’educazione e la tecnologia.”

Questa classe sociale, che stava accumulando enormi ricchezze e si stava radunando nelle grandi aree metropolitane nordamericane, giunse anche a dominare i partiti di sinistra in tutto il mondo che erano in precedenza dei veicoli per la classe operaia.  “Abbiamo spinto questi partiti ancora più a sinistra sulle questioni culturali (premiando il cosmopolitismo e le questioni identitarie), mentre si annacquavano e si ribaltavano le tradizionali posizioni democratiche proprie dei vecchi sindacati. Quando degli appartenenti alla “classe creativa”, gli appartenenti alla classe operaia tendono ad andarsene via.” Queste differenze culturali e ideologiche polarizzanti si sovrappongono alle differenze economiche.

Se Repubblicani e Democratici parlano come se vivessero in due pianeti diversi, è perché:

“Mi sono sbagliato molto a proposito dei BoBo”, dice Brooks. “Non ho previsto con quanta aggressività ci saremmo mossi nell’affermare il nostro predominio culturale, il mondo in cui avremmo cercato di imporre i valori delle élite attraverso codici di pensiero e parole. Ho sottovalutato il modo in cui la “classe creativa” avrebbe innalzato con successo barriere intorno a se stessa per proteggere i propri privilegi economici … E ho sottovalutato la nostra intolleranza verso punti di vista differenti. Quando dici a una grossa fetta di una nazione che le loro voci non meritano di essere ascoltate, reagiranno male—e lo hanno fatto”.

I BoBo hanno voluto effettivamente realizzare ciò che diceva H. G. Wells nel 1901:

“E’ diventato evidente che masse intere della popolazione umana sono, nel suo complesso, inferiori nelle loro pretese sul futuro, rispetto ad altre masse, che non possono essere date loro opportunità o affidare loro il potere così come lo si affida alle classi superiori, che le loro caratteristiche debolezze sono contagiose e dannose per il futuro della civilizzazione”.

Qualcosa cominciò a cambiare verso il 2015-2016 – iniziò una reazione. Fu l’elezione a sorpresa di Donald Trump? Trump fu probabilmente accidentale. Più probabile fu il drammatico passaggio tra i conservatori nordamericani verso un’attitudine orientata a una maggiore libertà da questo Sistema. Le campagne elettorali del 2008 e del 2012 di Ron Paul hanno molto a che fare con questo cambiamento tra gli elettori repubblicani. I conservatori e gli indipendenti dalla mentalità aperta stavano ritornando alle loro fondamenta culturali caratterizzate da un governo e uno stato poco ingerenti, dalla priorità data alla costituzione, al pensiero indipendente, ai valori di merito – e non di casta – e alla decentralizzazione. Questo ha rappresentato il contro-polo, l’anti-tesi.

[“https://civiltascomparse.wordpress.com/2011/09/10/limpossibile-vittoria-di-ron-paul-alle-presidenziali-del-2012/“]

Fu a questo punto che il mondo “corporate”, aziendale, multinazionale nordamericano decise di diventare ideologico a pieno regime.

Uno storico culturale preveggente, Christopher Lasch, ha previsto ciò. Scrisse un libro – La rivolta delle élite – per descrivere come, già nel 1994, si fosse ‘tuffato nell’allora futuro’. Vide una rivoluzione sociale che sarebbe stata spinta fino al culmine dai borghesi radicalizzati. I loro leader non avrebbero avuto quasi nulla da dire a proposito della povertà e della disoccupazione. Le loro questioni sarebbero state incentrate su ideali utopici: diversità e giustizia razziale – ideali perseguiti con il fervore di una millenaria e astratta ideologia.

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Uno dei punti chiave su cui insisteva Lasch era che quei futuri giovani “marxisti” nordamericani avrebbero sostituito la lotta di classe con la lotta culturale. Aggiungendo che un’ “élite illuminata” (così come pensa di se stessa), “avrebbe potuto anche non degnarsi di persuadere la maggioranza […] … attraverso un dibattito pubblico razionale – mantenendo comunque la presunzione di portare la torcia per la redenzione dell’umanità. Le nuove élite disprezzano i “deplorabili”: una tribù che è tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella sua moralità sessuale, mediocre nei suoi gusti, compiaciuta e compiacente, noiosa e sciatta”, come scrive Lasch.

Questo radicalismo sarebbe stato contrastato, predisse, ma non dagli strati più alti della società, ne dai leader della Gran Filantropia o da quelli delle grandi imprese e aziende miliardarie. Questi ultimi, anzi, in qualche modo contro-intuitivamente, ne sarebbero divenuti i loro facilitatori e finanziatori.

Non sorprende dunque che la Gran Filantropia finanzi e condivida le aspirazioni di tali radicali. Le grandi attività filantropiche di oggi non hanno relazione alcuna con la filantropia tradizionale. Piuttosto, i vertici della filantropia nordamericana oggi sono dei rivoluzionari, occupati, come sono, da istituzioni massicce e benestanti le quali non provano altro che disprezzo per le idee tradizionali della filantropia.

Oggi come oggi, la convinzione (nel contesto di ciò che è visto come il fallimento dei diritti civili e delle riforme del New Deal), è che una filantropia rivoluzionari dovrebbe essere schierata per “risolvere i problemi una volta per tutte”. L’ideale si manifesta nello sforzo di portare profondi cambiamenti strutturali nella società, sfidando quelle che sono considerate le fondamentali ingiustizie istituzionali degli ordini economici e politici. Ciò significa spostare ancora una volta il potere, via dalle élite, ‘le quali sono così spesso maschili e di razza bianca’ e dunque fanno parte delle ingiustizie strutturali della società – per mettere la ricchezza della Fondazione direttamente nelle mani di quelli che sono stati sistematicamente vittimizzati.

Questo importante cambiamento ideologico necessita di essere assorbito: la Gran Filantropia, i “Big Tech” e i grandi Consigli di Amministrazione (CEO) si son ritrovati dentro il movimento ‘Woke’ e quello dei militanti ‘Black Lives Matters’, e stanno rilasciando “Big Funding” (diverse tra queste fondazioni possiedono risorse tali da eclissare quelle dei più piccoli stati nazione). Anche qui vediamo all’opera un effetto moltiplicatore, poiché Big Philanthropy, Big Tech e Big Biotechnology agiscono come un sistema di rete interconnesso. Sono tutti al lavoro per costruire un futuro “trans-umanizzato” guidato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, guidato da una ‘aristocrazia multiculturale.’

Una parte di questa aggressiva rotazione nei “posti di lavoro di alto livello” può essere  attribuita al cosiddetto “movimento ESG” (Environmental-Social-Corporate Governance) – uno strumento per fondazioni globaliste quali la fondazione Ford, la Rockefeller Foundation e il World Economic Forum. A tutto questo ci si riferisce anche come al ‘capitalismo delle parti interessate’ e all’ ‘investimento relativo alla missione’ – che, in effetti, è solo un altro termine metodologico col quale tutti i pensieri umani e i comportamenti quotidiani, possono venire sia ripiegati in un mono-pensiero di uno stato unitario, sia per la direzione politica del comportamento delle imprese.

Il movimento ESG, così come la Gran Filantropia, riguarda il denaro: prestiti che vengono concessi dalle principali banche e fondazioni a quelle aziende che sono in bolla con le linee guida dello ‘stakeholder capitalism’ (‘capitalismo delle parti interessate’.) Le aziende sono costrette a mostrare che stanno attivamente perseguendo un tipo di business che dà la priorità ai valori Woke e alle restrizioni per “combattere il cambiamento climatico.” […]

Anche il regime biomedico emerso sulla scia della pandemia di Covid, poggiava su un imperativo morale di tipo ESG. Fin dai primi giorni della pandemia, le parole ‘vulnerabilità’, ‘solidarietà’ e ‘cura’ sono stati consolidati in questo modello proprio dell’ESG: ‘sicurezza collettiva.’

L’idea della vulnerabilità non ha niente di nuovo. Inizialmente, si pensava che fosse la classe operaia ad aver bisogno di protezione. Ma sulla falsariga dell’ideologia della Gran Filantropia, sono i gruppi identitari, i marginalizzati per questioni razziali e gli emarginati per questioni sessuali a essere divenuti ‘soggetti vulnerabili’. Questa narrativa è stata assimilata nel più ampio meme della ‘politica dei sacrifici’ per cui siamo pronti a sacrificare le nostre libertà per le vite di altre persone: per proteggere i gruppi vulnerabili, perché questa è la nostra solidarietà. Cioè, ha fine la libertà individuale quando ha inizio la libertà collettiva.

La vita lavorativa è diventata un costante indotto sacrificio di sè, un cosiddetto “walk of shame”, un “cammino della vergogna.” Anche gli sforzi più assurdi vengono richiesti ai lavoratori perché dimostrino di essere degni di avere un lavoro. Sessioni di auto-flagellazioni di massa nei posti di lavoro, università e scuole – seminari contro il razzismo, polizia linguistica di tipo LGBTQ , corsi di ‘coscienza climatica’ , tutto imposto dall’alto – sono divenuti rituali saldamente radicati. Quindi, non c’è da stupirsi se un recente studio di Lancet su 10.000 adolescenti e giovani adulti abbia rivelato che più della metà di loro si sentiva “triste, ansioso, arrabbiato, senza potere, senza aiuto e in colpa” “per il cambiamento climatico.” Insomma, la gente sta seguendo Nietzsche, e sta silenziosamente diventando matta.

Lo status quo, l’establishment, non ha semplicemente nessun messaggio da dare per tali elettori di fronte alle difficoltà in arrivo. L’unica visione per il futuro che può evocare è Net Zero – un’agenda distopica che porta verso nuove vette la politica dell’austerità e dei sacrifici e la finanziarizzazione dell’economia.

C’è un film su un antropologo tedesco che si reca in Colombia, Embrace of the Serpent, l’esploratore è alla ricerca di una rara, ma celebrata, pianta curativa amazzonica . In precedenza, un altro esploratore tedesco, alla ricerca di questa pianta, partì per l’Amazzonia per non fare più ritorno.

In questa storia vera, l’antropologo incontra uno sciamano, che pensa di ricordarsi dove si trovano le piante.  E’ un viaggio arduo e pericoloso fatto con una piccola canoa, in pelle, larga appena lo spazio per sedersi.

Lo sciamano, i cui unici beni sono un perizoma e una pagaia, chiede perché gli europei ‘abbiano così tanto bagaglio’. “E’ più semplice senza”, suggerisce. Inizialmente, la domanda viene accantonata poiché l’antropologo si solleva, sudando e trascinando valigie e scatole trascinando giù su cascate, ogni giorno dai bivacchi notturni alla canoa. Ma lo sciamano lo tiene a bada: “la canoa non è stabile”, insiste.

Allora l’esploratore tedesco spiega che: in primo luogo, dentro i bagagli ci sono i diari dei viaggi del suo defunto predecessore e non può perdere quei diari. E poi ci sono la sua fotocamera e le fotografie. Si tratta di registrazioni vitali per il suo viaggio. Anche i suoi libri,  assieme ai diari e all’amato grammofono sono ugualmente preziosi.

Il viaggio si allunga, il fiume è vorticoso e le cose si fanno dure.

Poi, un giorno, di punto in bianco, l’antropologo getta via una valigia fuori bordo. Lo sciamano sogghigna. Poi una pausa; quindi un altro bagaglio viene buttato via. Alla fine tutti i bagagli vengono gettati in acqua … e stavolta è l’esploratore europeo che sorride con sollievo.

Man mano che i tempi si faranno più difficili, vedremo qualcosa di analogo: l’Environmental-Social-Corporate Governance (ESG) verrà gettato fuori bordo (sta già cominciando). Poi l’industria cinematografica Woke scivolerà nelle acque (sta sta succedendo velocemente). Poi sarà la volta delle lezioni obbligatorie di critica razziale ed equità, e poi chissà… anche le discipline riguardanti il Covid spariranno sotto i vortici dell’acqua che scorre veloce.

E sorrideremo, avvertendo che un pesante fardello non ce l’avremo più sulle nostre spalle.

Versione originale: https://www.strategic-culture.org/news/2022/08/15/a-birth-of-tragedy/





Fisica Zen: La scienza della Morte e la logica della reincarnazione (libro scritto da astrofisico Darling) come indagine definitiva sulla coscienza unica alla base dell’ universo

9 07 2022

La distinzione che forse vuole intendere Eric Wargo riguardo alla “coscienza superiore” che viene “ristretta” e “ricostruita” per essere metaforicamente “contenuta” entro i confini fisici del cervello del soggetto per dare origine alla “percezione di un Io” in un certo senso non si estende “nello spazio” ma “nel Tempo”. Essa esiste anche se per ragioni relative alle percezioni limitate del nostro cervello non è tangibile, ma è comunque inevitabile. Poi, non so come essa funzioni, ma è come se invece di avere “massa nello spazio” avesse “massa nel Tempo” ed è per questo che noi possiamo ricevere informazioni dal futuro. E’ come se questo “imbuto restringente” che cattura uno spicchio di coscienza unica – superiore si esprimesse nel Tempo. E’ solo che Wargo preferisce “stabilire” che ciò che noi intendiamo per coscienza allargata sia esclusivamente un “senso dell’ Io allungato” che trascende il Tempo e non l’ universo in sé fatto di coscienza che viene ristretto o rimpicciolito o ricostruito in chiave cerebrale dall’ organo neuronale, ma io non sono d’ accordo. Le due cose vanno assieme e non si escludono l’ una con l’ altra. In un certo senso esiste sia l’ Io esteso che trascende il Tempo da una “fonte” cerebrale, sia l’ universo fatto di coscienza da cui il cervello “risucchia” metaforicamente uno spicchio di esso per metabolizzarne una “copia” (di file, si potrebbe dire, metaforicamente) in “chiave neuronale”. Infatti è proprio l’ aggiunta della dimensione “paranormale” della “precognizione” e della “retrocausalità” che trascende il Tempo che completa il disegno di un cervello che “clona” la coscienza universale in una versione confinata al corpo e che quindi fa del cervello essenzialmente un “figlio” dell’ universo, o comunque una sorta di “riduzione” di esso in scala frattale. La mente individuale è il granello singolo di un deserto di sabbia che rappresenta l’ universo – coscienza.

(mio commento in una conversazione nella chat social di noi bloggers)

Non c’è ragione di supporre a priori che il problema della morte debba essere improponibile a livello scientifico.

Due principali conclusioni verranno elaborate, entrambe da prendere in seria considerazione, ed entrambe, se non fosse per la mole di evidenze che le supportano, potrebbero sembrare incredibili, assurde. La prima conclusione: una forma di reincarnazione naturalistica è logicamente inevitabile dopo la morte di un soggetto. La vita dopo la morte è inevitabile. E inoltre, deve esserci la continuità della coscienza (della percezione di esistere), così che appena finisci il tuo percorso in questa vita ne inizierai un altro in qualche altra forma (di vita). La seconda conclusione: il cervello non dà origine alla percezione della coscienza da parte del soggetto, ma è in realtà un organo che la restringe e rielabora attraverso “interpretazioni in base fisica – materiale”, attingendo la coscienza che percepiamo da una fonte che è la Mente in quanto “proprietà fondamentale e pervasiva dell’ universo”, una (per così dire) sostanza che è “aldilà” ma che allo stesso tempo costituisce “un insieme – il tutto contenuto in esso” e che è indistruttibile ed eterna.

Troppo spesso la scienza si pone come qualcosa che distrugge le speranze di sopravvivenza dell’ uomo in un mondo “giungla”. Ma non deve essere necessariamente percepita in questo modo. Una sorta di crescita o trasformazione mentale, spirituale, psicologica può essere raggiunta tramite l’ applicazione della logica e del pensiero.

Epicuro parlava dell’ irrazionalità di temere la fine della percezione della propria coscienza nella sua Lettera a Menoeceus: “devi acclimatarti alla credenza che la morte non è niente per noi. Perché tutto il bene e il male consistono in sensazioni, ma la morte è una deprivazione di sensazioni. E quindi la mortalità della vita è piacevole, non perché ci porta via la brama di immortalità, ma perché non c’è niente di terribile nella vita di un uomo che ha realmente compreso che non c’è niente di terribile nel “non essere in vita”.”

Ludwig Wittgenstein: “Noi non facciamo esperienza della nostra morte. La nostra vita non ha fine nello stesso modo in cui il nostro campo visivo non ha limiti. “ Per usare una analogia matematica, come una curva “asymptotic” si avvicina sempre di più ad una linea ma non la tocca mai per davvero, così noi ci avviciniamo alla nostra morte, lungo il nostro percorso di vita, ma non raggiungiamo mai l’ esperienza della nostra morte ( se per essa si intende la fine della nostra percezione di essere coscienti in quanto “essere Io”).

Se la morte marca la fine permanente della tua coscienza individuale, allora dal tuo punto di vista quando muori, l’ intero futuro dell’ universo (possibilmente decine di miliardi di anni se non di più) dovrebbero “telescope down” (srotolarsi all’ indietro – essere spinti all’ indietro verso di te da una forza di attrazione), come descriveva Socrate, in un singolo sfuggevole istante. (Questo concetto assomiglia alla descrizione del momento dell’ Eschaton alla data zero della Timewave Zero di Terence Mckenna, e ciò potrebbe farci capire che “una timeline individuale” (il tempo di vita di un soggetto) e la “vita” distribuita in fasi dell’ universo, a livelli diversi ma frattali, rappresentano lo stesso concetto, sono la stessa cosa, la vita dell’ individuo cosciente (dotato di organo restringente della coscienza unica) e l’ universo sono interpretabili come identici, così che in un certo senso la morte di un individuo singolo corrisponde allo smaterializzarsi dell’ universo stesso, e in un certo senso si potrebbe concludere che ciò che vuole esprimere il concetto di “Tempo frattale” che viene attirato da un “punto di attrazione gravitazionale – temporale” nel futuro e quindi una concezione del Tempo come di una timeline diretta verso un “traguardo finale” è che ipoteticamente al momento del raggiungimento della Data Zero, quando raggiungeremo la manipolazione del Tempo attraverso l’ attivazione di un macchinario, allo stesso tempo daremo origine ad un simile “effetto srotolatorio” nel Tempo, connettendo ogni punto del futuro con un singolo momento nel presente, e quindi in un certo senso creando una “morte temporale dell’ universo” e metaforicamente “spegneremo” la dimensione temporale nell’ universo, e ci verrà rivelata una indescrivibile “connessione priva di confini e limiti” con tutti i momenti del Tempo.

E’ probabile che tutte le creature senzienti che sono emerse nell’ universo siano passate attraverso una lunga fase nella loro evoluzione di pensiero, nella quale si sentono frustrati dalla potenzialmente devastante contraddizione di una “macchina cosciente di sé che lavora per la propria sopravvivenza” quale è il cervello, che viene a comprendere senza ombra di dubbio che non può sopravvivere per sempre, che alla morte non può sfuggire.

LA GHIANDOLA PINEALE CHE UN TEMPO SI CREDEVA OSPITASSE L’ ANIMA UMANA

Sarebbe una immensa rassicurazione se la teoria del filosofo francese Descartes dovesse essere rivendicata scientificamente, poiché egli credeva fermamente nell’ esistenza separata di un corpo e di un’ anima. Lui la identificava con la ghiandola pineale, una struttura neurologica che aveva scelto perché era sia centralmente localizzata nel corpo e l’ unica “parte di cervello” (così veniva intesa) che non era connessa ai due emisferi cerebrali. L’ anima non veniva intesa come qualcosa dalla “natura meramente tenue”, una sostanza elusiva simile a quella dei fotoni (quanti di luce) o neutrini, ma realmente non – fisica. Nella sua concreta concezione, essa era al di là degli schemi conosciuti della fisica. Il fatto è che, l’ anima come la abbiamo rappresentata finora a livello collettivo, non è un fenomeno accessibile alla analisi scientifica. Allo stesso modo la scienza non sarà mai in grado di eliminare tutte le prove dell’ esistenza dell’ anima. Molti neurologi hanno ora raggiunto la conclusione che una concezione cartesiana dell’ ego o dell’ Io non è necessaria per verificare l’ esistenza della “percezione di un Io”. La concezione dualista è semplice e desiderabile, ma non è realmente matura. Al tempo presente, non c’è nessuna traccia di evidenza credibile che suggerisce che ci sia di più dietro alla “concezione di essere un Io”, niente di più che un sorprendente e complesso pattern di attività chimica ed elettrica attraverso i tuoi neuroni.  

Noi percepiamo noi stessi come “persone distinte”, individui unici. Ma la realtà è che, alla nascita, nei limiti del nostro makeup genetico, siamo teoricamente capaci di diventare una personalità qualunque (non necessariamente quello che effettivamente diventeremo). Per il primo anno di vita dopo la nascita, i nostri cervelli sono nello stato più malleabile, impressionabile e recettivo, più di quanto avremo mai esperienza successivamente. Huttenlocher ha realizzato che il cervello neonatale ha il 50 per cento in più di connessioni sinaptiche di un cervello adulto, anche se tali sinapsi sono ancora immature, di forma diversa e molto meno definite e raffinate. Durante questo primo anno di vita, un considerevole 60 per cento dell’ energia dell’ infante va a carburare lo sviluppo del cervello. Anche se quindi il cervello perde di volta in volta il potenziale per diventare “una qualunque personalità”, guadagna la abilità di percepire sé stesso come “una determinata personalità”.

Un cervello reale inizia come se fosse un Buddha, omni – ricettivo. Ma immediatamente, sotto un controllo genetico preprogrammato, si mette in moto per trasformarsi in una “macchina per la sopravvivenza” (di sé). I suoi comandi genetici lo guidano nel processo di condensarsi da una sorta di stato gassoso di totale ingenuità non discriminatoria fino a diventare un acuto, cristallino stato di effettiva focalizzazione del sé con la abilità di rimanere in vita.

Con un sistema di credenze rudimentale, il cervello comincia a interpretare e valutare ogni cosa che attira la sua attenzione. Così facendo il cervello diventa sempre più dogmatico, attaccato alle sue opinioni, con un bias di percezione nel suo modo di pensare. Trattiene le informazioni e ricorda le esperienze, favorendo la visione del mondo che meglio gli apporta vantaggi, e allo stesso tempo tende a negare o rifiutare qualsiasi cosa che non appare allacciarsi in modo congruo, coerente, con il suo sistema di pensiero e di credenze. In questo modo il cervello si posiziona in una “isola di stabilità”, su una “roccia di prevedibilità”, anche se tutto attorno a lui persiste un oceano di caos, potenzialmente fatale, e  di cambiamento, spesso manifestandosi in modo inspiegabile. In particolare, il potere di formare la nostra personalità, da parte dei nostri genitori, è eccezionale. Ma noi non riusciamo a realizzare che le nostre credenze sul mondo e su noi stessi, ciò che noi percepiamo come saggio, o sacro, sono “concetti tentativi”, e che possono anche essere sbagliati, male interpretati. Ma è anche vero che il condizionamento comincia prima ancora che il cervello conscio prenda le redini.

Le analisi scientifiche negli anni hanno dimostrato che la maggior parte di quello che viene effettivamente registrato dai nostri occhi ed eventualmente dal cervello, sfuggono alla nostra attenzione conscia. Ma credere che gli umani, nel corso della loro “evoluzione”, non siano sempre stati consci di un Io, è una teoria estremamente radicale: (qui Darling fa una momentanea critica alla tesi di Julian Jaynes nel suo libro “Le origini della coscienza nella mente bicamerale”, dove l’ autore suggerisce che la percezione conscia dell’ uomo è emersa solo duemila anni fa, cosa che appunto definisce una “ipotesi estremamente radicale”.)

Ma è anche vero che la valorizzazione dell’ individuo in sé non era molto accentuata, prima dell’ era moderna, nel corso della Storia: per esempio, nella Europa medievale, la società era composta da una struttura rigida. Ognuno doveva fare i conti con il proprio posto nello schema delle cose, non era possibile “uscire dal copione prestabilito”, e questo schema classificava la famiglia di provenienza (il valore del proprio cognome), il gender e la classe sociale. Non c’ era “mobilità sociale”. Da qui si deduce che la nostra moderna enfasi sull’ importanza fondamentale dell’ individuo non è universale, è un traguardo raggiunto dal nostro attuale momento nella Storia. Le varie personalità, le differenze individuali, le opinioni, venivano all’ epoca considerate irrilevanti e indesiderabili a confronto con il “potere dittatoriale dei regnanti” e le credenze religiose. E infatti non vennero prodotte autobiografie da parte della gente comune, e anche le biografie dei personaggi “importanti” di valore storico erano poche. E comunque, in questi scritti, non veniva approfondita la “essenza psicologica” di queste persone.

E’ stata una altra delle “conseguenze eccezionali” della Rivoluzione Industriale, questa ascesa dell’ individuo. Improvvisamente, il vecchio stile di vita agricolo, nel quale il figlio diventava come il padre, dove i mestieri si tramandavano di generazione in generazione, e dove veniva visto in malo modo e considerato futile, per un individuo, uscire dal recinto, venne spazzato via. Al suo posto si sviluppò il concetto di “ambizione personale” e una rinnovata, precedentemente ignota (ed eretica) enfasi sull’ individualità e il proprio benessere. Improvvisamente, era cosa buona, e favorevole, e opportunisticamente utile, emergere in quanto individuo, essere un pioniere, andare per la propria strada, essere differente dalla massa. Una attitudine che è giunta fino ai giorni nostri. E’ per questo che, infatti, noi del mondo occidentale magnifichiamo la personalità, la posizioniamo su un piedistallo. E’ una cultura senza precedenti, questa, dove le persone si focalizzano in modo ossessivo sul proprio benessere e sulla elevazione del proprio ego.  

Dobbiamo riconoscere che anche se, ad un certo livello, l’Io potrebbe non essere così sostanzioso come appare normalmente, ad un altro livello è oggetto reale e importante di inchiesta. La stessa situazione si applica agli atomi, che consistono quasi interamente di spazio vuoto. Sembra incredibile che in grandi numeri, atomi possono dare una tale convincente impressione di solidità. Appare totalmente non convincente, alla luce di ciò di cui abbiamo esperienza ogni giorno, che ci venga detto che l’Io non ha una reale esistenza. Ad un certo livello esso certamente esiste. L’ anima risiede al di fuori del regno dell’ inchiesta scientifica, ma ciò non è vero per il “self”, l’ Io.

Anche se la scienza ci dice che siamo come dei robot o delle macchine, in genere la consideriamo un’ idea folle. Secondo la scienza, la coscienza di sé è un recente emergente fenomeno della materia. Ma una tale descrizione non dà giustizia alla condizione umana, perché non siamo solo oggetti, ma “objectifiers”. (manufatturieri)

Le altre persone ti vedono oggettivamente, dal punto di vista di uno spettatore, come un essere umano con certe caratteristiche uniche. Osservano un corpo, una faccia, le espressioni, la proiezione della personalità nel mondo. Gli occhi vengono in genere chiamati “le finestre sull’ anima”, ma noi possiamo assumere una maschera, nascondendo i nostri sentimenti reali. Siamo abituati a presentare una facciata a beneficio degli altri e a beneficio di noi stessi, ed è una messinscena, una rappresentazione errata, del reale stato mentale che ci appartiene.

C’è quindi questa percezione esteriore di te come una “dramatis persona”, un attore che interpreta una parte in modo convincente. Ma c’è anche una percezione interiore, della quale solo tu sei cosciente: essa è la esperienza soggettiva di essere una certa persona. La coscienza è il fattore che separa oggettivo e soggettivo. Nessuna forma di comunicazione simbolica, verbale, grafica, matematica può farci percepire l’ essenza di cosa significa essere una persona in particolare, un io, il mio io, il tuo io. Non c’è ragione di supporre che ci sia differenza fra le esperienze soggettive di una persona e quelle di chiunque altro, il linguaggio è utile per comunicare i nostri sentimenti.

Essere un Io significa sapere di essere differenti da chiunque altro, e consiste nell’ avere una concezione chiara di dove “tu” finisci e dove inizia il resto della realtà, la consapevolezza dei “boundaries”. (limiti).

La questione è: siamo il nostro corpo o semplicemente ne possediamo uno. I limiti fisici del corpo non sono così fissi e definiti come immaginiamo che siano. L’ implicazione è chiara: istintivamente consideriamo noi stessi essere qualcosa di più, o almeno qualcosa di molto differente, piuttosto che solo il contenuto materiale del nostro corpo e cervello.

Due aspetti di noi stessi sono di cruciale importanza: l’ identità personale. Anche se non abbiamo più l’ aspetto che avevamo da bambini, né i pensieri in un certo senso qualcosa della nostra identità è rimasto intatto e incontaminato. Il mondo sarebbe diverso se le persone non mantenessero la loro identità generale come un fatto inviolabile, per esempio non si potrebbe stabilire se una persona può essere responsabile di un crimine compiuto anni nel passato, oppure non si potrebbe dare il merito a qualcuno per una opera buona del passato, perché questi crimini e buone azioni apparterebbero ad una personalità che non esiste più.

Il secondo aspetto è la continuità: identità e continuità possono sembrare qualità differenti, ma sono correlate, e una implica l’ altra. L’ identità è correlata all’ esistenza del corpo, che cambia poco fra un anno e quello precedente o successivo. C’è continuità anche nella vita mentale perché c’è correlazione fra la tua consapevolezza e il tuo cervello. Una persona è qualcuno che può avere “pensieri sul proprio io” che implica l’ esistenza della coscienza di sé. Ma sono concetti elusivi. Io e te sappiamo di essere coscienti di noi stessi, ma per gli altri non è ovvio capire la differenza fra la nostra coscienza di sé e lo stato inconscio. Non c’è garanzia che parole come “Io”, “il sé” e “persona” corrispondano a qualcosa di reale al di là del nostro contesto culturale.

Per le prime settimane dopo il concepimento siamo una forma di vita di basso livello, e non possiamo ricordare come ci sentivamo. Non c’ era un Io che lo poteva percepire. In altre specie potrebbe invece esistere in una forma a noi non familiare.

Molto di cui noi crediamo su noi stessi deriva da come gli altri si rapportano e reagiscono a noi. Ogni piccolo cambiamento in come ci mostriamo esternamente influenza la reazione delle persone attorno a noi, e ciò influenza ulteriormente ciò che crediamo di noi stessi. Ma ovviamente non ci sforziamo di creare una nuova immagine di noi stessi di volta in volta ogni giorno. Ma il nostro Io non è realmente solido e sicuro, ma non è altro che una qualsiasi sensazione che proviamo nel momento presente, rafforzato dalla memoria e dai ricordi di esperienze passate. Siamo il prodotto della storia delle nostre vite, dei modi diversi in cui il nostro cervello ha interpretato e ricordato quanto ci è accaduto. Inevitabilmente, molto di ciò che ricordiamo non è quello che è effettivamente accaduto, ma una sua versione confabulata che ci aiuta a convincerci che sappiamo di cosa stiamo parlando e cosa è accaduto. Inganniamo noi stessi tutto il tempo.

Ogni tanto bisognerebbe perdere la memoria, magari solo parzialmente, o riguardo a minimi dettagli, per renderci conto che è la memoria che tiene in piedi le nostre vite. Perché essa è un link al passato e la base per le azioni nel tuo futuro. Per essere una persona bisogna avere memoria perché solo così si tiene le redini della propria vita e vi si è attivamente e intimamente coinvolti. La memoria sopravvive nonostante l’ infinita trasformazione metabolica delle particelle in ogni cellula del nostro corpo. Dobbiamo essere attivi per essere vivi perché attività e attualità sono la stessa cosa. Ma anche se noi percepiamo il possesso di una memoria fotografica o eidetica un beneficio, in realtà una forma così estrema di memoria può essere un peso, una maledizione, un handicap o addirittura portare a disordini neurologici destabilizzanti.

Una memoria totale può sembrare una storia di fantasia, una leggenda, ma un famoso neurologo, Luria, ha documentato uno di questi rari casi nel suo stupefacente libro “La mente di un mnemonista”. Il soggetto era un uomo russo, Sherashevsky, che non poteva dimenticare nessun dettaglio delle esperienze della sua vita: ogni cosa che vedeva, che sentiva, che gustava e che odorava, che toccava, ogni suo pensiero e prima impressione, ogni cosa in sostanza, e ovviamente era un disastro per lui perché non aveva alcun senso di discriminazione, non poteva mai concentrarsi su un problema o situazione specifica perché la sua mente era piena di dettagli irrilevanti. Ogni ricordo creava collegamenti a migliaia di altri piccoli ricordi. Non riusciva a fare un ragionamento, a prendere decisioni, a interessarsi pienamente ad un argomento. Non poteva funzionare in modo normale e trascorreva le sue giornate nella depressione e nella miseria. L’ Io è definito dalla memoria. Ma per molte ragioni non è sempre possibile per un cervello mantenere un record di ricordi completo e ininterrotto. Per molti di noi, la perdita graduale della memoria nella vecchiaia non sarà che un piccolo fastidio o inconveniente. La continuità della nostra storia, l’ integrità della nostra galleria mentale rimarrà in – compromessa essenzialmente e non avremo difficoltà nel mantenere una impressione stabile della nostra identità e di quelle delle persone a noi care e familiari. Ma per una notevole percentuale della popolazione (l’ 11 per cento delle persone sopra i sessantacinque anni) avverrà una rapida e catastrofica perdita delle funzioni cognitive a causa di varie forme di demenza senile.

Hume riconosceva che la identità personale, la cosa che vogliamo disperatamente che sia reale, non è altro che un trucco del cervello, e la neurologia moderna conferma pienamente.

La storia di Patsy Cannon, dell’ Alabama: nel 1986 un incidente automobilistico le provocò una grave amnesia retrograda che rese inaccessibili tutte le memorie del suo passato. E’ ancora ignoto se il suo cervello in qualche modo mantiene, in una qualsiasi forma, i suoi ricordi, ma ciò è infine totalmente irrilevante. Può darsi che, siccome il principale danno è alle connessioni del suo ippocampo, anche se tali ricordi sopravvivono in qualche forma biochimica latente, non saranno mai più accessibili alla sua mente conscia. Patsy ha dovuto reimparare come parlare, con l’ aiuto di filmati, audio e degli amici. In una occasione un visitatore menzionò per caso che stava “piovendo gatti e cani”, e lei si impanicò e corse alla finestra, aspettandosi di vedere piovere animali veri, mentre invece si trattava di un modo di dire. Quando vide la figlia di nove anni per la prima volta dopo lo schianto, non percepì nulla, nessun segno di riconoscimento, nessun segno di attaccamento. Dovette reimparare persino ad amare sua figlia di nuovo. Patsy dovette acquisire una rassegna di ricordi completamente nuovi in modo da poter funzionare come un normale essere umano. Ma ciò che imparò per la seconda volta non la fece diventare la stessa persona di prima. Ora ha una personalità differente, interessi diversi, si veste diversamente, e preferisce cibi diversi. Nemmeno nei sogni ricorda qualcosa della sua vecchia vita, e quando guarda delle vecchie foto, afferma con convinzione che quella persona che era è morta, e ora è una nuova vita, poiché per lei è come se niente fosse andato perduto per davvero.

Quando avviene una simile estrema cancellazione della memoria con sostituzione di essa, c’è sicuramente giustificazione nel parlare della morte di un individuo e della nascita di un altro. Ed è proprio con questi termini, e senza esitazione, che le persone alle quali è avvenuta questa catastrofe descrivono la loro esperienza interiore. I casi di totale e permanente amnesia ci spingono a rivalutare il concetto di Morte, perché ciò è del tutto simile, anzi, ontologicamente identico alla Morte come la intendiamo noi. La sua entità psicologica è effettivamente morta. Medicamente, geneticamente, legalmente e oggettivamente, è una altra storia, e se la corteccia cerebrale rimane in vita, dalla società verrà considerata come la stessa persona di prima.   

Quando noi diciamo che qualcuno “non è sè stesso oggi” non abbiamo la convinzione che un nuovo Io abbia temporaneamente preso il suo possesso. La maggior parte di noi, a patto di poter trasferire il nostro Io mentale, non avrebbero paura della prospettiva di avere un nuovo corpo e cervello, in salute. Sembra, a noi, che ci sia una corrispondenza particolare fra un corpo specifico e un Io specifico, ma non è così. Essere un “Io” è avere esperienza di uno specifico flusso di coscienza, una entità soggettiva che emerge dal corpo, ma non c’è niente che obbliga che ci sia una corrispondenza unica fra “avere esperienza di essere me/te” e un cervello specifico, e viceversa.

In effetti ci sono periodi, soprattutto nel passato remoto, in cui non si ha un ricordo cosciente del proprio corpo. Ogni minuto di ogni giorno sperimentiamo una piccola amnesia naturale, e anche se abbiamo l’ impressione di una continuità lineare, siamo in realtà psicologicamente disconnessi. Dobbiamo vedere la nostra vita non come una unità ininterrotta ma come una sequenza di “self” differenti. Percepito da dentro sembra che ci sia un Io coerente e continuativo con il quale siamo intimamente familiari, ma nella realtà esso è sconnesso. Se svieni o ti addormenti non noti nessun gap di coscienza. Un istante sei cosciente e l’ istante dopo riprendi coscienza. Non sei cosciente…quando non sei cosciente. Soggettivamente, non scompari mai, e non noti niente di particolare. La nozione oggettiva e scientifica dell’ Io è quindi illusoria e non corrisponde a niente di definito nella sostanza e nella durata. Da un punto di vista oggettivo la coscienza di un individuo è ripetutamente punteggiata. A livello microscopico si accende e si spegne. Dalla tua prospettiva interiore, comunque, “Tu” non sei mai non – cosciente, perché rappresenta una contraddizione di termini. Non c’è mai stato un momento della tua vita in cui non sei stato presente soggettivamente. E non può accadere niente nel futuro che cambierà questo fatto. Questa percezione di essere un Io è quindi un fenomeno persistente. Non è semplicemente possibile dal tuo punto di vista sapere o avere esperienza o concepire cosa significa NON essere “Tu”.

Ci sono altre bizzarre e complesse manifestazioni di questo effetto di dissoluzione e ricreazione della coscienza, per esempio nella sindrome della personalità multipla (se davvero esiste, cosa che io personalmente dubito). Parlare con una persona così è sconcertante, come cercare di avere una conversazione con un gruppo di persone che lottano per il possesso del microfono, ma puoi conversare con una sola “entità” alla volta e non puoi mai sicuro quale di esse ti ritroverai davanti la prossima volta.

C’ era un periodo, all’ inizio di questo secolo, in cui era in voga criticare questa sindrome e negarne la condizione di realtà clinica. Ma pochi ricercatori oggi credono seriamente che questa sindrome sia una frode o un inganno, anche se alcuni ritengono che sia una creazione influenzata indirettamente dal terapista stesso. Il dibattito è in che modo le varie personalità sono separate, visto che sono ovviamente un prodotto dello stesso cervello. In molti casi la personalità di base originale non è cosciente che le altre esistono, ma queste sono invece coscienti dell’ esistenza delle altre e di quella di base. Un modo per verificare questa separazione è controllare se ci sono onde cerebrali con patterns consistentemente diversi. Frank Putnam ha scoperto che le differenza fra le onde cerebrali sono come quelle di due individui differenti con l’ elettroencefalogramma, reazioni della corteccia cerebrale visivamente evocate e reazioni della “galvanic skin”, e con test della verità. Non c’è modo di negare che le diverse personalità sono reali oggettivamente nel senso che dimostrano stati fisiologici differenti come quelli di un gruppo di individui diversi, misurabili. A livello soggettivo sono reali poiché sono percepite internamente dal paziente come flussi di pensiero e di coscienza distinti. La personalità di base trova allarmante che improvvisamente diverse ore o addirittura diversi giorni scompaiono, inaccessibili alla sua memoria e conoscenza. La sindrome non è ancora adesso compresa pienamente. E’ poco chiaro se c’è una singola personalità che ad un certo punto si frammenta o se c’è una personalità in sviluppo che fallisce nell’ emergere e in qualche modo si disperde. Può darsi che vi sia un trauma infantile che in qualche modo interferisce con il normale processo di integrazione, portando a personalità frammentate che si sviluppano in isolamento e diventano essenzialmente separate, in modo patologico.

Robert Jay Lifton ha indagato lo stato mentale dei dottori che hanno commesso atrocità sui prigionieri dei campi di concentramento nel nome della scienza per capire come potessero passare da un ruolo all’ altro, ed essere genitori e coniugi al ritorno dalle ore di “lavoro”, e ha concluso che le loro personalità si sono effettivamente scisse in due self relativamente autonomi, uno dei quali usava “manovre psicologiche” per evitare di percepirsi come dei killer dall’ Io conscio.

Ma in un certo senso siamo tutti personalità scisse, a livelli minori, capaci di amare e di essere spericolati, di essere moderati o esagerati, ambiziosi o pigri, e le nostre vite sono divise in scompartimenti, a seconda delle aspettative degli altri, e il nostro comportamento cambia drasticamente a seconda dei ruoli sociali che interpretiamo di volta in volta.

Altre condizioni estreme come il sonnambulismo, la scrittura automatica sotto ipnosi e la schizofrenia mettono in difficoltà gli standard della psicologia classica di ciò che siamo realmente. Pare che dietro la facciata stabile che presentiamo al mondo si celi un accenno di Jekyll e Mr. Hyde.

In sostanza, per capire esattamente cosa succede quando uno muore bisogna avere chiaro cos’è che può effettivamente morire. Le evidenze psicologiche mostrano che l’ Io può essere alterato, frammentato, distrutto e ricreato durante il corso di una singola vita.

I due emisferi del cervello sono effettivamente come due cervelli differenti, e questo fa in modo che se un emisfero subisce danni per incidenti o malattie c’è una ragionevole possibilità che l’ altro emisfero possa prendere il posto del danneggiato e mantenere in parte o totalmente le funzioni mentali consuete (e relegate alla gestione dell’ altro emisfero)

Ogni emisfero cerebrale ha le sue sensazioni private, percezioni, pensieri, idee, tutte cose che sono divise, tagliate fuori dalle esperienze corrispondenti dell’ altro emisfero opposto. Ognuno dei due ha il suo privato flusso di ricordi ed esperienze apprese che sono inaccessibili all’ altro. Si potrebbe quindi dire che per molti aspetti ogni emisfero ha una mente separata tutta sua.

Lo psicologo Norman Geschwind, riferendosi alla pratica di disconnessione dei due emisferi ritiene che non si può parlare di un paziente unico, ma ritiene che a tutti gli effetti ci sono due persone che possiedono lo stesso cervello. Questa teoria infastidisce chi crede, come Descartes, che ogni essere umano ha un unico posto che contiene la sua coscienza, una singola mente che non può essere divisa, frammentata, non importa cosa accade al cervello che la ospita.

Fra quelli che criticano questa teoria che separare gli emisferi inevitabilmente porta alla creazione di due menti separate c’era il neurofisiologo Sir John Eccles, uno dei pochi dualisti rimanenti nella sua professione. Secondo lui era un fatto ben noto che nella maggior parte delle persone, le due metà del cervello umano non sono immagini specchiate l’ una dell’ altra. Possono dare questa impressione, ma in realtà si rilevano piccole differenze nella struttura e grandi differenze nelle funzioni. L’ obiezione dei dualisti come Eccles e Karl Popper, alla teoria che una commissurotomia possa creare due distinte menti o flussi di coscienza si basa sul fatto che un emisfero, il dominante, di solito il sinistro, è di gran lunga il migliore a gestire il linguaggio sofisticato. Eccles ritiene che l’ emisfero destro è muto, primitivo, bestiale ed essenzialmente inconscio. Secondo lui ogni essere umano ha un Io indivisibile, un ego Cartesiano, associato esclusivamente con l’ emisfero sinistro del cervello. Ma questa tesi non viene supportata sotto oggetto di evidenza clinica. I dualisti trovano problematico, per esempio, spiegare i ricoveri post operazione straordinari dopo una emisferoctomia, la rimozione chirurgica di un intero emisfero del cervello, una procedura drastica che accade dozzine di volte ogni anno negli Stati Uniti. E’ un trattamento per l’ encefalite di Rasmussen, che provoca ricorrenti e frequenti attacchi epilettici potenzialmente letali. Straordinariamente, è stato rilevato che se questa operazione viene fatta su un paziente molto piccolo o su un bambino, il rimanente emisfero, qualsiasi esso sia, assume e gestisce tutte le funzioni, anche quelle che erano gestite dall’ altro emisfero. Apparentemente, il lato del cervello normalmente muto ha una latente capacità di mediare il parlato e capire il linguaggio ad un livello avanzato. Il sinistro normalmente esercita una influenza inibitoria sul destro.

La perdita di qualche funzione orale potrebbe essere inevitabile, ma quelli che vivono accanto a queste persone con un solo emisfero cerebrale sono convinti che questi individui possiedono ancora una mente piena e vigorosa e una personalità che si esprime in molti modi diversi.

I ricercatori sono stati in grado di stabilire un ragionevole livello di dialogo separatamente con ogni emisfero, un breakthrough che ha portato alla conferma dell’ ipotesi della mente duale di Sperry. Le conversazioni separate hanno rivelato che ogni emisfero ospita in effetti un flusso di coscienza indipendente, poiché le due metà spesso rispondevano in due modi completamente diversi alla stessa domanda. Generalmente è stato scoperto che nei giorni in cui i due emisferi davano risposte simili, il paziente era felice e rilassato, mentre quando erano in netto disaccordo, il paziente sembrava più emotivo e fuori forma. Ogni emisfero nel paziente ha un senso di sé, un Io, e ognuno possiede il suo sistema per valutare gli eventi soggettivamente, pianificare eventi nel futuro, porsi delle priorità, e generare risposte. Di conseguenza, bisogna considerare l’ implicazione pratica e teorica del fatto che il meccanismo della doppia coscienza può esistere. Come i gemelli siamesi sono due persone distinte che condividono un corpo, la persona “callosum – sectioned” ha due flussi di coscienza che condividono un cervello, una testa, un corpo. Anche se in rare occasioni i pazienti osservano le loro mani destra e sinistra agire in opposizione l’ una all’ altra, la maggior parte delle volte il loro comportamento è assolutamente normale. E’ vero che questi pazienti non hanno più una connessione diretta fra le due metà della corteccia cerebrale, ma l’ assenza di commissures cerebrali può apparentemente essere sostituita da atri meccanismi che non sono influenzati dall’ operazione. I pazienti non riportano di essere coscienti di un conflitto interiore, e non descrivono la presenza di due menti differenti.

Quando un paziente parla, solo il suo emisfero sinistro produce il discorso e si esprime. Il destro, essendo muto, semplicemente sta ad ascoltare. Anche se volesse esprimere una sua propria opinione sembra avere molta meno forza di volontà e concentrazione del sinistro, non ne sarebbe capace. Quindi chiedere se il paziente percepisce due menti differenti non risolve niente. Anche nei casi dove ci sono due emisferi parlanti, uno di essi è chiaramente più articolato dell’ altro e in circostanze normali agisce come portavoce dell’ intero cervello.

Per esempio, in uno degli esperimenti di Sperry, a un paziente è stata mostrata una matita in modo che l’ immagine potesse essere percepita solo dall’emisfero destro. Il paziente non poteva vederla per niente. Ma quando gli è stata offerta una serie di oggetti e gli è stato chiesto di indicare con la sua mano sinistra l’ oggetto mostrato in precedenza, il paziente ha immediatamente individuato la matita con la mano. Quando gli si chiedeva perché, il paziente appariva confuso e si inventava una scusa. In un’ altra occasione, Sperry ha mostrato a un paziente una serie di immagini innocue nel campo visivo sinistro di una donna, e poi ha inserito anche una immagine con nudità. Immediatamente la donna si è sentita imbarazzata, ma non poteva spiegarne la ragione. Il suo emisfero sinistro, non avendo visto la foto, non aveva idea del perché il paziente arrossiva e si sentiva a disagio. Quindi cercava il modo di nascondere la sua ignoranza, e si lamentava che il macchinario era “molto particolare”. La risposta è semplice: non ci sono circostanze concepibili in cui una persona può “sentire doppio” / “percepire doppio”, perché chi sarebbe lì a percepire così? La logica e l’ intuizione determinano che tu puoi essere una sola persona alla volta. Nella sindrome di personalità multipla, tipicamente una sola è attiva tutto il tempo, ed è come se una singola torcia illuminasse ogni personaggio a turno, e anche in situazioni dove una delle personalità dichiara di avere accesso ai pensieri di un’ altra personalità, la personalità che funge da “supervisore” non percepisce doppio, non percepisce la doppiezza dell’ esperienza. Anche nei pazienti “split -brain” non c’è una singola entità che fa esperienza di coscienza duale. La coscienza, per sua natura, è inevitabilmente singolare e unitaria. Non puoi essere due persone contemporaneamente, e non puoi immaginare il tuo flusso di coscienza dividersi, perché immagini il periodo dopo lo split dal punto di vista di uno dei flussi risultanti da esso. Il nostro linguaggio quindi incorpora una filosofia dell’ io che non corrisponde alla realtà scientifica: una persona può diventare due, il tuo “Io” può diventare “più di uno tuo io”. Le biforcazioni della coscienza accadono.

Ma è importante capire che quando un Io si divide, cambia, o finisce, o comincia non è un problema per nessuno coinvolto. L’ unico problema è la paura del cambiamento prima che accada. Quando smetti di essere ciò che sei, la paura sparisce e sei libero di continuare la tua vita come qualcun altro, un nuovo “Te”.

Come ha fatto l’ agente cosciente dentro di te ad occupare quel particolare corpo? Perché sei nato proprio in questo posto, in questa epoca e non, per esempio, duemila anni fa in Egitto o a Roma, o un milione di anni nel futuro o in un’ altra parte della galassia? Perché la nostra personale esistenza è unica? Appena ci concentriamo sulla nostra particolare coscienza, sembrano emergere sconcertanti paradossi. Di tutti i miliardi di centri di coscienza umani e non umani che sono esistiti, che esistono ed esisteranno nel tempo e nello spazio, perché tu sei l’ individuo che sei, in questo corpo, qui, e ora?

Possiamo respirare la stessa aria e mangiare lo stesso cibo, quindi perché non possiamo condividere o scambiarci la coscienza? Perché tu non puoi essere me e io essere te?

La tua esperienza di un albero, la tua percezione della sua essenza con tutta probabilità, è affine alla mia. Il calore del sole, il profumo di una rosa, la sensazione del dolore, e innumerevoli altre sensazioni certamente più o meno vengono percepite allo stesso modo da te come da me. Siamo stati cresciuti supponendo che la coscienza di una persona in particolare è interamente separata e distinta dalla coscienza di qualcun altro, di chiunque altro, che ognuno di noi ospita la propria piccola bolla di coscienza. Siamo portati a credere che l’ esperienza interiore di essere una persona particolare un “Te” o un “Io” è una faccenda esclusivamente privata. E così accettiamo senza dubbi che questa esperienza interiore deve essere associata unicamente con un particolare corpo e cervello, quello che capita di essere “nostro”. Ma questa credenza è solo una convenzione sociale, non è realistica.

Io so cosa significa provare dolore, ma non l’ ho percepito allo stesso tempo o nello stesso luogo o nello stesso contesto psicologico di quando – tu – hai provato dolore. So cosa significa innamorarsi, ma non di quella persona in particolare che – tu – hai incontrato quando avevi diciassette anni.

Supponiamo che la neurochirurgia si sviluppi fino al livello in cui è possibile trapiantare una parte o un cervello per intero. Noi istintivamente siamo portati a credere che “uno va dove il cervello risiede” ma potrebbe anche essere che avere un nuovo corpo e una nuova apparenza fisica porterebbe eventualmente a cambiamenti marcati in come uno pensa e percepisce e si sente di essere. Più problematico sarebbe il caso in cui opteremmo per un graduale trasferimento e scambio dei nostri cervelli. Dopo la prima operazione, piccole porzioni di cellule dalle parti corrispondenti dei due cervelli differenti cambierebbero di posto. Come verrebbe percepito questo da te e da me? Una possibilità è che, quando uno riprende coscienza, potrebbe notare la presenza di alcuni nuovi ricordi, la perdita di certi ricordi e forse una sensazione difficile da definire di non essere pienamente noi stessi.

Non c’è nessuna ragione di supporre che a qualsiasi livello della riconfigurazione neurale esisterebbe la percezione di essere due persone contemporaneamente. Gli osservatori certamente sarebbero forzati ad essere d’ accordo sul fatto che la persona uscita dall’ operazione sarebbe molto diversa da quella originale. Ma l’ esperienza del paziente non avrebbe mai la percezione che il suo “Io” precedente abbia smesso di esistere e non sperimenterebbe mai una coscienza duale e frammentata. Potrebbe sentirsi disorientato, agitato, spaventato, incerto della sua identità, ma senza ombra di dubbio sperimenterebbe una continuità singola di coscienza. Come dovremmo classificare una simile persona? Questo problema potrebbe rivelarsi difficile o impossibile da risolvere a meno che non ci si prepari ad adottare una percezione radicalmente nuova. Una definizione nuova. Siamo condizionati dall’ etica e dalla società in cui viviamo, nel pensare che il nostro “Io” sia chiaramente definito, speciale, unico e degno di essere preservato ad ogni costo. Siamo talmente focalizzati sulla nostra particolare coscienza che non ci rendiamo conto del fatto che “percepire di essere un Io” e “percepire la propria esistenza” è un fenomeno universale. E’ un fatto semplice ma sottovalutato, che tutti noi percepiamo l’ Io allo stesso modo.

Come puoi affermare di essere una entità unica e definitiva, di avere un Io immutabile, quando la successione di tanti passati Io e il tuo Io presente sono così diversi l’ uno dall’ altro, una vasta collezione di individui totalmente diversi? Potrebbe essere che te che stai leggendo potresti avere più in comune con il modo in cui io mi sto sentendo di come tu ti sentivi a quest’ ora ieri.

Solo quando potremo comprendere al livello più profondo che la identità personale non è ciò che importa potremo fare progressi nella comprensione della nostra vera natura. Se tua madre di avesse concepito cinque minuti dopo, una altra “sperm cell” sarebbe stata fertilizzata dall’ ovulo di tua madre e sarebbe nato un figlio con un makeup genetico diverso da quello che tu hai sviluppato. Chiediti se TU potevi essere quell’ altro figlio, o se potevi nascere come tuo fratello o tua sorella invece di essere te. Oppure immagina di avere un gemello identico e che i tuoi genitori divorzino quando tu hai compiuto tre anni.

Trent’ anni dopo, non essendo stato in contatto con il tuo gemello per tutto questo tempo, potresti scoprire che la tua vita è stata felice ma modesta mentre quella di tuo fratello è stata ampiamente privilegiata. Immagina che qualcuno torni indietro nel tempo e produca uno scambio fra te e tuo fratello. Tu diventi lui e lui diventa te. Diventeresti te quello ricco e privilegiato o saresti ancora moderatamente felice ma di risorse modeste. Ma tutto ciò importa?

Tu hai scelto di leggere questo testo. Potrebbe rivoluzionare la tua vita o potrebbe anche non farlo. Quello che è certo è che, semplicemente assimilando queste informazioni, che tu ci creda in queste cose oppure no, non sei più, in qualche piccolo modo, la persona che saresti stato se non avessi letto questo testo. Anche se noi pensiamo di sapere chi siamo esattamente ora, non abbiamo idea di come saremo un domani, che sia nel prossimo futuro o in quello remoto. Qualsiasi cosa accadrà, tu penserai comunque di essere la stessa persona, una continuazione del tuo “vecchio Io”. Ma a tutti gli effetti sarai cambiato.

L’ identità personale cambia tutto il tempo. Non sei lo stesso Io che eri la settimana scorsa e nemmeno quello di un secondo prima di ora. E’ un’ illusione che tu sia una entità fissa. La nozione di identità personale costante e duratura è un mito, che però può sembrare vero nella quotidianità e può servire ad uno scopo.

La grande difficoltà nel pensare alla Morte è che noi la vediamo solo negli altri, mai in noi stessi. C’è il consenso generale che, nel negare l’ esistenza dell’ anima, la scienza precluda ogni possibilità di continuità della vita dopo la morte. Ma al contrario, la scienza offre una sorprendente varietà di scenari, ognuno dei quali si può definire niente di meno che una reincarnazione naturalistica. Se il tuo cervello dovesse essere ricostituito, in qualche momento del futuro, fino all’ ultimo atomo (e la replicazione potrebbe non necessitare precisione totale) tu effettivamente vivresti di nuovo. Le possibilità di questa ricostruzione atomica del cervello può sembrare ora incredibilmente remota. Ma potrebbe realmente accadere, con la tecnologia del futuro.

L’ universo potrebbe essere ciclico, alternandosi fra epoche di crescita, collasso, e rinnovato sviluppo. E infatti esiste una teoria che si sta affermando sempre di più, secondo la quale l’ universo si espande e si dissolve per ri – espandersi successivamente, a cicli potenzialmente infiniti. Qualsiasi specifica aggregazione di materia, complessa o no, potrebbe ritornare a svilupparsi, molte volte, nel futuro distante. Potrebbe essere già successo così, moltissime volte nel passato, per quel che ne sappiamo. Se ciò fosse una realtà, il salto fra una esistenza e l’ altra, come esperienza che tu percepisci, sarebbe istantaneo.

Siamo di fronte ad un dilemma. Abbiamo la forte necessità di restare gli stessi, restando in vita o sopravvivendo alla morte nella persona che siamo. Ma la vita sembra focalizzarsi sulla novità, sul progresso e sul cambiamento. Ma la continuità dell’ esistenza sembra demandare che diventiamo qualcos’ altro. Come possiamo risolvere questa apparente contraddizione?

Quando si tratta del cervello, siamo riluttanti ad accettare che si tratta “solo” di un processore di informazioni con una “batteria” corta, in corsa verso l’ esaurimento di risorse. La primaria funzione biologica dell’ Io è avere paura della Morte. Solo così l’ Io può svolgere il suo ruolo per la sopravvivenza della persona.

L’ Io e la paura della Morte quasi certamente sono emersi assieme, durante l’ evoluzione della razza umana e durante lo sviluppo di ogni essere umano. Sono inseparabili. E di conseguenza, possono scomparire solo assieme, contemporaneamente. All’ inizio delle nostre vite siamo tutti, da un punto di vista soggettivo, uguali e indifferenziati. Un neonato non può distinguere sé stesso dal mondo circostante, perché non ha un Io sviluppato e non ha un senso dei limiti e barriere e confini. Il senso dell’ Io non è completamente ben definito fino alla tarda adolescenza.

A livello logico e pratico, cambiare l’ Io è l’ esatto equivalente della Morte. L’ evidenza scientifica chiarisce che il cervello non smette mai di cambiare durante la vita. Sviluppiamo costantemente nuovi ricordi, perdiamo quelli vecchi, abbiamo sentimenti e percezioni diverse, ci sentiamo costantemente un po’ più diversi da prima. Nonostante lo stupefacente progresso nella neurologia e nello scoprire i meccanismi del cervello, come società non ci siamo mossi dal dualismo corpo – anima di Renè Descartes.

E’ logicamente impossibile per Te (in quanto tua percezione di essere un Io nel presente) morire. Non potrai mai essere niente altro che la percezione di un Io nel presente. La Morte marca semplicemente il limite per nuove esperienze che possono emergere basate sulla sequenza di ricordi ai quali un cervello può accedere. Noi crediamo che se la Morte mette fine ad un particolare Io, allora deve per forza significare la fine di tutta l’ esperienza soggettiva. Ma al contrario la Morte porta ad un nuovo inizio.

Certo, non c’è niente di noi stessi che può sopravvivere nel futuro, ma ciò è per la semplice ragione che non c’è niente di veramente sostanzioso su di noi come Io durante la vita. Tutto ciò che è rilevante è che soggettivamente, dopo la Morte, la percezione di esistere continua.

Dobbiamo adottare una modalità di pensiero meno self – centered, una modalità non dualistica per afferrare il concetto che la continuità della coscienza in generale è più importante, più fondamentale e più desiderabile della continuità dell’ esistenza di una persona o identità che immaginiamo di essere ora.

Prendi in considerazione l’ attore che studia la sua parte così bene che si sente come se avesse sviluppato una nuova personalità. Quando recitano, in un certo senso “sono” il personaggio che interpretano. Prendi in considerazione i casi di gemelli identici, che, dopo essere stati distanti per tanti anni, scoprono di aver vissuto vite incredibilmente simili, speculari, con lo stesso lavoro, gli stessi hobbies, sposando addirittura persone con lo stesso nome e producendo figli con gli stessi nomi, e questi casi sono ben documentati, come anche i casi in cui un gemello percepisce che suo fratello non sta bene o è in pericolo, a distanza. In queste occasioni è come se fosse crollata la barriera che separa un Io dall’ altro, permettendo la condivisione della coscienza di due individui. Alcuni schizofrenici, come documentato, sembrano essere in grado di percepire direttamente quello che qualcun altro sta pensando.

Un paziente schizofrenico affermava che i pensieri di un presentatore televisivo venivano percepiti dalla sua mente: “Non ci sono altri pensieri qui, solo i suoi. Tratta la mia mente come uno schermo e ci fa rimbalzare i suoi pensieri contro”. Un altro paziente sembrava consapevole di ridere, ma che non si trattava di una sua emozione felice, ma quella di un altro che si proiettava su di lui. In questi casi è come se il self residente fosse diventato “disperso” o essere diventato uno specchio per riflettere la coscienza altrui.

Poi c’è il fenomeno della scomparsa delle differenze fra le persone, soggettivamente e oggettivamente, quando si formano culti, sette, gang e altri movimenti di massa.

La storia della vita di ognuno include numerose lacune in cui non siamo i nostri normali “self”. Potremmo fantasticare e fare finta di essere un altro, empatizzare con un altro, imitare un altro, o adottare un ruolo specifico per affrontare un altro. Quando partecipiamo e facciamo parte di gruppi, associazioni, partiti, in qualche modo permettiamo che la nostra identità si sottometta per fare lo sforzo di cooperazione. Queste esperienze rendono più facile concepire cosa significa diventare qualcun altro.

Come abbiamo visto, la scienza e la logica includono una terza opzione, che la continuità soggettiva della coscienza e la percezione di essere qualcuno in particolare, non termina con la nostra morte. Pensiamo ad una catena di isole vulcaniche nell’ oceano. A livello della superficie, percepiamo quelle isole come separate e distinte, ma ad un livello più profondo, sotto all’ oceano, è chiaro che le isole sono parte di una massa singola e hanno una origine comune. La loro separazione, come quella delle nostre individualità, è una illusione.

Sì, “Tu” vivrai di nuovo, ma sembrerà sempre come se fosse la prima volta. Il nostro “Io” non sopravvive e non trasferisce nessuna memoria della nostra esistenza presente. L’ esperienza della morte fisica può essere immaginata come lo scenario di una vittima di totale amnesia che si risveglia in un posto dove è circondata da persone che non l’ hanno mai conosciuta in precedenza per quella che era, e quindi non possono ricordarle come si sentiva e come si identificava. Quindi in sostanza, sarebbe come l’ esperienza della nostra nascita.

Bertrand Russell: La materia è meno materiale, e la mente meno spirituale di quanto si creda. L’ abituale separazione fra fisica e psicologia, fra mente e materia è metafisicamente non supportabile, non difensibile.

Quello che la scienza cerca così assiduamente di ignorare, l’ aspetto soggettivo, è in realtà il modo in cui tutti i fenomeni studiati dalla scienza sono inizialmente portati all’ attenzione dell’ individuo e poi degli altri. La categorizzazione di Galileo si può capovolgere: la nostra esperienza primaria e immediata è soggettiva, e successivamente l’ esperienza è proiettata fuori come espressione di un modello mentale sul quale la nostra cultura può formare un consenso generale. L’ aspetto soggettivo non può essere messo da parte o sottovalutato. Al contrario, è inestricabilmente connesso al mondo in cui ci troviamo.

Ad un certo punto, i ricercatori si sono trovati di fronte ad un paradosso mostruoso. Non solo la luce rivelava la dualità fra onde e particelle, ma anche le particelle di materia. Gli elettroni e ogni altra materia costituente del mondo subatomico esibivano una natura schizoide. Un elettrone agiva prima come un piccolo spicchio di materia, poi si manifestava come un’ onda. Born, fisico tedesco, suggerì che l’ onda associata con una particella subatomica non era per niente fisica, ma invece matematica, era quindi un’ onda di probabilità. Poteva essere descritta da un artefatto matematico chiamato “funzione onda” che effettivamente dava le possibilità di trovare la particella in ogni dato punto dello spazio e del tempo se fosse avvenuto un tentativo di controllare.

La scienza mainstream dovette acclimatarsi con la bizzarra nozione che, al suo livello più basico, la materia nell’ universo non è concreta e determinata, ma astratta e condizionale. A meno che non venisse effettuato un tentativo di identificarla, la somma totale di quello che era e poteva essere noto su dove si trovava una particella era contenuta nella sua funzione onda, una descrizione puramente statistica. Non poteva essere affermato, nella nuova dimensione quantica del mondo, che le particelle esistessero davvero al di là della osservazione di esse (quando non venivano osservate).

Il fisico John Wheeler ha descritto questo mistero quantico così: “Nulla è più importante sul principio della quantistica del fatto che distrugge il concetto di un mondo che risiede là fuori. L’ universo non sarà mai più lo stesso. Per descrivere quanto è accaduto, bisogna cancellare la parola “osservatore” e rimpiazzarla con “partecipante”, perché l’ universo è partecipatorio”.

E’ attraverso l’ atto dell’ osservazione che le particelle subatomiche sono evocate fuori da una specie di neverland matematica di potenzialità e possibilità verso un mondo solido di cose ed eventi tangibili. In termini quantistici, l’ osservazione risulta nel collasso della funzione onda, una telescopizzazione istantanea della probabilità in un punto localizzato, una particella reale. Ma chi o cosa si qualifica come un effettivo osservatore quantistico, lo strumento di misurazione, una persona, un gruppo di persone? Nessuno ne è sicuro. Il collasso della funzione onda è provocato da una osservazione COSCIENTE, nella mente. Tutta la materia dell’ universo consiste di particelle subatomiche. Quello che si credeva essere un mondo concreto e oggettivamente reale non si può più affermare che esista al di là dell’ osservazione soggettiva. E’ quindi la mente che funge da link fra la possibilità matematica e la attualità fisica.

Il fatto è che la natura proibisce di osservare il “retroscena” nel tentativo di capire cosa sta realmente accadendo senza cambiare irreversibilmente ciò che sta accadendo. Siamo noi che costringiamo a prendere una decisione definitiva fra particella e onda. Il fisico Richard Feynman dice che la regola è che se il percorso dei fotoni è distinto, la luce si comporta come una particella. Se non sono distinti, la luce si comporta come onda. Quindi osservando lo stato di un sistema inevitabilmente produciamo un’ influenza profonda nella natura del sistema. E’ il nostro intervento che produce particelle separate e discrete fra loro.

L’ osservazione è obbligatoria come requisito per rendere la realtà del mondo tangibile, e non solo, ogni componente dell’ universo, è in qualche modo immediatamente “cosciente” di cosa sta accadendo. Si potrebbe arrivare persino a credere che ogni particella subatomica abbia una elementare forma di coscienza.

Il mondo quantistico nella pratica è tanto oltraggioso quanto suggerisce il suo formalismo matematico. L’ universo crea sé stesso, a partire da sé stesso, momento per momento, attraverso la interazione reciproca fra soggetto e oggetto. Sir Arthur Eddington disse: “Abbiamo scoperto che dove la scienza è progredita di più, abbiamo trovato strane tracce nell’ ignoto e abbiamo formulato teorie per determinarne l’ origine. Siamo riusciti a capire che la creatura che ha formato quelle tracce siamo noi”.

Incredibilmente, la fisica moderna, che è il prodotto più avanzato del nostro modo dualistico di pensare, ha dimostrato che il dualismo non è più supportabile. La coscienza è una proprietà inestricabile ed essenziale del nostro mondo e universo. Soggetto e oggetto non possono essere separati. Non c’è gap, ritardo, differenza nel mondo reale fra essere ed esperienza. Non c’è esistenza senza atto cosciente. E non c’è esistenza senza contingenza. Ogni evento ha significato solo in come si pone in diretta correlazione con il resto del cosmo. Il mondo non può essere percepito come un complesso di cose distinte, ma tutto è attaccato ad una rete che abbraccia qualsiasi cosa e che mette in connessione ogni cosa, ogni evento. Appare quindi come un singolo gigante e universale campo, una unità non frammentabile.

L’ unità basica, la “oneness” dell’ universo come è rivelata dai meccanismi quantistici è anche la caratteristica centrale della esperienza mistica. Gli occidentali sono ritornati ad una visione unificata del mondo che un pensatore olistico Greco come Eraclito avrebbe riconosciuto immediatamente. L’ approccio scientifico standard, persino nella fisica sperimentale delle particelle è quella di procedere ancora come se ci fosse un mondo oggettivo indipendente dai nostri sensi e dalle nostre singolari esperienze. Noi pensiamo che la società sia molto avanzata nel suo modo di pensare. Ma esso è maturato solo in certe specifiche direzioni, come quelle scientifiche e tecnico – tecnologiche, cioè nella manipolazione degli oggetti nel mondo oggettivo. Il nostro linguaggio ci obbliga ad essere analizzatori compulsivi, a suddividere la nostra esperienza del mondo in elementi composti. Il fatto che ci possano essere modi di pensare interamente diversi sfugge alla nostra attenzione, ma è effettivamente così.

E’ una strana coincidenza il fatto che stessi scrivendo questo pezzo sulla mentalità Giapponese il giorno prima che Shinzo Abe fosse assassinato…questo articolo parla della “scienza della Morte”…

In Giappone, per esempio, la prima e la seconda persona sono spesso omesse nel soggetto della frase. Deve essere carpita dal contesto. L’ approccio giapponese è quello di non riferirsi esplicitamente al soggetto dell’ azione, se non è strettamente necessario, ma di localizzare l’ individuo nell’ esperienza. In Giappone, una singola parola può servire a completare e definire un intero concetto, un intero discorso. Noi distinguiamo immediatamente il percettore dal percepito, l’ attore dalla azione, ma non è così nel linguaggio Giapponese. Lo stile è quello di dare la precedenza all’ interconnessione, alle relazioni umane piuttosto che all’ individuo. Speciali pronomi sono richiesti per riferirsi ai superiori, agli uguali, agli inferiori, alle persone intime e agli estranei e se una scelta sbagliata viene fatta, è grave per un Giapponese, poiché emergono confusione, difficoltà e si fanno figuracce, una eventualità disastrosa per un Giapponese. Il numero non è sempre reso esplicito nella grammatica Giapponese. E non vi è sempre distinzione fra il singolare e il plurale delle parole. L’ uso dei suffissi plurali è determinato dalla relazione fra i ranghi sociali e la percezione provata dall’ interlocutore. I Giapponesi quindi pensano in termini di connettività e non di separazione fra self nel mondo oggettivo. Così, la coscienza di un individuo come entità distinta diventa meno definibile.

Nella società Giapponese non è desiderabile agire in modo “self – willed”, con la propria forza di volontà. Ai bambini viene insegnato a non essere differenti, il sistema educativo Giapponese è rigorosamente conformista, a non esprimere apertamente le proprie emozioni, a non fare capricci, a non lamentarsi, nemmeno di fronte a gravi difficoltà o a disastri. La “poker face” Giapponese è nota, e gli orientali in genere sono imperscrutabili, una qualità che è parte della vita reale ed essenziale nell’ Oriente.

Ecco perché le vittime di sventure e disastri appaiono spesso come non – emotive, quasi fredde, senza sentimenti apparenti, ma in Oriente ciò dimostra forza interiore e un senso di fatalismo quieto. E’ una prospettiva su mondo non – egocentrica. La Morte non è percepita con paura e disperazione, ma come una fase naturale, integrata nella vita, e la si affronta con calma, rassegnazione e dignità. In nessuna parte del mondo l’ ego è tenuto ristretto e ridotto e indebolito come in Giappone. Ciò rende particolarmente difficile penetrare nella mentalità dei Giapponesi. Noi diamo grande valore alla logica, all’ analisi, all’ astrazione, in Giappone si valorizza l’ estetica, la intuizione, il concreto.

Lao – tzu, in un certo senso, fu il primo pensatore anticonvenzionale e indipendente, vissuto in Cina, e poco è noto di lui, neanche il suo vero nome, poiché Lao – tzu significa semplicemente “vecchio filosofo” o “vecchio bambino”, e potrebbe non essere neanche una singola persona. Ciò che importa è il libro che ha scritto, che negli scorsi due millenni è stato chiamato Tao Te Ching (Tao Virtue Classic), che ha dato origine al Taoismo, formato il Buddhismo, dato il via alla meditazione Ch’ an e incoraggiato lo sviluppo del “landscape painting” Giapponese. Lao – tzu rifiutava la violenza, la oppressione, la superstizione e la autorità imposta di ogni genere, ma più di ogni altra cosa, rifiutava e rinnegava il “self”, l’ Io.

Per sua natura il Tao trascende ogni descrizione. Lao – tzu diceva che il Tao che poteva essere espresso non era quello eterno, e quindi se le sue parole sono lette con una analisi logica, lo sforzo per la comprensione di esso finirà per generare frustrazioni. Il Tao è considerato essere al di sopra di tutto e incluso in ogni cosa. E’ sia niente che il qualcosa. Il Tao si focalizza sul fatto che non bisogna porre l’ Io al centro di tutto ciò che accade, non bisogna manipolare persone e cose, e non bisogna imporre la propria volontà sugli eventi, e non bisogna cercare di controllare la realtà. Non bisogna dare nome alle cose perché è un tentativo di soggiogare la realtà attraverso astrazione ed analisi.

Lao – tzu ha introdotto un metodo di porre paradossi logici come antidoto ai nomi e al pensiero razionale. Il proposito è quello di bypassare l’ intelletto ed essere illuminati da improvvisi flash di intuizione, per togliere il velo alle cose del mondo. Propone una attitudine nei confronti della vita che è piena di calore, divertimento, meraviglia e accettazione e di non reagire contro la natura cercando costantemente di controllarla, migliorarla, e fare dell’ Io il focus dell’ attenzione. La sua filosofia è diametralmente opposta a quella a cui aderiscono gli Occidentali. Il significato della vita nell’ Occidente è da trovarsi nell’ espressione di sé. Nella nostra cultura, l’ egocentrismo è una trappola alla quale non si può sfuggire.

Nel Tao bisogna andare con la corrente, lasciare che le cose scorrano, semplicemente fare esperienza della realtà, di tutte le cose dell’ uomo e di tutti i meccanismi e fenomeni della natura. Il Taoismo ha messo le radici e si è sviluppato come una delle due principali visioni del mondo in Cina, assieme al Confucianesimo. L’ universo viene percepito come organico e non meccanicistico, spontaneo e non costretto e manipolabile, circolare piuttosto che lineare, sintetico piuttosto che analitico. L’ Occidente percepisce convenzionalmente Dio come qualcosa o qualcuno là fuori, mentre il Tao è inerente e pervasivo. E’ dentro a tutto.

Nella visione Occidentale, essere e non essere si escludono a vicenda, sono opposti, mentre nella visione Cinese essi sono inclusivi e complementari. Nel Taoismo, l’ universo non è stato creato o messo in ordine da una forza esterna. Non c’è niente di distinto, separato ed esterno al Tao. Tutto esiste assieme, allo stesso tempo, e l’ universo è considerato come autogenerato.

Il concetto di Zen è così alieno alla mente analitica Occidentale che è forse più semplice dire che cosa non è. Non è una fede perché non spinge ad accettare nessun dogma, credo e non ha oggetti di adorazione. Non è nemmeno antireligioso o ateistico. Semplicemente non fa commenti in materia. Non è una filosofia e nemmeno una forma di misticismo. Se è necessaria una etichetta che si approssima alla definizione dello Zen è quella di “intuizione dinamica”. Nello Zen si dice che nel momento in cui parli di una cosa, hai mancato l’ obiettivo.

Lo Zen dice che, vivendo in un mondo di concetti e credenze abbiamo perso il potere di apprendere la realtà direttamente, perché le nostre menti sono permeate da nozioni di causa ed effetto, soggetto e oggetto, essere e non essere, vita e morte. L’ enfasi è sulla esperienza della realtà per quella che è, non sulla soluzione dei problemi, che emergono dai nostri sbagli ed errate credenze. Poiché evita l’ uso dell’ intelletto, può apparire nichilistico, ma non lo è, ed elusivo, che in effetti è. Nello Zen non c’è un sistema di pensiero, ma è innegabilmente buddhista in origine ed essenza.

La qualità dell’ esistenza è relazionale, non c’è anima, non ci sono cose, né concetti indipendenti dal contesto. Tutte le cose sono prive di realtà assoluta ed esistono solo relativamente a certe condizioni. L’ universo è una unità di processi interpenetranti, un flusso continuo. La logica e il sistema di pensiero occidentale è Aristotelica mentre quella Buddhista non lo è. Il loro metodo di ricerca è quello di rivolgersi all’ interno, ed esplorare sistematicamente stati di coscienza ad una profondità virtualmente ignota nell’ Occidente.

Le frasi del libro di Heisenberg (fisico quantistico) “Fisica e Filosofia” sono indistinguibili da ciò che venne scritto duemila anni prima da Nagarjuna, un filosofo Buddhista. E’ avvenuta una convergenza nella descrizione della realtà. La filosofia orientale ha sempre affermato, non come fecero invece i Greci, che lo spazio e il tempo sono costrutti della mente. 

Un passaggio del “Madhyamika Sastra” dice che nello spazio – tempo, tutte le epoche del Tempo sono date in blocco, e ad un osservatore, mentre scorre il tempo, appare come se ogni tempo (passato, presente, futuro) siano in successione, ma nella realtà, tutto lo spazio – tempo esiste prima che venga percepito.

Non c’è un “ora”, nessuna reale barriera fra passato e futuro, nessun scorrere del tempo fuori dall’ egocentrica coscienza dell’ osservatore. Sia il Buddhismo che la teoria della Relatività dimostrano che siamo in un universo in cui lo spazio e il tempo di ogni epoca e di ogni luogo già esistono, in completo dettaglio topografico, per chiunque abbia il vantaggio e la capacità di osservarli.

Gli Occidentali si trovano in difficoltà a causa della credenza nella supremazia dell’ intelletto. Se noi pensiamo che il “self” sia separato dal mono, non potremo mai fare esperienza di “selflessness”. A livello subatomico tutte le divisioni e i confini e le barriere imposte da noi sull’ universo sono in effetti illusorie, persino quella fra mente e materia. Nonostante tutto, a livello intellettuale, ci sentiamo ancora come a parte (fuori e separati) non come parte di (dentro e uniti) dell’ universo nel suo intero. Nel sacro testo dell’ Upanishads, la conoscenza superiore è quella trascendentale e assoluta, mentre quella inferiore è analitica, scientifica. La verità più grande quindi può essere ottenuta solo sospendendo logica e simbolismo.

Lo Zen equivale alla fisica moderna occidentale, nella storia del pensiero Orientale. Ma mentre la fisica si focalizza su teorie, concetti, formule, lo Zen valuta solo il concreto e il semplice. Lo Zen vuole i fatti, ma non cose che sono misurabili e numeriche (che sono in effetti astrazioni), ma cose viventi, immediate e tangibili.

L’ obiettivo dello Zen è quello di indurre una catastrofe intellettuale, un salto improvviso che sollevi l’ individuo fuori dal regno delle parole e della razionalità in un regno diretto, di esperienza non mediata (satori). L’ obiettivo unico di studiare lo Zen è quello di fare esperienze Zen, momenti improvvisi, flash di intuizioni fulminanti, short – circuit dell’ intelletto, dove non c’è una barriera fra colui che fa esperienza e la realtà. Lo Zen può sembrare caotico e irrazionale, e può fare infuriare, ma tradizionalmente è impartito in forma altamente formale e dottrinale.

Quando un individuo ha una spontanea esperienza mistica, improvvisamente, percepisce, senza ombra di dubbio, di essere fondamentalmente tutt’ uno con l’ universo. Questa percezione mistica è stata chiamata “la Filosofia Perenne”.

Il messaggio è molto diretto, esplicito: smettila di pensare e comincia a percepire e fare esperienze. Ogni principale religione e codice morale nel suo nucleo ha la nozione che dovremmo cercare di essere SELFLESS. Secondo Aldous Huxley il sistema nervoso filtra e limita l’ intensità e la quantità di esperienze che la nostra mente può metabolizzare, e per lui il cervello era un impedimento, una “valvola di riduzione” che restringeva il campo di ciò che altrimenti saremmo riusciti a percepire. Ha fatto dei tentativi di aprire questa valvola riduttiva usando l’ allucinogeno mescalina.

Basta un piccolo cambiamento nella nostra visione delle cose per produrre effetti drammatici e profondi nelle nostre vite: come le filosofie orientali hanno a lungo dimostrato, – il cervello non produce la coscienza -. La storia della scienza è piena di esempi di grandi gaps concettuali risolti da nuovi sviluppi e improvvisi flash intuitivi. Ma la divisione fra eventi neurali e coscienza e fra cervello e mente è di un livello totalmente diverso.

C’è un interessante parallelismo fra i tentativi di un neurologo di spiegare come fa il cervello a produrre la coscienza e quelli di un cosmologo di dimostrare come l’ universo materiale è stato creato e perché esiste. In entrambi i casi c’è un persistente fallimento nel riconoscere una verità semplice oltre alla complessità e ingegno delle loro teorie. La verità è che quello che stanno cercando di fare non è solamente difficile e complesso, ma fondamentalmente e categoricamente impossibile. Non si può arrivare a spiegare l’ esistenza stessa della realtà da una teoria.

Perché c’è attualità e non solo potenzialità? Perché le equazioni sono valide per le cose concrete? Perché c’è un copione e anche uno show?

Non sarà mai possibile spiegare perché l’ attività fisica nel cervello, per quanto intricata e ben integrata, possa dare origine alla esperienza soggettiva della coscienza. L’ Occidente ritiene che qualcosa per essere reale deve essere materiale. La materia è ciò che importa. La mente no. E’ diventato un assioma della nostra cultura, è un fatto assodato.

Per questo a noi appare facile e naturale che se i dati sono gestiti da un sistema sufficientemente complesso e adatto, la coscienza può emergere. Negare ciò appare oltraggioso, sbagliato, impossibile. Ma il principio scientifico che la materia e il mondo oggettivo sono primari è arbitrario e completamente insupportabile. Al contrario, vi è evidenza che il mondo materiale è condizionale e conoscibile solo attraverso interpretazioni.

La coscienza non è prodotto del cervello e non è emersa ad un certo punto, spuntata dal nulla durante lo sviluppo della vita. Dobbiamo riesaminare le fondamenta metafisiche della nostra visione del mondo. La coscienza non può mai essere divisa dalla materia, e ogni aspetto dell’ universo ha natura sia oggettiva che soggettiva. Le cose non hanno una realtà indipendente dalla loro location in esperienza, ma richiedono l’ intimo coinvolgimento della mente per sviluppare sostanza e concretezza.

La coscienza è “ubiquitous”, essenziale, permanente, inerente proprietà dell’ universo, e diventa ovvio quando sfuggiamo temporaneamente allo stato mentale normale ed egocentrico durante esperienze mistiche e trascendentali. L’ Io sparisce del tutto, l’ attività analitica del cervello è soppressa, e la “background consciousness” dell’ universo “floods in”, allaga la nostra mente. Le barriere sono rimosse, la divisione fra soggetto e oggetto dissolta.

Nell’ Occidente noi tendiamo a considerare equivalenti avere coscienza con avere pensieri, ricordi e memoria, e un Io, ma questo è un serio errore. Finchè il self è “in residence”, non possiamo mai essere veramente consci, perché mentre esistiamo siamo intrappolati in una fantasia, una illusione ottica di Einstein, e questi condizionamenti ci fanno dare una falsa interpretazione del mondo. Solo quando cessano simbolismo, analisi, definizioni, barriere, ego, pensiero e self comincia la coscienza genuina.

Ciò che il cervello fa veramente è esaminare una porzione estremamente ridotta della realtà attraverso i sensi e quindi reinterpretarle in modo drastico e altamente selettivo. La nostra percezione di un Io è solo un residuo ridotto, diminuito di una percezione molto più inclusiva, che abbraccia tutto, che corrisponde ad una relazione più intima fra l’ Io e il mondo.

Siamo di fronte a dei seri test per “gli scettici”, perché stiamo iniziando a scoprire che l’ universo è interamente naturale, naturalistico. L’ unica realtà che esiste è di fronte a noi, niente è nascosto, niente sta oltre alla nostra percezione. O qualcosa sta qui o non sta da nessuna parte. Forse è uno dei segnali definitivi di una specie senziente che raggiunge la maturità, quando finalmente lascia andare la “coperta di sicurezza” del supernaturale. Una persona non è altro che un cervello pensante, un piccolo ed effimero whirlpool di memoria e pensieri nel più grande fiume della vita. L’ obiettivo delle religioni sincere è sempre stato quello di andare oltre il self e la sua controparte spirituale (che abbiamo visto entrambi essere illusioni) per raggiungere la coscienza senza limiti e barriere della realtà. Questo è il nucleo del messaggio.

Dimenticare e perdere sé stessi ed entrare in contatto con la coscienza timeless dell’ universo. L’ obiettivo sia del misticismo che della scienza è vedere l’ universo come UNO. Non siamo altro che l’ universo che comunica con sé stesso.

Come si può ricongiungere tutto ciò (l’ ininterrotto flusso di coscienza) con la conclusione della reincarnazione naturalistica? Non vi è incompatibilità, ma sono due aspetti complementari dell’ universo, per fare un paragone con il concetto della complementarietà di onda e particella in fisica e di soggetto e oggetto nella filosofia orientale. Il Cosmo esiste in blocco ma in esso si sono sviluppati Io individuali, e uno non preclude l’ altro, ma sono in una straordinaria e intima simbiosi.

Nuovi Io emergono quando nuovi cervelli si sviluppano, perché il cervello agisce come un filtro e un limitatore della coscienza, un formatore di self, un separatore di oggetto e soggetto. Il cervello assimila e manipola informazioni rilevanti esclusivamente alla sopravvivenza di quel particolare spicchio di coscienza che è l’ individuo. Il cervello costruisce e sostiene il mito della personalità e dell’ Io, e il suo programma lavora incessantemente per rendere sostanziale il fantasma dell’ “inner being”.

A livello soggettivo vi è un flusso continuo di “essere te / essere me”. Non devi avere paura di morire, perché nel momento in cui smetti di essere associato ad un particolare cervello e una particolare narrazione di vita, la percezione di esistere come un Io riemerge in una nuova forma. Non è il concetto tradizionale di trasmigrazione di anime, ma semplicemente “essere un Io” è un fenomeno universale e generale. Non c’è un collegamento oggettivo e attuale che determina ciò che diventerai successivamente. Non è che ti trasformerai in esso, non “diventerai” esso, ma ci sarà un flusso continuo e ininterrotto di esperienza di YOU-NESS, “essere un Io”.

Noi non possediamo realmente un corpo e una mente e non esercitiamo su di essi la nostra volontà, ma siamo semplicemente parte di un infinito processo in via di sviluppo costante. Può essere deludente, ma anche esilarante e liberatorio, perché significa che c’è di più oltre alle nostre brevi vite. Non è più ammissibile il detto “La vita è una”, perché la vita è TUTTO, TUTTE LE VITE, (umane, animali, extraterrestri, robotiche, dovunque ci sia un CERVELLO) in sequenza. Questa è l’ unica genuina e ideale modalità in cui esistere. Siccome non possiamo nemmeno cercare di sfuggire a questo fenomeno eterno e costantemente in svolgimento, possiamo semplicemente smettere di pensarci, perché in effetti non c’è mai stato un vero momento in cui non siamo stati liberi, rimane comunque la illusione del libero arbitrio, una illusione che appare perfettamente reale ai nostri occhi. Il fatto è che noi siamo GIA’ uno con l’ universo, non siamo mai stati separati da esso, e solo la presenza dell’ Io ci faceva credere ciò.





Cose sempre più strane

9 06 2022

In attesa di riuscire finalmente a postare due post lunghissimi, DEFINITIVI (dopo averli postati potrei addirittura non scriverci mai più su questo blog!) ispirati da due post del blog, abbastanza recenti, di Christopher Knowles dedicati agli anni 1979 e 1983, voglio ripresentarmi qui un attimo questo mese facendo una specie di “punto della situazione.” 

La sincro-sfera mi sembra che viva un momento difficile, nel senso che: emersa ai tempi dei blog e dei forum nel 2006-2012 quando ci si connetteva attraverso i computer fissi e tutt’al più dai laptop portatili, in questi tempi delle piattaforme social, degli algoritmi-metadati (e dei video e dei social organizzati da questi), a cui ci si connette con gli smartphone, è la sincro-sfera – nello stesso momento –  si ad essere ricca come non mai di nuovi contenuti postati sul web ma risulta pure confusa e disorganizzata al massimo: basandosi in gran parte sulle coincidenze, ne nota (e ne crea anche direi) così tante da però perdercisi dentro con piacere ed è quindi assai difficile mantenere la rotta e organizzarne i contenuti in una maniera adeguata e comprensibile, come in un libro o un film, per dire.

Anche perché si tratta di un modo così personale di vedere le cose del mondo (ogni sincro-ricercatore ha i suoi metodi o pseudo tali) che non ci sono ricette ben definite. Ci sono quelli più linguaggio del crepuscolo-effetto copycat-cose alla Charles Fort (Loren Coleman), quelli più legati a una specie di neo-gematria basata su ricorsi di particolari numeri (Alex Fulton), quelli che si concentrano su unione di astroteologia, sezione aurea, mitologia antica e coerenza multicontestuale (Goro Adachi), quelli come Eric Wargo attenti alle coincidenze basate sull’ “io esteso”, la retro-causalità e la memoria del futuro, quelli come Jake Kotze e Blackdogstar, concentrati sulle associazioni astro-teo-simboliche tra i film di Hollywood, le serie tv e le celebrities, quelli appunto come Christopher Knowles studiosi di coincidenze e profezie apocalittiche nel mondo della musica pop rock e dello show biz… e tanti altri, spesso alquanto meno famosi e al di fuori dei radar di una certa notorietà, i quali magari, sperduti nel web, vengono scoperti inaspettatamente e non si sapeva della loro esistenza fino a poco prima.

Canale di Blackdogstar: https://www.youtube.com/channel/UCC4i57xJGXN378as5l3jRcA

A differenza di diversi sincro-ricercatori tra i più noti, che pare abbiano un po’ “mollato gli ormeggi” ultimamente, Christopher Knowles, al contrario, sta invece premendo sull’acceleratore nei suoi spazi web, mettendo anche contenuti a pagamento (così come da anni già fa Goro Adachi nel suo Supertorchritual) e Knowles, come aveva annunciato nel seguente post https://civiltascomparse.wordpress.com/2022/05/10/2001-prossimamente-e-i-disastri-annunciati-di-woke-il-politicamente-corretto-cool-e-autoritario/ pare stia scavando tantissimo nelle sue ricerche come mai prima e può essere che la decisione di farsi pagare (mettendo quindi in piedi un suo club più ristretto) sia stata dovuta proprio alla intensificazione dei suoi sforzi “tuffandosi sempre più in profondità nelle cose sempre più strane” esponendone la loro “storia segreta.”

Chi ha fatto anche un minimo di ricerca in proposito (nel nostro piccolo, anche noi piccoli blogger incuriositi dal “mondo simbolico”) SA che le “cose strane” nel nostro mondo-acquario in cui nuotiamo come pesciolini rossi comprati al Luna Park delle celebrities e dallo showbiz del mainstream, le “cose strane” nel nostro Occidente atlantizzato contro-continentale, partirono quasi di netto da una ben determinata manciata di anni in poi, il 1966-1969. Mentre dunque le “cose strane” partirono in quella fine ’60 del XX secolo, le “cose più strane” (secondo gli studi matti e disperatissimi di Knowles basati anche sui suoi ricordi personali) ebbero la loro partenza netta nel 1983.

La storia delle “cose sempre più strane” sembrerebbe ebbe inizio il giorno prima in cui quasi scoppiò la guerra nucleare intercontinentale a causa dell’esercitazione NATO “Able Archer”, i giochi militari dell’occidente atlantico anti-continentale che quasi portarono all’Armageddon nucleare, così come qui sul blog si parlò anni fa quando ancora di Christopher Knowles non sapevamo nulla e nemmeno di sincromisticismo: https://civiltascomparse.wordpress.com/2009/02/22/stanislav-petrov-luomo-che-nel-1983-salvo-il-mondo/, quando avevamo voluto commemorare Stanislav Petrov. un oscuro ufficiale dell’armata rossa che effettivamente salvò il mondo intero dalla più irreversibile delle catastrofi.

Quindi, che dire, i sincromistici amano le interconnessioni che producono sorprendenti coincidenze facendo emergere storie “sempre più strane” (ovvero realtà insospettate che superano le fantasie) dall’accorgersi di incroci e crocevia underground che nemmeno nei sogni si sarebbero creduti possibili. Il far scorrere, come in un film con l’indietro veloce, gli ultimi decenni della storia, confrontandoli con la storia precedente accorgendosi della stranezza intrinseca del tutto.

Detto questo, presentiamo due cose: un brano dei Fluxus risalente al 1994 e una specie di manifesto letterario scritto da Ferruccio Parazzoli, Tommaso Pincio, Antonio Riccardi, Giuseppe Genna e Michele Monina, risalente al 1999.

“Vita in un pacifico mondo nuovo”, come diversi altri brani di quei Novanta, prefigurava gli allora 25 anni successivi, mentre il “Manifesto 1999” proclamava come l’ipo-testo (ovvero i libri di carta per esempio i romanzi ben definibili e riconoscibili) non avrebbe mai potuto più essere lo stesso di prima avendo dover a che fare con l’iper-testo del web, ovvero quello su cui si è, fin dal suo inizio, basata la sincro-sfera.

In occasione di un convegno organizzato nel 1999 dalla rivista Letture, venne elaborato un manifesto estetico che, ai tempi, parve bizzarro. Gli estensori, sotto l’egida di Ferruccio Parazzoli, erano Tommaso Pincio, Antonio Riccardi, Giuseppe Genna e Michele Monina.
Il manifesto non pretendeva di imporsi ideologicamente, non intendeva porsi come vasca di raccolta di pesci sguazzanti e nemmeno ambiva a un ruolo di leadership avanguardista.
Soltanto, intendeva fotografare ciò che percepiva come presente avanzato – una porzione di futuro imminente.
L’invito è a misurare questo manifesto con l’attuale deriva narrativa e poetica.

“Scrivo di cose che non vidi, non mi capitarono, non seppi da nessuno, e che per di più non esistono affatto, né a priori possono accadere”.
Luciano, Storia vera

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In una foresta di segni nella quale si aggirano spettri, qualcuno tenta di parlare, gioire, piangere, meditare, cercare in sé o fuori di sé una verità che lo appassioni.

– Abbiamo l’impressione che, questa miriade di segni e di significati, il mondo la esprima autonomamente come se avesse elaborato, all’insaputa dei sapienti, strategie interne e modalità creative, avendo avuto cura di eliminare la mente che le pensa, le sente e le realizza.

– Segnale inequivocabile di queste strategie è la ricerca del divertimento, una coazione a ripetere ormai del tutto frenetica e automatica.

– E’ tempo di prendere partito per una strategia creativa che sia figlia di una complicità di menti: autori plurimi, proliferazione di eteronimi, progressivo ritrarsi dell’individuo. Ciò che conta è l’opera, ciò che dice e che narra, la sua voce provenendo da luoghi che non si incarnano in alcun preciso soggetto.

– La lingua è un’espressione che porta in sé i sogni o gli incubi di chi la parla. Una lingua che entri in contatto con molti e diversi tempi, tutti contemporanei. Useremo una lingua falsa, porosa, simile, ma non identica, alla flattanza linguistica che invade le case e le menti.

– Non è più tempo per lo stile. Non è prioritario agire sulla lingua quanto lo è agire sulle strutture, sugli intrecci, sulle chiavi che aprono e chiudono i cassetti delle storie.

– Lavoriamo anzitutto a intrecci che ci permettano di dare vita a un’opera più grande di quanto noi stessi possiamo immaginare. Strutture complesse, spesso giocate sugli equilibri interni, pagine che si richiamano a distanza, personaggi e tempi in assoluta libertà di allontanamento e avvicinamento, spariscono per poi ritornare, il diritto e il rovescio del binocolo.

– Io, tu, noi. Sono questi i personaggi di un’opera che ambisce a essere, al tempo stesso, epica e lirica, che utilizza i dialoghi, i salti temporali, l’immaginifico e il prodigioso come sogni che gli uomini non hanno il coraggio di sognare.

– Trilogie narrative, poemi sequenziali, opere incastrabili con altre opere: è il segno che conosciamo quanto il senso sia complesso e affascinante, facitore di storie, non immediatamente percepibile. L’immediata intuizione, l’illuminazione, la folgorazione sono possibili e fondate soltanto all’interno di una più ampia struttura che un mondo virtuale e parallelo al mondo reale.

– Guardiamo all’allegoria come strumento privilegiato. Sfruttiamo il piacere che dà l’allegoria. L’allegoria non parla soltanto del mondo e non allude soltanto a un eterno presente: essa parla anche della morte e della fine del mondo. L’allegoria allude a qualcosa di segreto, che cerca non di portare alla luce, ma di nascondere meglio, perché sia viva la sensazione che qualcosa può esistere anche senza che venga totalmente spiegato.

– L’allegoria rappresenta la tregua tra una visione teologica e una visione artistica dell’universo. Il reportage – genere teologico per eccellenza, da quando la cronaca ha sostituito la sacra scrittura -, il noir, la fantascienza, il poema barocco non smettono di parlare della possibilità o dell’impossibilità di un dio, della sua bellezza o del suo orreore.

– Il lettore è nostro complice: non vogliamo per complice un idiota con due occhi.

– Bisogna fare spreco di sé. Il nostro realismo è salito di grado: ogni rovina, ogni uomo, significano qualcosa d’altro. Un realismo allegorico che racconta le storie di questo mondo e di un mondo diverso, che parla di tutto, indifferentemente, e di ogni personaggio.

– Il soggetto, il famigerato io alla cui dissoluzione la modernità ha lavorato con instancabile alacrità, torna a essere personaggio, ha acquistato un nuovo senso: significa ‘uomo’ e, allo stesso tempo e con la medesima intensità, significa veramente ‘io’.

– All’ironia sostituiamo il grottesco, il paradossale. Un genere storicamente sospetto.

– Posto che la bellezza debba essere intesa come imitazione del felice, chi oggi è in grado di indicarci un uomo felice?

– Chiunque dipenda da Qualcuno o da Qualcosa, senza sapere da Chi o da Cosa, come tutti noi dipendiamo, deve pure avere un’arma con cui tenere a bada il padrone: rettitudine, sincerità, mala lingua, congiure, dicerie, scambi di binari, false rotte stellari.

Vogliamo un celebre anonimato.
Vogliamo scrivere tutto.





Time Loops: precognizione, retrocausalità, inconscio, loop temporali – Una nuova realtà con Eric Wargo

28 03 2022
“I miei pensieri sul tempo, la causalità, la precognizione si sono formati e sono stati stimolati da molte conversazioni, discussioni negli anni passati con amici e lettori del mio blog (The Nightshirt), alcuni dei quali hanno condiviso sorprendenti, divertenti o drammatiche esperienze personali sulla precognizione del futuro” (ERIC WARGO)

“Più faccio ricerche su queste anomalie, più mi addolora l’ arroganza e la ostilità verso questi argomenti da parte delle autorità intellettuali – culturali. L’ idea è che ciò che appare ai nostri occhi casuale o incerto o impossibile da prevedere potrebbe in realtà riflettere gli effetti di influenze invisibili dal futuro, agendo in modo retroattivo sul presente. La retrocausalità è questo, è il fatto che le casualità sarebbero in realtà influenze di eventi futuri su quelli del presente e del passato. Gli esperimenti sulla precognizione hanno generato una intensa ostilità, imbarazzo, derisione da parte degli esperti e professionisti di psicologia e scienza tradizionale. La causalità come la conosciamo fa parte dei nostri sistemi di credenze e ha una base culturale radicata. Ma la nostra società moderna è l’ unica che non lascia spazio per la percezione del futuro e per la rilevanza TELEOLOGICA delle cause finali nella narrazione delle vicende umane.”

Future physics and neuroscience will be able to crack the nut of how psi works, but we need to give it time—including time for many of the current anxiously “classical” generation of skeptics to die off. (La fisica e la neuroscienza del futuro saranno in grado di capire come funziona il fenomeno psi, ma dobbiamo dargli tempo, incluso il tempo per gli scettici ansiosi della presente generazione classica per morire)

“Moltissime persone di ogni genere e cultura, persone comuni hanno riportato anticipazioni di eventi traumatici e premonizioni e molte tradizioni religiose danno voce all’ abilità di certi individui di parlare e scrivere di eventi futuri (profezie). Molti ricercatori hanno accumulato evidenze robuste e affidabili per la capacità umana di percepire inconsciamente il futuro, generando presentimenti. Questi esempi vengono prontamente ignorati o “debunkati” dagli scettici, che li liquidano come false memorie, bias cognitivi, deja vu o errori. Sogni premonitori, strane memorie di cose che non sono ancora accadute ed esperienze in cui ci sembra di conoscere qualcosa in anticipo su noi stessi potrebbero farci capire che noi pensiamo attraverso quattro dimensioni. “

E se il presentimento su un incidente fosse un risultato diretto dello stesso incidente? Un presentimento può essere percepito solo se l’ incidente accade veramente? Questi presentimenti riguardano la nostra futura sopravvivenza da eventi che scombussolano la nostra vita e le nostre emozioni, e possono addirittura orientarci verso “premi emotivi” che vengono percepiti in questi contesti. Anche se la precognizione spesso emerge in contesti di stress e traumi o prima che qualcuno muoia, in realtà può essere qualcosa che ci orienta verso una consapevolezza di sé rinnovata e intensificata.

A time loop may not only be self-canceling, as in the famous grandfather paradox … it could also be self-amplifying. (Un loop temporale potrebbe non essere solo auto – eliminante come nel famoso paradosso del nonno ma anche auto – amplificante)

TIME LOOPS: Sono situazioni circolari nella loro causalità, che ci lasciano stupiti, nei quali una esperienza precognitiva contribuisce in parte al realizzarsi dell’ evento previsto: una “profezia auto – avverante”.

L’ evidenza fornita da test in laboratorio supporta fortemente la tesi che informazioni dal nostro futuro in qualche modo sono in grado di esercitare una influenza sul nostro comportamento nel presente e passato, anche se quasi sempre in modo distorto, con scarsa possibilità che venga riconosciuto in modo conscio come tale. La precognizione potrebbe essere un sistema guida basico e primitivo che potrebbe apparire come condiviso nel regno animale. E’ sempre più plausibile che sistemi biologici possono, entro certi limiti, essere in grado di pre – rispondere a stimoli futuri.

E’ come se la precognizione avesse un campo di forza, una nebbia densa e intimidatoria, un taboo che tende a distrarre le persone, anche quelle che notano le sue operazioni dietro al sipario, in modo da generare negazione e dimenticanze. Si preferisce aggrapparsi a spiegazioni alternative piuttosto che provare ad approfondire e comprendere. La PSICOANALISI è fondamentale per trovare una luce guida in mezzo a questa nebbia che avvolge l’ argomento sulla precognizione.

E’ noto che FREUD con un sogno ha inconsapevolmente visualizzato una anticipazione della malattia che avrebbe compromesso e messo fine alla sua vita decadi nel futuro. Freud negava esplicitamente che i sogni fossero connessi a qualcosa nel futuro, e questa è stata la sua tragica mancanza. Freud era un uomo perseguitato da Time Loops che non aveva intenzione di affrontare. Phillip DICK ha scritto molto sulla precognizione perché sembrava un fenomeno costante nella sua vita personale. La precognizione non è anticipare qualcosa al di fuori della propria vita e del proprio sé, non è visualizzare eventi là fuori, ma è un incontro con realizzazioni soggettive e personali di grande significato o una esperienza che insegna qualcosa, che produce informazioni sulla vita individuale.

La “neurosi freudiana” e la “mente inconscia” in realtà rappresentano la nostra coscienza dispersa (a ritroso?) nel tempo.

(1898)

Secondo Eric Wargo non si potrebbe chiedere una dimostrazione più definitiva sulla fisica Newtoniana dello scontro del Titanic contro il noto iceberg che l’ ha fatto affondare. Ma in realtà i fisici sono messi a confronto con una densa nebbia di impossibili coincidenze riguardo a questo disastro, rendendolo una lezione perenne, oggetto di studio per fenomeni psichici e paranormali. Uno psichiatra e ricercatore del paranormale Ian Stevenson ha compilato 20 accounts di queste coincidenze negli anni ’60.

(1898)

E’ noto che lo stato di semi veglia (hypnagogic) produce un considerevole numero di realizzazioni creative e anticipazioni del futuro. Nella sera del 14 aprile 1912, due ore prima della collisione del Titanic con l’ iceberg, un reverendo metodista distante migliaia di miglia ha udito in questo stato un inno religioso. Non poteva sapere che nello stesso momento sul Titanic stavano cantando quello stesso inno, per invocare la protezione dei naviganti, come richiesto da un passeggero, un altro reverendo.

Un passeggero, giornalista e avido spiritualista, Stead, negli anni ’80 dell’ 800 aveva pubblicato un articolo fittizio su un disastro relativo ad una nave da crociera, avvisando che la causa delle numerose vittime era da accreditarsi alla mancanza del giusto numero di scialuppe di salvataggio, e nel 1892 scrisse un’ altra storia che descriveva la collisione fra una nave da crociera e un iceberg con un solo sopravvissuto, salvato dal capitano Smith, che 20 anni dopo, sarebbe stato il nome del capitano del Titanic. Nel 1900 Stead ha anche avuto una visione premonitoria sulla sua morte.

Inoltre nel 1898 venne pubblicato un romanzo di Morgan Robertson (Futility) che descrive la collisione di una nave da crociera di lusso chiamata Titan con un iceberg. Il percorso della nave immaginaria è come quello del Titanic vero, e persino la data della collisione era “metà aprile” nel Nord Atlantico, e veniva evidenziata la mancanza del numero necessario di scialuppe. Nel libro ci furono solo 13 sopravvissuti.

Sta avvenendo una completa revisione della nostra comprensione dei sistemi viventi. Emerge la possibilità che il cervello umano abbia proprietà che sono “time – defying”. E’ ragionevole pensare che non ci siano capacità umane ancora da scoprire, catalogare, investigare?

E’ noto che esiste una scultura realizzata da una vittima dell’ 11 settembre che si trovava all’ interno di una delle Torri: del 1999, di Michael Richards, nominata “Tar Baby vs St. Sebastian”, che raffigura un pilota che viene circondato da aerei che lo pungono in ogni parte del corpo, che è eretto e rigido come una torre, si potrebbe dire.

1999, di Michael Richards, “Tar Baby vs St. Sebastian

L’ artista, nei cinque anni precedenti al 2001 era ossessionato da disastri aerei e dal concetto di martirio. Gli amici hanno detto che due delle sue opere finali rappresentavano sé stesso impalato da aerei, circondato dalle fiamme. Il numero 596 di “Le avventure di Superman”, pubblicato il 12 settembre 2001, ma ovviamente disegnato e scritto nelle settimane precedenti, mostra due grattacieli gemelli distrutte da un attacco in un conflitto fra supereroi. Nel giugno 2001, il gruppo hip hop The Coup hanno creato una cover per il loro CD che mostrava le torri gemelle che esplodevano. Il 4 marzo 2001, l’ episodio pilota di The Lone Gunmen riguardava un piano del governo per un dirottamento aereo per dirigerlo a schiantarsi contro il World Trade Center. Il Rhine Center, che raccoglie premonizioni di disastri, ha ricevuto più chiamate riguardanti sogni e altro per l’ 11 settembre che in ogni altro momento. Un professore d’ arte in pensione, David Mandell, di Londra, ha raccontato per un documentario tv del 2003 che l’ 11 settembre 1996 aveva fatto un sogno sconvolgente che lo ha portato a dipingere uno scenario riguardante due grattacieli identici che crollavano.

Il giorno prima del tragico disastro della scuola di Aberfan (21 ottobre 1966), sepolta da una slavina di fango, una bambina di 10 anni (che sarebbe morta il giorno dopo) raccontò ai genitori che aveva sognato che la scuola era sparita perché qualcosa di nero l’ aveva completamente ricoperta.

Eric Wargo ritiene che la precognizione è una funzione neurobiologica relativa alla memoria e che bisogna darne una spiegazione fisica e materialistica. Deve essere compresa all’ interno del contesto della vita di un individuo ed essere soggetta agli stessi metodi ermeneutici che sono familiari agli psicoanalisti, critici letterari e filosofi. La precognizione non riguarda la anticipazione di eventi in generale nel futuro, ma è l’ accedere del soggetto a informazioni sul proprio futuro, direttamente collegato ad esperienze che lo attendono in futuro, piacevoli o disturbanti.

J.W. DUNNE era un soldato britannico, divenuto in seguito ingegnere e filosofo, e autore di un libro “Un esperimento con il Tempo” riguardante la realtà sui sogni premonitori. La sua teoria sul Tempo si chiamava – serialismo – da bambino aveva sperimentato estasi religiose e da adolescente era diventato un piccolo profeta, ma il suo interesse per i sogni si focalizzò nell’ anno 1899, a 24 anni. Aveva sognato che il suo orologio si era fermato alle 4:30, proprio come egli trovò il suo vero orologio nella realtà dopo essersi svegliato. In seguito Dunne documentò una vasta serie di altri sogni premonitori. In particolare Dunne aveva sognato il disastro della eruzione del Monte Pelèe, pensando che le vittime fossero 4000, e Dunne possedeva un giornale che diceva che le vittime erano 40.000, ma Dunne rimase convinto, a causa di un errore di lettura che le vittime fossero 4000, e nelle conversazioni con altre persone continuò a ripetere quel numero errato. Scoprì la verità solo 15 anni dopo. Poi in realtà si accertò che le vittime della eruzione furono 30.000. Dunne, riflettendo su questo sogno, gli apparve chiaro che era stato triggerato dalla lettura di quell’ articolo e non dall’ evento in sé, e nel sogno il suo errore di lettura per distrazione era stato registrato, e anticipato. Per Dunne era l’ evidenza che il futuro deve esistere già formato in qualche modo, in un certo senso.

Nel sonno o in uno stato di coscienza alterata, la nostra coscienza può essere libera di scandagliare ed esplorare tutta la nostra personale “world line” (linea temporale individuale), sia nel passato che nel futuro. Dunne comprese che la nostra coscienza è duale: non possediamo solo una mente individuale ma siamo anche parte di una “mente universale” (anche se Eric Wargo preferisce evitare di favorire questa teoria) che è condivisa da tutti e che è equivalente a ciò che noi intendiamo come Dio. Nel corso della Storia, molti mistici sono giunti alla stessa conclusione, anche se i loro testi non sono supportati da grafici ed equazioni come i testi di Dunne sul serialismo.

La regola che riguarda i Time Loops è che l’ universo permette che informazioni viaggino attraverso il tempo in modo tale da stimolare l’ individuo che le percepisce a realizzare e mettere in moto le azioni che faranno verificare l’ evento anticipato (piuttosto che evitarlo o sabotarlo). Se un evento non accadesse come anticipato, non sarebbe possibile ricevere informazioni su di esso. Le anticipazioni riguardano solo eventi che certamente accadranno.

Kurt Vonnegut il mattino del 15 settembre del 1958 lasciò all’ improvviso il suo studio e tornò a casa, perché, colto da una sensazione bizzarra, sentì il bisogno di chiamare un suo parente con cui non conversava quasi mai. Chiamò al suo ufficio, ma costui non ci arrivò mai perchè alle 10:30 del mattino il suo treno, del quale era passeggero, cadde da un ponte ed egli annegò assieme a 47 altre persone. Sua moglie, nelle due settimane precedenti, continuava a dire “sento che stanno arrivando dei rifugiati”, e infatti in seguito alla tragedia ospitarono 4 bambini orfani.

Eric Wargo poi procede a parlare della ipotesi sul fenomeno della telepatia, che però non riesce a convincerlo pienamente, e che in un certo senso, si appresta a debunkare. Wargo suggerisce che non c’è una trasmissione fisica di informazioni, non come la possiamo comprendere noi. Non c’è un ovvio meccanismo fisico, che è un impedimento nel fare in modo che il fenomeno sia credibile per gli scienziati. Il cervello comunica con sé stesso attraverso il Tempo. La precognizione esiste come un fenomeno “memoria in senso opposto, memoria di cose future”. Si tende a preferire di dire che questo fenomeno riguarda solo la memoria a breve termine, anche se in effetti si sono verificati casi di anticipazioni che dovettero attendere anche decadi per essere verificate.

I ’d bet money that select neurons deep within specific circuits of the brain are going to turn out to be finely tuned time machines that fire before they are stimulated. (Scommetterei che neuroni selezionati nel profondo di specifici circuiti del cervello verranno riconosciuti essere raffinate macchine del tempo che si attivano prima di essere stimolati)

Il problema che rende poco riconoscibili e comprensibili queste memorie dal futuro è che spesso non abbiamo un contesto dove inserirle, non possiamo interpretarle e valutarle, e spesso non ci accorgiamo nemmeno della loro esistenza, e non possiamo richiamare memorie del futuro a comando come facciamo con quelle del passato. Il momento in cui queste informazioni sono apprese nel futuro è lo stesso momento in cui vengono mandate indietro nel passato. Quindi il fenomeno della telepatia non è da intendersi come tale, ma come precognizione non riconosciuta in modo conscio come tale.

Secondo Eric Wargo la più interessante e seria esplorazione letteraria dell’ argomento è quella del romanzo del 1973 di Thomas Pynchon “Gravity’s Rainbow”. L’ implicazione è che l’ abilità precognitiva potrebbe essere legata a riflessi involontari, ed emerge in modo inconscio. E’ una funzione sempre attiva, ma anche sempre “fuori dalla vista”, sottocoperta, dietro al sipario. E’ una caratteristica basica, legata all’ adattamento, una funzione di orientamento sociale. E’ collegata a stati di coscienza alterati, sogni, trance, meditazione, semi veglia, alterazioni dovute a stupefacenti e allucinogeni. E’ collegata a “flow states”, quindi ad attività creative, quando si è davvero molto coinvolti e concentrati nell’ atto (full immersion), o attività eccitanti, divertenti, fisiche, coinvolgenti, quando si recita, si canta, si suona uno strumento, si è più stimolati e accessibili alla precognizione. Nel mondo antico, la profezia si manifestava con il canto. L’ intelletto critico deve essere soppresso. L’ atto della scrittura creativa, in particolare, risulta essere un ottimo conduttore della precognizione, perché la immaginazione induce ad uno stato alterato capace di attirare informazioni dal futuro personale dell’ autore.

La qualità frattale del processo, e la nostra ignoranza e inconsapevolezza di essi creano la causalità circolare dei Time Loops, che sono una “feature” universale del mondo.

Eric Wargo non favorisce il concetto di “mente estesa” che trascende il corpo, e che è metaforicamente o letteralmente in entanglement quantistico con tutto quanto e ogni persona. Questo concetto viene visto come la cancellazione delle prove della riduzione materialistica della psicologia e delle neuroscienze. Ricordiamo che Wargo è laureato come antropologo ed è un uomo di scienza. Per lui il significato è centrale. Secondo lui l’ universo non è pre – saturato dal significato, ma è l’ uomo che vi attribuisce il significato, che non è innato alla natura.

E’ la realizzazione futura del significato da attribuirvi, questo traguardo, che causa il comportamento precedente, che è necessariamente parte del background causale di     quel traguardo futuro, un Time Loop. Ciò che ci rende “malati / sofferenti”) in senso psicoanalitico potrebbe essere qualcosa di relativo al nostro futuro, e non solo a causa di traumi del passato o conflitti irrisolti.  

Il fatto che il presente venga influenzato dal futuro può essere compreso e realizzato solo quando quel futuro influente è diventato momento presente. E’ una cosa che si capisce guardando in retrospettiva. Questo effetto spesso si manifesta in contesti privati, come quelli delle storie d’ amore, dimensioni scarsamente condivisibili della nostra vita e personalità. Questo è il motivo per cui l’ ufficio di uno psicoanalista (dove si scandaglia e analizza la mentalità, i segreti e altre cose dell’ inconscio e della vita privata)  è il posto perfetto per l’ emergere di questi fenomeni e per studiare queste dinamiche di influenza dal futuro.

Il 17enne Nabokov aveva avuto una precognizione della notizia che la compagnia di produzione di Kubrick avrebbe comprato i diritti per il suo romanzo che avrebbe scritto decadi nel futuro, e questa informazione è giunta con 42 anni di anticipo e si manifestò attraverso un sogno.

Minkowski ha estrapolato che i corpi di cui facciamo esperienza sono “cross – sections” in tre dimensioni di “worm like beings” in quattro dimensioni a distanza di (idealmente) decadi, attraverso un blocco a quattro dimensioni, spazio – tempo.

Edipo, che ha sposato la sua stessa madre, era un viaggiatore nel tempo pre – moderno essenzialmente.

Eventi che vengono anticipati di anni o decadi sembrano non avere senso in un universo che include l’ effetto farfalla dove ogni piccola decisione porta ad un futuro completamente diverso. Ciò che anticipiamo sono futuri reali, attraverso un meccanismo retrocausale.

Per Eric Wargo la precognizione è un meccanismo uguale alla memoria ma in senso inverso (premoria), e il cervello comunica con sé stesso attraverso la sua storia. Non centra con eventi che rimarranno fuori dalla nostra esperienza diretta di essi. Infatti queste informazioni dal futuro possono anche contenere errori o omissioni perché saremo noi nel futuro a percepirle in modo scorretto. E questo viene incluso nella percezione.

La precognizione è stata osservata operare con principi legati alla associazione (connessione fra idee ed esperienze). L’ abilità di fare associazioni controintuitive è una misura della creatività, un tratto associabile alla abilità precognitiva. I sogni premonitori fanno associazioni fra esperienze del passato e del futuro, e usano metafore e distorsioni di nomi e parole.

Inoltre la memoria è stimolata dalle forti emozioni. Ciò ci orienta verso nuove informazioni relative alla nostra potenzialità di sopravvivenza (a livello di evoluzione). Dobbiamo sapere le cose che ci spaventano o che ci fanno piacere (sensazioni che ci premiano).

La funzione precognitiva si focalizza sulle piacevoli sorprese e sulle minacce alla nostra persona. Come funziona con gli anniversari per la memoria, la precognizione (premoria) potrebbe emergere in date particolari che corrispondono ad altrettanti eventi particolari in quelle date nel nostro futuro.

Secondo Wargo è facile modificare e dare forme diverse alle memorie delle persone, influenzando i dettagli (anche se io non condivido questo aspetto) e infatti l’ incertezza, l’ obliquità delle informazioni ricevute non danno origine a paradossi, in questo modo.

La sopravvivenza è la chiave della precognizione. Informazioni che risuonano attraverso il Tempo sopravvivono alla ricezione del cervello dell’ individuo solo se non potranno essere usate per identificare ed evitare le condizioni future dalle quali tali info sono partite. Nella retrocausalità un evento è causa di sé stesso. Tautologie causali e profezie auto – avveranti dovrebbero essere caratteristiche costanti della nostra vita in un “universo a blocco” di Minkowski.

L’ universo fisico ha un linguaggio dalla grammatica perfettamente ambigua. Ogni evento fisico può essere interpretato in due modalità differenti, una causale e l’ altra teleologica, entrambe valide, non importa il contesto.

Di solito i fisici disapprovano fortemente quando i parapsicologi usano concetti relativi alla fisica quantistica per spiegare fenomeni psichici e anomalie. Parlare di “coscienza quantica” potrebbe essere una garanzia di ricevere un pugno in faccia da parte di un uomo di scienza, attualmente. Ma noi ci troviamo nel mezzo di un cambiamento di paradigma monumentale nel modo di interpretare il comportamento della materia nel mondo quantistico. Non sono coscienze separate che sono collegate dall’ “entanglement” attraverso lo spazio, ma ogni cosa composta da materia incluso il cervello, potrebbe riportare le tracce di un “entanglement” in tutte le direzioni nel Tempo.

Nell’ esperimento del “double – split”, in laboratorio, John Wheeler ha dimostrato nel 1978 che se si cambiano i parametri mentre le particelle sono già in moto, loro cambiano la loro natura retro – attivamente, come se sapessero in anticipo che cosa si chiede loro di fare. Non è che il comportamento delle particelle prima delle misurazioni è ignoto (uno dei dogmi centrali della fisica quantistica – non si può predire come un fotone individuale o una particella si comporterà in una qualsiasi situazione) ma è che non c’è proprio una realtà esistente per queste particelle fino a quando non vengono osservate. Questa è la nota “interpretazione di Copenhagen”. Il fatto che l’ osservazione determina la forma che la materia prenderà (particella o onda) e che quella scelta influenzerà il destino della particella, forma l’ idea di un “universo partecipatorio” dove l’ universo per esistere necessita della osservazione da parte di una coscienza attiva.

Nonostante sembri un concetto radicale, la retrocausalità potrebbe semplificare una gran quantità di misticismo e stranezza nei meccanismi della fisica quantistica e spiegare perché le particelle sembrano conoscere già il loro destino. Nemmeno il decadimento delle particelle radioattive sarebbe casuale, a questo punto. Le particelle conoscono il futuro perché a tutti gli effetti sono già state là. O meglio, si trovano già a metà nel futuro, sono sempre quasi a destinazione.

La fisica quantistica ha eliminato la presunzione classicista Einsteiniana per la quale soggetto e oggetto e osservatore e osservato potevano essere distinti. Non c’è una realtà oggettiva indipendente dall’ osservatore ed esterna ad esso e gli apparati usati per misurare la realtà e quindi non c’è una vera distinzione – separazione fra osservatore e cosa osservata. Sono un tutt’uno. Noi e il Tempo siamo un tutt’ uno. Il passato non cessa mai di essere influenzato e riallineato dal futuro e noi stessi non cessiamo mai di essere influenzati da decisioni e azioni che stanno avanti a noi nel Tempo.

In realtà i fisici pongono obiezioni filosofiche (che non sono in questo caso effettive e valide) alla retrocausalità perché vorrebbero preservare intatto il concetto di indeterminazione e libero arbitrio, e che la causa genera sempre un effetto e non viceversa, ed è per questo che si tratta di un così forte argomento taboo.

Secondo Wargo il significato di qualcosa relativo a informazioni dal futuro non si può misurare in nessun modo perché dipende dalle interpretazioni soggettive dell’ agente che riceve l’ info. Inoltre secondo Wargo i computer quantistici sono in grado di computare attraverso il Tempo.

SINTROPIA: in opposizione al concetto di entropia, rappresenta futuri nodi di convergenza e armonia, attrattori che esercitano una influenza nel passato e che si esprime attraverso precognizione e presentimenti. L’ amore è un concetto legato a questa sintropia perché dirige gli individui verso il traguardo di convergenze significative.

Persino la fotosintesi necessita della quantistica, visto che un processo chiamato tunneling quantistico è risultato essenziale. Le piante quindi sarebbero simili a computer quantistici. Attualmente è in corso una corsa all’ oro per verificare e scoprire processi quantistici che spiegherebbero l’ origine della coscienza nel cervello umano. Ciò che si dovrebbe teoricamente trovare è, come l’ “occhio interiore” che permette la visualizzazione nel cervello dei pensieri, è un “occhio temporale” che sia in grado di osservare e registrare l’ asse temporale invece dell’ asse spaziale come l’ occhio che conosciamo.

Nella storia della scienza spesso accade che nuove scoperte vengono fatte basate su vecchi dati che erano stati interpretati in modo scorretto perché le teorie esistenti all’ epoca non lasciavano spazio ad essi. Noi potremmo aver già scoperto in modo sotterraneo questa evidenza diretta della precognizione, da almeno 40 anni.

Il fatto che ci appare tutto sincronizzato riflette il fatto che noi tutti viviamo sempre mezzo secondo nel passato. Libet ha scoperto che i neuroni cominciano ad essere stimolati un quinto di secondo prima che la decisione di muoversi venga fatta in modo conscio. Invece di avere un vero libero arbitrio, abbiamo un potere di veto su azioni pre – iniziate. Ramachandran lo ha chiamato “libertà di non fare” (free will – free won’t). La nostra volontà può intercedere in una finestra di tempo di 200 millisecondi per dire no ad una azione impulsiva iniziata dal nostro cervello.

E’ possibile che quando rievochiamo una azione dell’ immediato passato nella mente in effetti la stiamo mettendo in moto quella azione, dal futuro? (si chiede Wargo). La mente non è “infinita” secondo Wargo ma perlomeno è molto più grande, vasta, “più lunga” di quanto noi crediamo, ed è in effetti “trascendente”. L’ idea che il cervello è un computer quantistico propone l’ intrigante possibilità che più un essere cosciente vive nel tempo, più viene causata una intelligenza più elevata, perché si accrescerebbero le risorse computative disponibili.

Come mai le cause efficienti, che spingono dal passato, sono molto più ovvie e comprensibili intuitivamente di quelle teleologiche che riverberano dal futuro? E’ una preferenza biologica, dipende dall’ aggiornamento delle connessioni sinaptiche, è una funzione delle nostre credenze culturali e aspettative, che restringono le nostre abilità precognitive? Potrebbe essere persino qualcosa di così semplice come il modo in cui formuliamo le nostre frasi lungo una singola direzione?

Potrebbe veramente essere che il “now” (ora) della nostra esperienza conscia ha una relazione simile con l’ intero spettro del nostro pensiero lungo tutta la nostra vita, come un punto di luce focalizzato da una lente di ingrandimento ce l’ ha con il Sole intero che proietta quella luce. Secondo Wargo, tutto ciò che noi chiamiamo inconscio è la parte conscia della coscienza che viene dispersa o distribuita attraverso il Tempo.

Precognition may even be the flip side of repression: Repression would be a process of trading unwanted data into the past, and precognition would be the corresponding process of receiving that repressed information from the future. (La precognizione potrebbe essere il “polo opposto” della repressione: la repressione sarebbe il processo di mandare info indesiderate nel passato e la precognizione sarebbe il processo corrispondente di ricevere le informazioni represse dal futuro)

E’ stato Freud, più di qualunque altro pensato dell’ età moderna, a prendere seriamente e mappare precisamente le forme di auto – inganno e auto – ignoranza che rendono la precognizione possibile in un universo “post – selezionato”. Questi messaggi dal futuro devono necessariamente essere oscuri, rilasciare scarse tracce / indizi, ed essere ricchi di metafore, e quasi sempre non appariranno avere una chiara origine. Il loro significato non potrà essere chiarito fino a quando gli eventi non si verificheranno nel presente reale.

Secondo Wargo, le tattiche di Freud, in opposizione alle forme di “misticismo” e paranormale erano modi di negare, evadere, sorvolare sopra alla possibilità, che per lui era profondamente inquietante: che il nostro destino possa essere scritto, e l’ autore principale non essere il passato, ma il futuro.

La possibilità che la “fantasia giovanile” di fama di Freud potesse essere stata una premonizione, e che se ne sia reso conto mentre veniva onorato dai suoi seguaci durante una celebrazione di un suo compleanno non viene presa in considerazione dagli studiosi, perché lui aveva effettivamente bandito ogni sorta di discorso sulle profezie dalla psicoanalisi. Freud non comprese mai, né nel 1899 né mai nella sua vita che i sogni possono fare entrambe le cose: mostrarci i nostri desideri e mostrarci il nostro futuro, o che possono fare una cosa in servizio dell’ altra. Per esempio che il desiderio di incontrare un determinato amante possa essere stata la causa o spinta preparatoria per Frau B. per anticipare che lo avrebbe incontrato per strada la notte prima che accadesse.

Da Freud, il nostro inconscio è stato riconosciuto come maggiormente sensibile della nostra mente conscia: come se sapesse di più e potesse suggerire di più con le informazioni disponibili. Gli psichiatri vittoriani hanno a lungo combattuto con le percezioni paradossali, le memorie e l’ intelligenza dimostrata a volte dagli isterici sotto ipnosi o da pazienti affetti da attacchi isterici con un distacco dalla realtà o personalità multiple. Anche i medium spirituali nelle loro trances auto indotte avevano spesso accesso a informazioni impossibili. Secondo Sartre invece non c’è nessun inconscio, solo una negazione della responsabilità.

L’ affermazione che la mente subconscia può essere esplorata e indagata solo attraverso un processo soggettivo di interpretazione era una cosa che offendeva il filosofo della scienza Popper, uno dei critici più aspri di Freud. Per alcuni scienziati, studiosi della coscienza e neuroscienziati contemporanei l’ inconscio è completamente sommerso: la punta dell’ iceberg (la mente conscia) è un miraggio.

Per Freud una parte centrale della teoria era che ogni cosa di cui abbiamo esperienza, persino durante la prima infanzia, rimane preservata intatta nella nostra memoria, e che nella vita mentale qualsiasi cosa abbia preso forma non può dissolversi mai. Ma la memoria, secondo Wargo, è estremamente frammentaria, costantemente in stato di trasformazione, e nei primi anni di vita poco o niente viene preservato, e persino che molti nostri ricordi possono essere dei costrutti o fittizi.

Noi confondiamo la nostra difficoltà ad accettare ed elaborare il concetto della precognizione con la supposizione che per il cervello accedere ad abilità precognitive sia complicato e laborioso, ma non è così affatto. Freud in realtà è stato per tutta la vita privatamente incuriosito e aperto di mente rispetto ai vari fenomeni occulti, e ha messo in atto esperimenti di telepatia con sua figlia e uno psicoanalista ungherese (Ferenczi) e i risultati lo hanno persuaso che c’è un fondo di verità in questo fenomeno paranormale. E durante la sua carriera non poteva di certo evitare di osservare delle coincidenze rispetto ai sogni dei suoi pazienti e i sintomi inspiegabili che essi avvertivano.

Un giorno un paziente gli scrisse, da uomo per niente coinvolto nell’ occultismo e ovviamente intelligente, che aveva sognato che sua moglie dava alla luce dei gemelli, ma il giorno dopo ricevette un telegramma che lo informava che la figlia aveva dato luce a dei gemelli, la stessa notte del sogno. Lui sapeva che era incinta, ma non si aspettava una nascita precoce.

Era un uomo insoddisfatto della seconda moglie che voleva che fosse come sua figlia ed è per questo che il sogno ha operato questo scambio per distorcere la notizia? Secondo Jule Eisenbud, come scrisse nel 1982 nel suo libro “Paranormal foreknowledge” l’ abitudine precognitiva e problemi o questioni sessuali edipiche vanno mano nella mano, sono connesse, appaiono assieme.

L’ espressione della precognizione riflette un attivo e irrisolto complesso Edipico, mentre la negazione della precognizione rappresenta la salutare non nevrotica internalizzazione o identificazione con l’ ordine simbolico fallico – patriarcale.

Le sole informazioni che sopravvivono all’ essere mandate nel passato sono quelle che favoriscono il verificarsi stesso dell’ evento nel futuro, e non quelle che potrebbero interferire o impedirlo, quindi non esistono paradossi. Gli eventi impossibili non possono essere anticipati. Quindi ogni profezia può essere inclusa in qualche modo molto distorto nel background di ciò che era stato anticipato.

Oltre al libro di Dunne “An Experiment with Time”, il libro di Eisenbud “Paranormal Foreknowledge” potrebbero essere i più interessanti e informativi libri scritti sulla precognizione.

Secondo Wargo, le meccaniche della fisica quantistica non possono applicarsi solo e semplicemente alle particelle subatomiche, ma sono invece il vero substrato della nostra intera esistenza fisica, e la precognizione è una costante delle nostre vite.

Ciò che Freud ha identificato come il linguaggio simbolico dell’ inconscio non è niente altro che le leggi associative che governano il modo in cui il cervello contiene e ricerca informazioni, le regole con cui ogni esperienza nuova della nostra vita viene collegata a quelle vecchie. Stiamo imparando che è precisamente nello stato onirico, nei sogni, che queste associazioni vengono forgiate. Ironicamente il pioniere dei sogni Freud aveva negato questa possibilità, che regolò il suo destino in un modo “tragicamente bizzarro” come avvenne appunto per la storia di Edipo.

Secondo Freud bisogna fare “libera associazione” rispetto ad ogni elemento separato del sogno, riflettere quindi con onestà e in modo spontaneo su ogni figura, oggetto, elemento degno di nota e vedere fin dove si arriva, quale è il traguardo, la deduzione finale. In teoria, un sogno che potrebbe essere spiegato in un breve paragrafo potrebbe esplodere in pagine e pagine di associazioni che secondo Freud in tutti i casi presentano in molteplici modalità un pensiero singolo coerente e latente e inconscio o un nesso di pensieri relativi fra di loro.

Gli scritti di Freud hanno fatto in modo che le cause psicologiche siano viste come complesse in modo sublime e misteriose, e gli occidentali hanno potuto capire come le loro vite e loro stessi abbiano infinite forse insondabili profondità. Richiamare la attenzione sulla nostra dimensione di ambivalenza nella nostra vita mentale è stato il più importante e basico contributo alla psicoanalisi di Freud, anche se la precisa natura e location dell’ inconscio è oggetto di dibattito.

Riconoscere la mancanza di un modo per aggiudicare in modo scientifico e “corretto” un significato ad un sogno non equivale a dire che non può esserci alcun significato nei sogni. Si concede solo che non si può valutare secondo i metodi scientifici classici della quantificazione e replicazione, siccome il sognatore è un soggetto (n of 1).

La neuroscienza negli scorsi anni ha fatto pace con Freud, essendosi trovata obbligata dalle evidenze a riconoscere che la sua teoria di base sull’ inconscio descrive accuratamente molte dimensioni della cognizione. Le ricerche hanno rivendicato anche alcune sue idee sui sogni, anche se con alcune modifiche chiave.

E’ stato provato che gli animali che alla nascita si trovano in uno stato di dipendenza dal supporto genitoriale mostrano più tendenza al sonno REM degli animali nati già con tutte le funzioni pronte all’ uso. Da ciò si deduce che più una creatura ha bisogno di imparare per sopravvivere e funzionare, più il suo cervello è attivo la notte e produce sogni. L’ ippocampo, che è una sorta di libreria o archivio del cervello, è estremamente attivo durante il sonno. Gli scienziati sono sempre rimasti frustrati nel tentare di connettere il contenuto dei sogni con la formazione di nuove memorie perché essi raramente ripropongono esperienze delle giornate precedenti in maniera letterale, e hanno sempre un’aura surreale e bizzarra. Essi utilizzano analogie, scambi, distorsioni, giochi di parole, compromessi (fra desideri in conflitto) e sostituzioni per creare bizzarre e memorabili immagini mnemoniche. Llewellyn suggerisce che i sogni sono una modalità in cui la nostra memoria opera con il pilota automatico. La modalità del sogno potrebbe essere descritta come il metabolismo notturno della esperienza diurna, in analogia con il metabolismo del cibo dal sistema digerente. Senza saperlo, Freud era un pioniere delle ricerche sulla memoria, avendo mappato le modalità illogiche e poetiche che il cervello usa per “creare dei file mentali” e ritrovare le informazioni richieste.


L’ ipotesi mnemonica di Llewellyn è la più soddisfacente e funzionale finora offerta da uno scienziato del mainstream. Siccome la psicoanalisi presume che la ricerca del significato nei sogni è privata e piena di idiosincrasie, come confermato anche dalle tecniche mnemoniche, è virtualmente impossibile quindi proporre un esperimento rigoroso per testare l’ ipotesi in modo adeguato (scientificamente approvabile). E’ sempre difficile scoprire in un sogno nella media un qualunque episodio correlato ad un evento del passato cronologicamente definito. Anzi, più un sogno contiene “verità precognitive” maggiore è il livello della sua ambiguità nel simbolismo.


Se uno dovesse sognare la morte del compagno di stanza in un incidente aereo, ciò potrebbe semplicemente significare che il sogno stava anticipando un pensiero del tipo “e se accadesse” che il sognatore formulerà nel momento in cui sarà informato dalla televisione o da internet di quell’ incidente aereo nel futuro, e non che il suo compagno di stanza effettivamente morirà, e ciò potrebbe accadere perché magari tale figura è un rivale in amore, e quindi si tratta di una precognizione sull’ incidente aereo unita ad un desiderio inconscio Freudiano sulla morte della figura in questione. Ciò che viene trasmesso dal futuro al passato è una immagine mentale o un pensiero transitorio e momentaneo che avviene quando si apprende la notizia sull’ evento in questione, nel futuro.


I sogni potrebbero assemblare mattoncini dal futuro per costruire un “edificio produttore di desideri soddisfatti”, questo secondo Dunne, ma secondo Wargo i mattoncini vengono sia dal passato che dal futuro per anticipare, associare e decodificare un pensiero del futuro. La interpretazione di esso dovrebbe essere fatta da un punto di vantaggio temporale al momento in cui il sognatore avrà quello specifico pensiero nella vita conscia nel futuro. Di solito è una questione di ore, giorni, ma potenzialmente anche anni e decadi nel tempo.

In seguito nel libro Wargo si focalizza per un periodo sul fattore “senso di colpa” che potrebbe affliggere un sognatore qualora avvenissero premonizioni di disastri, incidenti e tragedie. Wargo cerca di spiegare che questo senso di colpa non ha motivo di esserci perché quasi sempre non è possibile comprendere il dove o il quando o il SE questi eventi accadranno. Spesso allo scrutinio dei sogni si trovano fenomeni frattali, come quando per esempio viene inclusa addirittura una rappresentazione della sorpresa di aver sognato l’ evento in questione, oppure il valore che avrà in seguito il sogno per il sognatore. Queste sono self – similarità o spirali frattali di self – referenza e livelli di significato psicodinamico. Spesso non è l’ evento in sé che provoca e mette in moto il time loop, ma il messaggio che riferisce al sognatore l’ evento. Ed è questa la causa futura che scatena e riversa i suoi effetti nel passato. Quindi anche pensieri ed emozioni dei momenti circostanti l’ avverarsi dell’ evento nel futuro possono riverberare nel passato ed essere rappresentati in sogno.

The emergence of cells able to bind time would have been a decisive threshold or horizon for the universe. Post-selection created a protective Calvinistic crust on the open-endedness of molecular destiny. (L’ emergere di cellule capaci di piegare il tempo sarebbe un traguardo decisivo per l’ universo. La post – selezione ha creato una protezione Calvinista sulla libertà finale del destino molecolare)

Robert Moss, in relazione al sogno che ha predetto (anche se Freud non se ne è mai reso conto in modo cosciente, o forse che ha sempre negato di riconoscere) la malattia che avrebbe complicato gli ultimi anni per poi farlo morire, propone che una singola cellula affetta dalle sintomatiche del cancro già nascosta nel suo corpo nel 1895 possa aver mandato una “allerta chimica” al suo cervello che si manifestò sotto forma di un sogno di avvertimento. E’ controverso perché propone di fornire ai tessuti corporei un “superpotere informativo” e la questione dell’ intenzionalità attiva dell’ inconscio appare paradossale in ogni caso (pensare che la cellula lo abbia fatto di proposito). Freud aveva notato che spesso i sogni scambiano e proiettano attributi fra persone e situazioni e spesso forniscono caratteristiche indesiderate o indesiderabili del sognatore, o proiettano situazioni indesiderabili su altre persone mentre invece sono riferite proprio al sognatore e al suo specifico futuro. Il sogno di Freud ha quindi messo in atto proprio questo, partendo da una fonte nel 1923 per distorcerla tramite la sua paziente Anna nel 1895, e quando lui le ha detto che “in verità è solo colpa tua” era in realtà un rimprovero a sé stesso.

Il modo in cui le informazioni sono immagazzinate nel nostro cervello non riflette le caratteristiche di un “universo a blocco” dove ogni cosa del passato esiste ancora e ogni cosa nel futuro esiste già adesso. La scienza ha demolito le affermazioni di Freud sulla memoria che preserva tutto intero e intatto. Invece i ricordi sono soggetti a revisioni e aggiornamenti costanti, e ricostruzioni fatte dal futuro. E tutto ciò viene messo in atto attraverso i sogni, come una opera di restauro e messa a nuovo notturna, abbellendo di qua, riparando di là, e costruendo cose nuove, e mandando nell’ oblio il passato remoto per fare spazio a episodi e preoccupazioni più contemporanee e pertinenti. E cose nuove vengono costruite per motivi e funzioni che ancora non possono essere anticipate e immaginate.

I traumi che caratterizzano e influenzano la nostra vita possono essere in realtà non esclusivamente legati a episodi nel passato ma anche mossi e provocati da episodi e situazioni nel futuro.

Alec Guinness
James Dean

Wargo poi descrive come Alec Guinness, un attore, è stato mosso da un inconscio “pilota automatico” a preannunciare a James Dean, che gli aveva mostrato la sua nuova automobile, che se accelerava troppo vi sarebbe morto dentro. Guinness ricorda che quella sera durante la cena, nonostante l’ umore gaio di chi lo circondava, lui si era sentito vagamente a disagio. Passata una settimana, James Dean morì per davvero a bordo della sua nuova vettura. Procedeva al doppio della velocità consentita. A Guinness è successo due volte di incontrare una persona nuova e avere anticipazioni tragiche sul suo futuro, dopo una limitata connessione momentanea.

Ma ciò per cui Guinness è davvero noto è il suo ruolo a bordo del Millenium Falcon, in rotta verso Alderaan in Star Wars, la sua frase: “ho avvertito una grande interferenza nella Forza” (“I felt a great disturbance in the force”), nella sua interpretazione di Obi Wan Kenobi. In effetti Alderaan era caduta a causa della Death Star “come se milioni di voci gridassero improvvisamente, in preda al terrore, e fossero state improvvisamente silenziate. Temo che sia avvenuto qualcosa di terribile”. L’ attore potrebbe aver avvertito anticipazioni inconsce dell’ atto di recitare con questa frase, nel suo lontano passato.

Secondo Myers, i traumi sono la energia che fornisce potenza ai “messaggi telepatici” poiché questi fenomeni spesso si focalizzano su tragedie e morti, malattie o altri episodi critici, e che sono queste emozioni intense che trascendono le distanze temporali fra le persone coinvolte. Al momento noi sappiamo che non sono possibili connessioni “a entanglement” fra due cervelli umani, nemmeno se condividono i geni, quindi non funzionerebbe per connettere due persone che partecipano ad una cena assieme.

Una innovazione chiave nel campo della psicoanalisi, apportata da Freud, è che il trauma non consiste in ciò che accade ai pazienti, ma nel modo in cui il paziente pensa e riflette su ciò che gli accade di traumatico. I traumi sono qualcosa di secondario, supplementare. Bisogna trovare e analizzare la fonte di essi. Pur cercando catene di associazioni e tracce nel passato, esplorando le memorie, si potrebbe anche non trovare niente di traumatico “là dietro”.

Freud era perplesso dalla tendenza dei suoi pazienti a voler rimettere in atto e rivivere in modo compulsivo e poco piacevole l’ evento traumatizzante, invece di volerlo dimenticare. E’ ciò che accade ai veterani di guerra che sognano le battaglie, che accade ai nevrotici che sembrano non avere intenzione di “lasciare la presa” sui propri traumi, e che invece cercano di rinforzarli e replicarli invece di andare avanti.

Bliss has a circular quality, so when we try to translate it into linear and logical terms, it produces the tricksterish and sci-fi effects that arise in a world that resolutely only believes in linear causality. (L’ estasi ha una qualità circolare, così quando proviamo a tradurlo in termini lineari e logici, produce gli effetti fantascientifici e ingannevoli che emergono in un mondo risoluto nel credere esclusivamente nella causalità lineare)

The Trickster function causes us to find perverse reward precisely in signs of things we don’t want to happen. (La funzione trickster, cioè ingannevole, ci causa premi o traguardi perversi precisamente in simboli di cose che non vogliamo che accadano – indesiderabili)

Questa compulsione era un vero e proprio dilemma per Freud. E quindi Freud ha suggerito che si trattasse di un complesso sistema di pensiero che inconsciamente richiama al “piacere della distruzione” o “dell’ annullamento” come un rilascio di tensione psichica, che si traduce in un “paradossale piacere” ed è un impulso che si può trovare alla radice di questi comportamenti. (Jouissance secondo Lacan, “piacere doloroso” o “dolore piacevole”, letteralmente qualcosa al di là del piacere che “prende possesso” del nevrotico traumatizzato). C’è una enfasi sulla ambivalenza o repellenza di questo particolare fenomeno. E’ un “piacere indesiderato / indesiderabile”. Secondo Lacan la jouissance è l’ unica sostanza che concerne la psicoanalisi. Secondo Freud era un modo per metabolizzare o esorcizzare il dolore, ma secondo Lacan si tratta in realtà di un adattamento ad un nuovo regime, una nuova modalità nel provare piacere, una riorganizzazione del sistema, per trarre piacere da qualcosa che a livello conscio è spiacevole.

If it takes deaths and tragedies to make us aware of our larger nonlocal self, do we really want that? Well, some amoral unconscious part of us would say “yes.” That’s the problem, and fascination, of psi. (Se è richiesto che avvengano morti e tragedie per renderci consapevoli del nostro più grande IO non locale, lo vogliamo veramente? Be’, una parte inconscia e immorale di noi direbbe di sì. E’ questo il problema ma anche il fascino della psi)

Poi Wargo nel libro si focalizza sulla connessione fra la entropia e la premonizione: spesso i sogni si focalizzano anche su eventi riguardanti “caos” ed “esplosioni”, in altre parole situazioni che cambiano rapidamente da uno stato di ordine ad uno di disordine, a livello di fisica. Gli individui particolarmente sensibili potrebbero fare utilizzo di una ancora non conoscibile “retina psichica” che riesce ad individuare nel futuro rapidi e grandi cambiamenti nella entropia, cose che disperdono calore rapidamente, oppure corpi nei quali la coscienza si spegne, che quindi cominciano una transizione. Questo genere di informazioni sono particolarmente utili e interessanti e perciò noi umani potremmo essere inconsciamente vigili su questo.

Un bias attenzionale sui gradi di entropia. Si tratterebbe quindi di una jouissance riferita a segni di distruzione e annullamento. Una caccia al tesoro riguardo a eventuali minacce.
Questa inconscia estetica del sublime (sebbene paradossale e quasi perversa) che ritroviamo nelle scene di distruzione potrebbero aiutarci a capire come mai sono state avvertite numerose anticipazioni sugli eventi circostanti l’ 11 settembre 2001 e la distruzione delle Torri Gemelle.
(1988)

Come ha notato il filosofo Zizek, il 9/11 a livello di “immaginazione fantastica” è stato “anticipato” per decenni dai film a tema disastro e terrorismo e anche dai crescenti antagonismi sociali nella società americana. Per molti americani e cittadini di altre nazioni si trattava di un desiderio represso di assistere ad un evento “cinematografico” che coinvolgeva persone sconosciute e distanti, ma anche di vedere icone del potere e della ricchezza distrutte in questo modo “apocalittico” ed eccezionale. Siamo come vampiri, deriviamo un piacere e un coinvolgimento controverso da questi eventi infusi di sofferenza e morte. Quando noi riguardiamo quei video degli impatti e del collasso delle torri stiamo mettendo in atto un sintomo nevrotico, una compulsione, e da ciò traiamo soddisfazione per la nostra sopravvivenza.

if you are not already keeping a dream diary, what are you waiting for?

Unacceptable emotions about 9/11 may have been sacrificed to the past, retroactively giving rise to the countless premonitory and precognitive dreams and visions experienced by Americans during the previous days and weeks.

Emozioni inaccettabili relative alle anticipazioni sull’ 11 settembre (inconsce) potrebbero essere state sacrificate al passato, dando luogo retroattivamente agli innumerevoli sogni premonitori e visioni sperimentati dagli americani nei giorni e nelle settimane precedenti all’ attentato.

Nell’ “universo a blocco” dove il passato e il futuro esistono sempre, “nulla sta cambiando, tutti i frames sono fissi al loro posto e immobili, fino a quando il “proiettore” (la nostra coscienza) non si focalizza su di essi, mettendo in moto gli eventi nel Tempo. “ La realtà dipende dall’ osservazione della stessa da parte di un soggetto cosciente e consapevole, altrimenti semplicemente non esiste, è in uno stato di sospensione quantistica.

If anyone’s innocence is lost here, it should be yours: Time is not what you were raised to think it is. Neither is your own mind. (Se l’ innocenza di qualcuno viene perduta, qui, quella dovrebbe essere la tua: il Tempo non è quello per cui ti hanno cresciuto a pensare. E così non lo è nemmeno la tua mente)

Jung provava un fenomeno di “controtrasferimento”, una sorta di proiezione, un affetto per una sua paziente venticinquenne, una aristocratica, Maggy Quarles van Ufford, la famosa donna dello scarabeo di Jung, il più memorabile aneddoto, il caso specimen della sua teoria sulla sincronicità. L’ episodio dello scarabeo espressosi nella realtà ebbe un effetto trasformativo su questa paziente iper – razionale e chiusa in sé stessa, e fu ciò che la abilitò a fare progressi nella terapia psicoanalitica. Fu il fatto che lei gli raccontò il suo sogno a fare in modo che il dottore notasse e facesse entrare l’ insetto attraverso la finestra nell’ ufficio, e ciò è un esempio di time loop.

Wargo propone che le sincronicità non sono il prodotto di patterns di antichi archetipi che si impongono sulle nostre vite, ma sono in realtà time loops non riconosciuti come tali, che emergono dalla nostra mancata consapevolezza della precognizione. Lo scarabeo non è stato “evocato” attraverso la telepatia, secondo Wargo. La sincronicità è un principio di connessione senza cause, è una risonanza (un allaccio) fra la vita mentale di un individuo e l’ ambiente esterno. E’ un modo per spiegare come tutto è connesso, e che non c’è vera separazione fra “interno ed esterno”, fra la nostra mente e la materia esterna. E’ una simultaneità di episodi relativi ad una connessione nel tempo, non una questione di causa ed effetto.

Secondo Jung tutte le coincidenze di questo tipo hanno una base archetipica nell’ inconscio collettivo, e implicano l’ esistenza di un “field” (campo) di significati condivisi che esistono al di là degli individui e che interagiscono direttamente con il mondo materiale. Jung si chiedeva “come mai persino gli oggetti inanimati sembrano comportarsi come se fossero a conoscenza dei miei pensieri interni?” La risposta era nel fenomeno sincronico. E’ ciò che lo ha portato a congiungere i suoi due lati, quello scientifico, e quello mistico. Ciò potrebbe spiegare perché i pazienti analizzati in modo Jungiano tendono a riportare sogni di tipo archetipico o alchemico e quelli analizzati in modo Freudiano tendono a riportare invece sogni di tipo Edipico.

Ma come può un desiderio intenso evocare creature come lo scarabeo della paziente di Jung? Come può aver magnetizzato proprio quello specifico genere di insetto? Esiste una coscienza onnisciente capace di allineare le nostre intenzioni con reti infinitamente complesse di causazione materiale che governano lo sviluppo degli eventi? Una spiegazione causale per le sincronicità non è più così paradossale o impensabile come ai tempi di Jung. Sembra che si possa convergere verso una plausibile, e materialistica, risposta sul come esperienze del nostro futuro possano riverberarsi nel passato e informarci attraverso i sogni, o altri pensieri (presentimenti). La causazione davvero sembra procedere in entrambe le direzioni, nel tempo.

La spiegazione più semplice per l’ episodio dello scarabeo di Jung è che il sogno di Maggy l’ abbia orientata verso un momento del suo futuro imminente assai significativo, verso un traguardo, un premio. Ciò dipese in parte dalle sue stesse azioni (raccontare il sogno al suo analista) e quindi l’ effetto fu la causa di sé stesso. L’ apparizione dello scarabeo dipendeva dal suo racconto come il racconto dipendeva dal sogno sull’ episodio, che a sua volta dipendeva dall’ apparizione nel futuro. Senza racconto sarebbe mancata la sincronicità e quindi la apparizione, e senza sogno sarebbe mancato il racconto.

Jung stesso ebbe una visione “intensa” di uno scarabeo, in precedenza, nel dicembre 1913, sei anni prima di incontrare Maggy. Fu la sua prima visione che lo mise a confronto con l’ inconscio. Jung ebbe un ruolo di supporto e completezza nell’ episodio dello scarabeo, mentre la vera protagonista di tutta la faccenda è stata Maggy. E quindi questo tipo di “traguardi / premi” sono spesso esperienze sociali, una confluenza di due o più persone che assieme affrontano qualcosa in modo profondo e “fateful”, “destinato”. Ciò si può verificare soprattutto in situazioni di connessioni romantiche, situazioni che sembrano allestite in modo “preconcerted”, quando sembra che ci sia “lo zampino di qualcosa di superiore”, perché la precognizione serve anche come una funzione di orientamento sociale. Avviene quindi soprattutto in situazioni dove la connessione desiderata è impedita dalla separazione fisica o da un taboo sociale, come quello fra una paziente e il suo analista. I contesti delle terapie psicoanalitiche, sono infusi da questo fenomeno di trasferimento e controtrasferimento, proiezioni, che sono perfetti per “evocare” e catturare time loops.

Alcuni pazienti avvertono il futuro anche somatizzandolo con il corpo, attraverso determinate sintomatiche, in quelle che appaiono come seduzioni isteriche, sintomatiche erotiche con una fonte nel futuro. Ma l’ inconscio non può “già sapere” il significato di ciò che produce, poiché esso emerge solo quando viene interpretato in retrospettiva, nel futuro divenuto presente.

Secondo Wargo la spiegazione sulla sincronicità è un concetto che spiega solo “parzialmente” il fenomeno della precognizione. Il setting della clinica a tutti gli effetti potrebbe trasformare il paziente in un medium o un oracolo, stimolato dalla ricostruzione della sua precognizione inconscia in senso di patologia, per pagare il dottore che diverrebbe quindi una sorta di cliente egli stesso.

Il modello dell’ Universo secondo la tesi dell’ Eternalismo: il passato e il futuro esistono contemporaneamente al presente e sono fissi e immutabili. Niente è perduto, non le persone, non gli animali, non gli oggetti, non le molecole. Nessun evento accade o è in moto. E’ tutto lì per sempre, e l’ unica cosa che può mettere tutto in stato di movimento e che quindi dona vita è l’ osservazione di quella finestra di tempo da parte di un soggetto cosciente e consapevole.

In essence, eternalism proposes that space-time forms a block—‘imagine it as a big glass football’, Moore suggests—where past and future are endlessly, immutably fixed, and where human lives are ‘like tiny filaments, embedded in that gigantic vast egg’. He gestures around him at the rubbish-strewn path, his patriarch’s beard waving in the wind. ‘What it’s saying is, everything is eternal,’ he tells me. ‘Every person, every dog turd, every flattened beer can—there’s usually some hypodermics and condoms and a couple of ripped-open handbags along here as well—nothing is lost. No person, no speck or molecule is lost. No event. It’s all there for ever. And if everywhere is eternal, then even the most benighted slum neighbourhood is the eternal city, isn’t it? William Blake’s eternal fourfold city. All of these damned and deprived areas, they are Jerusalem, and everybody in them is an eternal being, worthy of respect.’

Wargo deduce che le persone che maggiormente percepiscono pensieri ed emozioni relative al fallimento, alla colpa e alla vergogna sono più suscettibili al fenomeno precognitivo e sono quelli più stimolati a cercare evidenze dei suoi meccanismi. L’ “universo a blocco” implica che il nostro destino non dipende da noi, ma è al di là di noi, e che quindi “non c’è responsabilità, non c’è colpa” nelle nostre azioni. Le persone che credono nel destino credono anche che non si possa fare niente per impedirlo e sono più portate ad escludere la “colpa” dalle loro emozioni riguardo agli eventi.

L’ autore di “Futility”, il libro il cui episodio ha anticipato il disastro del Titanic, era afflitto dal problema dell’ alcolismo e sempre sul filo della povertà, ed era pervaso da un senso di ambivalenza nei confronti del caso e del destino. Robertson riportava la sensazione che quando metteva giù parole sulle pagine, che stesse canalizzando qualche anima disincarnata, qualche entità spirituale con abilità letteraria, a cui era negata espressione fisica, che pervadeva il suo corpo e la sua mente quando scriveva. Gli artisti creativi in effetti entrano in una condizione ipnotica, telepatica e “percipient”, ed entrano a contatto con un reame subliminale di fatti sconosciuti, in un reame privo di tempo, secondo Wargo, quando sono focalizzati sulla produzione delle loro opere. Robertson riteneva che il bere fosse necessario per evocare la sua musa ispiratrice. Quando non ispirato si sentiva inadatto alla scrittura. E quindi a volte la precognizione è un fenomeno “sovrannaturale” ma anche “inutile” per prevenire eventi futuri (Da qui “futility” cioè “futile”, inutile, quando non c’è niente che si possa fare per …)

Il ritrovamento del relitto del Titanic fu un altro momento di “oggetto sublime” della nostra epoca, che rimanda alla jouissance, al piacere della distruzione. Era un genere di disastro che non appariva come impensabile e impossibile, all’ epoca, ma che era addirittura stato “pre – immaginato”, “pre – interpretato” a livello fittizio. E la storia di vita di Robertson era tipicamente nevrotica: la storia di un sabotaggio, di essere stato tagliato fuori, essere incapace di capitalizzare o beneficiare dai suoi sforzi e dai suoi doni precognitivi. Uno può avvertire il tuono dei “no” prodotti dai suoi genitori nel corso della prima parte della sua vita, a livello di immaginazione. Robertson chiaramente voleva essere assolto per la sua compulsione che lui temeva fosse una scelta.

La regola psicoanalitica è che “niente è un incidente”. Per Robertson la premonizione sul Titanic veniva trattata come una realtà del presente, una aura costante, come se il disastro fosse già avvenuto o fosse sempre sull’ orlo di essere imminente. Quando ciò avvenne per davvero lui era già affondato da tempo, coinvolto nel suo alcolismo distruttivo. Wargo scrive che Robertson aveva anticipato anche lo sviluppo del radar e addirittura che sarebbe avvenuto un attacco a sorpresa dal Giappone contro gli Stati Uniti (Pearl Harbor) anche se non è chiaro come la sua abilità precognitiva fosse coinvolta in questo.

The tendency for weird physical manifestations to surround powerfully precognitive individuals suggests that the universe may be straining, hysterically, to protect the timeline. (La tendenza che fa in modo che individui particolarmente sensibili ad un livello potente di abilità precognitiva subiscano bizzarre manifestazioni fisiche suggerisce che l’ universo stia cercando disperatamente e istericamente di proteggere la nostra timeline)

Wargo poi si focalizza su Philip Dick, che scriveva, una decade prima di John Wheeler (it from bit) che l’ universo era composto da informazioni. Era un fenomeno sempre più evidente per Dick di come lui scrivesse riguardo a ossessioni culturali appena prima che si esprimessero nella realtà e che questo carburava il “mito della sua personalità” che si sviluppò in seguito, come una leggenda della precognizione. La sua vita privata era un intreccio di costanti sincronicità. Ci ha lasciato un voluminoso archivio di lettere e diari che ci permettono di correlare i suoi sogni con i suoi eventi reali e con le sue opere di scrittura. Crescono le sue ricerche per la sua biografia e le interviste agli amici, alle sue mogli, amanti. I time loops hanno caratterizzato la sua vita personale, la sua carriera e la sua vita spirituale.

La sua idea del Tempo come di una spirale di energia la cui polarità può essere “reversed” venne letta nel 1967 da lui in un articolo del fisico e parapsicologo russo Kozyrev. Dick era affascinato dalla sua idea del tempo come un “campo di torsione” che pensò che l’ articolo lo abbia influenzato nella scrittura di Ubik tre anni PRIMA. Una entusiasmante lettura nel futuro potrebbe costituire il seme di una precedente ispirazione creativa nel passato. Dick aveva dedotto che la fonte delle trame dei suoi libri spesso derivavano da informazioni provenienti dal suo futuro.

We can’t find the origins of our thoughts because those origins haven’t happened yet. We haven’t yet gotten to where we (will have) thought them in the first place. (Non possiamo trovare le origini dei nostri pensieri perchè queste “fonti” non hanno ancora avuto esordio, non sono ancora accadute, non siamo ancora arrivati al momento nel futuro in cui li penseremo per la prima volta – quando il futuro si tramuta nel presente del NOW)

Probabilmente, in un fenomeno che sembra essere simile ad un entanglement quantistico, nel momento in cui a 49 anni stava leggendo affascinato quell’ articolo, simultaneamente, nel suo passato, che per lui era presente, a 46 anni si metteva a ideare la sua interpretazione del Tempo che assomigliava a quanto letto nel futuro. In Ubik, Dick aveva anche in qualche modo anticipato la focalizzazione mediatica sulle bombolette spray ad aerosol che causavano il buco nell’ ozono, e di come le bombolette diventarono “l’ anti cristo”, la “eresia” come simbolo, per il movimento ambientalista. Ubik inoltre assomiglia e si può connettere al supplemento dietetico “ubiquinol”, che divenne oggetto di ricerca negli anni ’70 in Giappone per cercare benefici per la salute del cuore. Si diceva che avesse una benefica proprietà di “age reversal”, più o meno all’ epoca della morte di Dick. Ubik quindi sembra rappresentare una immagine onirica Dunniana – Freudiana che ha condensato molteplici idee culturali nel futuro rispetto a quando la storia emerse dal cervello intossicato di Dick nel 1966. Forse stava canalizzando i meme della “scienza pop” attraverso il suo romanzo?

Quando Dick lesse in un articolo che la Disney stava per mettere in mostra un Abraham Lincoln robotico, era certo che avesse anticipato quell’ allaccio fra alta tecnologia e nostalgia americana. Egli andò persino “a vedere quella dannata cosa” all’ esibizione quando aprì. Nel 1977, in una intervista, Dick affermò il suo stupore nello scoprire che una donna che viveva nel suo stesso edificio lavorava a Disneyland e che il suo lavoro consisteva nell’ applicare make up al Lincoln animatronico ogni notte dopo la chiusura del parco.

Nel suo romanzo, all’ inizio della narrazione, il narratore immagina Pris da solo con il simulacro, lavorando a tutte le ore per fornire più realismo alla sua creazione, nello specifico applicando “paint” o “make up” alla sua faccia. (nel suo libro “Do androids dream of electric sheep?”). La narrazione che coinvolge una persona che Dick avrebbe incontrato molti anni dopo, prima emersa come personaggio in una sua narrazione e poi come co – abitante del suo stesso palazzo, potrebbe rappresentare un presentimento intrappolato nell’ ambra. Esplorare il lato mistico e profetico dell’ autore ormai è diventato una sorta di industria.

Come per Robertson, Dick aveva una vita profondamente ambivalente, torturata e rovinata dalle dipendenze (anfetamina – una prescrizione a sei anni per l’ asma lo portò ad assumere per tutta la vita una serie di diversi stimolanti), un senso di colpa per la vita (la perdita della sua sorella gemella in gravidanza) e sentimenti edipici irrisolti. Dick ebbe una ossessione a vita per la figura della sua gemella mancata. Ciò divenne il framework totale per la comprensione di sé stesso. La fonte della sua immaginazione visionaria e le sue ossessioni può essere identificata in questo suo trauma.

Una volta ammise alla sua terza moglie, Anne, che in adolescenza aveva avuto un sogno in cui dormiva assieme (in modo erotico?) con sua madre. La sua vita sentimentale adulta era un ottovolante di relazioni pervase da ossessioni e bisogni intensi, con donne di crescente giovinezza e distanza dalla sua età. Esse sembravano rappresentare una versione fittizia della sua sorella perduta oppure del fatto che per lui queste donne si tramutavano spesso in persone fredde e prive di sentimenti di amore, come fu sua madre. Quando le sue relazioni fallivano, era sempre colpa della sua partner, del loro fagotto di zavorre emotive, della loro agitazione e follia. Dick soffriva anche di una forma debilitante di agorafobia. Cosa che potrebbe essere stata una paura della sua stessa ostilità caratteriale, poiché era solito comportarsi in modo cattivo o imbarazzante in pubblico, persino con sprazzi di violenza.

La pressione nella vita di Dick culminò intorno al 1973, quando mise incinta la giovane adolescente Tessa, e la sposò in modo frettoloso, un matrimonio che divenne presto, come al solito, ingestibile e forzato emotivamente. Fu questo il contesto in cui avvenne la sua esperienza mistica sul “2 -3 – 74“, triggerata dalla luce proveniente da un pendaglio a forma di pesce, simbolo Cristiano, attorno al collo di una ragazza che gli stava portando degli antidolorifici a casa dopo un intervento dentistico, esperienza centrale nella leggenda di Dick.

Per lui la esperienza era una “metanoia”, una trascendenza che risulta in una maggiore integrazione nella sua personalità e quindi nella sua guarigione spirituale.

How could we ever know whether a person’s psychotic or obsessive behavior is not, really, a sacrifice being made to forestall some personal or cosmic tragedy by isolating it in a bubble universe? Are some madmen really martyrs? (Come potremmo mai capire se quello che noi riteniamo essere un comportamento psicotico o ossessivo da parte di un individuo non possa in realtà essere un sacrificio fatto per isolare una tragedia collettiva – cosmica o personale in una bolla di universo? Alcuni di questi matti sono quindi forse niente meno che …martiri?)
Since the beginning, humans have talked about gods and spirits and spirit worlds and telepathy, without understanding that we are really talking about the tunneling into our own future timelines enabled by the quantum brain. (Fin dalle origini, gli umani hanno parlato di Dei e spiriti, e di mondi spirituali e di telepatia senza comprendere che ciò che stavamo realmente descrivendo era il canalizzare del nostro futuro soggettivo abilitato dal cervello quantistico)

Negli otto anni seguenti fino alla sua morte, Dick scrisse migliaia di pagine di analisi per provare a capire cosa gli fosse accaduto, e dire che fu il prodotto di un esaurimento nervoso non diminuisce il valore o il genio del suo testo, la Exegesis, che è una incarnazione della sua nostalgia psicospirituale. Si potrebbe ipotizzare che molti testi spirituali a noi noti possono essere stati prodotti in una simile condizione di crisi nervosa. Forse quando Dick scriveva la sua Exegesis, a livello inconscio, stava sperando di far scaturire a livello culturale una nuova religione?

Zen is the religion of our future precognitive selves. When we step out of the linear world of desire, we enter the circular world of enjoyment, taking immense pleasure in things just as they are. (Lo ZEN è la religione dei nostri io futuri precognitivi. Quando usciamo dal lineare mondo del desiderio, entriamo nel mondo circolare della passione Jouissance, e proviamo immenso piacere dal capire le cose proprio come esse sono)
In this fifth dimension time, things are ‘now’ if they possess a common constituent; viz: ‘now’ signifies any and all of our fourth dimensional worlds where such a common constituent … is; … in a five dimensional world, that golden fish sign was in USA 1974 and Syria A.D. 70 simultaneously.

Le lettere scritte ad una sua amica di penna, un mese dopo la esperienza mistica riportano affascinanti e sorprendenti esperienze di precognizione. Anche in questo contesto, con il suo tono affettuoso e “flirtatious” avvenne una sorta di “trasferimento” o “proiezione”. Claudia, la sua amica di penna, rappresentava chiaramente una fantasia edipica, una giovane donna intelligente, una sua ammiratrice che non aveva i problemi e le zavorre emotive che lo coinvolgevano nella sua vita reale assieme alla giovane Tessa. Non si sono mai incontrati di persona, i due, ma è chiaro che lei divenne una sorta di musa durante questo oscuro e intenso periodo della sua vita.

Il 9 maggio 1974, mentre le ammetteva il suo sospetto di essere afflitto dal disturbo di personalità multipla, le rivelò anche che “ciò che più mi inquieta è che io spesso ricordo il futuro”. E questo può essere verificato, siccome abbiamo un archivio, quasi giornaliero, dei suoi sogni, che ci permette di costruire una anatomia della precognizione onirica. Wargo menziona, per esempio, il suo sogno su Mrs. Fields, una donna che in realtà era una nota marca di biscotti che venne fondata solo due anni DOPO il sogno che la menzionava. La sua opera VALIS del 1974 potrebbe trovare la sua fonte di ispirazione dal futuro nel libro di VALLEE del 1975, che descrive gli UFO come un “sistema di controllo”. Dick avrebbe sognato anche una figura riversa al suolo di come venne trovato fra il tavolino e il divano, privo di sensi, dopo il primo dei suoi infarti nel 1982, che successivamente lo uccisero a 53 anni. Quello che più Dick desiderava era un determinismo radicale, che lo assolvesse completamente dalle sue azioni e sensi di colpa, che lo privasse della libertà. Dick, unico fra gli scrittori, era in grado di guardare attraverso le mistificazioni della cultura della causazione lineare. Wargo poi si focalizza momentaneamente su ipotesi derivanti dal nome stesso di Phil Dick, che in un certo senso in inglese suona in modo erotico come “feel the dick” (“senti il pene”) che potrebbe essere simbolico del suo status leggendario di precognitivo, a livello di interpretazione Freudiana. Per Wargo, Dick era un martire del suo stesso nome.

“Time is a sphere, and I have been reincarnated in the same time at which I exist!” —Bachman, Silicon Valley

Poi Wargo cambia argomento e dice nel suo libro che di tutti i film che centrano qualcosa con la precognizione, Arrival del 2016 è quello che “arriva più vicino” ad averci azzeccato qualcosa di sostanzioso. Ma a differenza del passato, il futuro non si esprime in un linguaggio che possiamo chiaramente riconoscere.

Secondo Wargo, il fotone nell’ esperimento della “double – slit” nel suo stato “non misurato” appare come un nevrotico ambivalente che intraprende i due percorsi simultaneamente perché non può decidersi. Questa ambivalenza è letteralmente una sorta di “self – interference” che caratterizza il comportamento osservato della materia ad un livello fondamentale. Quando la funzione onda collassa in qualcosa di definito, è come rendere conscio l’ inconscio (fittizio, metaforico) del fotone. Dove l’ inconscio – era – l’ ego conscio – sarà – . Dove l’ onda era, la particella sarà. Questo mondo di funzioni onda “self – interfering” è essenzialmente l’ inconscio della materia.

Dark matter may be the “missing meaning” of the classical-causal universe, the unconscious of spacetime. (La materia oscura potrebbe essere il “significato mancante” dell’ universo causale classico, e quindi l’ inconscio dello spazio – tempo)

Feynman è stato colui che ha raffinato la fisica quantistica, trasformandola nella più efficiente teoria predittiva mai creata. La sorprendente accuratezza delle equazioni predicono il comportamento statisticamente “random” (casuale) della materia.

Poi Wargo fa ipotesi sul fatto che la luce è veloce così come è perché è la destinazione del raggio di luce che riverbera come influenza dal futuro, accelerando il suo arrivo. Quello che appare come una casualità capricciosa delle particelle è in realtà una flessione sul comportamento delle particelle dalle loro “storie” nel futuro. Il comportamento della materia è quindi tautologico e “time looping”.

Our conscious intent could be unknowingly pulling our meat puppet’s strings from a position dislocated slightly into the future, where the results of the action are already more or less known. (Il nostro intento inconscio potrebbe inconsapevolmente tirare il nostro pupazzo di carne che chiamiamo corpo da una posizione dislocata leggermente nel futuro, dove i risultati delle nostre azioni sono già più o meno noti)
The more an organism feeds its past with useful information, the more constrained its “free will” is. But that sacrifice gives it a marginal survival advantage.
The predestined future includes all your “freely willed” actions that bring it about. There is no escaping the responsibility of action. (Quanto più un organismo nutre il suo passato con informazioni utili, tanto più forzato e ristretto sarà il suo libero arbitrio. Ma questo sacrificio può fornirgli un vantaggio marginale di sopravvivenza. Il futuro predestinato include anche tutte le azioni “liberamente prodotte” che lo rendono realizzato. Non si può sfuggire alla responsabilità della azione)

Quando noi pensiamo di usare il nostro libero arbitrio, in realtà siamo “esseri destinati a” che prendono decisioni sotto il miraggio della incertezza, limitati da firewalls per evitare paradossi. In ogni momento potremmo scoprire come le nostre scelte del presente erano già incluse nel passato e lo hanno spinto a realizzarsi in quel preciso modo. La cura psicoanalitica potrebbe essere la causa retroattiva delle sintomatiche psichiche e le interpretazioni dei sogni potrebbero essere la causa dell’ emergenza di questi sogni. Per Zizek la libertà consiste nella abilità di scegliere le frecce causali che ci hanno spinto alle nostre specifiche azioni, una sorta di engagement ermeneutico con il nostro passato. Quindi consiste nel modo in cui definiamo queste azioni dettate dall’ inconscio. E le azioni nel presente di un individuo potrebbero non solo dare forma al proprio passato individuale, ma anche a quello di altre persone che interagiscono e collaborano con lui.

Wargo ipotizza che adesso si può solo ipotizzare quanto coerenti e profondi gli effetti delle ricerche e degli scritti attuali abbiano avuto sulla letteratura e cultura del passato, e se ci saranno storici e studiosi della cultura nel ventiduesimo secolo, potrebbero ritrovarsi a mappare gli effetti soft subliminali sulla conoscenza e l’ esperienza umana di uno zeitgeist che si muove in modo retrogrado attraverso la Storia.

Wargo poi descrive nel dettaglio un suo vecchio sogno, dove la parte più sorprendente appare essere quella della figura riversa sul suolo, che si connette, in un periodo in cui lui era inconsapevole delle vicende di Dick, non conosceva nemmeno l’ autore e ne aveva letto solo un libro da adolescente, al modo in cui è stato trovato Dick, riverso al suolo e privo di sensi. E anche che, secondo lui, quando sogniamo conoscenti o persone a noi poco note, centra la questione relativa al loro nome. Wargo ritiene che non c’è niente di più triste di vivere una vita credendo che i sogni siano privi di significato e utilità.