Una bestia chiamata Occidente: la discesa nella pazzia

24 08 2022

Presentando questa terza e ultima parte dello scritto di Alastair Crooke, voglio fare una piccola prefazione al riguardo. Sebbene riconosca la validità della maggior parte delle cose da lui dette (non tutte), la visuale complessiva del suo scenario meriterebbe di essere ulteriormente ampliata. Il materiale contenuto in questi tre articoli potrebbe in futuro venire utilizzato in questo blog come riferimento per degli studi ulteriori riguardanti i cicli e i ricorsi-mutamenti nella storia. In particolare penso a una certa analogia che, se non ricordo male, mi venne riferita da Mediter (“http://mondo-simbolico.blogspot.com/“), tra le tensioni europee che seguirono la Rivoluzione francese e le tensioni europee a cui si sta assistendo dal 2006-2012 in avanti. Quelle di duecento anni fa sarebbero state risolte dal Congresso di Vienna nel 1815, da cui sarebbe uscita fuori una Restaurazione (un “voler ritornare a prima di Napoleone e della Rivoluzione”) la quale però non fu MAI completa e, anzi, dovette sempre tener conto dei cambiamenti mai visti prima sopraggiunti nei due decenni precedenti.

Tenendo presente queste cose che ha notato Mediter, ho pensato a una possibile analogia tra i periodi storici 1760-1820 e 1976-2036. Il primo di questi ha origine, seguendo gli studi di Igor Sibaldi, nell’anno in cui “una bestia chiamata ‘Occidente’ emerse dalle acque della storia precedente”, grazie a tre dinamiche in particolare: 1) La guerra dei sette anni in cui furono coinvolte per la prima volta tutte le potenze europee in tutto il mondo, Asia, Africa e America comprese; 2) L’inizio in Inghilterra di quella che si sarebbe chiamata “rivoluzione industriale”; 3) L’inizio in Francia del modo di pensare razionale e scientifico anti-religioso anti-tradizioni chiamato “illuminismo.” Tutto questo, nei sessant’anni seguenti, sarebbe confluito nella nascita degli Stati Uniti, nella Rivoluzione francese, negli sconvolgimenti napoleonici e infine – con la Restaurazione uscita dal Congresso di Vienna – nel frenare gli slanci troppo violenti (e per certi versi troppo in anticipo sui tempi) della Rivoluzione e di Napoleone.

Duecentosedici anni dopo, “dalle acque della storia precedente” emerse la tecnocrazia e, ovviamente, così in germe com’era (proprio così come l’industrializzazione e l’illuminismo nel 1760), ben pochi se ne accorsero quando comparvero i primissimi personal computer usciti dagli entourage dei giovanissimi Steve Jobs e Bill Gates. In seguito, nei due decenni successivi (anni ’80 e ’90 del XX secolo), la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni presero slancio, allo stesso modo della Rivoluzione americana (da cui uscirono gli Stati Uniti) più di duecento anni prima: gli anni 1760-1790 in cui si estendevano industrializzazione, illuminismo e la civiltà europea nel mondo, ritornano sotto nuove vesti negli anni 1976-2006, in cui si sono estesi i personal computer, internet e l’intelligenza artificiale.

I cosiddetti BoBo (Borghesi Bohemien), di cui racconta Alastair Crooke, fanno la parte di coloro che duecento anni prima – nutriti di quelle letture di Rousseau che viene citato – sarebbero stati  i giacobini (e, poco meno di cento anni prima, sarebbero stati i bolscevichi?) Sono quelli alla base dell’attuale tecnocrazia, la quale, per diverse ragioni, è un prodotto della cosiddetta “ideologia californiana” uscita fuori dagli anni ’90. (“https://it.wikipedia.org/wiki/Utopismo_tecnologico“)

«Il Golia del totalitarismo sarà abbattuto dal Davide del microchip»

(Ronald Reagan)

Nella cultura degli anni novanta del XX secolo cominciò a rifiorire un movimento del tecno-utopismo, legato al fenomeno delle società dot-com. Ciò avvenne soprattutto nella costa occidentale degli Stati Uniti, in particolare, nei dintorni della Silicon Valley. L’ideologia californiana era un insieme di credenze che conciliavano atteggiamenti bohémien e antiautoritaristi della controcultura degli anni sessanta con tecno-utopismo e aderenza ai valori delle politiche economiche libertarie. È stato attivamente promosso nelle pagine della rivista Wired, che è stata fondata a San Francisco nel 1993 ed è stata vista per un numero di anni come la “bibbia” dei suoi seguaci.[8][9][10]

Questa forma di tecno-utopismo riflette la convinzione che il cambiamento tecnologico rivoluzioni le società umane e che in particolare la tecnologia digitale – di cui Internet non era che un presagio modesto – aumenterebbe la libertà personale liberando l’individuo dal rigido abbraccio del grande governo burocratico. I “lavoratori della conoscenza” renderebbero le gerarchie tradizionali ridondanti; le comunicazioni digitali permetterebbero loro di sfuggire alla città moderna, un “residuo obsoleto dell’era industriale[8][9][10].

I suoi seguaci sostengono il superamento della suddivisione tradizionale tra partiti di destra e di sinistra, ritenendo che questa contrapposizione sia obsoleta. Ciò nonostante, un tecno-utopismo sproporzionato ha attratto diversi aderenti degli schieramenti ultra liberali. Pertanto, i tecno-utopisti hanno espresso una ostilità verso la regolamentazione da parte del governo e una fede nella superiorità del libero mercato. Tra i più noti autori del tecno-utopismo vi sono George Gilder e Kevin Kelly, un editor di Wired che ha anche pubblicato diversi libri[8][9][10].

Gli anni 1790-1796 della Rivoluzione francese – seguendo questo parallelo tra giacobini e ideologi californiani – ritornerebbero negli anni 2006-2012, quando i tempi della diffusione dei personal computer e di internet, si sarebbero mostrati ancora di più come “spazzanti via il vecchio” come delle “ghigliottine che tagliano la testa al passato”: consistenti nell’internet wireless ovunque, negli smartphone e nei tablet, nei social network, e nel web 2.0. degli algoritmi e metadati. Passato il 2012, sarebbe iniziata una nuova “epoca napoleonica”: avremmo visto i diversi volti della tecnocrazia invadere e avere l’intenzione di voler far piazza pulita nel mondo dell’industria, della politica, della finanza. La reazione del “vecchio mondo”, degli “eserciti anti-napoleonici”, dopo il 1802-1808, avrebbe fatto ritorno nel 2018-2024 e, così come allora, ci sarebbero state tensioni e blocchi, oltreché pazzie. Nel 1808-1814, Napoleone si sarebbe spinto troppo in là, avrebbe azzardato eccessivamente: cosa che, alla fine, avrebbe fatto in modo che Napoleone venisse vinto da quel “vecchio mondo” delle potenze europee anglo-tedesche-russe. Cosa succederà nel 2024-2030? L’ideologia californiana – da cui in sostanza sono uscite fuori cose come il “Gran Reset” – si spingerà troppo in là, la farà fuori dal vaso e verrà vinta, da cosa? Dal “vecchio mondo”…i populisti sovranisti?! Perciò il 1814-1820 forse ritornerà nel 2030-2036. Ci sarà una nuova Restaurazione e un nuovo Congresso di Vienna ma, nonostante questo – proprio come duecentosedici anni prima – non si riuscirà davvero nell’obiettivo di “ritornare ai tempi passati, quelli di prima la Rivoluzione”… a “ritornare ai tempi passati, di prima dell’ideologia californiana e la tecnocrazia” e ci sarà dunque uno strano misto – quasi contraddittorio ma reale – di “ritorno all’indietro” (ai valori “analogici e non digitali” “comunitari tradizionali e non globalisti anti-tradizione”, diciamo) contemporaneamente però a slanci di progresso anche violentemente nuovo, così come successe in quel 1820-1826 che potrebbe ritornare con nuove vesti nel 2036-2042.

Tornando ai tre articoli di Crooke, quel totalitarismo che lui vede in Occidente, da parte di una “sinistra radicale” fatta di alto-borghesi (se non élite aristocratiche) tecno-utopiste, è lo stesso totalitarismo che vediamo all’opera quando i computer ci costringono a pensare in un certo modo e a far sì che (e)seguiamo i loro intenti e non i nostri. Crooke è un ultra-liberale all’antica e, per ciò stesso, è contro anche un liberalismo completamente basato sull’intelligenza artificiale la quale detta ordini per far si che “il mondo continui a girare.” E’ indubbio che, ora come ora, milioni e milioni di persone pedalino al ritmo dell’ideologia californiana, che sembra dettare la tabella di marcia del mondo (non certo solo quello strettamente occidentale) e dei mass media…per questo, soprattutto nel seguente e ultimo articolo (che l’abbiamo inserito in una specie di “trilogia della bestia Occidente”) ciò venga visto come un “scivolamento nella pazzia.” Ma è una pazzia analoga a quella che fece sì che nel 1804 un “figlio della Rivoluzione francese” divenisse imperatore con la benedizione del papa. E’ la pazzia dei tempi.

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Gli argomenti non ruotano più intorno alla verità. Siete o ‘con la narrativa’ o ‘contro di essa‘, scrive Alastair Crooke. 

“La follia è l’eccezione negli individui; ma la regola nei gruppi” (Fredrich Nietzsche)

 

Questo è il terzo articolo di una serie di tre.

Il primo si focalizza su come il disorientamento di oggi assieme a un senso di salute mentale collettiva scomparsa, sia la manifestazione di uno stress psichico dovuto all’aver imbracciato contraddizioni tali da essere incapaci di una sintesi puramente razionale: un’ideologia che si propone essere esattamente ciò che non è. O, in altre parole, proclamando apparentemente libertà e individualismo – mentre nasconde nel suo linguaggio un’ideologia che insiste su come ogni comunità con delle radici non può supportare una ‘società redenta’ (a causa di razzismo radicato, di idee sorpassate ecc…) – deve dunque venire ripulita dall’alto verso il basso. Deve venire redenta da tutti questi lasciti. Ciò rappresenta i semi ‘bolscevichi’ che Rousseau seminò nel suolo fertile di una pre-esistente di una disposizione culturale franco-europea verso il totalitarismo.

Il secondo articolo ha affrontato il tema di come, negli Stati Uniti, questo ‘seme’ germogliò [dopo il 1989] in dei “gruppi di pensiero (groupthinking)” dei cosiddetti BoBo [Borghesi Bohemien], nella loro insistenza su come le deficienze umane [caratteristiche nelle comunità locali radicate] richiedessero di “essere risolte una volta per tutte”. Questo ideale doveva essere manifestato in uno sforzo che doveva portare un cambiamento rivoluzionario nella società occidentale, gettando il guanto di sfida a quelle che erano viste come ingiustizie strutturali nell’ordine economico, politico e sociale.

Ciò ha significato, in pratica, fare uscire fuori dal potere quelli “che erano troppo spesso maschi e bianchi”, e fare entrare dentro il potere e il danaro quelli che venivano sistematicamente vittimizzati. Per accelerare questo processo, è stato utilizzato il ricorso al panico morale (Covid e Cambiamento Climatico) per attuare l’abbandono al rallentatore dei nostri precedenti principi di governo in modo da ‘rifare l’essere umano’: Un progetto di re-immaginazione ‘umana’ che può venire attuato solo attraverso l’adozione di politiche illiberali .

Questo terzo articolo tenta di tratteggiare brevemente come queste tensioni hanno condotto una fazione delle élite occidentali a un disordine psichico (psicosi) secondo le premesse del prof di psicologia clinica Mattias Desmet, secondo le quali il totalitarismo non è una coincidenza storica ; non si forma nel vuoto, nasce attraverso la storia, di una psicosi collettiva che ha seguito una sceneggiatura prevedibile.

Tale quadro è importante per comprendere “dove ci stiamo trovando” e per inquadrare la resistenza a questa nuova fiammata di totalitarismo, – essendo un processo che acquista in forza e velocità ogni generazione, dai giacobini ai bolscevichi ai nazisti, nel solco degli avanzamenti della tecnologia.

Desmet espone accuratamente le tappe psicologiche che portano al totalitarismo : i governi, i mass media e altre forze meccanizzate  usano la paura, la solitudine e l’isolamento per demoralizzare le popolazioni ed esercitare un controllo, persuadendo degli ampi gruppi di persone ad agire contro i loro propri interessi – con dei risultati destrutturanti.

Per comprendere come funziona il totalitarismo, basta osservare che i suoi germi sono dappertutto intorno a noi. Inutile ripeterlo. Da quando i mezzi di comunicazione sono divenuti decentralizzati, digitali e algoritmici, la collusione dello stato con le piattaforme tecnologiche per controllare la cultura contemporanea, ha forzato gli individui a raggrupparsi in folle, in mandrie, dove le analisi riduzioniste, i signorsì et un tossico disprezzo per ogni punto di vista differente, servono ad alimentare i “clic” dei mezzi di comunicazione di massa, – anche se ciò ghiaccia l’immaginazione creativa e l’intelletto.

E’ impossibile rimanere al di fuori di questo discorso ; è impossibile pensare al di fuori dei feed di Twitter. La psiche digitale, come Adamo nell’Eden, dà dei nomi alle cose. Voi non siete “voi”. Voi siete l’etichetta che vi si dà ; il vostro lavoro è la somma di ciò che si è detto a suo proposito ; le vostre idee sono riducibili alla reazione che esse suscitano nel web. Dunque tutto ciò designa un deterioramento dell’efficacia mentale e del giudizio morale; finisce per formare una pseudo-realtà tagliata fuori dal mondo, generata per fini ideologici.

Un “gruppo di pensiero”, un “groupthink” non è un segmento della società che pensa usando la sua propria razionalità. Usa si una razionalità ma di un certo tipo ridotto a un loop che si auto-alimenta, che permette a un qualche tipo di realtà auto-immaginata di staccarsi da tutto i resto [coinvolgendo in ciò la collettività attraverso i mass media in modo così ampio da risultare totalitario]; allontanandosi sempre di più in questo loop da ogni legame con tutto il resto, e quindi finire nell’illusione – appoggiandosi sempre su dei compari legati mentalmente alle stesse idee per la loro convalida e la loro estesa radicalizzazione.

Così come ha fatto notare il dottor Robert Malone, si tratta qui di allontanarsi dal focus sugli attori esterni e le forze obiettive, considerando invece i processi psicologici che alimentano il rifiuto di gran parte della realtà, – assieme all’apparente ipnosi di colleghi, amici e familiari.

Il dottor Malone si concentra, comprensibilmente, sulla “follia che s’è impadronita degli Stati Uniti”, direttamente responsabile delle “decisioni stupefacentemente non scientifiche e contro-produttive, – bypassando le norme della bioetica, della regolamentazione e degli sviluppi clinici – nel proposito di accelerare la produzione di vaccini genici”. Ma i commenti di Malone hanno una portata molto più ampia:

Proprio come dentro i gruppi di cittadini ordinari, una caratteristica prevalente appare quella di rimanere fedeli al gruppo mantenendosi alle decisioni in cui il gruppo s’è ingaggiato – anche quando le sue politiche non stanno funzionando bene e hanno conseguenze involontarie che disturbano la coscienza dei suoi membri. In un certo senso, i membri considerano la fedeltà al gruppo come la più alta forma di moralità. Questa fedeltà richiede a ogni membro di evitare di sollevare delle questioni controverse, di mettere in questione le argomentazioni deboli, o mettere uno stop ai cosiddetti ‘wishful thinking’, cioè il voler continuare a credere a una cosa sebbene la realtà di questa cosa sia alquanto dubbia”.

“Paradossalmente, i gruppi senza una direzione ferma sono suscettibili di essere estremamente duri verso i gruppi estranei e i nemici. Quando trattano con una nazione rivale, un gruppo di politici trova relativamente facile autorizzare soluzioni anti-umane come i bombardamenti su vasta scala. E’ improbabile che un gruppo di funzionari governativi persegua le questioni difficili e controverse che emergono quando vengono messe in discussione le alternative a una dura soluzione militare. È improbabile che un gruppo affabile di funzionari di governo persegua le questioni difficili e controverse che emergono quando vengono in discussione alternative a una dura soluzione militare”.

“Né i membri sono inclini a sollevare questioni etiche che implichino che questo ‘gruppo composto da noi altri brave persone’, col suo umanitarismo e i suoi nobili principi, potrebbe però essere capace di adottare una linea di condotta disumana e immorale.”

L’ampliamento negli anni della parte atlantica della bestia Occidente (il “mare”, la finanza) contro la sua parte continentale eurasiatica (la “terra”, l’economia.)

Gli argomenti non ruotano più intorno alla verità (o alla ricerca di essa) ma vengono giudicati dalla loro aderenza o meno ai principi di un singolo modo di pensare. O tu sei “con la narrativa” o “contro di essa”, non esistono vie di mezzo.

Desmet ha effettivamente aggiornato la definizione di Hannah Arendt di una società totalitaria come “una in cui un’ideologia cerca di sostituire tutte le tradizioni e le istituzioni precedenti con l’obiettivo di portare tutti gli aspetti della società sotto il controllo di quell’ideologia.”

Cosa distinta dall’autoritarismo, dove uno stato mira si a monopolizzare il controllo politico, ma non cerca una trasformazione profonda, intrusiva e invadente nella visione del mondo e dei comportamenti dei suoi cittadini. 

Durante i primi anni 1970, quando il fiasco della politica estera statunitense in Vietnam stava per concludersi, uno psicologo accademico, altrettanto concentrato sulle dinamiche di gruppo e sul potere decisionale, fu colpito dai parallelismi tra le sue ricerche e i comportamenti di gruppo implicati nel fallimento della politica estera USA nella Baia dei Porci a Cuba. Incuriosito, ha iniziato a investigare ulteriormente i processi decisionali coinvolti in questo caso, così come le debacle politiche nella Guerra di Corea, nell’aggressione giapponese a Pearl Harbour, e l’escalation nella Guerra del Vietnam. Il risultato delle ricerche dello psicologo fu il libro Victims of Groupthink: A psychological study of foreign-policy decisions and fiascoes di Irving Janis (1972).

Janis ha debitamente delineato tre regole ben definite del Groupthink (come parafrasato da Christopher Booker):

Primo: un gruppo di persone arriva a condividere un punto di vista comune, spesso proposto da pochi individui ai quali viene dato credito. Tuttavia, è una visione non basata sulla realtà. Questi aderenti possono essere convinti intellettualmente che il loro punto di vista è giusto, ma la loro convinzione non può essere messa alla prova in un modo che possa confermarla – al di là di ogni dubbio. E’ semplicemente basata sulla visione del mondo come loro immaginano che sia, o più precisamente, come vorrebbero che fosse.

La seconda regola è che, proprio perché la loro visione è essenzialmente soggettiva e non dimostrabile, quelli del Groupthink fanno tutto il possibile per insistere sul fatto che il loro punto di vista è così evidentemente corretto da far sì di meritare il ‘consenso’ di tutte le persone razionali, logiche e benpensanti, le quali devono essere d’accordo con esso. Ogni evidenza contraddittoria, e i punti di vista di chiunque non sia d’accordo con loro, possono essere completamente ignorati.

Terza, molto importante, è la regola che afferma come, allo scopo di rafforzare la convinzione di quelli ‘nel gruppo’ che il loro punto di vista è quello giusto e che hanno ragione loro, devono trattare le opinioni di chiunque lo metta in dubbio come del tutto inaccettabili. Le persone che mettono in dubbio il punto di vista del groupthink sono allora considerate ottuse e quindi non dovrebbero venire coinvolte in nessun dialogo serio, ma piuttosto essere emarginate. Tutti quelli che si trovano al di fuori della bolla del groupthink devono venire marginalizzati, e se necessario, i loro punti di vista caricaturizzati senza pietà per renderli ridicoli.

E se ciò non bastasse, devono essere attaccati nei modi più violentemente sprezzanti, di solito con l’aiuto di qualche etichetta che li metta in cattiva luce degradandoli – etichette quali ‘bigotto’, ‘sorpassato’, ‘xenofobo’ o ‘negazionista’. Il dissenso in ogni sua forma non può venire tollerato. Alcuni membri del groupthink si impegnano ad avere un ruolo di ‘poliziotti del pensiero’ e correggere le convinzioni dissenzienti.

Questo processo psicologico può indurre il gruppo a prendere decisioni rischiose o immorali. Molti dei più grandi errori e orrori della storia dell’umanità devono il loro verificarsi, esclusivamente all’istituzione e all’imposizione sociale di una falsa realtà – un mondo percepito così come lo si immagina e non come è: una pseudo realtà al posto della realtà. Quanto più completamente viene assunta questa posizione idiota [nel suo senso più etimologico di auto-esclusione dalla realtà], tanto più la psicopatia funzionale che ne è alla base verrà portata alla luce; e dunque avviene la manifestazione della pazzia collettiva.

Tuttavia, percepirli erroneamente come “normali”, quando in realtà non lo sono, porterà milioni e milioni di individui a fraintendere le motivazioni degli ideologi pseudo realisti – installando universalmente la loro ideologia – dimodoché i milioni di “persone normali” faranno scorrere le loro vite dentro un totalitarismo senza nemmeno rendersene conto, finché c’è il rischio che sia troppo tardi per cambiare rotta.

La pazzia è una forma particolare dello spirito la quale si può aggrappare a tutti gli insegnamenti e a tutte le filosofie, ma ancora di più alla vita quotidiana, perché la vita stessa è piena di pazzie, anzi nel suo fondo totalmente illogica. L’umano si sforza di raggiungere la ragione che per potersi fissare delle regole.  

(Carl Jung)

La questione qui è che un’analisi razionale geopolitica della formazione di una psicosi di massa è inutile. Solo uno psicoterapeuta potrebbe avere osservazioni rilevanti da fare. Nessuna cosa sul negazionismo di massa ha senso, oltre il riconoscimento della sua maligna esistenza.

E’ ‘ciò che è’ e richiederà una catarsi per chiarificarlo e cancellarlo.

[…]

L’analisi, che abbiamo visto prima, di Janis permette dunque di spiegare degli avvenimenti geopolitici come le risposte iper-ideologiche dell’Unione Europea alle crisi in Europa dell’est?  Sembra che ciò corrisponda a tutte le osservazioni e analisi di Janis sui fiaschi in politica estera. La follia di gruppo è più caratteristica quando siamo confrontati a delle persone che hanno un’opinione categorica quanto enfatica su un dato soggetto sensibile (un’operazione bellica per esempio), ma che poi, dopo un po’, passati i primi momenti di esaltazione amplificata dai mass media, esce fuori non c’abbiano mai veramente riflettuto bene. 

[…]

Non hanno guardato seriamente ai fatti e all’evidenza. Le loro opinioni super-amplificate dai mass media non sono basate su nessuna reale comprensione del perché credano a ciò che fanno, e questa non comprensione li incoraggia a insistere ancora più veementemente – e con intolleranza verso le opinioni contrarie – che il loro punto di vista è sempre quello giusto, e a respingere come fuori di testa, insensata o anche criminale ogni opposizione.

Ogni fanatismo è un dubbio represso.

(Carl Jung)

Si dice che – nel suo pensiero preso alla lettera e nell’insistenza sul disimpegno – il liberalismo abbia un “centro vuoto”, spogliato di qualsiasi fonte sostanziale di significato morale. Eppure la vita politica detesta il vuoto e dunque questo centro non rimane vuoto. Quel “bene” a cui il liberalismo è stato agganciato – come fonte di significato collettivo dell’Occidente – è “il salvataggio dell’ordine liberale”, la preservazione del suo progetto IDEOLOGICO contro l’attrazione crescente verso delle condizioni basate su una civiltà e non su una ideologia.

Nel suo studio Men without Chests, C.S. Lewis ha caratterizzato l’ a-thumia (il fallimento del thumos – un concetto dell’Antica Grecia riguardante l’empatia e la connessione tra gli umani) come uno stato dell’essere scoraggiato e malinconico che è il risultato di un’educazione che insiste sul fatto che ogni percezione del valore morale è semplicemente soggettiva.

Il filosofo Talbot Brewer afferma che abbiamo tutti uno “sguardo valutativo” sul mondo.  Ma, se non c’è nulla di reale da guardare, allora la nostra capacità di valutazione non può riferirsi a nulla d’altro che al se soggettivo. In questo caso, è difficile di vedere come un tale “Groupthink” può fare la distinzione tra la valutazione e l’affermazione di sè. Il “Groupthink” non ha dunque nessuna altra scappatoia a parte imporre i suoi “valori” al mondo, pedalando al ritmo dei riflessi condizionati dell’ideologia.

[…]

L’idea che l’empatia e le comunità tra gli umani possano svolgere un ruolo epistemico positivo nell’approccio alla realtà è ormai largamente estraneo al pensiero politico occidentale contemporaneo. Eppure, quando il thumos muore, i sintomi del disordine psichico, dell’ansia, della solitudine e dell’amarezza ci conducono inevitabilmente alla pazzia, – sia individualmente sia collettivamente.

“Le catastrofi gigantesche che oggi ci minacciano non sono avvenimenti elementari di ordine fisico o biologico ma eventi psichici. In misura abbastanza terrificante siamo minacciati da guerre e rivoluzioni le quali altro non sono che epidemie psichiche. In ogni momento diversi milioni di esseri umani possono essere colpiti da una nuova follia, e quindi avremo un’altra guerra mondiale o un’altra rivoluzione devastante. Invece di essere in balia di bestie feroci, terremoti, smottamenti e inondazioni, l’umano moderno è bersagliato dalle forze elementari della sua propria psiche.”

(Carl Jung, 1932) 



Versione originale: “https://www.strategic-culture.org/news/2022/08/22/descent-into-madness/





Protetto: Da “L’infamia originaria” di Lea Melandri

23 08 2019

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Serve una riconversione del pensiero collettivo e serve ORA

5 11 2018
Gli alfieri del Caos: si vuole vietare di pensare che le cose abbiano un fine
Che vi piaccia o meno, la religione e la spiritualità, quando attuate nel modo corretto, sono il motore che fa andare avanti le civiltà. E’ sbagliato dire che la religione è un freno, perchè in realtà è un motivante, guardate all’ arte Italiana, quanti capolavori sono derivati da ciò che la nostra attualità disprezza e ridicolizza. Guardate alla crescita del pensiero e della cultura, e pensate a ciò che sta producendo il presente e cosa produrrà il futuro. Il nulla. E’ sbagliato, è deleterio rinunciare a una delle tante componenti che mandano avanti la collettività, la cultura e la civiltà.
Vi hanno detto che la religione è una droga, che addormenta l’ umanità, ma guardatevi intorno. Li avete visti i giovani non educati ad un certo stile di vita? Li avete visti come brancolano nel buio alla ricerca unica di alcool ecc. ? Ecco, quelli sono un prodotto del nichilismo che viene chiamato progresso.
Se la religione è una droga, io la identifico come il cioccolato o il caffè, mentre per quanto riguarda il nichilismo, lo classificherei come eroina. Ecco, vi hanno consegnato l’ eroina e l’ hanno etichettata come progresso.
Vorrei che queste parole entrassero per bene nella testa della gente. Senza una rivoluzione del nostro pensiero, non c’è futuro.  
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Riflettendoci credo che nonostante tutti i cicli vitali e storici che ho scoperto, sono ancora in grado di percepire un certo livello di libero arbitrio. Essere venuto a conoscenza dei cicli mi ha reso più cosciente di essi, e di conseguenza, anche se diverse volte mi ha condizionato, mi ha insegnato che se conosci le regole puoi anche cambiarle. Scegliere di non sottostarvi. Ho imparato che ciò che è governato dai cicli è una categoria di avvenimenti che non centrano con le mie scelte personali. La vera libertà sta nel come affrontare queste circostanze.
Niente può distogliere l’ attenzione dal fine tuning, dal Big Bang, dall’ ordine cosciente e razionale della natura e delle leggi dell’ esistenza. La matematica, l’ origine della vita, la sequenzialità dei fenomeni, va oltre al libero arbitrio.
Voi credete che la scienza sia imbevuta di razionalità, ma allora perché il macro-evoluzionismo ha fallito? Perché Darwin ha dato materiale di ispirazione a Hitler? Perché la fisica è rimasta impantanata nella teoria delle stringhe, quando le persone sagge si sono presto rese conto che il multiverso non appartiene alla scienza? Tutto pur di girare attorno al fine tuning. Intere vite dedicate alla diffusione dell’ eroina mentale chiamata nichilismo.  
Chi è veramente irrazionale? CHI?
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Tony Rothman (physicist): “When confronted with the order and beauty of the universe and the strange coincidences of nature, it’s very tempting to take the leap of faith from science into religion. I am sure many physicists want to. I only wish they would admit it.” Casti, J.L. 1989. Paradigms Lost. New York, Avon Books, p.482-483.
Wernher von Braun (Pioneer rocket engineer) “I find it as difficult to understand a scientist who does not acknowledge the presence of a superior rationality behind the existence of the universe as it is to comprehend a theologian who would deny the advances of science.” McIver, T. 1986. Ancient Tales and Space-Age Myths of Creationist Evangelism. The Skeptical Inquirer 10:258-276.
I was reminded of this a few months ago when I saw a survey in the journal Nature. It revealed that 40% of American physicists, biologists and mathematicians believe in God–and not just some metaphysical abstraction, but a deity who takes an active interest in our affairs and hears our prayers: the God of Abraham, Isaac and Jacob.” Jim Holt. 1997. Science Resurrects God. The Wall Street Journal (December 24, 1997), Dow Jones & Co., Inc.
Antony Flew (Professor of Philosophy, former atheist, author, and debater) “It now seems to me that the findings of more than fifty years of Deoxyribonucleic acid: the chemical inside the nucleus of a cell that carries the genetic instructions for making living organisms.DNA research have provided materials for a new and enormously powerful argument to design.”
Fred Hoyle (British astrophysicist): “A common sense interpretation of the facts suggests that a superintellect has monkeyed with physics, as well as with chemistry and biology, and that there are no blind forces worth speaking about in nature. The numbers one calculates from the facts seem to me so overwhelming as to put this conclusion almost beyond question.”Hoyle, F. 1982. The Universe: Past and Present Reflections. Annual Review of Astronomy and Astrophysics: 20:16.
Paul Davies (British astrophysicist): “There is for me powerful evidence that there is something going on behind it all….It seems as though somebody has fine-tuned nature’s numbers to make the Universe….The impression of design is overwhelming”. Davies, P. 1988. The Cosmic Blueprint: New Discoveries in Nature’s Creative Ability To Order the Universe. New York: Simon and Schuster, p.203
Paul Davies: “The laws [of physics] … seem to be the product of exceedingly ingenious design… The universe must have a purpose”. Davies, P. 1984. Superforce: The Search for a Grand Unified Theory of Nature. (New York: Simon & Schuster, 1984), p. 243.
John O’Keefe (astronomer at NASA): “We are, by astronomical standards, a pampered, cosseted, cherished group of creatures.. .. If the Universe had not been made with the most exacting precision we could never have come into existence. It is my view that these circumstances indicate the universe was created for man to live in.” Heeren, F. 1995. Show Me God. Wheeling, IL, Searchlight Publications, p. 200.




Diverse coincidenze e simbolismi su Donald Trump

1 04 2018

Sono usciti due post di recente, quasi contemporaneamente, sulla sincro-sfera anglofona, dedicati a sincromisticismi su Donald Trump. Ve li presentiamo in questo post di Civiltà Scomparse.

Una delle attrattive che possiede il combinare la sincronizzazione allo studio dei mass media è la teoria secondo cui i media (intenzionalmente o per caso o una miscela di entrambe le cose) inseriscono subliminalmente una narrativa predittiva assieme all’intrattenimento e alle news. E’ divertente il tentativo di rompere la narrazione nascosta dentro e, voilà, predire il futuro.

L’enigma di Trump è quasi irresistibile. Piuttosto che soffermarci su tutta la fuffa della propaganda elettorale, della politica e degli scandali, ci concentriamo invece sulla narrativa. Qual è la trama? Perché la ripugnante star del reality show The Apprentice diventa improvvisamente il “re del mondo”? Perché Biff Tannen è ora presidente?

Come sottolinea LXXXVIII finis temporis, questa presidenza è giunta da molto tempo fa. E stata precognizzata a partire dal 1958 ed è ora indelebilmente legata all’11 settembre. In effetti si può quasi dire che essa “rappresenti” l’11 settembre.

Trump è diventato presidente nel 2016. Tra le altre cose, egli è famoso per le sue Trump Towers. Nei tarocchi la “Trump tower” [“trump” = “briscola”] è la carta n°16. La sua elezione è stata letteralmente vista nelle carte. La “Trump tower” rappresenta la distruzione ed evoca la distruzione delle torri gemelle l’11 settembre. L’11 settembre è un simbolo, proprio come la torre di Trump è un simbolo, proprio come Donald Trump stesso è un simbolo.

Sapete, proprio come il ristorante Sixteen Chicago si trova al 16° piano della torre di Trump.

Fra tutta la programmazione predittiva di Hollywood su Trump, [il secondo film della serie di] Ritorno al futuro è quella con cui ho più familiarità. Secondo lo scrittore BTTF Bob Gale, si ci ispirò a Donald Trump per il personaggio di Biff Tannen. Come sappiamo dal film, Biff non fa una bella fine anche se per un po’ si trova a dirigere il “Biff’s Pleasure Paradise Casino”, come una specie di “uomo più fortunato sulla Terra”.

Donald Trump/Biff Tannen ha capelli arancio perché rappresenta il Re Sole, sapete, quell’ometto allegro dalla faccia tonda su cui si basa ogni religione solare. Marty McFly rappresenta Plutone (la morte). Il sole tramonta sempre, la morte ottiene sempre il Re Sole. E’ una storia raccontata dal tempo dei faraoni.

In altre parole, si tratta di una decapitazione reale e noi siamo gli invitati alla festa. I cambiamenti improvvisi nelle fortune di [una o più nazioni] sono spesso preceduti dall’omicidio del monarca. Giulio Cesare, Luigi XVI, l’arciduca Francesco Ferdinando, lo zar Nicola II, John Fitzgerald Kennedy.

Di tutti i monarchi assassinati sopra elencati, penso che Trump [sia colui che più] riecheggia Luigi XVI […]

E’ un apollo che adorna il suo appartamento privato e dorato. Così come il Roi Soleil francese, egli vive una vita di rara ricchezza e privilegio, la Trump Tower è la sua Versailles privata. Twitta la sua politica e i suoi editti, la fake lügenpresse è sotto di lui. È un Reality Show Royalty. Anche la sua bella e straniera moglie Melania Knauss sembra fare eco a Maria Antonietta d’Austria.

Knauss è un antico cognome tedesco, conosciuto almeno dal 1515. Le prime persone registrate con questo nome sembrano provenire dalla Germania meridionale. Il significato è molto poco chiaro ma può significare “persona altezzosa”.
– fonte Wikipedia in inglese.

Ho avuto l’idea grazie alla lettura di The Widow’s Son di Robert Anton Wilson, ambientato nella Francia pre-rivoluzionaria. Il protagonista del romanzo, il massone Sigismundo Celine conosce il nome segreto di “Baraka”. Impara anche che i Cavalieri Templari “hanno trovato il certificato di nascita” del figlio della vedova nel Tempio di Salomone.

Sembrerebbe che Bara[c]k Obama sia il ritorno del figlio della leggendaria moglie, almeno secondo la profezia di Anton Wilson scritta nel 1985. E chi ha ideato le sue prime battute politiche mettendo in discussione la legittimità del certificato di nascita di “Baraka”?

Ma il nostro Louis Le Seizième: Donald Trump.

La Trump Tower rappresenta la distruzione di uno stato nazione, attraverso un attacco alla “Testa della torre”: il Re. L’11 settembre è stata la mossa di apertura, con le torri gemelle in piedi rappresentanti gli Stati Uniti prima e il “World Trade Center” poi [o il contrario?] . Vedete quella corona d’oro che cade dalla torre nella carta dei tarocchi? Sarebbe The Donald. È una specie di vignetta ovvia ora, a ben vedere.

Se Trump interpreta un moderno Luigi XVI, il Re Sole, allora deve essere assassinato per provocare la gloriosa rivoluzione. La nazione “senza testa” avrà bisogno di [una nuova commissione costituente per una nuova testa]. Probabilmente diverse costituzioni, e in diverse lingue, sono state già scritte.

E prima di gridare “Grazie a Dio!” ricordatevi che cos’è una rivoluzione. E ricordate che non è stato solo Luigi XVI a raggiungere la sua fine, è stata la sua intera classe di nobili. Quindi … chi è la “classe” di Trump? Non i ricchi, ovviamente. I ricchi sono celebrati negli Stati Uniti, lo sono sempre stati. Uomini [di sesso maschile], forse? Anche in questa epoca di politica dell’identità, questo sembra un po ‘troppo ampio. Che ne dite di “ricchi bianchi”? Sì, penso che siamo vicini.

I nobili francesi erano nobili per linea di sangue, il che li autorizzava alla ricchezza e ai privilegi.

La “classe” di Trump dei deplorabili nobili è la razza bianca ricca. Che possono rendersi conto dei loro privilegi una volta di fronte alla ghigliottina.

Rimanete sintonizzati. Questa è solo la parte 1.

Versione originale su http://gosporn.blogspot.it/2018/03/donald-trump-and-tower-trump.html

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Ho avuto modo di vedere un post recente di Michael sul blog “Gosporn” che fa riferimento a un video intitolato
’60 ANNI DI PREDICTIVE PROGRAMMING SU DONALD TRUMP COMPILATION ‘,
video che ho trovato interessante, anche se sono più propenso a usare il termine “sincromisticismo” piuttosto che la paranoica teoria della “programmazione predittiva”.
Personalmente ritengo che la teoria della “programmazione predittiva” sia un morso di coccodrillo.
Sono sicuro che davvero proseguano [programmi di indottrinamento subliminale attraverso i mass media], ma non nella misura in cui alcune teorie su internet tendono a voler far credere, volendo far pensare che quasi ogni show in tv e film di Hollywood [contengano messaggi subliminali per preparare il pubblico ad eventi del futuro].

Voglio dire, concludendo il video su una citazione biblica, è il creatore di questo video [LXXXVIII finis temporis] ad implicare che la Bibbia è solo “programmazione predittiva” a un livello più alto, fatta apposta su di noi dagli stessi [“superiori sconosciuti”], o è la Bibbia stessa in qualche modo esente dalle sue previsioni del futuro? [Mah.]

http://thesyncbook.com/?pagename=42minutes&ep=bonus37

BLUEBIRD MOTEL?!

Mi chiedo se Il video di “Ritorno al futuro ha profetizzato l’11 settembre” non abbia anche profetizzzato Trump come 45 ° presidente…
Penso che i ragazzi che hanno lavorato a quel video siano stati dei geni, ma non penso nemmeno che quei ragazzi veramente intelligenti abbiano visto il film. 🙂

Vedere magari anche la serie di articoli dedicati proprio al film “Ritorno al futuro” sul blog gemellato “Il mondo simbolico”:
E oggi [31 marzo 2018] è il decimo anniversario del “Trump’s International Hotel” di Las Vegas.
“Il Trump International Hotel Las Vegas è a 64 piani [8×8 = 64, tra l’altro {64 come gli I Ching e le caselle di una scacchiera}], hotel di lusso, condominio e multiproprietà situato su Fashion Show Drive vicino a Las Vegas Boulevard, appena fuori dalla Strip di Las Vegas in Paradise, Nevada, il cui nome richiama l’imprenditore immobiliare e 45 ° e attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La Torre 1 è stata inaugurata il 31 marzo 2008 con 1.282 stanze.
L’hotel dispone di due ristoranti: DJT, dal nome dell’imprenditore, e un ristorante a bordo piscina, H2 (eau).
A causa della travolgente risposta del venditore dalla prima torre, Trump annunciò che una seconda torre identica sarebbe stata costruita accanto alla prima ; la recessione a metà degli anni 2000 mise quel progetto in attesa indefinita.
Con i suoi 200 metri è l’edificio residenziale più alto di Las Vegas.
Nel settembre 2012, la Trump Organization ha annunciato di aver venduto circa 300 unità condominiali nel Trump International Hotel di Las Vegas alla divisione timeshare di Hilton Worldwide,
Hilton Grand Vacations. “

HILTON HOTELS?!

Bello il commento sottostante di Maria Rigel:

Dal mio punto di vista, la programmazione predittiva e l’effetto Mandela sono solo due facce della stessa medaglia. Il passato non è necessariamente quella cosa fissa che tendiamo a credere che sia. La memoria cambia con gli eventi del presente.

Versione originale su: https://brizdazz.blogspot.it/2018/03/back-to-future-predicts-911-and-donald.html





La vittoria dello sgarbo o la coscienza rivoluzionaria del berlusconismo

1 04 2013

Oggi lunedì dell’angelo (Pasquetta) e primo aprile (Pesce d’aprile.) Ieri (Pasqua) le lancette dell’orologio un ora avanti.

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Un personaggio senz’altro simbolo della tv italiana commerciale, del costume mediatico nazionale del periodo dal 1989 in avanti, emerso contemporaneamente alla nascita del contenitore BLOB (altro segno dei tempi che stavano cambiando in quella fine anni ottanta), è senza dubbio Vittorio Sgarbi.

Che lo si ami o lo si odi (non è certo un personaggio da mezze misure), il “critico d’arte nazional-popolare” per antonomasia, l’unico vero “critico d’arte” dell’immaginario popolare, per la platea dei telespettatori, non è certo stato un tipo che è passato inosservato. A partire dalla sua figura, magra, pallida, occhialuta, con un folto ciuffo, una folta frangia di capelli spesso spostata con le mani. Egli ha occupato un posto ben preciso nello spettacolo della neo-televisione commerciale del ventennio berlusconiano, quello dell’ “uomo di cultura” per le masse televisive, per i talk show e, dal 2000 in avanti, anche per i reality show.

Ma, ben prima di Beppe Grillo (a cui sembra legato karmicamente), ha incarnato anche una specie di “anima rivoluzionaria” del berlusconismo, ebbene si. I suoi leggendari scoppi d’ira, le sue risse, i suoi sfoghi per mostrare di essere “contro” fino in fondo volendo azzittire l’avversario, sono assolutamente diventati un’ ICONA INCANCELLABILE, tra le più note del ventennio berlusconiano, tanto che persino i ragazzini sugli autobus mostrano di essere suoi fan e di fare collezione delle sue imprecazioni più celebri (più o meno allo stesso modo di quelle di Germano Mosconi.)

Si, certo, in tutti questi anni, a più riprese, sui programmi tv italiani, dalla mattina presto a sera tardi, vi sono state risse, scoppi d’ira, aggressioni verbali e non verbali, ma mai con quella PASSIONE propria di Vittorio Sgarbi, e quello stile. Quei litigi suscitano una grande energia. Quando si incazza, quando “mangia la faccia” all’avversario, che lo si voglia o no, suscita un senso di RIBELLIONE LIBERATORIA. Che energia! Che potenza! Che carica!

E ciò che c’è di bello è che, nonostante le apparenze, Sgarbi è sempre controllatissimo nei suoi scoppi d’ira, anche quelli più esagitati ed esagerati, è padrone di se stesso e della scena al 100%, senza sbavature. Anche durante le imprecazioni più virulente e offensive, anche quando sembra perdere del tutto il controllo.

In nomen omen, la “vittoria dello sgarbo” rappresenta un po’ l’eminenza grigia (come sono diventati i suoi capelli) dell’universo berlusconiano, probabilmente depositario di segreti finora inconfessabili (una sua frase è stata “Il sistema è così corrotto che tanto vale aprofittarne”), amico e confidente di diversi p-duisti, imprevedibile, fuori dalle righe e dagli schemi, sembra avere incarnato – paradossalmente – la coscienza rivoluzionaria di un’epoca senza rivoluzione, banalmente commerciale e devota al dio mercato.

Presumibilmente, nel suo intimo, Sgarbi è antagonista e “contro il sistema” più di quanto lui stesso se ne renda conto, proprio lui che, invece, a suo dire, ha sempre aprofittato il più possibile del sistema. E, di recente, questo suo lato è uscito maggiormente allo scoperto, è stato presente a conferenze sul signoraggio, è intervenuto durante un meeting di Casa Pound, ha fondato il “partito della rivoluzione” (che è stato un completo e totale flop) e ha subito uno strano incidente automobilistico – da cui ne è uscito con le ossa rotte – come se, in qualche modo, certe sue frequentazioni stessero dando un po’ fastidio a qualcuno.

Che fine farà Vittorio Sgarbi?