Umberto Eco da “In cosa crede chi non crede?”

26 02 2016

umberto eco

Come dimostrazione che a volte mi succede di rimanere un po’ lontano dal mondo, ho saputo in ritardo (ieri) della morte di Umberto Eco avvenuta il 19 febbraio.

Eco, un uomo di grande cultura, con luci e ombre, come tutti gli uomini. Sarà forse perché avvenuta nel pieno dell’inverno, ma mi ha messo una certa tristezza questa morte. Nello stesso periodo, due giorni dopo, s’è spenta Ida Magli, un’intellettuale italiana della stessa generazione di Eco: quest’ultimo era un’icona massmediatica per molti, Ida Magli solo per una ristretta cerchia di persone.

Esattamente venti anni prima, nel gennaio 1996, Umberto Eco, durante uno scambio di lettere col cardinale Carlo Maria Martini, poi raccolte nel volume “In cosa crede chi non crede?”, scrisse una lettera intitolata “Quando entra in scena l’altro nasce l’etica” e lui, da razionalista-materialista-scettico qual era, si azzardò a scrivere una fantasia sulla “vita dopo la morte”:

Non vorrei che si instaurasse una opposizione secca tra chi crede in un Dio trascendente e chi non crede in alcun principio sovraindividuale. Vorrei ricordare che proprio all’Etica era intitolato il grande libro di Spinoza, che inizia con una definizione di Dio come causa di se stesso. Salvo che questa divinità spinoziana, ben lo sappiamo, non è né trascendente né personale: eppure anche dalla visione di una grande e unica Sostanza cosmica in cui un giorno saremo riassorbiti, può emergere una visione della tolleranza e della benevolenza proprio perché  all’equilibrio e alla armonia dell’unica Sostanza siamo tutti interessati. Lo siamo perché in qualche modo pensiamo che è impossibile che questa Sostanza non venga in qualche modo arricchita o deformata da quello che nei millenni anche noi abbiamo fatto. Così che oserei dire (non è un’ipotesi metafisica, è solo una timida concessione alla speranza che non ci abbandona mai) che anche in tale prospettiva si potrebbe riproporre il problema di una qualche vita dopo la morte. Oggi l’universo elettronico  ci suggerisce che possano esistere delle sequenze di messaggi  che si trasferiscono da un supporto fisico all’altro senza perdere le loro caratteristiche irripetibili, e sembrano persino sopravvivere come puro immateriale algoritmo nell’istante in cui, abbandonato un supporto, non si sono ancora impressi su un altro. E chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione e stampo, da qualche parte, tra i vortici dell’universo, del software (che altri chiamano anima) che noi abbiamo elaborato vivendo, fatto anche di ricordi e rimorsi personali, e dunque sofferenza insanabile, o senso di pace per il dovere compiuto, e amore.

Da In che cosa crede chi non crede?, Liberal 1996, pp 77-78.

Vedere anche:

Umberto Eco e la bustina di Minerva

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