Protetto: Nuovo post di sole immagini 4

31 05 2016

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Vertigo o l’Eterno Ritorno (2)

1 03 2015

Continua dalla parte prima:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2015/02/28/vertigo-o-leterno-ritorno-1/

Qui la versione originale:

http://2012diaries.blogspot.it/2015/02/eternal-recurrence-alfred-hitchcocks.html

“Ogni cosa è ritornata. La stella Sirio, questo ragno e i tuoi pensieri di adesso, e questo tuo pensare che tutte le cose ritorneranno.” Friedrich Nietzsche.

 

“…devono ancora incontrarsi, attrarsi, respingersi, baciarsi e corrompersi l’un l’altro, di nuovo…”

Il mito principale a cui vorrei guardare in relazione al film “Vertigo” è il concetto di Friedrich Nietzsche dell’eterno ritorno dello stesso, degli eterni ricorsi. In questo caso possiamo usare solo vagamente il termine “mito” perchè le idee relative all’eterno ritorno prendono varie forme. Nozioni di eterno ritorno di un certo tipo predominano in molte antiche, mitiche visioni del mondo, dal momento che queste furono fondate su nozioni cicliche piuttosto che lineari del tempo. Variazioni dell’idea emergono nelle speculazioni mitico-filosofiche dei greci, in particolare quelle di Eraclito, Empedocle e i Pitagorici. Nel periodo in cui visse Nietzsche, nell’immaginario dell’Occidente, la nozione di tempo ciclico era stata largamente rimpiazzata dal tempo lineare, narrativo, della Cristianità, sebbene l’eterno ritorno venne occasionalmente discusso come se si trattasse di una teoria cosmologica fisica, la quale funziona seguendo l’ipotesi che la materia finita in un tempo infinito, ripeterebbe inevitabilmente le stesse configurazioni ad infinitum. (Tale idea è espressa, per esempio, dal poeta e saggista Heinrich Heine: “Per quanto riguarda il tempo, esso è infinito, sono gli esseri nel tempo, i loro corpi concreti ad essere finiti. Tuttavia, adesso, può passare lungo tempo, secondo le eterne leggi che governano questo eterno gioco di ripetizioni, tutte le configurazioni che sono precedentemente esistite su questa Terra devono ancora incontrarsi, attrarsi, respingersi, baciarsi e corrompersi l’un l’altro, di nuovo…”)

Ciò che Nietzsche fece con questa idea, normalmente espressa in modo astratto o generico, è stato quello di renderla immediata, particolare e crudamente personale. L’idea sembra aver energicamente colpito il filosofo nel 1881, mentre stava facendo una gita nei boschi presso il lago di Silvapiana, e in seguito avrebbe occupato un persistente sebbene particolare significato nel suo lavoro. Il suo famoso discorso ne “La gaia scienza” è una specie di modo di pensare sperimentale:

Cosa succederebbe, se un giorno o l’altro, mentre sei nella più solitaria delle solitudini, un demone rubasse la tua attenzione dicendoti: “Questa vita che ora stai vivendo e hai già vissuto, dovrai viverla ancora una volta e innumerevoli altre volte, e non ci sarà nulla di nuovo in essa ma ogni dolore e ogni gioia, ogni pensiero e sospiro e ogni cosa, indicibilmente grande o piccola, nella tua vita, dovrai riviverla, e tutto nella medesima successione e sequenza? – anche questo piccolo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e questo momento e me stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza è rovesciata ancora e ancora e tu con lei, un granello di sabbia.”

Nietzsche e il suo demone misero chiaramente a nudo al lettore ciò che, in altri tempi, era mostrato come un rompicapo, magari un’idea illusoria. L’idea dell’eterno ritorno, espressa in questa maniera, pone un gran peso esistenziale su ogni dettaglio della nostra vita, su ogni nostra azione, dalla più piccola alla più significativa.
Normalmente, noi buttiamo via una grande quantità di tempo sulla base del fatto che, a tempo debito, eseguiremo le azioni significative, caratterizzanti, della nostra vita, che non siamo ancora riusciti a compiere. Noi siamo abitualmente – come asseriva la scuola di Gurdjieff – dei dormienti, ipnotizzati dal posporre sempre in avanti ciò che consideriamo essere come “La Vita Reale.”
Il concetto di Nietzsche può dunque essere visto come un tentativo di scuotere il lettore dalla sua abituale condizione di trance letargica e costringerlo a contemplare il valore e la dignità della sua esistenza, nella sua dimensione passata e in quella più immediata.

Ai tempi di Nietzsche, il valore e la dignità della vita era largamente considerato come materia da essere giudicata nell’eternità dell’Aldilà. Naturalmente, per il fiero ateo che era Nietzsche, l’idea del giudizio post-mortem era puro anatema, e pensava che consolazioni metafisiche di questo tipo fossero un’abbietta svalutazione della vita in questo mondo. “Parlare di “un altro mondo” rispetto a questo, è abbastanza inutile, a condizione che l’istinto per la diffamazione, la denigrazione della vita non sia forte dentro di noi, in questo caso ci vendichiamo in vita per mezzo della fantasmagoria di “un’altra”, una “migliore” vita.” (Crepuscolo degli idoli.)

L’eterno ritorno può dunque essere visto come un concetto attraverso cui Nietzsche rigira su se stessa la “fantasmagoria” del giudizio post-mortem: un’eternità secolare i cui paradisi e gli inferni si fanno ogni giorno e in ogni momento della nostra vita, perchè essi solo costituiscono la nostra esistenza, adesso e nell’eternità. Ciò, in ogni caso, è come il concetto viene comunemente inteso, ma non c’è mai stato un consenso: per qualcuno, l’eterno ritorno è una specie di dottrina da prendere alla lettera, per altri un segno dell’incipiente follia di Nietzsche. Qualunque sia il caso, l’idea mantenne un fascino particolare nella sua mente, muovendolo a un tipo di poesia che talvolta fa venire in mente Lord Dunsany e qualche altro strano scrittore dello stesso tipo:

La tua intera esistenza, allo stesso modo di una clessidra, sarà sempre invertita e ricomincerà sempre da capo – un lungo lasso di tempo trascorrerà fino a che quelle condizioni da cui si erano evolute, torneranno nella ruota del processo cosmico. E dunque ritroverai ogni dolore e ogni piacere, ogni amico e ogni nemico, ogni speranza e ogni errore, ogni filo d’erba e ogni raggio di sole ancora una volta, e l’intero tessuto delle cose che compongono la vostra vita. E in ognuno di questi cicli della vita umana ci sarà un’ora dove, per la prima volta uno, e poi molti, percepirete il potente pensiero dell’eterno ricorso di tutte le cose:e per l’umanità questa è sempre l’ora di Mezzogiorno.

Come ognuno potrà rispondere alla prospettiva dell’eterno ritorno, dipenderà in larga misura da come considera la propria vita, o in quale punto venne avvicinato dal demone; l’eterna ripetizione di una vita soddisfacente, o di un momento estatico, è una prospettiva allettante, così come non è quella del suo opposto. Tuttavia, benchè Nietzsche sembra avere inteso di dare una clamorosa affermazione della vita, ciò che dice ha un po’ l’aria della persecuzione fantastica di un depresso.
L’eterno ritorno in senso generico – le stagioni, i ritmi planetari e cosmici – possono essere una nozione confortevole ed esteticamente piacevole, ma in relazione alla vita di un individuo singolo, l’idea di una ripetizione implacabilmente fissa della stessa, può generare un senso di disperazione e impotenza. Ciò fa pensare al castigo eterno di Tantalo e di Sisifo nel “mondo di sotto”: l’acqua che per l’eternità non si fa bere dal calice, il masso che rotola eternamente di nuovo giù dopo averlo portato in cima, la reiterazione incessante della futilità e l’incessante incapacità di abbandonare l’attività inutile; vi è un un’affermazione di Sant’Agostino secondo cui il percorso del peccatore è circolare, e abbiamo la realizzazione di Dante di quest’idea nella topografia dell’Inferno; pensiamo, inoltre, alla ripetitiva esistenza del tossicodipendente e l’incessante circolo vizioso mentale innescato dall’ossessione del sentirsi colpevole.

E’interessante notare che l’idea dell’eterno ritorno ossessionò l’immaginario moderno, ma molto meno in senso positivo – “L’ora di mezzogiorno” implicata da Nietzsche – e molto più con l’atmosfera di mancanza di speranza, con l’assurdo e l’inevitabile.
Il ritorno del tempo circolare sembra perseguitare il moderno immaginario, come una specie di sotterraneo rimprovero al tempo lineare redentore del cristianesimo, e il suo corrispettivo laico della speranza nel miglioramento sociale e nel progresso tecnologico.
Un orrore per la ripetizione, un senso di impossibilità di cambiamento reale e progresso, sembrava sottolineare le rigide leggi della natura, la routine inflessibile della catena di montaggio in fabbrica, e le circonlocuzioni spersonalizzanti del mondo burocratico. Noi troviamo evocata da Camus quest’ombra dell’eterno supplizio di Sisifo, nei vagabondi di Beckett e nelle malcapitate vittime di Kafka o nelle preoccupazioni implicite di Borges per i dedali e i labirinti, coi loro percorsi biforcuti che ci riportano sempre al punto di partenza.
Nel cinema, troviamo l’espressione più pura di queste idee – il dedalo, il labirinto, l’eterno ritorno al punto di partenza – nel classico del cinema contemporaneo “L’année derniere à Marienbad” di Alain Resnais (1961), col suo hotel-purgatorio di giochi arbitrari e impossibili da vincere e protagonisti che si incontrano tra di loro per la prima volta, o forse solo l’ultima di una sequenza interminabile.

Tra i morti o Non ci sarà mai un altro come te

Sebbene probabilmente non inteso come tale da Hitchcock (o dall’autore del libro “Tra i morti”, [da cui “Vertigo” è tratto]), l’eterno ritorno è un prisma intrigante attraverso cui osservare “Vertigo.”
Il film è, dopotutto, la storia di un uomo che è perseguitato dal ritorno: la conquista e la perdita della sua amata, che si ripete come un pattern, che lo fa sempre ritornare al suo stato emotivo iniziale d’impotenza e di colpevolezza, uno stato emotivo d’abiezione che si intensifica a ogni reiterazione.
L’idea di un ritorno da cui non si può fuggire, del passato, della mente ossessionata da certi eventi, idee e feticci, dai fantasmi di certi luoghi che risuonano emotivamente, compenetrando il mondo dei vivi con quello dei morti – è intrinsecamente intessuto nell’intera trama di “Vertigo.” L’idea è concretizzata dal motivo visuale ricorrente nel film: la spirale, che vediamo ripetersi nei titoli e nell’incubo di Scotty, l’acconciatura di Madeleine, la scala del campanile, e il famoso giro a 360°della cinepresa intorno al bacio tra James Stewart e Kim Novak.

 

Come interessante divagazione, la più recente apparizione importante del concetto di eterno ritorno nella pop culture è avvenuta, naturalmente, nel calderone ribollente di True Detective, coi suoi intrighi decorativamente filosofici. Questo show ha anche adottato la spirale come motivo visuale principale.

La spirale, e il ritorno del passato, coinvolge anche il notevole utilizzo in “Vertigo” delle sue location nella città di San Francisco. In generale, la città è la rappresentazione fisica dell’idea del labirinto temporale, del passato che perseguita il presente. Nonostante la loro relativa antichità, le città conservano sempre il senso di essere il locus del moderno, del nuovo, dell’istante presente. Le città registrano i cambiamenti più rapidamente, nella scala temporale umana, rispetto al ritmo di cambiamento più lento del mondo della natura. Ma le città possiedono anche un ricordo delle loro proprie storie. In un certo senso, sono esse stesse il loro proprio museo, con le facciate moderne e le recinzioni di vetro attraverso cui si intravedono le loro precedenti forme di esistenza.

La San Francisco di “Vertigo” è definita sia dalla sua propria storia e dalla compenetrazione della sua storia pubblica con quella delle storie personali dei suoi protagonisti. I suoi luoghi sono tutti ricchi di storia locale: vecchie chiese, cimiteri, musei e librerie antiquarie. Attraverso Scottie e Judy/Madeleine, queste vecchie storie si reincarnano, i luoghi s’invischiano in nuove tragedie e complessi emotivi. In questo interferire sulle storie personali e pubbliche, la San Francisco di “Vertigo” non è mai totalmente un terreno spaziale obiettivo; è segnato, disposto secondo le storie emotive, soggettive e le ossessioni dei suoi personaggi. Guy Debord definì nel 1955 il concetto, oggi molto di moda, di “psicogeografia” come “lo studio delle leggi specifiche e degli specifici effetti dell’ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, sulle emozioni e i comportamenti degli individui.” Applicata alle aree urbane, la psicogeografia offre mappe per esplorare come l’organizzazione fissa dello spazio della città diventa randomizzata e personalizzata attraverso le interazioni degli individui con essa; come l’esperienza della città è sempre parzialmente oggettiva e pubblica, e parzialmente un fluido, soggettivo spazio mentale.

Seguendo questa sommaria definizione, “Vertigo” è una delle più grandi espressioni di psicogeografia della storia del cinema. Noi spendiamo la maggior parte del seguire la prima parte del film, semplicemente muovendoci attorno a San Francisco, seguendo Kim Novak a piedi e James Stewart in macchina, essendo cullati dallo stato onirico suscitato dal silenzio presente in questa parte del film, dalla cinepresa a mano e dal contrappunto musicale perturbante di Bernard Hermann. La città in cui entriamo è più uno stato mentale che un luogo: si tratta della San Francisco storica, uno spaccato che traccia la storia specifica di Carlotta Valdes, il suo opulento matrimonio, la sua rinuncia, la sua follia e il suo suicidio finale. Si tratta anche del luogo in cui nuove tragedie si intessono sulle vecchie: la profondità dell’infatuazione erotica di Scottie verso Madeleine, e l’omicidio della Madeleine Elster reale, la quale, come vedremo, è una reiterazione e un ritorno della tragedia di Carlotta Valdes. Quando Scottie e Judy/Madeleine fanno finalmente conoscenza, e ognuno dice all’altro che ciò che stan facendo lì a San Francisco è semplicemente vagabondare.

Naturalmente, si tratta di una bugia da parte di entrambi ma il vagabondare diviene un altro dei motivi poetici di “Vertigo.” Vagare senza una destinazione prefissata è un componente cruciale dell’idea di psicogeografia; è un rigetto della fissità utilitaria dello spazio urbano, aprendolo a una logica sottostante di un viaggio mentale, di inaspettate giustapposizioni, coincidenze e avventure.
Scottie suggerisce che lui e Madeleine dovrebbero vagare assieme, cosa a cui lei ribatte che due non possono mai vagare, che due assieme implicano sempre una destinazione, recarsi da qualche parte. Cionondimeno, per il breve che vagabondano assieme, “Vertigo” raggiunge la sua oasi felice, la sua breve e tremebonda fuga dal tempo, dall’eterno ritorno.
Anche se entrambi non sono mai lontani da loro. La Storia è sempre sullo sfondo, proprio come Carlotta continua a riemergere in Madeleine.
La coppia visita il Muir wood national monument e, sotto le imponenti, antiche sequoie, noi incontriamo ancora una volta la spirale, e questa volta prende la forma degli anelli del tronco di uno degli antichi alberi sezionati.
“Qui da qualche parte sono nata”, declama in modo monotono Judy/Madeleine/Carlotta indicando col dito [un punto degli anelli della sezione della sequoia] “e qui sono morta. E’ stato solo un momento per te, non c’hai fatto neanche caso.”
Queste sequenze nel film, sebbene inquiete come di consueto, e cariche di morbosità, melodramma e tensione, cionondimeno sono le più felici. Scottie s’è innamorato, prima di tutto dell’immagine di Madeleine, e poi col suo mistero, con la richiesta di risolvere il mistero e salvare la donna misteriosa. Anche Judy si sta innamorando di Scottie, in questo senso la sua interpretazione diventa inaspettatamente una realtà (così come l’interpretazione della sua morte diventa una realtà al termine del film.) Sia per Scottie che per il pubblico, questo è un periodo di sospensione, dove il mistero è ancora irrisolto ed appare ancora possibile eludere il cupo ciclo di inevitabilità e ritorno.

Ciò è, naturalmente, impossibile. Scottie e Madeleine stanno muovendosi verso una destinazione prefissata (la torre campanaria della missione San Juan Batista), e mai veramente vagavano per cominciare. Madeleine (per volere di Gavin Elster) stava seguendo le orme storiche di Carlotta Valdes. Dopo aver perduto Madeleine, lo Scottie addolorato del secondo tempo diventa un vagabondo seguendo un altro pattern fisso; egli sta seguendo le tracce della sua personale storia, seguendo se stesso che segue Madeleine (seguendo Carlotta) nel primo tempo. In questo modo, tutto in “Vertigo” si ripete, si specchia in un’altra, precedente iterazione, ed è destinato a ripetersi in un’altra, successiva incarnazione.
Le due metà di “Vertigo” sono incernierate sull’idea di una storia tragica dal passato che si ripete nel presente: il suicidio di Carlotta Valdes nella prima parte e la scoperta di Scottie e la perdita di Madeleine nella seconda.
Per apprezzare quanto queste storie siano intricate una nell’altra, consideriamo Carlotta Valdes. Scopriamo qualcosa su Carlotta attraverso il libraio antiquario Pop Leibel (magistralmente interpretato da Konstantin Shayne):

“E’ venuta da qualche piccolo posto a sud della città. Qualcuno dice da un insediamento presso un monastero. Giovane, certo, molto giovane. Ed è stata pescata a danzare e cantare in un cabaret da quell’uomo. Egli la prese e ha edificato per lei la grande casa nella Western addition. E, uh, c’era, c’era un bambino, certo, ecco, un bambino, un bambino. Non posso dirvi esattamente quanto tempo è trascorso o quanta felicità ci fosse ma poi l’ha buttata via. Non aveva altri bambini. Sua moglie non aveva bambini. Così tenne il bimbo e buttò lei via. Sapete, a quei tempi un uomo poteva fare così. Avevano il potere e la libertà.”

Dunque Carlotta Valdes fu una bella giovane donna,, voluta come amante da un ricco, potente uomo. Ebbero un figlio assieme; lui, stanco di lei, si tenne il bimbo, e abbandonò lei alla disperazione e al suicidio finale. E’ la storia di un uomo potente che usa e abusa di una donna restando impunito. Per Pop Leibel, anziano, sanguigno e immerso nella Storia, questa è una piccola storia familiare, un pezzo di folklore, qualcosa una volta abbastanza comune. “Ci sono molte vicende simili” dice. Tuttavia, adoperando due sottili indizi verbali, “Vertigo” collega brillantemente la vecchia storia di Carlotta Valdes agli eventi presenti del film e, specificatamente, a Gavin Elster e sua moglie, la Madeleine Elster reale, che nel film non vediamo mai. Gavin Elster è anche uno ricco e potente che ha usato una donna e vuole sbarazzarsi di lei.

Leibel si riferisce due volte all’amante crudele che caccia via Carlotta. Questo è letteralmente ciò che Gavin Elster fa con sua moglie: la uccide buttandola giù dalla torre campanaria. Leibel dice che una volta gli uomini potevano permettersi di fare ciò poichè ne avevano “il potere e la libertà.” Questa è la stessa espressione che evoca Gavin Elster quando esprime la sua nostalgia per la vecchia San Francisco, in una delle prime conversazioni con Scottie: “Le cose che mi fanno capire di più San Francisco stanno scomparendo velocemente…mi sarebbe proprio piaciuto vivere qui a quei tempi – colori, emozioni, potere, libertà…”
Troviamo qui un’altro dei molti momenti ironici di “Vertigo”: l’idea che Madaleine sia stata posseduta da Carlotta Valdes è una storia messa in piedi da Gavin Elster; in realtà, il destino ultimo di Carlotta, il suo status di vittima di potente uomo senza cuore, è reiterato attraverso la vera Madeleine Elster. Anche Scottie, perlopiù una simpatica vittima della situazione, è coinvolto in questa sequenza: egli possiede Judy ma alla fine la perde proprio per via del suo desiderio ossessivo di vederla come reincarnazione di Madeleine. Questa è un’altra delle ironie del film, che ha le radici nel mito e nella tragedia: egli vuole veder tornare Madeleine in ogni infimo dettaglio, e ottiene il suo desiderio, solo per perdere lei un’altra volta, di nuovo uccisa dalla caduta dalla torre.

Cosa succede a Scottie dopo la fine di “Vertigo”? Se decidiamo di prendere il film a livello letterale, egli è devastato, distrutto, catatonico, probabilmente suicida. Sebbene sembra un po’ meno plausibile, alcuni spettatori hanno suggerito che egli è ora finalmente libero dall’illusione di Madeleine e dal suo ciclo di colpa e ossessione. Se seguiamo la profonda logica onirica di “Vertigo”, tuttavia, ci rendiamo conto che la storia ha da ricominciare di nuovo e ripresentarsi all’infinito, come succederebbe se guardassimo a loop il film, ricominciandolo ogni volta da capo dopo la fine. La sequenza dove Scottie vede Madeleine per la prima volta al ristorante di Ernie mostra un tono particolare. L’espressione facciale di Stewart suggerisce un’incalcolabile malinconia, e il tema musicale di Hermann sottolinea una tristezza per qualcosa ormai passato, una vecchia ferita riaperta, sebbene la storia sia solo agli inizi. In realtà, l’espressione di Scottie probabilmente indica solo la sofferenza di innamorarsi di qualcuno che si crede assolutamente irraggiungibile, a causa della nostra immaginazione eccitabile, è come se egli fosse vagamente consapevole di averla già amata e perduta, molte volte. Successivamente, dopo averla salvata dalla caduta nella baia, Scottie segue Madeleine che torna al suo appartamento, da dove le passa un biglietto di ringraziamento dalla fessura della porta. Leggendo silenziosamente la nota in presenza di Madeleine, Scottie dice: “Spero lo facciamo.”

“Cosa?” domanda lei.
“Incontrarci di nuovo.”
“Dobbiamo”, controbatte lei seriamente.
Sebbene solo di striscio, questo scambio di battute ricorda gli spostamenti temporali di “L’année derniere à Marienbad”, un film che si avverte, sotto certi aspetti, come un sequel di “Vertigo” ancora più surreale – possiamo vedere la coppia a Marienbad (l’uomo e la donna senza nome indicati come X e A nella densa sceneggiatura di Robbe-Grillet) come una versione successiva di Scottie e Judy, i quali sono passati attraverso così tanti cicli di incontro e separazione che il loro intero spaziotempo si disfa in una vertiginosa confusione. Come per tutte le opere hitchcockiane, l’influenza di “Vertigo” sul cinema successivo è pervasiva, e si va dalle sottili allusioni a qualcosa di più palese, come nel caso del virtuale remake di Brian de Palma, “Obsession.” Nelle ultime opere di David Lynch, troviamo senza dubbio la più evidente connessione con “Vertigo.” E’ difficile, quasi impossibile, immaginare “Lost highway” e “Mulholland drive” privi del progetto strutturale ereditato da “Vertigo.” Consideriamo le somiglianze. “Vertigo” si scompone in due parti: la prima che potrebbe essere considerata un sogno o il prodotto di una fantasia (la possessione di Madeleine Elster che permette a Scottie di cimentarsi detective), e la seconda in cui la realtà della situazione è messa a nudo (Scottie come una specie di bullo controllato, in ultima analisi menato per il naso da Gavin Elster e da Judy.)
La storia complessiva è quella di un uomo che trova la sua amata ma non sarà mai in grado di tenersela, e con la suggestione di essere intrappolato in un eterno, ciclico purgatorio. Ciò, sostanzialmente, è ciò che troviamo in “Lost highway” and “Mulholland drive” (sebbene sia del parere che, in questi film, la demarcazione tra sogno e realtà sia meno netta di come molti commentatori suggeriscono.)

Con “Mulholland drive”, per esempio, possiamo traslare lo Scottie di James Stewart in Betty Elms/Naomi Watt e La Judy/Madeleine di Kim Novak nella Rita di Laura Harring. Nella prima metà di “Mulholland drive”, Betty gioca il ruolo dell’eroina detective infatuato con la voluttuosa smemorata Laura Harring come donna del mistero, l’impossibile oggetto del desiderio. Betty è separata da Rita e, nella seconda parte del film, molto più disperata della prima, diviene una figura molto meno simpatica fino a uccidere Rita (ora Camilla Rhodes), proprio come le azioni di Scottie nella seconda parte di “Vertigo” portano alla morte di Madeleine (ora Judy Barton.) In “Lost highway”, vediamo qualcosa di simile ma al contrario: l’assassina del sassofonista Bill Pullman è forse Renee, sua moglie bruna, la quale poi apparentemente, rinasce con un’identità differente, più giovane, da lui riscoperta come la bionda Alice.
“Ti voglio” sussurra lui.

“Non mi avrai mai”, replica Alice, percorrendo il deserto e ritornando nell’irraggiungibilità. Ogni cosa ritorna…ed è di nuovo perduta.

Per non sminuire la notevole originalità di questi film, e le loro differenze rispetto alla fonte hitchcockiana, suggeriamo soltanto che “Vertigo” è l’antesignano del film-puzzle onirico. E’ degno di nota che “Vertigo”, “Lost highway” e “Mulholland drive” siano stati interpretati da qualche critico come possibili variazioni del concetto stabilito da una storia di Ambrose Bierce, “Accadde all’Owl Creek Bridge”: storie le cui narrazioni principali sono fantasie che esistono nell’immaginazione del protagonista sull’orlo della morte. Il critico James F. Mayfield sostiene che i principali eventi di “Vertigo” potrebbero essere produzioni mentali di Scottie quando è aggrappato ai tetti alla fine della prima sequenza. Ciò m’è sempre apparso come qualcosa di poco probabile, ma in realtà trova qualche sostegno nel fatto che la bozza originale della sceneggiatura (di Samuel A. Taylor) si intitolava “Tra i morti, o Non ci sarà mai un altro come te, di Samuel Taylor e Ambrose Bierce.”
Indipendentemente da come prendere quest’interpretazione, “Vertigo” può essere considerato come il primo tentativo d’espressione di quel genere di film la cui realtà è falsa o ambigua, ciò che Thomas Beltzer (nel suo saggio “L’anno scorso a Marienbad: una meditazione intertestuale”) etichetta, senza direttamente invocare Hitchcock, the ontological vertigo film.

Per concludere: abbiamo iniziato considerando la canonizzazione di “Vertigo” come “Il più grande film di tutti i tempi” dal sondaggio di “Sight and Sound”, e la comune critica di come la soluzione del mistero del film sfidi la credibilità e la logica. Questo, in un certo senso, non dovrebbe apparire così sorprendente: anche la più soddisfacente soluzione di un mistero porta con sè un che di perdita e di svuotamento poichè, per sua natura, l’enigma ha la sua più piena estasi solo quando rimane in uno stato sospeso di irrisolto. Lo stato emotivo di rapimento generato dal mistero ci attira verso la soluzione, la quale, in definitiva, consiste nell’annullarsi dello stato emotivo di rapimento. Ed è la situazione di Scottie: nel tentativo di ricreare Madeleine egli tenta di ricreare l’estasi del mistero, del momento della sua sospensione e non soluzione, del vagare piuttosto che dell’arrivare; ma precisamente agendo così, egli affretta la soluzione del mistero, e uccide la donna per sempre. Se “Vertigo” sia o no un film “perfetto” sembra irrilevante, perchè esso raggiunge qualcosa di più persistente della perfezione: è il più ossessivo di tutti i film.





Vertigo o l’Eterno Ritorno (1)

28 02 2015

Il  seguente articolo di Tristan Eldritch del blog A few years in the absolute elsewhere (“Alcuni anni nell’altrove assoluto”), di cui questa è la parte prima, è disponibile nella sua edizione originale a questo indirizzo web:

http://2012diaries.blogspot.it/2015/01/eternal-recurrence-alfred-hitchcocks.html

e chiaramente si ricollega a questo post:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/05/24/vertigo-25-maggio-articolo-solo-di-immagini-e-musica/.

Al tempo in cui misi in rete quel post, avevo considerato l’importanza archetipica del film di Alfred Hitchcock, “Vertigo” (in italiano col fuorviante titolo – come si capirà bene leggendo – di “La donna che visse due volte”), in relazione ai tempi che stiamo vivendo. All’epoca avevo pensato alle immagini del film riportate come profetizzanti un futuro ben determinato, che solo a posteriori, ad avvenimento accaduto, avrebbero acquistato senso, come spiegavo poco tempo dopo in un altro post-appendice:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/06/28/vertigo-25-maggio-addendum-quasi-a-luglio/

Questo post è stato – secondo le mie intenzioni – parte di quell’ “arte di CREARE messaggi a carattere profetico” o di “NOTARE messaggi a carattere profetico.” L’ingrandimento delle due figure – maschile e femminile, nera e bianca – dentro quella doppia spirale nella locandina originale del film Vertigo di Alfred Hitchcook, sembra voler evidenziare un ben determinato particolare, inerente qualcosa di ben preciso che non è ancora accaduto. Sembra quasi manchi solo quel qualcosa da associare a quell’immagine, evidenziata dall’ingrandimento, una volta che sarà accaduto.

Mi ero fissato sul quadro particolare (per esempio la caduta dalla torre, come quella dei tarocchi) senza riflettere, in quel momento, su come il film richiami, in uno spettro più ampio, il senso generale del ripetersi ciclico dei drammi a ogni livello dell’umanità sia nel micro che nel macro, il corso e ricorso continuo perchè “la lezione non la si è ancora imparata” e si ripete sempre lo stesso errore, a diversa magnitudine, maggiore o minore, rispetto alla precedente. Penso, insomma, che “Vertigo” abbia a che fare col mistero del tempo.

Le parti del testo sottolineate sono quelle che hanno maggiormente attratto la mia attenzione.

 

L’ Eterno ritorno: “Vertigo” di Alfred Hitchcock (1958)

Sepolto negli studi della natura, più di in ogni altra cosa adatte alle impressioni attutite del mondo esterno, è solo da quella dolce parola – di Ligeia – che la fantasia mette davanti ai miei occhi l’immagine di lei che non è più.”
Edgar Allan Poe, Ligeia.

Correva l’anno 2012 quando “Vertigo” di Alfred Hitchcock, nel sondaggio di “Sight and sound” risultò essere il più grande film di ogni tempo, scalzando finalmente via dal piedistallo “Quarto potere” di Orson Welles, cioè dal posto che manteneva con particolare tenacia fin dal 1962. Ciò ha rappresentato il culmine di una rivalutazione critica già da un po’ di tempo in corso. “Vertigo” ebbe critiche ambivalenti fin dal suo primo apparire, e al botteghino non risultò brillante, a differenza dei precedenti successi di Hitchcock. La casa di produzione del regista lo tenne fuori dalla circolazione per un decennio, e che la critica nei suoi riguardi ricominciò a prendere slancio solo quando venne di nuovo distribuito nelle sale nel 1983.

Oggi, “Vertigo” è considerato parte integrante sia dell’arsenale di Hitchcock sia della storia del cinema. Tuttavia, una certa minoranza del pubblico rimane non convinta dal film. Ricordo un mio amico, molti anni fa, dirmi che proprio non riusciva ad apprezzarlo, pur essendo un grande appassionato di cinema e un ammiratore della maggior parte dell’opera hitchcockiana. Il suo scoglio era la credibilità della trama. In tutta onestà, non si può negare che, a  livello letterale, la risoluzione del mistero di “Vertigo” è quasi impossibile da mandar giù, è – come ammise Bosley Crowther – “diabolicamente inverosimile.” Ci si potrebbe anche interrogare sulla scelta di Hitchcock di discostarsi dal romanzo originale, torcendone la storia, rivelando la conclusione a due terzi dalla fine. Probabilmente, è proprio questa forzatura della trama ad aver spinto il critico Tom Shone – nel suo libro del 2004 “Blockbuster” – a sostenere che “Hitchcock si diverte a oliare i meccanismi delle sue trame fino a ottenerne una specie di lucido brusio di fondo” e così sembra, quindi, che non sia il caso di mettere sul piedistallo, da parte di “Sight and sound” e il suo sondaggio, proprio quel film, dove tutto è in sospeso, gli angoli sono sbilenchi e dove il critico di cinema non cava un ragno dal buco.

Vertigo è un film diviso in due parti, ciascuna di esse finisce con la caduta (o caduta apparente, nel primo caso) del personaggio di Kim Novak dal campanile della missione San Juan Batista. Il pubblico, nella prima parte, così come il personaggio di James Stewart, John “Scotty” Ferguson, è rapito e ingannato. Nella seconda parte, il sogno è gradualmente decodificato, e ogni cosa è differente. Ferguson, simpatico nella prima metà, nella seconda diventa un bullo prepotente e feticista. La Novak, così notevole nella sua interpretazione della spettrale ed eterea Madeleine nella prima parte, diventa meno convincente nella seconda, quando interpreta la figlia della classe operaia Judy.

La grande magia del primo tempo, il suo senso ipnotico dell’abbandono a un sogno a occhi aperti e la persistenza spettrale del passato, deve cedere il passo a una spiegazione razionale, alla meccanica della trama. Per questo motivo, l’insoddisfazione con “Vertigo” – il senso del suo “essere in sospeso e con gli angoli sbilenchi” – tende a essere focalizzata in questa seconda metà del film.

Tuttavia, anche se ci concediamo questa critica alla storia tesissima di “Vertigo”, io continuo a pensare che sia un meritato candidato per il titolo di “Sight and sound”, tenendo conto, naturalmente, quanto sia soggettiva e chimerica la nozione che ogni film potrebbe essere “il più grande di tutti i tempi.” Nessuno ha mai messo in dubbio che “Vertigo” sia magistralmente diretto e interpretato, ma questa è solo una componente della sua distinzione e grandezza, si tratta di una qualità bonus per “Vertigo”, qualcosa che trascende la sua maestria così come fa con i contorsionismi logici della trama. L’unica metafora che viene in mente pensando a tutto questo, è la illusoria “Madeleine Elster” di cui Ferguson s’innamora perdutamente. Ci sono molte buone ragioni per cui qualcuno s’innamori di Madeleine-Kim Novak (ho deciso di mettere “Madeleine” in corsivo per evitare fastidiosi giri di parole come “Judy cioè Madeleine cioè Carlotta.”) Madeleine è più di una banale donna meravigliosa, egli offre a Ferguson qualcosa che è, allo stesso tempo, molto più inebriante e terrificante del semplice glamour di superficie, comunque abbondante. Madeleine è ossessionata dalla presenza di un’altra donna, la tragica Carlotta Valdes, lei stessa un essere dalle mutevoli sfaccettature: prima la bella Carlotta, poi la triste Carlotta, infine la folle Carlotta. Madeleine è un mistero, una sonnambula dentro un corridoio fatto di specchi rotti e frammenti di sogno, una donna che lotta per affermare la propria identità lottando contro correnti soprannaturali che la spingono nel passato, nella fredda fissità di un vecchio dipinto, verso un incontro prematuro alla fine della parte più buia in fondo al corridoio. Lei è la presenza attraverso cui le forze primordiali e i misteri del sesso, della morte, del sogno e del tempo si affermano. C’è poco da meravigliarsi che “Scottie” abbia preso così male tutto ciò!

Inoltre, non c’è da stupirsi che NOI abbiamo preso così male “Vertigo” nel corso degli anni. Così come in Madeleine, la bellezza di superficie della sua maestria è aumentata dal senso del suo essere ossessionata da altre presenze in corridoi sotterranei senza fine, dalla sensazione perturbante di qualcosa che sappiamo ma non possiamo proprio articolare a parole.
Tessuto intorno alla sua familiare struttura [hitchcockiana] di storia basata sulla suspence e il mistero, “Vertigo” possiede un’atmosfera fortemente onirica e una qualità letteraria, è immerso nella poesia anche nei suoi più casuali dettagli e diventa, dopo ripetute visioni, uno di quei film stranamente labirintici, dove ogni motivo e idea ricorrono e si ripetono in forme diverse per tutto il film. L’effetto è come quello dell’immagine che compare nei titoli di testa e, più tardi, nell’incubo di Scottie, la figura umana che precipita nella spirale, la spirale nei capelli di Kim Novak, la spirale del passato che ricorre nel presente. “Vertigo” possiede la ricchezza tematica e la coerenza estetica di un grande romanzo, o almeno sembra. Non sappiamo quanto del suo potere di suggestione può essere attribuito al romanzo da cui è tratto (“D’entre les morts”, letteralmente “Tra i morti”, di Pierre Boileu e Pierre Aryraud, che non ho letto), quanto allo stesso Hitchcock e ai suoi stimati collaboratori, e quanto alla sua propria immaginazione. I film sono realizzati catturando a perdifiato la luce di un singolo giorno, per poi soffermarsi con noi per l’intera vita.

Il seguente saggio è un tentativo di districare il mistero del perchè “Vertigo” lanci un incantesimo così potente e duraturo su registi e amanti del cinema. Alcuni degli echi e delle risonanze che trovo in esso sono, senza dubbio, volute dai suoi autori, alcuni sono accidentali e altri dovuti alla mia particolare sensibilità. E’abbastanza chiaro che la nostra immaginazione influisca sulla visione di “Vertigo”, in quanto si tratta di un film dove vediamo il mondo intero, la sua stregata San Francisco, attraverso lo sguardo incantato e disordinato del suo protagonista, Scotty Ferguson.

Tanto per avere sotto mano la trama familiare di “Vertigo”: John “Scotty” Ferguson è un detective di San Francisco che scopre, durante un inseguimento sui tetti, di soffrire di Acrofobia [la paura delle altezze, le “vertigini.”] E’afflitto dal senso di colpa verso il collega che ha trovato la morte nel tentativo di salvarlo, e dal senso di inadeguatezza a causa dei suoi accessi di vertigini. Scottie va a prendere conforto presso dalla sua amica ed ex fidanzata Midge. Non sapendo che fare, si trova a malincuore impiegato da Gavin Elster, una vecchia conoscenza dei tempi del college, ora in un’impresa di spedizioni marittime, assieme alla moglie Madeleine. Elster afferma che sua moglie è posseduta da una donna morta da lungo tempo – Carlotta Valdes – e vuole saperne di più sulle attività giornaliere prima di coinvolgere i medici. Seguendo Madeleine, Scotty scopre una donna apparentemente in trance, che rivisita senza fine una manciata di luoghi storici di San Francisco di particolare risonanza emotiva. Questi includono la tomba di Carlotta Valdes alla missione Dolores (l’unica struttura superstite della prima San Francisco) e il museo d’arte presso il California palace della legion d’onore, dove Madeleine studia un ritratto di Carlotta. Madeleine sembra ispirarsi alla figura del ritratto, portando con sè un mazzo di rose e modellandosi la parte posteriore della sua capigliatura in una treccia a forma di spirale.

Dopo aver salvato Madaleine da un apparente tentativo di suicidio nella baia di San Francisco, lei e Scottie iniziano un tentativo di relazione. Il tempo, però, stringe. Carlotta Valdes ha commesso il suicidio all’età di ventisei anni, la stessa età che ha ora Madeleine. Abbiamo la forte sensazione che Madeleine si stia fondendo in Carlotta, e la storia è destinata a ripetersi. Tuttavia, Scotty crede che Madeleine può essere salvata e il mistero della sua possessione spiegato razionalmente. Importanti per risolvere questo mistero sono i frequenti sogni di Madeleine, di un monastero spagnolo del XVIII secolo la cui chiesa ha una grande torre campanaria. Questo luogo sembra essere la chiave, il locus attorno a cui gira la spirale. Rendendosi conto che questi sogni rappresentano un posto reale, la missione San Juan Batista, Scottie la porta lì, sperando che la tangibile realtà abbia la meglio sulle sue manie di possessione. Tuttavia, i risultati sono opposti: dopo aver confessato il suo amore per l’ultima volta, Madeleine corre nella chiesa. Scotty tenta di seguirla fino alla scala a chiocciola della torre campanaria ma, ostacolato da attacchi di vertigine, guarda impotente Madeleine che si tuffa dall’alto fino a morire. In altre parole, siamo tornati all’inizio del film, le vertigini di Scotty come causa involontaria della morte di qualcuno, questa volta col senso di colpa più grave perchè era la donna che amava.

Passiamo adesso alla seconda parte del film. Scottie, addolorato fino al punto d’impazzire, è diventato come Madeleine nella prima parte: una figura spettrale, posseduta dal passato, che ritorna incessantemente ai luoghi di San Francisco con un personale, ossessivo, significato. Durante il suo vagabondare, incontra una brunetta, Judy Barton, la quale somiglia singolarmente a Madeleine. Nonostante la rassomiglianza fisica, Judy è un’operaia di Salina, Kansas, più terra-terra e aperta sessualmente di Madeleine. Nella suddetta bizzarra rivelazione, il pubblico è immediatamente lasciato nel complesso della trama: Judy era impiegata da Gavin Elster per impersonare sua moglie. La Madaleine di cui Scotty s’innamorò era dunque una finzione, la storia di Carlotta Valdes un elaborazione fantastica (ciò che proprio non va giù ai detrattori di “Vertigo”), uno stratagemma per assicurare un testimone per il supposto suicidio di Madeleine Elster, in realtà una tattica di adescamento fatta apposta da Gavin per denaro.
Tuttavia, proprio nel fare finta di essere Madeleine, Judy ha fatto per davvero innamorare Scotty, e così decide di assecondare il suo corteggiamento nella speranza che possa innamorarsi di lei per quello che realmente è. Ciò, però, si rivela doloroso e impegnativo, dal momento che Scotty accarezza ossessivamente l’idea di riportare Madeleine in vita in ogni suo più piccolo dettaglio. Con cura meticolosa e spesso tirannica coercizione, fa somigliare il più possibile Judy a Madeleine, cambiando il suo guardaroba e il suo taglio di capelli, e aggiungendo alla fine l’ultimo dettaglio fondamentale: la spirale appuntata dietro ai capelli. Ora che è tutto al suo posto, abbiamo una delle maggiori estasi della storia del cinema: l’apoteosi di passione romantica e perverso feticismo mano a mano che che la cinepresa di Hitchcock ruota delicatamente intorno alla coppia, intorno all’eroe sempre più ambiguo che ha raggiunto il suo empio obiettivo, la dea bionda e impervia come simbolo dell’irraggiungibilità in vita, divenendo letteralmente così anche nella morte.

L’estasi è di breve durata. Dopo aver donato il gioiello a Judy, Scotty comincia a sospettare la verità e torniamo circolarmente di nuovo al campanile della missione San Juan, dove Scotty supera la sua acrofobia e costringe Judy a confessare. L’improvvisa comparsa di una suora spaventa Judy, facendola slittare oltre il bordo e dunque ripetendo l’inevitabile tragedia del film.

Vertigo si conclude con Scotty, in piedi davanti al campanile, tre volte addolorato e morso dal senso di colpa, che sembra intrappolato in un ciclo che lo porta a rivivere la stessa tragedia, più e più volte.

Alcuni delle più comuni risonanze tematiche di “Vertigo” sono incentrate sulla relazione di Scottie con Madeleine/Judy, e particolarmente il rimodellamento di quest’ultima nella prima da parte di Scottie; nella seconda parte, dunque, le tratterò brevemente prima di esplorare le qualità mitiche e letterarie del film. In un senso generale, l’ossessione feticistica di Scottie verso Madeleine ci ricorda la tendenza diffusa di innamorarsi attraverso idealizzazioni, immagini o preconcetti, senza tenere conto delle imperfezioni, delle complessità e delle variazioni giorno dopo giorno. L’amore, per un carattere fortemente romantico o sensuale, tende a essere un’idealizzazione o un particolare ardore generato da un’immagine. Per la persona affascinata da questo tipo di passione, l’idealizzazione e l’immagine esistono in un regno elevato sopra la realtà quotidiana in cui, invece, l’oggetto del desiderio è completamente in carne e ossa. Questa è la situazione in cui Judy si ritrova: lei vuole che Scottie la ami per la sua reale personalità, ma lui rimane ossessivamente affascinato alla fantasia di Madeleine, la quale è stata creata da lei e da Gavin Elster per intortarlo. (Un’altra questione qui sollevata è legata all’identità: Scottie s’è innamorato di Judy perchè il suo aspetto e la sua personalità erano modellati per diventare Madeleine o solo per via della performance e della fantasia di Madeleine?
Le due cose – la persona e l’adozione dei tratti dell’altra persona – sono così facilmente separabili?)

La ricreazione di Madeleine da parte di Scottie è stata associata più frequentemente ai feticci caratteristici e agli ideali femminili dello stesso Hitchcock. La ricorrente propensione del regista per il tipo femminile della bionda raffinata e riservata, è stata descritta da Truffaut come “il paradosso tra il fuoco interiore e la superficie fredda.” Hitchcock stesso ha espresso questa dualità in termini più decisi: “Noi siamo per le tipe da salotto, le donne reali che diventano puttane quando sono in camera da letto.” (Style on film: “Vertigo”)
Questo è un desiderio maschile abbastanza tipico, di vedere incarnate la Madonna e la puttana in una persona sola – apparentemente repressa, privatamente sfrenata – va in qualche modo verso la comprensione della dualità tra la bionda e la bruna di “Vertigo” come incarnazioni della stessa donna, e gli stili diversi di abbigliamento e il diverso tipo di sessualità incarnati da Madeleine e Judy Barton. L’abito caratteristico di Madeleine è l’abito grigio, soggiogante, chiuso in modo restrittivo e non sensuale, quasi severo ma elegante nella sua sobria semplicità. Il senso generale di restrizione, moderazione e controllo è completato nel dettaglio finale della ricreazione di Madeleine da parte di Scottie: la pinzetta per capelli dietro la testa. Questo, chiaramente, rappresenta l’ideale di Hitchcock: la sensualità resa ancora più seducente dal suo essere sobria, nascosta sotto la superficie fredda.
Al contrario, quando incontriamo per la prima volta Judy Barton, indossa un abito verde luccicante che evidenzia le forme naturali del suo corpo, senza reggiseno (cosa inusuale per l’epoca.) Ciò è l’opposto della restrittiva, soggiogata sessualità rappresentata da Madeleine. Nei suoi, in qualche modo forzati, toni da ragazza operaia, Kim Novak-Judy dice a Scottie: “Ho già preso appuntamenti al buio, a dirti la verità, mi è già successo.” E’ questa ragazza terra-terra, più naturale e spiccia, che non riesce a emozionare Scottie, mentre invece resta incantato dalle fantasie sulla Madeleine artificiale, la donna che diventa un dipinto, un’opera d’arte.
In un interessante frammento di vita che imita l’arte, Kim Novak, doveva essere indotta a indossare l’abito grigio dal suo regista, proprio come come Judy deve esserne costretta da Scottie.

Non è dunque difficile vedere “Vertigo” come uno scorcio, forse involontario, negli angoli più oscuri della psicologia del suo regista, e uno studio, in generale, sul soggiogamento e la sottomissione della donna. Sebbene alcuni dettagli restino contestati, la preoccupazione di Hitchcock col suo personale ideale di bionda, sembra essere divenuto del tutto malsana al tempo della sua relazione con Tippi Hedren. Le corrispondenze tra Scottie come un bullo, solo saltuariamente simpatico, nella seconda metà di “Vertigo” e il rapporto apparentemente ossessivo, prepotente e abusivo di Hitchcock nei confronti di Tippi Hedren, è un argomento affascinante, ma è un aspetto di “Vertigo” così ben tracciato altrove che in questo saggio non mi soffermerò su di esso.

“Pigmalione” di Jean-Baptiste Regnault, 1786, Musee National du Chateau et des Trianons, wikipedia.

Le storie moderne con una certa risonanza e potere archetipico, hanno frequentemente analogie con molti miti antichi. Almeno, questo è senza dubbio il caso di “Vertigo.” Il più ovvio, mitico, precursore è la storia di Orfeo ed Euridice. Orfeo perde la sua amata, e va nel mondo sotterraneo per reclamarla dal mondo dei morti. La sua musica affascina così tanto Persefone da permettergli di riportare Persefone nel mondo di sopra, ma a una condizione: Orfeo deve camminare davanti alla sua sposa e non voltarsi indietro fino a che non hanno riguadagnato la terra dei viventi. Tuttavia, Orfeo è malaccorto, e perde la sua amata per la seconda volta, questa volta per sempre. “Vertigo” ricapitola questa tragedia classica. La morte strappa (o sembra strappare) Madeleine a Scottie, ma poi, miracolosamente, egli la ottiene indietro. Tuttavia, le sue azioni, in ultima analisi, portano alla vera e permanente perdita della sua amata. Il divieto di guardare indietro sembra particolarmente adatto in relazione al tema principale di “Vertigo”, del ritorno inevitabile del passato nel presente. La tragedia di Scottie è che, quando trova Judy, egli ha la donna che amava, e il suo amore per lui era l’unica cosa di Madeleine non contraffatta. Ma lui è ossessionato dal passato, ed è costretto a voltarsi indietro, prima nella ri-creazione di Madeleine, e poi nel ritorno alla missione San Juan Batista, dove diventa realtà ciò che la prima volta era illusione, ed è costretto a perdere Judy/Madeleine per sempre.

Scottie ricorda anche il mito di Pigmalione ed Edipo. Pigmalione fu lo scultore cipriota che scolpì una donna nell’avorio – Galatea – così perfetta che si innamorò di lei. Pigmalione pregò Afrodite di incontrare una donna bella come la sua statua e, dopo essere tornato a casa e baciato Galatea, trovò che l’avorio senza vita era divenuto carne vivente, e il suo idealizzato lavoro artistico una donna reale. Questo mito differisce da “Vertigo” nel suo lieto fine e in un altro elemento cruciale: Scottie si innamora di un’opera d’arte che non ha creato egli stesso, ma che è piuttosto una creazione della drammaturgia di Gavin Elster e della recitazione di Judy Barton. Cionondimeno, “Vertigo” riflette e inverte l’inquietante trasformazione del mito di Pigmalione.
Madeleine è una donna reale in procinto d’essere assorbita in un dipinto e nel freddo della storia, e Judy una donna reale che Scottie non può amare fino a che non è trasformata in un’opera d’artificio.
D’altra parte, Edipo, viene spesso chiamato il primo detective della letteratura. Assomiglia a Scottie, nel senso che la sua tenacia nel risolvere l’enigma della propria discendenza e identità, è in definitiva la sua rovina, qualcosa che non gli porta nulla a parte una profonda sofferenza.





Un articolo che vi ipnotizzerà

10 02 2013