27 ottobre 1962, il re del terrore

26 10 2017

Ricordo da ragazzino, quando seguivo ancora i programmi della televisione, come vi fossero delle serate in cui alla tv “non vi era niente”, nulla di interessante né in un canale né in un altro mentre vi erano altre serate in cui dovevi in continuazione saltare da un canale all’altro, fare zapping o flipping,  perché stavano trasmettendo molte cose interessanti contemporaneamente: uno show (un tempo si diceva “varietà”) nuovo di zecca su rai 2, un film per la tv o fiction (un tempo si diceva “sceneggiato”) interessantissimo su canale 5, una partita di calcio “che non te la potevi assolutamente perdere” su rai 1 ecc. Tutto nella stessa serata di programmazione tv.

Penso sia così anche per certi anni, mesi e giorni della storia occidente-centrica che conosciamo: in alcuni sembra che davvero non succeda nulla di nuovo e che l’abitudine regni sovrana; uno scorre le notizie, le news, e vede che rigurgitano di non novità, di cose che potevano benissimo succedere anche un giorno, un mese, un anno, cinque anni prima; in  altri anni, mesi e giorni, sui giornali, le tv, le radio (e in seguito anche internet) si assiste invece come a un surriscaldamento, a un sovraccarico, a un eccesso di notizie importanti che sembrano avvenire tutte nello stesso tempo e prendersi quasi a spintoni l’un l’altra.

Un esempio di ciò avvenne esattamente 55 anni fa, nell’ottobre 1962 in generale e il 27 ottobre 1962 in particolare. Quel mese e giorno furono PIVOTALI, per usare un neo-inglesismo, fu un periodo in cui in futuro si faceva spazio più del solito e toglieva spazio più del solito al passato quasi franandogli addosso, in cui venivano al pettine nodi della Storia allora recente e nello stesso tempo se ne generavano altri di nodi, in cui si aprivano spazi e orizzonti che si sarebbero fatti sentire per un bel pezzo a venire e avrebbero dato forma a diversi zeitgeist dei lustri e decenni futuri.

Non so se il mio collega di blog Teozakari abbia un giorno o l’altro voglia di studiare l’ottobre 1962 in generale e il 27 ottobre 1962 in particolare su uno dei suoi particolareggiati grafici dell’onda temporale di Terence McKenna, per vedere se, in effetti, anche per la teoria frattale-ricorsiva della Timewave, quel punto lì della nostra storia occidente-centrica mostri qualche anomalia-singolarità pure su quei grafici, in modo da far ritenere che davvero sia stato un momento cardine di grande incremento di novità storica e di grande decrescimento dell’abitudine storica.

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Nell’ottobre 1962 il pianeta Terra si trovò mai come allora vicino a una Guerra Mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica la quale si sarebbe giocata a colpi di terrificanti armi termonucleari. Si era nel picco, nel culmine assoluto della tensione atomica tra le due superpotenze la quale stava durando da almeno dodici anni. Tutto era iniziato nell’agosto precedente, – l’agosto in cui morì Marylin Monroe – quando l’URSS di Krusciov sfidò gli USA di Kennedy cominciando a installare rampe di missili nell’isola di Cuba retta dai  socialisti di Castro, le foto aeree USA scoprirono le installazioni missilistiche URSS a Cuba. L’esercito americano impedì alle navi sovietiche di raggiungere la costa cubana senza prima aver esaminato il carico delle navi. Cominciò un pericolosissimo “braccio di ferro” tra le due superpotenze che, attraverso i mass media, “lasciò il mondo col fiato sospeso”.

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In quello stesso ottobre 1962, iniziò a Roma il Concilio Vaticano II, organizzato per cominciare a svecchiare l’istituzione secolare e secolarizzata della Chiesa Cattolica Apostolica Romana e tenerla “al passo coi tempi”, i quali stavano cambiando soprattutto a causa della tecnologia e della diffusione sempre più crescente dei mass media. Il Concilio venne inaugurato da Giovanni XXIII, il quale in questa foto (apparsa come copertina di una rivista) appare significativamente col pianeta Terra alle sue spalle.

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In quella terza decade di ottobre 1962 venne deciso un blocco navale da parte delle navi militari USA nei confronti delle navi URSS che attraversavano l’Atlantico verso Cuba cariche di componenti militari per i missili a corto-medio raggio. Intanto, con la procedura “Chrome Dome” del generale delle forze strategiche aeree SAC Thomas Power,  almeno venti bombardieri B 52 erano costantemente in volo sopra l’emisfero nord, fino al polo, sempre armati di bombe termonucleari assai più potenti della bomba di Hiroshima: era la cosiddetta “airborne alert”, “allerta in volo”, in ogni momento questi B 52 potevano essere allertati e dirigersi verso lo spazio aereo sovietico nemico. Durante la “crisi di Cuba” dell’ottobre 1962, il numero di questi aerei militari in volo carichi di bombe atomiche pronte all’uso in caso di allerta, raggiunse quasi la settantina.

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Nello stesso ottobre 1962 uscì la rivista mensile “Panorama”, che col tempo divenne settimanale e la più diffusa rivista di attualità politica, sociale e culturale in Italia . E’ proprio il caso di dire che si apriva un nuovo PANORAMA.

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La crisi missilistica di Cuba fu presente ininterrottamente sui mass media nella terza decade di ottobre 1962 fino alla pericolosissima giornata del 27 ottobre 1962, quando la crisi giunse il suo culmine. Se la crisi di Cuba fu il picco della paura atomica degli anni cinquanta il 27 ottobre 1962 fu il picco del picco: le navi sovietiche continuavano ad avanzare nell’Atlantico, la costruzione delle installazioni missilistiche sovietiche nella Cuba castrista non si fermava, i generali più “falchi” dicevano al presidente che ormai la sola opzione ragionevole era l’invasione militare (dalle conseguenze terribili); non solo, venne intercettato un aereo U2 sopra la Russia e a Cuba venne abbattuto un altro U2 in cui perse la vita il pilota Rudolf Anderson: ormai si era veramente a un passo dalla mezzanotte termonucleare. Il segretario alla difesa di allora, McNamara, in seguito disse che pensò a quel sabato come l’ultimo della sua vita, e non solo della sua.

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Nel medesimo giorno in cui McNamara pensava che quello fosse l’ultimo sabato della sua esistenza, vennero intervistati questi quattro ragazzotti con le zazzere e vestiti con abiti “mod”, questi quattro ragazzotti all’inizio di quello stesso ottobre 1962 fecero uscire il loro primissimo 45 giri, con Love me do su un lato e Please please please su un altro. Ben pochi allora li conoscevano. L’immagine che vedete venne scattata il 27 ottobre 1962 dentro uno studio radio-tv in Inghilterra.

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Quello stesso sabato 27 ottobre, in Italia, il potentissimo magnate del petrolio Enrico Mattei tornava in volo da Catania verso Milano con uno dei suoi piccoli aerei personali. Enrico Mattei era probabilmente il personaggio italiano più influente dell’epoca, era considerato davvero un grandissimo, una specie di divinità dell’Olimpo, veramente pochi oggi se ne rendono conto, era in assoluto l’industriale dell’epoca più conosciuto, ben più di Gianni Agnelli della FIAT. Nelle mani di Mattei, l’ENI divenne un impero in grado di sfidare le potenze petrolifere straniere, in particolare quelle anglosassoni. La sua morte avvenne proprio quel 27 ottobre 1962, quando a bordo del suo aereo precipitò presso una oscura località in provincia di Pavia. All’epoca si pensò a un tragico incidente, ma col tempo si appurò che la struttura del velivolo venne manipolata apposta per farlo perdere controllo e schiantare al suolo. Mattei fece una fine molto simile a quella del pilota Rudolf Anderson, alla guida dell’U2 abbattuto sui cieli di Cuba quello stesso 27 ottobre.

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Nell’ottobre 1962 vennero gettati i semi di un universo culturale pop che tutt’ora non se n’è andato: uscì sugli schermi cinematografici “Dr. No” (“Agente segreto 007, licenza di uccidere”), il primissimo film della lunghissima serie dell’agente segreto 007 James Bond al servizio di sua maestà britannica e vide la luce il primordiale 45 giri dei britannici The Beatles. In quell’ottobre 1962 vennero gettati i semi di un futuro piuttosto lungo da cui ancora non ne siamo usciti.

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La morte dello strapotente magnate petrolifero Enrico Mattei quel 27 ottobre 1962 fu il primo vero “mistero italiano” nello stile dei molti che sarebbero venuti in seguito, in modo particolare dal 1969 in avanti, dalla strage di piazza Fontana in poi . Quella di Mattei fu una fine che influenzò molto il futuro perché fu il primo attacco diretto e violento alla sovranità e all’indipendenza politico-economica dell’Italia, fu il primo atto eversivo nello stile di quella che si sarebbe in seguito chiamata “strategia della tensione”. Furono almeno due gli omicidi sensazionali dell’allora futuro che si ricondurranno al caso Mattei: l’omicidio del giornalista siciliano Mauro De Mauro che avverrà nel 1970 e l’omicidio dell’intellettuale critico, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini nel 1975.

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Vasilij Aleksandrovič Archipov (in russo: Василий Александрович Архипов?; Orechovo-Zuevskij rajon, 30 gennaio1926Železnodorožnyj, 18 agosto1998) è stato un marinaio e militaresovietico.
Durante la crisi dei missili di Cuba, nel 1962, come comandante in seconda del sottomarino sovietico B-59 della classe Foxtrot, si oppose al lancio di un siluro nucleare malgrado il suo sottomarino fosse stato oggetto del lancio di bombe di profondità da parte di un gruppo da combattimento della US Navy composto dalla portaereiUSS Randolph e undici cacciatorpediniere[1]; il comandante ritenne la provocazione sufficiente a reagire nel modo più consono e diede disposizioni per lanciare un siluro a testata nucleare. Il vicecomandante Archipov tuttavia espresse disaccordo e convinse il proprio superiore ad attendere: il lancio di bombe da parte dei militari americani si interruppe, e il comandante russo ritirò l’ordine, evitando una possibile escalation che sarebbe potuta culminare in un conflitto atomico fra USA e URSShttps://it.wikipedia.org/wiki/Vasilij_Aleksandrovi%C4%8D_Archipov

Per lanciare quel siluro a testata nucleare, il protocollo da seguire stabiliva che tutti gli ufficiali a bordo del sottomarino dessero parere positivo al lancio, il solo ufficiale che si rifiutò di dare il suo voto e ruppe l’unanimità fu il vice comandante Archipov scongiurando così un’escalation letale. Una vicenda somigliante a questo episodio ed avvenuta più di vent’anni dopo, riguardò il tenente colonnello dell’armata rossa Stanislav Petrov e il suo rifiuto di rispondere con un contrattacco a un lancio di missili ICBM da parte USA, poi rivelatosi un falso allarme dovuto a un errore dei computer.

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Il numero del quotidiano “La Stampa” di domenica 28 ottobre 1962, il giorno del “sospiro di sollievo” dopo il picco altissimo di tensione del sabato.

Col tempo, venne alla luce che i missili sovietici già installati sull’isola di Cuba erano pienamente operativi e in grado di lanciare testate nucleari in caso di invasione dell’isola, all’epoca si riteneva invece che le batterie di missili a Cuba dovessero ancora essere completate e che quindi nessun missile era operativo e pericoloso; ciò facilitava le posizioni degli intransigenti del Pentagono che alla Casa Bianca premevano per un’invasione americana dell’isola: tanti anni dopo, l’allora segretario della difesa McNamara rivelò come quel 27 ottobre si andò “a tanto così” dall’invasione.

La crisi missilistica cubana e la morte di Enrico Mattei nel “black saturday” (come viene ancora oggi ricordato quel giorno negli Stati Uniti) influirono per lungo tempo a venire, molti nodi si erano sciolti e altri nodi si erano invece legati, gli anni Cinquanta furono in rotta di collisione con gli anni Sessanta e Settanta e, come si è detto, nuovi panorami mai visti prima si aprirono.

Nei giorni che seguirono, a inizio novembre, mentre i sovietici iniziavano a smantellare la loro base missilistica a Cuba venti giorni prima che gli americani decidessero di togliere il blocco navale, uscì nelle edicole il primissimo numero di un fumetto che fece scandalo per la sua crudezza e diversità dai soliti cliché delle storie a fumetti: il protagonista non era infatti per i ragazzi un esempio positivo da seguire, Diabolik è infatti un malvivente, un fuorilegge, un maledetto, un clandestino. Questo tipo di figura avrà un avvenire di fronte a sé, in Italia e non solo.

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Come la tecnologia ha ucciso il futuro

17 02 2015

Il seguente articolo di Douglas Rushkoff, uno studioso dei mass media (autore del libro Present Shock: When Everything Happens Now) è apparso nel gennaio dell’anno scorso, ma penso proprio non abbia perduto di attualità, visto e considerato anche che tratta, in un certo senso, di un’attualità  divenuta perenne, invasiva, patologica e bloccante.

COME LA TECNOLOGIA HA UCCISO IL FUTURO
Presidenti e noi comuni mortali non ne possiamo fare più nulla

Di DOUGLAS RUSHKOFF

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Le crisi arrivano da ogni parte, e tutte in una volta. Così come le reazioni. Per esempio, le nuove accuse sulle intercettazioni dell’NSA, fanno scattare pop up di risposta su Twitter ben prima che la Casa Bianca abbia  il tempo di intervenire sull’argomento. Un segretario del governo si presume pronto per essere mandato via a proposito di un sito web sull’assistenza sanitaria fallito prima ancora che i problemi del sito siano pienamente diagnosticati. Le pause tra un evento e la risposta a esso – lo spazio in cui la pubblica opinione una volta era calibrata – sono polverizzate, e adesso la reazione è indistinguibile dall’azione iniziale. Il verdetto, la valutazione, il vero significato dietro ciò che sta accadendo è più elusivo che mai.
Siamo costretti a mettere assieme pezzi di storie andando a caccia delle conclusioni. Milioni di post provenienti dai social media vengono scandagliati e analizzati, come se tutti questi innumerevoli pezzi di opinioni, congetture e fantasie in qualche modo potessero fondersi in una storia coerente.

Ma ciò non succede.

Benvenuti nel mondo dello “shock del presente”, dove tutto sta accadendo così velocemente da essere simultaneo. Un “BIG NOW.” Il risultato, per le istituzioni, soprattutto quelle politiche, è stato profondo. Questa trasformazione ha degradato drammaticamente la capacità degli operatori politici di stabilire piani a lungo termine. Gettati fuori rotta, sono ora spesso lasciati semplicemente a vedersela col fuoco di sbarramento degli eventi mentre si svolgono. Improvvisamente, è andata via la nozione caratteristica di “controllo della narrativa”, il flusso d’informazione è spesso troppo indisciplinato. Non c’è tempo per il contesto, solo per la gestione delle crisi.

Certo, il tasso della diffusione e moltiplicazione delle informazioni è accelerato, ma ciò che ora sta prendendo posto è più che una semplice accelerazione. Ciò che stiamo vivendo è l’amplificazione di tutto ciò che è verificato accadere in questo momento e la diminuzione di tutto ciò che non è verificato. Non sono solo i risultati delle ricerche su Google che danno maggior rilevanza all’informazione più recente, ciò viene improvvisamente fatto da un’intera società.

Io mi sento tutto il tempo questo “ORA” alle calcagna. Lo scorso giugno, mentre stavo per andare a parlare sul palco del fenomeno dello “shock del presente” al Personal Democracy Forum, fece irruzione lo scandalo NSA e la CNN ha cominciato a tartassarmi di news al cellulare per apparire in onda. Percependo una sorta di meta-momento, ho cambiato l’approccio al discorso che avrei tenuto di lì a poco e misi assieme alle constatazioni che stavo per fare, leggendo gli aggiornamenti in tempo reale dal mio cellulare proprio mentre parlavo della nostra tendenza a essere presi nella rete da questo “ORA.”
L’utilizzo di qualsiasi altro tipo di veloci news già accadute avrebbero avuto il sapore del tempo passato. Il mio discorso divenne più di una dimostrazione: divenne un esempio di shock del presente a proposito dello shock del presente in una giornata di shock del presente.

Non è sempre stato così. Non più tardi della fine del XX secolo, lo zeitgeist (=”spirito del tempo”), era ancora animato da un tipo di propensione a guardare in avanti, nel futuro. Vi era la sensazione che stavamo accelerando verso un grande cambiamento alimentato dalle nuove tecnologie, le reti e la connettività globale. Oggi, quel cambiamento può essersi finalmente concretizzato ma, piuttosto che incoraggiarci a guardare ulteriormente avanti, ha instillato in noi una pervadente sensazione di “presentismo.” La nostra vecchia ossessione del ritmo del progresso, è stata soffocata dall’assalto di tutto ciò che sta accadendo proprio adesso. E’impossibile perfino tenere il passo, figuriamoci guardare avanti!

Questo nuovo paradigma sta fondamentalmente strapazzando le nostre politiche. L’abilità dei nostri leader di articolare obiettivi, organizzare movimenti o anche approcciare soluzioni a lungo termine, è stata ossessionata (sia da parte loro che nostra) con l'”ORA.” A meno che non ci si adatti a questo nuovo presentismo, e presto, potremo giungere pericolosamente vicini al bordo della paralisi politica.

Come ci si può attendere, possiamo incolpare, almeno in parte, la tecnologia digitale per la nostra attuale condizione.
Considerando il telecomando, il DVR o anche You Tube – ciascuno dei quali, a suo modo, ha eroso la tradizionale funzione della Tv di raccontare storie – come colpevoli di formare, invece, un paesaggio decostruito di memi indipendenti.
Il tipico arco della storia in cui sia le news che l’intrattenimento ne fanno parte, perde la sua funzione quando il pubblico può sfrecciare via o andare avanti e indietro, semplicemente premendo un pulsante.

Oggi Martin Luther King Jr. non sarebbe in grado di mobilitare le persone per il suo “I have a dream”: starebbe disperatamente a fare e ricevere tweet come il resto di noi, accumulando like dai follower su Facebook come sostituti delle marce assieme a lui. Il nostro rapporto coi movimenti sociali e politici sta cambiando molto allo stesso modo. Sono andati via i giorni quando potevamo seguire un leader carismatico, coi fini che giustificano i mezzi, verso degli obiettivi chiari. Immaginate, allo stesso modo, John F.Kennedy oggi tentare di raccogliere il supporto nazionale per una DECENNALE gara di conquista lunare!

Il presente estremo non è un ambiente favorevole a costruire movimenti duraturi.

Douglas Rushkoff è teorico dei media e autore del libro Present Shock: When Everything Happens Now.

http://www.politico.com/magazine/story/2014/01/how-technology-killed-the-future-102236.html#ixzz3Rx6W7s4C

Vedere anche:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2011/07/04/la-realta-e-unimmagine-che-linformazione-non-puo-costruire/

 





Il bombardamento atomico di Genova

14 07 2014

1995

Correva l’anno 1995, esattamente dopo il conseguimento del mio esame di maturità, e tutto non sarebbe più stato come prima.

Immediatamente dopo il superamento della prova orale, lessi un articolo sulla rivista “Oggi” riguardante l’epidemia del virus Ebola in Africa, ed ero rimasto così impressionato dalle descrizioni horror dei sintomi e degli effetti sanguinosi della malattia, che mi sembrava quasi di sentirmela addosso.

Poi, andai in vacanza al mare in Calabria, furoreggiava la guerra dall’altra parte dell’Adriatico, in Bosnia e, forse per via del fatto che mi trovavo in un luogo diverso dal solito e, seguendo un po’ ciò che c’era scritto sulle riviste e i giornali riguardante questo conflitto, avevo cominciato a essere angustiato da immaginazioni sul possibile trascinamento dell’Italia in questo conflitto, con le battaglie che avrebbero insanguinato anche il nostro paese, cose a cui non c’eravamo abituati assolutamente, dopo tanti anni in cui si era stati abituati alla pace, e questo m’inquietava e non mi faceva stare tranquillo.

Inoltre, in quel luglio di diciannove anni fa, era esploso anche un ordigno in Europa, sulla metropolitana di Parigi, che aveva fatto morti e feriti, e vi erano, anche in questo caso, descrizioni impressionanti sui giornali (amputazioni di arti, ecc); di solito queste cose accadevano in Medio Oriente, in Israele, non in Europa; per un certo periodo, mi veniva da pensare a possibili esplosioni di quel tipo quando andavo sugli autobus, di ritorno dalla vacanza e, quando avevo udito uno strano ticchettare sotto l’automobile della mia famiglia, avevo subito immaginato alla possibilità di una bomba a orologeria.

Poi venne la GRANDE PARANOIA, quella delle armi nucleari. Infatti, in quell’estate 95, si commemoravano i 50 anni dalle esplosioni nucleari in Giappone e vi era tutta una diffusione di articoli al riguardo, che parlavano anche degli effetti di quelle armi e del loro rischio presente, compreso di analisi degli esperti e con tanto di mappe e cartine. E si parlava, ricordo un’intervista a Carlo Rubbia su “L’espresso” o “Panorama”, di come i rischi presenti, venuta meno la guerra fredda USA URSS, provenissero da paesi come l’Iran.

Precedentemente, non avevo mai riflettuto molto su questo argomento, non mi aveva nemmeno mai preoccupato più di tanto, forse perché non ci pensavo; quando vi erano state le grandi paure nucleari USA URSS degli anni ottanta, ero troppo piccolo e non potevo seguire questi argomenti, e la mia adolescenza l’avevo trascorsa in un mondo postmoderno, post guerra fredda, quei primi anni novanta dove la storia (e con essa anche il terrore dell’olocausto nucleare) sembrava essere finita, con la vittoria della globalizzazione a guida anglosassone, dove i terrori della guerra più distruttiva non sembravano più avere spazio.

Però, in quella seconda metà del 1995, in me sembrava essersi acceso un interruttore. In quello stesso periodo, oltretutto, i francesi, con la nuova presidenza Chirac, avevano ricominciato i loro esperimenti atomici nelle profondità del Pacifico, presso l’atollo di Mururoa. Una sera, sul Tg1, avevo anche visto un servizio dedicato a come gli USA avessero ricominciato a pensare allo “scudo spaziale”, un progetto risalente ai tempi di Reagan negli anni 80, e come, così diceva lo speaker, sembrava  fossero ricominciati di nuovo discorsi da guerra fredda. Questo “scudo spaziale”, nell’estate ’95, sarebbe stato destinato a difendere l’Occidente dalle “minacce terroristiche”, in particolare quelle inerenti il fondamentalismo islamico.

Sulla spiaggia, guardando le onde del mare sotto l’ombrellone, ripensavo a certe cose che avevo letto, un po’ di tempo prima, su un libro delle profezie di Nostradamus, riguardanti l’Apocalisse, la Terza Guerra Mondiale, che avrebbe preso fuoco dal Medioriente, coinvolgendo poi l’Occidente, la Russia e la Cina in quella fine secolo, e fine millennio, che si stava profilando all’orizzonte, il famoso 1999 (comparso anche in una quartina di Nostradamus dedicata al “Gran re di terrore” proveniente dall’Oriente.)

Eppure, come ho detto, in confronto a ciò che poi si sarebbe manifestato nei vent’anni successivi, le immense tensioni internazionali con Serbia, Israele, Iraq, Siria, Cecenia, Corea del nord, Iran, Pakistan, India, Afghanistan, la Libia, la Cina e la stessa Russia, quella metà degli anni novanta, con anche uno zeitgeist piuttosto improntato all’ottimismo generalizzato (basti pensare com’erano spumeggianti e piene di novità le radio all’epoca, con le superclassifiche dance che esplodevano di ottimismo estivo), era tranquilla, anche se, però, non era proprio così: rispetto ai due, tre anni precedenti, qualcosa si stava surriscaldando, qualcosa non era più come prima. Nonostante la globalizzazione del marketing multinazionale fosse nel pieno dei suoi “anni sessanta” (il periodo 1994-1997) captavo qualcosa “dal futuro”, e lo manifestavo con quelle immaginazioni paranoiche.

Riprendendo in mano libri e fumetti che parlavano di guerre mondiali prossime venture, bombardamenti atomici (tra cui un dossier sugli effetti di quelli a Hiroshima e Nagasaki cinquant’anni prima), ora ci facevo caso quando invece, precedentemente, non me ne interessavo. Ripeto, era come se mi si fosse acceso un interruttore nella testa.

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Mi immaginavo aerei che arrivavano a lanciare il loro carico nucleare nei cieli sopra la mia città, Genova, pensando agli effetti distruttivi oltre ogni immaginazione; infatti, in quel periodo, di notte su Raitre, avevo visto anche un film di Alain Resnais di fine anni cinquanta, “Hiroshima mon amour”, film particolarmente angosciante dove, all’inizio, vi è una carrellata spaventosa delle conseguenze del bombardamento del 1945 e, uno dei protagonisti, un giapponese superstite della tragedia, ai discorsi che fa la protagonista femminile, riguardanti il fatto che lei si è documentata bene e sa cos’è successo quel giorno, lui le risponde “Tu n’as rien vu à Hiroshima”, “Tu non hai visto niente a Hiroshima.”

Pensavo alla possibilità di un’esplosione atomica terroristica, magari dentro uno dei container nel porto, provenienti da chissà dove, spesso, quando vedevo un aereo, o il suono di uno di essi nei cieli, la mia preoccupazione aumentava. Mi dicevo che Genova poteva essere benissimo un target di un’azione di quel tipo, visto che era un po’ il corrispettivo occidentale di una città come Hiroshima, una città occidentale abbastanza famosa ma molto meno conosciuta nel mondo rispetto ad altre città italiane ed europee, e quindi PIU’ SACRIFICABILE.

Ricordo che, quando all’inizio di novembre di quel 95, vi fu l’edizione straordinaria dei telegiornali sulla assassinio del premier israeliano Yitzack Rabin, quindi un’azione gravissima, la quale poteva portare a un’escalation dal Medio Oriente, corsi quasi istintivamente alla finestra, guardando verso il cielo, come se avessi potuto vedere gli aerei che stavano sopraggiungendo, con il loro carico di morte da lanciare.

Ero abbastanza cotto. Provavo un clima interiore che sarebbe stato ben riassunto da libri di un paio di anni dopo, come “Codice Genesi”, già citato in questo blog, dove, nell’introduzione, veniva detto come, nonostante il mondo degli anni novanta sembrasse tranquillissimo e senza rischi e minacce, rispetto ai tempi della Guerra Fredda, vi era ancora eccome il rischio dello scatenamento di una Guerra Mondiale che, suggeriva quel libro con le sue “prove profetiche” dentro la Torah in ebraico, sarebbe cominciata con un’esplosione nucleare, però non certo a Genova ma in Medio Oriente, in Israele. Così come la Seconda era FINITA con l’esplosione atomica, la Terza sarebbe COMINCIATA così.

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Come se non bastasse, l’anno dopo, nel 1996, un anno tartassato da esplosioni kamikaze in Israele e da una tensione internazionale sotteranea che sembrava non esplicitarsi mai (forse per mantenere il clima da “anni novanta”), un mio insegnante di filosofia, parlando di questioni storiche e dei rischi di guerra per l’immediato futuro, s’era lasciato sfuggire una frase che non potei credere di aver udito dalla sua bocca:

“Certo, non intendo dire che dovremo attenderci un BOMBARDAMENTO ATOMICO DI GENOVA ma…”

Negli anni successivi, a più riprese, soprattutto quando tendevo a fidarmi ancora quasi totalmente dei media mainstream, mi preoccupai ancora per i rischi di guerra, i quali avrebbero potuto deteriorare la situazione internazionale fino alla Guerra Mondiale con armi termonucleari, ma non pensai più all’idea del bombardamento atomico di Genova, la città dove sono nato, dove vivo e, se non me ne fossi fuggito in tempo, sarei stato vittima.

L’anno scorso, però, intorno al 20 luglio, mi capitò di passare qualche giorno a dormire all’aperto, in una valle isolata, fuori dalla civiltà, ma sempre all’interno del territorio comunale, e, per qualche tempo, favoleggiai, dopo tanti anni, sull’INFAUSTO EVENTO riguardante la mia città. Mi dissi: “Pensa un po’ se ora io, assieme agli altri, siamo qui in campeggio, a venti chilometri dal centro, esplode la Bomba sopra un punto della città sufficientemente distante da noi per salvarci ed essere immuni dalle conseguenze (perlomeno quelle immediate), e noi siamo costretti a rimanere qui in questa valle isolata…”

Mi veniva anche in mente che, nei giorni intorno al 20 luglio 2001, vi furono gli avvenimenti del G8, e questa sarebbe potuta essere una combinazione significativa, esattamente dopo dodici anni. Un ritorno di un avvenimento simile a maggiore intensità e magnitudo, con Genova di nuovo alla ribalta internazionale, non certo per qualcosa di lieto, ma per qualcosa di fortissimo impatto psicologico globale. Come sarebbe, appunto, un’esplosione atomica.

Periodicamente, la città che venne definita con vari soprannomi, “Superba”, “Dominante”, sembra teatro di forti anomalie, le quali scuotono lo status quo, in particolare dell’Italia, ma non solo. Dalla “partenza dei Mille” nel 1860 al bombardamento navale inglese del 1941 (il quale sembrò un “ricorso storico” del bombardamento navale francese del 1684) ai disordini del 1960 e quelli, già citati, del 2001, e le periodiche, disastrose, alluvioni, dal quella del 1970, a quella del 1992, alla recente del 2011.

E poi l’anno scorso, quando una nave colpì un edificio del porto a forma di torre, provocando vittime.

Inaspettatamente, un’episodio di pochi giorni fa, mi ha fatto rispuntare la paranoia del 1995, come se si fosse aperto un “varco spaziotemporale” tra la mia mente di allora e quella di adesso.

Una sera, dopo il tramonto, ho notato una nube particolarmente illuminata dal sole, in un cielo azzurro-rosa, e l’ho fotografata. Il cielo e quella nube dovevano essere belli carichi di elettricità statica.

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Infatti, successivamente, quando si è fatto buio, in quella stessa zona del cielo, sopra un certo monte (zona che ho notato essere particolarmente interessata alle anomalie climatiche), hanno cominciato a sprigionarsi lampi. Sembrava la sequenza di un’esplosione atomica vista al contrario: PRIMA il fungo e POI il lampo.

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Ho immaginato che il famoso EVENTO si sarebbe manifestato nel prossimo agosto (il mese in cui il mio compare Matteo vede come propizio per lo scatenamento di grandi cose), quando sarò via da Genova per dieci giorni. Mi sarei trovato a non poter più tornarci per lungo, lungo tempo e, quando, magari dopo anni, ci sarei ritornato, non avrei più trovato nulla di ciò che era stato e delle persone che ci vivevano.

Mi domando, però, la ragione simbolica di questa paranoia – che s’è ripresentata, sebbene con intensità molto minore, dopo diciannove anni – cosa vuole davvero dirmi il mio inconscio, rendendomi sensibile e ricettivo a immaginazioni di questo tipo, e ho pensato a ciò che ha scritto recentemente il mio compare Mediter su un suo articolo, il millenario scontro Oriente-Occidente, lo scontro tra il sorgere e il calare del Sole, tra un mondo vecchio che non vuole morire e un mondo nuovo che non riesce a nascere.

Come ligure, io questo lo avverto in modo particolare, visto che, il posto dove vivo si trova A META’ tra Occidente e Oriente, infatti Genova si trova in mezzo alla Liguria, tra la Riviera di Ponente (Occidente) e la Riviera di Levante (Oriente) e io, tra l’altro, sono anche di un segno, la Bilancia, che richiama alquanto questa dialettica Est-Ovest.

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Questo essere bilanciata tra una direzione e l’altra, lo si vede anche nell’etimologia del nome della città, che, secondo la leggenda deriva da JANUS, il Dio GIANO, il Dio bifronte, come l’aquila bicipite, che guarda ad Est e a Ovest, stando nel mezzo.

La leggenda vuole invece che derivi dal nome del dio romano Giano, perché, proprio come il Giano bifronte, Genova ha due facce: una rivolta verso il mare, l’altra oltre i monti che la circondano. La tradizionale fedeltà della popolazione Genuate a Roma, risalente alle guerre puniche, ha reso inevitabile che successivamente, in epoca medievale, la tesi romana venisse presa in maggiore considerazione e che la città assumesse il nome latino di Ianua, derivandolo direttamente da Janus, ovvero Giano.

Gli antichi romani consideravano Giano come l’iniziatore dell’uso della moneta nella società ed il protettore di tutti i passaggi: della porta di casa, delle Porte di accesso alle città, dei porti e dei valichi (denominati appunto anche porte). Ciò trova un solido riscontro tutt’oggi nel fatto che Genova sia considerata e spesso chiamata “la porta d’Europa sul Mediterraneo”.

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Tra le nazioni importanti, la Turchia e, soprattutto, la Russia, sono nazioni particolarmente “GIANICHE”, con una faccia verso Occidente e una verso Oriente, ed è questo che le fa essere estremamente importanti per l’evoluzione dei cambiamenti geopolitici.

Dal momento che l’esplosione atomica è stata sempre vista come un secondo Sole che sorge sulla Terra, la si può anche vedere come una specie di ALBA.

Un’alba che sorge a Occidente. O forse – meglio dire – ne’ a Occidente ne’ a Oriente, ma NEL MEZZO. La Sintesi tra Tesi e Antitesi.

L’esplosione atomica di Genova, lungi (come ovviamente spero) dal profetizzare ciò che accadrà veramente, nasconde questa allegoria?!

 

 





A proposito del film NIRVANA di Gabriele Salvatores

28 07 2013

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Mi piacerebbe, in futuro, scrivere qualcosa a proposito di NIRVANA, un sorprendente film italiano di Gabriele Salvatores, uscito nel 1997, che anticipava di due anni gli scenari e le tematiche del film MATRIX, il quale avrebbe avuto una risonanza di gran lunga maggiore, anche perché si trattava di un blockbuster hollywoodiano interpretato dalla star Keanu Reeves, e quindi destinato alle platee globali, a differenza del film di Salvatores (uscito solo in Italia, nonostante avesse Christopher Lambert tra gli interpreti), il quale, ambientato in un 2005 alla Blade Runner che non sarebbe mai esistito nella nostra realtà, raccontava di vari personaggi i quali vivevano in un mondo cyberpunk (tipico nei film di quegli anni novanta ma non nel cinema italiano), tra cui il personaggio di un videogioco (intitolato appunto “Nirvana”) infettato da un virus informatico.

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Bellissimo alla fine quando Solo – il personaggio del videogioco – che ha preso coscienza della sua esistenza proprio a causa del virus informatico, parla col programmatore e quest’ultimo lo fa sparire – su sua richiesta – dalla memoria del computer, per spazzargli via la dolorosa consapevolezza di essere soltanto un essere umano digitale, virtuale. E, immediatamente prima della rivelazione di essere solo (appunto, Solo) una creatura digitale creata dal programmatore, Solo vede “il mondo com’è realmente”, accedendo a una sezione del programma del videogioco che compare oltre la porta di una stanza: ovvero un’interminabile sequenza di zeri e uno, scoprendo, in quel momento, quindi davvero di essere una creatura artificiale fatta di zeri e uno e, nello stesso tempo, con la sua cancellazione, accedendo a una specie di “nirvana digitale.”

Nirvana, stando ai dati di Wikipedia, è stato il film di fantascienza italiano che ha avuto più successo commerciale, è uscito in quello stesso periodo di fine anni novanta, probabilmente partecipando, forse unico film italiano, allo stesso zeitgeist (=spirito del tempo), e in un certo senso anticipandolo perfino, di film americani come “Matrix”, “The Truman Show”, “The Thirteen floor”, tutte storie in cui un personaggio si trova faccia a faccia con la scoperta che il mondo che ha sempre visto come “reale”, “la realtà delle cose”, in verità è una costruzione artificiale, lui compreso. Quindi, si trova di fronte a una vera e propria “fine del mondo” e, non a caso, in quella fine anni novanta (immediatamente prima del giro di boa del fatidico anno 2000), uscirono anche film dedicati esplicitamente alla “fine del mondo” in senso classico, distruttivo, come i contemporanei “Armageddon” e “Deep impact”, (forse anche il “Titanic” di James Cameron può essere compreso nella lista) nel pieno di quella “globalizzazione a guida stelle e strisce” che, proprio nell’esatto momento in cui uscivano tutti quei film stava cominciando, non a caso, la sua china discendente.

Ma questa, come si dice sempre in questi casi, è un’altra storia.

 





E dopo il ritorno di Carosello torneremo ad andare a letto presto?

3 05 2013

La sera del 6 maggio, su Rai uno, ricomincia Carosello, dopo trentasei anni, il contenitore televisivo di sketch e siparietti pubblicitari, andato in onda in Italia, nell’era pre-spot e pre-tv commerciale, dal 3 febbraio 1957 (ma inizialmente era previsto il 1°gennaio) al 1°gennaio 1977. Ovvero, da quegli anni cinquanta che – come detto diverse volte su questo blog – hanno visto iniziare quel mondo mass-mediatico occidente-centrico del “dopo seconda guerra mondiale” (con tutti i suoi cliché) da cui siamo tuttora dipendenti. Quell’universo, quel punto di vista a cui ci riferiamo per leggere la realtà, in cui ci troviamo ancora dopo sessant’anni (Stati Uniti nostri alleati nella NATO assieme alle altre nazioni occidentali e Israele, politica internazionale incentrata sul Medioriente, musica pop-rock di grande consumo, le stelle del cinema anglofono, il predominio della lingua inglese, la televisione e i telegiornali, il Festival di Sanremo, Miss Italia…)

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La traiettoria di Carosello si è  interrotta con la fine della paleo-televisione in bianco e nero a due canali (la tv del Maestro Manzi, dei romanzi sceneggiati e delle riduzioni di opere teatrali) e l’inizio della neo-televisione, la tv commerciale – la sotto-era in cui ci troviamo tuttora, da cui ebbe origine l’impero Fininvest-Mediaset, quando si è passati dalla proverbiale frase rivolta dai grandi ai bambini dell’epoca,”E dopo Carosello/tutti a nanna”, al non andare “a nanna” per guardare le donnine semisvestite (il programma “Spogliamoci insieme” su TeleTorino International è proprio del 1977, anno di fine Carosello) che pubblicizzavano prodotti per i famosi sponsor della trasmissione, termine presto dilagato nell’era post-Carosello, l’era dell’auditel e degli indici di ascolto per valutare complesse strategie di marketing a seconda del target degli spettatori nelle varie fasce orarie. Tutto questo iniziato nei famosissimi – e ingiustamente rimpianti – anni ottanta, l’inizio della finanziarizzazione spettacolare dell’esistenza, del trionfo della merce, dello shopping, dell’esistenza commerciale, degli spot veloci, aggressivi, ben rappresentati da uno dei capostipiti di questa new wave post-caroselliana, cioè il famoso spot della Denim, quello dell’ “uomo che non deve chiedere mai”.

L’era del riflusso post-anni settanta, del Thatcherismo-Reaganismo, degli yuppies (i quali sarebbero arrivati di lì a qualche anno), del capitalismo neo-liberista sostenuto dalla finanza di Wall Street, non poteva prevedere un contenitore di messaggi promozionali lunghissimi, buonisti, sognanti, amichevoli verso lo spettatore, qual era Carosello. Il quale terminò il suo percorso ventennale (1957-1977) proprio all’inizio di un anno che vide un acuirsi delle tensioni ideologiche in Italia, e che si estesero anche a nuovi costumi e culture giovanili. Carosello si concluse quando iniziò un anno di confusione colorata e violenta, un fenomeno che i metereologi conoscono bene, quando si scontrano due correnti di diverso moto e temperatura; nel caso del settantasette, la corrente ideologico-sociale-impegnata degli anni settanta e la corrente anti-ideologica, privata, disimpegnata degli anni ottanta, i quali dovevano ancora iniziare ma erano già nell’aria.

Carosello fu la prima vittima degli anni ottanta, giunti dall’allora futuro nel gennaio ’77, per ammazzarlo.

E adesso, in questo confuso 2013, durante il perdurare di una crisi la quale potrebbe confluire nella morte del neo-liberismo e del disimpegno egoista, a-sociale, violento e aggressivo che porta con sé, ecco che, poco dopo la dipartita della permanentata inglese simbolo della svolta neoliberista degli anni ottanta, ecco che viene annunciato il ritorno in Rai di Carosello, la prima vittima di quegli anni, come abbiamo appena detto.

Per concludere, non so se, inoltre, questo revival  possa essere paragonato a quell’assenza di novità davvero originali, caratteristica propria dei nostri tempi finali, post-moderni, dove tutto ciò che è originale sembra già essere stato già tutto inventato, e possano essere dati solo le ri-proposte rimodernate, in cui esiste solo la citazione e non la creazione originale e originaria.

Mi viene da pensare al ritorno dei dischi di vinile nelle edicole, qualche tempo fa, alle versioni post-moderne anni novanta-duemila, del Maggiolone Volkswagen, della Mini Cooper, della fiat 500 e, per quanto riguarda la musica di consumo, di tutta quella serie di gruppi rock-pop che non fanno altro che riproporre anni ormai lasciati alle spalle, ma che si vogliono sempre riesumare e non si ha mai il coraggio di seppellire.

Buon ritorno di Carosello a tutti e, mi raccomando, andiamo poi tutti “a nanna”!





Oscar Giannino, Benjamin Netanyahu e la farsa che cancella la storia

2 04 2013

Due sintomi di come, attualmente, ciò che un tempo poteva considerarsi STORIA, o perlomeno “seria cronaca politica, geopolitica, questioni nazionali e internazionali di rilevanza strategica per il progresso, la prosperità e il futuro delle nazioni, le popolazioni, le generazioni”, ha la tendenza, nell’epoca iper-mediatica dagli anni ottanta in avanti, a rischiare di trasformarsi  in FARSA.

  • 1 Componimento teatrale di misura breve e di contenuto comico

  • 2 fig. Avvenimento poco serio, situazione che cade nel ridicolo SINbuffonata

     

Due avvenimenti successi di recente.

Nel febbraio 2013, il giornalista e neo-politico Oscar Giannino, vuota il sacco ed è costretto a confessare: si era inventato di sana pianta i titoli di studio in economia che, a suo dire, aveva conseguito a Chicago. La bufera suscitata nel partito politico che da poco aveva contribuito a creare, “Fare – fermare il declino”, lo costringe alle dimissioni, dopo quelle del suo (ex) sodale Luigi Zingales, in seguito alla scoperta che il master ottenuto nella università dove lui insegna era una diceria di Giannino.

http://www.blogo.it/news/politica/redazione/10823/oscar-giannino-ha-mentito-sul-master-luigi-zingales-abbandona-fare/

Come se non fosse abbastanza, nel breve giro di qualche tempo, si viene anche a scoprire che Oscar Giannino aveva millantato una sua partecipazione quand’era piccolo – mai avvenuta in realtà – alla famosa kermesse italiana di ugole infantili, lo ZECCHINO D’ORO. In questo caso è stato sbugiardato dallo storico conduttore della gara canora dell’Antoniano di Bologna, ovvero il MAGO ZURLI’, al secolo Cino Tortorella.

Oscar Giannino

Oscar Giannino

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Il Mago Zurlì (aka Cino Tortorella) e Cristina D’Avena.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/21/elezioni-nuovo-incidente-per-giannino-mago-zurli-lui-allo-zecchino-doro-mai/507654/

Queste due bravate di Giannino hanno, com’è ovvio, elettoralmente affossato il neo-partito di cui cui era presidente, portavoce e uomo immagine.

Bene, questa era la politica nazionale, passiamo ora a quella internazionale.

Durante l’assemblea generale dell’ONU nel settembre 2012, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, fa un discorso incentrato sul rischio che, entro pochi mesi, l’Iran riesca a ottenere la capacità di e il materiale per produrre un ordigno nucleare in grado di minacciare il Medioriente in generale e Israele in particolare, e che quindi questo pericolo vada al più presto disinnescato, con le buone o con le cattive: un ritornello (da parte di una, non dichiarata, potenza nucleare) che sentiamo almeno da sette anni.

Ora, di cosa si serve Netanyahu per illustrare la situazione davanti alla platea delle Nazioni Unite, all’importante consesso internazionale che raduna i rappresentanti di tutti i paesi (e che, per esempio negli anni sessanta, veniva mostrato sempre come La Mecca della serietà e della responsabilità degli uomini di stato del globo)? Si serve di uno schema grafico che mostra le percentuali di arricchimento dell’uranio, il cui rischio del loro ottenimento da parte degli ayatollah sta aumentando esponenzialmente nel tempo, uno schema che somiglia straordinariamente a una di quelle bombe ACME con la miccia accesa, di quelle usate dai personaggi dei cartoon della Warner Bros, che se le ritrovano inaspettatamente in mano senza che se ne rendano conto, e poi gli esplodono in faccia.

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Netanyahu all’ONU e la bomba tipo ACME

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Ok, chi ha spifferato a Netanyahu il modello della nostra bomba?

http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/113992-netanyahu-all-onu-con-il-disegnino-della-bomba-ed-il-web-impazzisce-dalle-risate-immagini-e-vignette

Che dire? Possibile che Benjamin Netanyahu e Oscar Giannino non si siano proprio resi conto di ridicolizzare il loro ruolo politico? Possibile che abbiano tutta questa noncuranza per la loro, diciamo così, “reputazione”?

O dobbiamo vedere tutto ciò, spostandoci su un altro piano, a un livello più alto, “macrocosmico”, cioè, è un fenomeno che non riguarda solo quei due o pochi altri, ma è qualcosa di più generalizzato, dove proprio la supposta “serietà” e “importanza” dei governanti (conditio sine qua non e propedeutica per la registrazione futura sui libri di storia) si sta squagliando, a causa soprattutto della proliferazione incontrollata dei mass media di ogni tipo, sempre più capillare e alla portata di qualunque improvvisato giornalista.

E tutto ciò, prima di giungere ai livelli attuali, ha avuto un chiaro inizio negli anni ottanta: ricordiamo, per esempio, la candidatura del comico francese Coluche alle presidenziali 1981 e l’elezione in parlamento nel 1987 della pornoattrice Ilona Staller, alias Cicciolina, diventata parlamentare del partito radicale.

I livelli attuali di questa tendenza ci hanno mostrato, per dirne un’altra, qualche anno fa, nel 2010, l’incontro internazionale al fast food tra le due maggiori potenze nucleari, Russia e Usa. Come poteva succedere una cosa simile all’epoca di Kennedy e Krusciov, di Reagan e Gorbaciov, o anche solo di Clinton ed Eltsin e di Bush e Putin (per non parlare dell’epoca di Churchill e Stalin…)?!

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Incontro al vertice al fast food tra due potenze nucleari

Guardiamo soltanto, ancora, la collezione di avvenimenti presentata in questo video e confrontiamola con quella di uno degli anni di qualche decennio fa (per intenderci, quelli che poi venivano pubblicati negli annuari Rizzoli), riusciamo a vedere la differenza? 2136e5b31c0a54091c7caec7e9a5c948_medA questo proposito, segnalo, inoltre, il post Top Secret, La seconda guerra civile americana e la finzione che cancella la storia.





Hypnagogic pop (o Gio-fi) e Witch House (o Drag)

20 02 2013

Nel post di ieri ho esordito infilandoci un video di un brano Witch House, un genere musicale underground affine all’Hypnagogic pop. Se quest’ultimo è un tipo di musica che ricorda l’ascolto di brani musicali dagli anni sessanta agli ottanta mentre si è in una specie di dormiveglia metafisico, la Witch House ne è un ulteriore evoluzione, ispirandosi a quel pop che va verso la cupezza, le atmosfere gotiche, dark-surrealiste. Entrambi prendono le mosse dalle stesse premesse musicali. Lontane nel tempo. All’incirca trent’anni fa.

Soprattutto i brani Hypnagogic pop basano la loro esistenza sul richiamare tracce musicali pop degli anni ottanta (ma anche più indietro nel tempo) ma senza alcun intento di revival, di amarcord, anzi, probabilmente, la segreta speranza che sta dietro a questo tipo di musica è cancellare ogni possibile intento di questo tipo, mantenendosi sempre nella linea d’orizzonte tra il ricordo e una specie di condizione amnesica in cui la memoria si fa indistinta, imprecisa, pur ancora essendo, in qualche modo, presente, ma sempre costantemente al limite della scomparsa (a questo proposito, avevo scritto qualcosa qualche anno fa.)

Vi consiglio l’ascolto di una playlist YouTube come questa per esempio, “now that’s what I call hypnagogic pop.”

Prima o poi, quando ne avrò la forza, intendo sviluppare un post più consistente riguardante l’Hypnagogic pop e la Witch House. Per ora mi fermo qui.