Domenica della lettura 3° appuntamento – PSYCHOSIS capitoli 5 e 6

17 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.  

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CAPITOLO 5 – Demoni emergenti

1

Era uno spettacolo inusuale, per chi ci faceva attenzione, vedere un ragazzo alla guida di una moto rombante trasportare l’ amico con i vestiti pieni zuppi di sangue. Se non fosse stato che Priamo si teneva il naso premuto con tutta la sua forza si sarebbe potuto pensare che avesse appena massacrato qualcuno. Enea sperava di non imbattersi nei vigili, perchè quelli, dissanguamento o meno, vedendo Priamo senza casco li avrebbero fermati, e il suo amico sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso con una volante della polizia.

Si sentiva un uomo, forte e cattivo, quando accelerava in sella alla sua motocicletta. In un piccolo anfratto della sua mente, mentre sfrecciava per le vie, cercando di raggiungere il quartiere di San Valentino, si augurava di non superare i limiti di velocità. Per il resto gli sembrava di essere un personaggio di qualche anime giapponese.

Quando arrivava a delle strisce pedonali si metteva ad urlare « Via, state lontano! Il mio amico è in pericolo! »

Una donna si scansò appena in tempo, e vedendo il passeggero con un fazzoletto sulla faccia e il sangue che colava inesorabile, in cuor suo pensò Oddio, questo è il primo che sopravvive a un attacco del killer!

La signora, ironia della sorte, era la madre di Fosco Chiavelli che usciva da un negozio dove aveva fatto acquisti. Se avesse saputo che a combinare la faccia del passeggero della motocicletta in quel modo era stato il suo stesso figlio lo avrebbe obbligato a trasferirsi dal nonno, che era suo padre, che sapeva bene come risanare certi adolescenti ribelli e impulsivi.

Pensieri strani offuscavano la mente di Enea Cercovici. Andiamo a cercare quei vigliacchi e spiattelliamoli sul cemento. Così capiranno che con noi non si scherza. Stanno giocando col fuoco e non se ne rendono conto.

Enea non sapeva che cosa farsene di questi pensieri cattivi. Rimaneva ammutolito per qualche istante quando gli partivano i film mentali. La sua priorità in quel momento era portare il suo amico al sicuro.

Sto creando uno spettacolo per tutta la città. Doveva proprio accadere alla massima distanza possibile dal quartiere dell’ ospedale. Domani tutti crederanno che siamo stati assaliti dal killer. E noi non possiamo fare altro che tacere altrimenti quei balordi ci perseguiteranno ancora.

Di questi pensieri egoistici si vergognava. Voleva bene al suo amico, e non gli piaceva affatto vederlo in quello stato, a pregare di non perdere conoscenza. Il tempo stringeva. Bisognava risolvere la situazione.

Finalmente imboccò il viale di San Valentino, e sfrecciò attraverso bar e negozi, ristoranti – pizzerie e davanti alla centrale dei Carabinieri. Poi superò l’ incrocio del canale e ancora più avanti, si voltò a lanciare un’ occhiata al cancello colorato dell’ oratorio più noto della città. Sfrecciò quindi affianco al pilastro con l’ insegna del Blockbuster, ed era ancora a metà strada. Girò quindi a sinistra all’ incrocio e imboccò il viale alberato, con il mini parco giochi e il campo da calcio recintato. Fece una frenata nel parcheggio dell’ ospedale, e scese. Si tolse il casco e diede un’ occhiata all’ amico, che ormai aveva le mani appiccicose e stringeva un fazzoletto grondante.

Una piccola folla cominciò a circondarli, ed Enea spiegò che aveva ricevuto una pallonata in faccia e soffriva di emofilia, così un medico che passava di là lo portò a passi svelti dentro al pronto soccorso. Enea salutò l’ amico con una pacca sulla spalla. Priamo borbottò qualcosa per ringraziarlo del passaggio e mormorò: « Quando mi passa ti dò un colpo di telefono. »

Durante il ritorno a casa, Enea rimase imbottigliato nel traffico, così, sbuffando, si guardò intorno. Ad un tratto, la sua vista si focalizzò su una vetrina. Vi era esposta una macchina fotografica professionale. SCONTATA DEL 40 %, USATA, IN BUONE CONDIZIONI.

Qualcosa scattò, nella mente di Enea. Una specie di connessione, un flashforward, che al contrario di un flashback, ti trasportava nel futuro. Per qualche istante si immaginò a fotografare la carcassa di un coniglio con le gambe rotte e le zampe anteriori strappate via.

Ma che diamine …per Enea fu come svegliarsi da un brutto sogno. Scoccò un’ altra occhiata alla macchina fotografica. Un particolare effetto ottico ne fece brillare l’ obiettivo, come se stesse mandando un segnale diretto al giovane motociclista. Comprami. Usami per il tuo feticcio per la morte. Mi vuoi. Portami via con te.

Enea rabbrividì. Non riusciva più a capire chi era e che cosa stesse facendo. Poi si accorse che la macchina davanti a lui era avanzata, e che stava bloccando la fila. Ripartì, e non ci pensò più fino all’ indomani, quando, come in una specie di pilota automatico, prese dei risparmi dal barattolo dei soldi che teneva in camera sua, e si diresse al negozio.

 

Quel giorno, un germoglio di oscurità cominciò a prendere vita dentro la sua mente. Prima di allora non aveva mai dato segni di una benchè minima passione per la fotografia. Fu come una lampadina che si era accesa: posso farlo in questo modo.

Nessuno sapeva che gli piaceva assistere all’ agonia di morte degli animaletti. Nemmeno avrebbero potuto credere che il pensiero gli provocasse una morbosa eccitazione.

Da piccolo riempiva una bacinella d’ acqua e faceva la doccia alle formiche, sconvolgendo la loro normale routine come un Dio che giocava alle estinzioni planetarie.

Poi era passato per la fase delle lucertole, che impiccava dal lampadario di casa durante le prime volte da solo a casa. Era solito anche intrappolarle in un barattolo senza cibo nè acqua. Si immaginava l’ esserino che incontrava la faccia del suo carnefice tutta distorta da dietro il vetro.

A dodici anni, una volta, in occasione di una visita a casa della nonna, si addentrò nel giardino che in verità assomigliava molto di più a una giungla, e si sedette su una gallina, stringendole il collo e tirando.

Quando si trattava di ammazzare un ragno gli dava fuoco. Quando si trattava di eliminare le zanzare chiedeva sempre di usare lui lo spray.

Un giorno, a tredici anni, gli venne affidato il cuginetto per tre ore, durante il pomeriggio, e il bambino era una piccola peste, e lo aveva fatto correre per la casa per stargli dietro, poi gli aveva nascosto dei soldi e non voleva dirgli dove. A un certo punto, Enea si chiuse a chiave nella sua stanza congedandosi dalla sua mansione, e passata un’ ora lo trovò addormentato sul divano in salotto. Si fermò a contemplarlo. Ebbe un’ orrenda visione, nella quale lo strangolava nel sonno con una sciarpa che apparteneva a suo padre. Ne rimase marchiato, e da allora non provò più piacere a far fuori animaletti. Aveva nascosto quel feticcio sotto al tappeto dell’ inconscio e gli aveva detto addio. Poi un pomeriggio tardi, il demone si era ripresentato nella sua vita.

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2

Il giorno dell’ acquisto e del suo debutto come fotografo professionista aveva deciso di addentrarsi nella zona della Scorciatoia, che nel novantatre non portava verso nessun ipermercato, ma finiva fra la vegetazione intricata.

A momenti rischiò di rompere il suo prezioso congegno, perchè inciampò in una radice esposta e capitombolò per terra. Inaugurò la giornata allenandosi con semplici foto dell’ ambiente circostante, fotografando i misteriosi ruderi mangiucchiati dalle edere che si potevano trovare in uno dei sentieri. Scatto dopo scatto ne assunse la padronanza. Nessuno si accorse che si aggirava un ragazzino che recitava il ruolo della Morte, per gli sventurati animaletti che incrociarono il suo cammino. Enea aveva lasciato spazio libero al suo alterego, un essere morboso che si sentiva quasi come un corteggiatore quando inseguiva i coniglietti e li piantonava al terreno con una lama nel ventre. Stava maneggiando un risucchia anime con l’ obiettivo. Scattava sempre il flash quando era giunto il momento preciso del trapasso. Allora Enea si leccava le labbra e sorrideva come un bambino quando gli si regalava qualcosa. Quel che gli veniva trasmesso era una sensazione inebriante di predominio.

« Chi cazzo sei in confronto a me, Fosco Chiavelli? » sibilò a nessuno.

« Tocca ancora uno dei miei amici e il prossimo a essere sventrato sarà il tuo cane! » sghignazzò come se il bullo si trovasse davanti a lui.

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3

Enea si era così lasciato andare alla parte alienante di sè che gli era venuto un leggero mal di testa. I pensieri si accavallavano uno sopra l’ altro, una ciliegia attira l’ altra, aveva pensato. Aveva fatto diventare concreta la visione del coniglio con le gambe spezzate e le zampe anteriori strappate via con la falce. Si era chiesto se i conigli conoscessero l’ odio. Una volta fotografato il trapasso si tirò giù la zip dei pantaloni e pisciò sul suo corpo. Ora mi odi, coniglietto?

Che animali inutili, pensava. Non avranno mai il predominio su quelli più grossi. Chi non odia non sopravvive. Chi non prevale è destinato a finire k.o. per mano del grande demone umano.

Entrò in uno dei ruderi tutti disfatti e decadenti, e si ritrovò a rimirarsi allo specchio.

Si espresse in una lunga risata macabra e insana, con una voce profonda.

Con la mente offuscata dalle sensazioni intense tornò indietro con la memoria a un momento dimenticato, quando un giorno, da piccolo aveva osservato dalla finestra con la tapparella socchiusa suo padre che sferrava un calcione al cane di un vicino, che aveva spaventato Sabele.

Quanto poteva deragliare una mente malata? Una sagoma bizzarra si formò nella mente di Enea. La figura della Morte con dei capelli neri da donna e una collana di perle. La sua anima gemella. Ma no, non era esatto. La persona che più gli era affine, almeno secondo i pensieri di quella giornata, era Fosco Chiavelli. E allora si mise a pensare a lui, si immaginò mentre gli raccontava il suo segreto, e poi andavano a caccia del killer assieme. Avrebbe dovuto chiederlo, un giorno o l’ altro. Vieni, ti mostro una cosa. Perchè non sfoghi la tua rabbia come io sfogo il mio feticcio? Scateniamo il terrore nella foresta della Cittadella. Un genere di terrore che gli stupidi umani che ci circondano ogni giorno non conosceranno mai. Forse solo uno, il famigerato killer di Ferrofiume. Cosa ne dici se un giorno ci mettiamo a indagare e scopriamo la sua identità? Poi potremo ucciderlo assieme, e diremo che era autodifesa, e riceveremo una medaglia. Io quella dorata, tu d’ argento. Perchè rimarrai sempre secondo, rispetto a me. Spiacente, fratello.

Deluso, si risvegliava la parte quotidiana di sè, ma solo in maniera parziale.

Accidenti, però, c’è un problema mica da poco. Io sono uno degli emarginati e tu sei uno dei forti e temuti bulli. Che situazione bizzarra. Non te lo aspetteresti da uno come me, eh? Forse non ci possono essere due persone così affini, a dividersi il territorio. Uno di noi dovrà prevalere. Forse un giorno sarò costretto a piantarti quel tuo stupido pugnale nello stomaco.

Tu pensi di detestare il mondo, di essere visto come un ragazzo cattivo e beffardo. Ma sei patetico. Ascoltami, gran figlio di puttana. Osserva come invado e dissacro i tuoi ultimi istanti di vita mostrandoti una malignità che non conoscevi ancora.

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 4

Il giorno seguì la notte come se niente fosse successo. Appena Enea ripose la macchina fotografica nello zainetto, si dimenticò di ogni cosa. Quella sera, prima di cena, approfittando del fatto che Sabele si era ritirato in bagno, all’ improvviso ebbe un’ intuizione strana. Così si recò nella stanza di suo fratello maggiore. Con l’ incredibile sospetto che aveva in corpo quella stanza apparve sinistra. Si aspettava quasi che, se avesse aperto l’ armadio e rovistato nei cassetti, avrebbe trovato abiti sporchi di sangue, e una collezione di lame nascoste sotto il letto. E se il fratello l’ avesse beccato a far pasticci con le sue cose, avrebbe potuto reagire male. Ma Sabele gli voleva bene, non era forse così? La visione della testa di una vittima, nascosta fra le sue cose, gli fece annodare lo stomaco. Ne visualizzava gli occhi spenti bloccati in un’ espressione di terrore, con rivoli di sangue che colavano dalla bocca.

Se la madre fosse passata in corridoio e avesse spento la luce per sbaglio come succedeva spesso Enea si sarebbe lasciato prendere dal panico, ma non poteva. Doveva cercare di controllarsi, eppure tremava tutto. Sembrava uno scheletro giocattolo mosso da un bambino dispettoso.

Se non avesse trovato niente, si sarebbe messo il cuore in pace, e si sarebbe vergognato per il resto dei suoi giorni di aver sospettato del fratello.

Questa indagine istintiva e impulsiva la doveva a tutte le vittime. Cercava di farsi venire in mente qualche episodio inquietante del fratello, qualche discussione accesa. Gli chiedeva di partecipare a giochi strani?

Gli chiedeva sempre di fare quello che muore, o che viene catturato, ma significava qualcosa?

Avrebbe potuto chiedergli che cosa pensasse della vicenda del killer. Secondo lui veniva da fuori a mietere vittime, oppure era una persona del luogo? Avrebbero potuto incontrarlo e pensare a quanto era gentile quell’ uomo? Era uno che cercava di attirare le persone chiedendo informazioni su come raggiungere un determinato luogo e poi le assaliva? Non hai molta immaginazione, Enea. Quello era un predatore. Adocchiava le prede, le sceglieva con attenzione, e non si faceva notare fino al preciso istante dell’ attacco.

Quali indizi poteva cercare? E se non ci fosse niente di rilevante in camera sua? Non era certo il posto dove nascondere le armi e i vestiti con gli schizzi di sangue.

Poi realizzò che lui usciva spesso da solo per andare a disegnare. Animali e persone, ricordi? Te lo aveva detto quella volta.

Fece saettare lo sguardo e compì un giro su se stesso. Dove potrebbe essere quel quaderno?

Cercò di ricordare le volte in cui l’ aveva visto prenderlo.

Poi capì. Era mischiato con il suo materiale scolastico. Guardò l’ etichetta su tutti i quaderni. Arrivò a maneggiarne uno senza etichetta. I fogli erano giallo seppia. In prima pagina c’ era scritto DISEGNI DI UN PROFESSIONISTA: SE STAI SBIRCIANDO QUI DENTRO NON TORNERAI PIU’ INDIETRO. Ma che razza di frase di benvenuto era? Il quaderno ondeggiava per i tremolii delle mani di Enea.

Andò avanti, e cominciò a sfogliare. Sono disegni normalissimi. Ritratti di gente comune che passeggia per i parchi. Uccellini che vengono a banchettare con le briciole di pane. Ma poi Enea si rese conto che le pagine erano più spesse di come dovevano essere. Erano pinzate sia sopra che sotto. Erano attaccati due alla volta. Cercò di sbirciare dentro a una delle pagine nascoste, e vide gli orrori. Non riusciva a scrutare l’ intero disegno, ma vedeva comunque una serie di cadaveri. NON TORNERAI PIU’ INDIETRO! Una smorfia di tristezza e paura piegò le labbra di Enea. Mosse le pagine con il timore che cresceva. L’ ultimo ritratto era allo scoperto, e colorato.

Sabele aveva inserito anche sè stesso, ed era irriconoscibile. Gli occhi erano dei fari rossi, la bocca era un ghigno come quello di un teschio, ma con i denti di un tirannosauro. I capelli scuri contornavano un teschio con la pelle ancora attaccata addosso. Sta guardando me! Mi vuole afferrare per il collo e punirmi per aver aperto il suo quaderno! pensò Enea, che si sentì male. Gli occhi si socchiusero, e il ragazzino cominciò ad ansimare, sentendosi senza fiato. Si era piegato come un vecchietto col mal di schiena che si sorreggeva sul bastone.

Devo mettere tutto al suo posto! Non deve sapere nulla di quel che ho visto! SBRIGATI!

Enea si sorprese di trovare la forza d’ animo di risistemare il quaderno nella sua posizione, e si ritirò in un angolino della cantina, a sfogare un attacco di panico.

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5

A cena, Enea si era presentato con gli occhi arrossati e la mano tremolante, che cercava di acchiappare gli gnocchi con la forchetta. Si era sorpreso di riuscire a mangiare, ma temeva che i genitori …e il fratello …il killer in casa mia, quel genere di fratello, percepissero la nausea che provava. Finito di mangiare, si posizionarono tutti e quattro in salotto a guardare la televisione. Ogni tanto, Enea si lasciava scappare un’ occhiata al fratello. Quella sera era così cupo …non aveva parlato di niente. Era lì, nell’ angolo più lontano da lui, a fare da soprammobile. Ad un certo punto i loro sguardi si incrociarono, e il cuore partì per un giro sull’ ottovolante. Enea arrivò a massaggiarselo, temendo che gli aprisse il petto per andarsene per conto suo. E magari finire strizzato dalle mani del fratello.

Sabele sorrise. Non mostrava denti aguzzi. Era un sorriso da Ehi, come stai? Si sta bene in famiglia, non è così? ma quel che Enea vedette fu il teschio con la pelle nera con due semafori rossi per occhi che veniva a ghermirlo.

Enea balzò in piedi e caracollò in bagno mormorando « Mi scappa! »

Si chiuse in bagno, e si svestì, tirandosi via i vestiti con una furia in corpo. Ha capito tutto! Sa che io so cosa fa quando esce a disegnare! Mi prenderà quando meno me l’ aspetto …sarò la sua prossima vittima, e una volta tornato a casa, piangerà sulla mia tomba, chiedendosi come mai non è riuscito a difendermi e proteggermi. Sta recitando una parte.

Enea era rimasto in mutande, e saltellava sul posto con le mani fra i capelli, cercando disperatamente di fermare il flusso di emozioni che lo sconcertavano.

Chiuse gli occhi e si immaginò Sabele che lo confrontava e gli diceva NON TI AZZARDARE A PRENDERE LE MIE COSE! SE INFORMI QUALCUNO DI CIO’ CHE HAI VISTO VERRO’ NEL TUO LETTO A SPEZZARTI LE OSSA E LAVERO’ CASA NOSTRA CON IL TUO SANGUE!

Sono il fratello di un serial killer diventava una frase eccitante da ripetersi come un mantra.

CAPITOLO 6 – Attratto dalla tenacia

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1

1993

Beatrice Bronsone si era svegliata alle prime ore del mattino, scossa da incubi, che rappresentavano apparizioni e presenze. Tirò su la serranda e vide che il panorama dei campi era stato coperto da una spessa coltre di nebbia. Le sembrava quasi che la casa levitasse nel nulla. Dopo aver fatto una colazione a modo, che per lei significava salutare, nutriente e leggera, come al solito saltò sulla bicicletta col cestino davanti e si spostò dalla sua zona di residenza di Ferrofiume Popolo, prestando la massima attenzione al transito delle auto.

Giunta in città, si apprestava a compiere le sue abituali commissioni per i clienti fissi dei suoi genitori, che producevano vino e generi alimentari nella loro cascina – fattoria e nell’ orto. Portate a termine le consegne, decise di vagare senza una meta particolare per la città, sentendosi una sensazione di timore e pesantezza addosso. Il giorno precedente aveva avvistato una presenza in lontananza che le aveva fatto venire i brividi, anche se quel mattino l’ episodio appariva già come qualcosa di confuso e remoto. In ogni caso, l’ aveva spinta a fare dietrofront e rintanarsi in casa.

Qualcosa attirò la sua attenzione, mentre si era fermata per qualche istante a osservare il fiume dal Viale che portava al Molo. Un foglio da disegno giallo seppia con le iniziali del suo nome ben evidenziate. Che curiosa coincidenza, pensò lei. Chissà chi l’ aveva lasciato lì …o magari l’ avevano gettato via. Lo raccolse e se lo mise in tasca.

Si avvicinò al sentiero di ghiaia che portava al Molo, e notò una grossa macchia di sangue asciutto.

Mi fa pensare alla presenza misteriosa di ieri riflettè. Ma no, dai, sarà che un piccione è stato assalito da un gatto …però mancano le piume sparpagliate tutt’ intorno.

Non voleva trovarsi un corvaccio nero a scrutarla con quei loro occhietti intelligenti. Li temeva, anche se poteva sembrare stupido, per via del modo in cui ne parlavano, come uccelli del malaugurio.

Poi si accorse delle impronte di scarpa, che lasciavano macchie rosse lungo il sentiero.

I passi del killer di Ferrofiume pensò. Scosse quel lugubre pensiero con la testa.

Concluse che l’ atmosfera non era delle migliori, anzi, non le piaceva affatto. E se si trovasse ancora nei paraggi, pronto ad assalirla? E se si trattasse di un barbone ubriaco? Lei era una ragazza e non poteva permettersi di prendersi dei rischi.

Cominciò a pentirsi di aver inforcato la bici per andare a fare le consegne in città, persino di essersi svegliata così presto quella mattina. Sebbene provasse curiosità verso quelle orme, non poteva seguirle e vedere dove portavano. Non voleva essere una di quelle, cioè quelli che fanno i ritrovamenti macabri. Si mise a pensare al disegno che si era messa in tasca. Forse chi l’ aveva abbandonato a terra era la vittima. Era meglio tornare a casa, e continuare con i soliti lavoretti con gli animali e le piante.

Certo. E invece scese dalla bici, mise il cavalletto e cominciò a seguire le impronte.

Scesa a livello dell’ erba, sentì un cra cra. C’ era uno di quei corvacci nei paraggi. Ma non osò guardarsi attorno. Cercò di ignorare quel verso.

Vide un braccialetto con un bottone argentato che brillava, gettato a terra. Accidenti.

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2

L’ arrivo della primavera rinvigoriva sempre le energie e la voglia di muoversi di Beatrice, che si rallegrava di poter praticare jogging al mattino, una volta a settimana. Era una ragazza tenace e determinata, si era iscritta a un corso di arti marziali, karate, e trascorreva i tempi di qualità andando a caccia di fagiani con il padre. Aveva quasi sedici anni, ma stava già imparando a guidare, sebbene si mettesse al volante di un Ape, o di un furgoncino, o di un trattore, a seconda dell’ occorrenza. Il padre riteneva che sua figlia fosse più matura di un maschio alla sua età, e abbastanza dotata per accelerare i tempi.

Sua madre le aveva insegnato che le donne non devono necessariamente sottostare al volere degli uomini, e le aveva sempre suggerito di pensare con la propria testa, e di tirarsi su sempre, senza arrendersi davanti alle difficoltà quotidiane.

Sebbene temesse i corvi e affini, non si faceva problemi a prendere di mira fagiani con il fucile. Era una tradizione di famiglia, un rito di passaggio, e aveva cominciato ad andare nei boschi con il padre sin dai tredici anni.

Durante l’ anno si occupava di rimuovere le erbacce infestanti, diserbare, seminare, zappare e arare, collaborando a pieno titolo con il padre. Come mansioni alternative, se la madre glielo chiedeva, preparava conserve, varie ricette e pelava le patate. Le avevano insegnato che le multinazionali “ sporcavano “ e modificavano il cibo. Beatrice evitava di incappare in quelle trappole scegliendo marche più modeste e mangiando ciò che producevano nel loro piccolo, sempre cercando qualità e stando attenta alla salute. Quando si trattava di andare in città a portare carichi di vino, conserve e altri prodotti, le veniva data una paghetta non da poco, con tanto di bonus mancia da parte dei clienti fidati, dai piccoli negozianti, che lei considerava il suo primo mini stipendio.

Nell’ autunno precedente aveva intrapreso un corso di canoa con un team di giovani, che si radunavano al Molo di Ferrofiume per percorrere un tragitto prestabilito lungo il fiume Po. Ne era rimasta entusiasta e si aspettava di ricominciare una volta iniziato il mese di aprile.

Di recente aveva aggiunto una nuova mansione durante la quale collaborava con il padre: il tetto necessitava di essere aggiustato, dopo essere stato danneggiato da un violento temporale e quindi, anche se la madre si era preoccupata un pochino, era salita sul tetto a sostituire le tegole. Trascorreva i suoi momenti liberi, di svago, assieme a un gruppo di maschi, nei giorni in cui si fermava a cenare dalla zia, che, in quel periodo così pericoloso per la città, la portava a casa subito dopo con la macchina.

Suo padre aveva conservato un album di vecchie foto, e durante le sere invernali spesso si sedeva sulla poltrona a commentarle assieme a sua figlia; così Beatrice aveva scoperto che un tempo passava una specie di tram per le strade della città di Ferrofiume, il tramvai.

 

 

3 

In un altro giorno, Beatrice aveva preso la sua bici durante un giorno libero da impegni e si fece i consueti chilometri per raggiungere il cuore della città, diretta verso la zona industriale. Avrebbe fatto un giro di perlustrazione da quelle parti per un’ ora, poi sarebbe tornata a casa, o magari avrebbe prima fatto visita alla zia per accordarsi sul loro prossimo appuntamento serale. Le avrebbe chiesto di usare il telefono per avvertire la madre che sarebbe tornata un po’ più tardi. La donna cominciava a temere, un po’ come tutte le madri della zona, che il killer potesse colpire proprio sua figlia. Una volta le aveva elencato una serie di divieti perentori, alzando l’ indice verso l’ alto, ma Beatrice le aveva ricordato che era una ragazza intelligente e giudiziosa, e non era necessario trattarla come una bambinetta ingenua. La madre glielo aveva riconosciuto.

L’ attrazione principale della zona industriale erano le rovine di Ground Zero, la fabbrica che aveva scatenato una nube tossica durante la maratona dell’ ottantasei. Per i giovani del luogo avvicinarvisi equivaleva a entrare in uno scenario da videogioco, e si avvertivano gli echi di Chernobyl, che era accaduto solo qualche settimana prima del Ground Zero. Bisognava però che tutti quelli che si mettevano in esplorazione facessero attenzione alle polveri letali che ancora si potevano trovare negli angoli nascosti. In quella circostanza, Beatrice si sentiva tanto Lara Croft alle prese con una scoperta archeologica.

Molte fabbriche nei dintorni erano state danneggiate in modo grave; Beatrice poteva osservare mattoni, ruderi deformi e macchinari arrugginiti. Esaminava il terreno come se avesse delle lenti d’ ingrandimento al posto degli occhi: massima attenzione alle polveri.

Beatrice si mise a ipotizzare che forse il killer era stato trasformato in un mostro mietitore per le conseguenze di una fantomatica intossicazione. Forse proveniva proprio da quel luogo e nei paraggi avrebbe trovato la sua tana.

E se qualcuno di quei ragazzini scomparsi si fosse avventurato proprio qui? E io finirei per trovarne i resti. Magari se si entra a contatto con le polveri in questo luogo si muore in pochi minuti. Nessuno potrebbe recuperare il corpo.

Si rese conto che c’ era un silenzio cristallino, e le sembrava di vagare attraverso una fotografia. I suoi pensieri si concentrarono sugli operai che avevano perso la vita o se l’ erano rovinata per colpa dell’ incidente, e alle sofferenze delle loro famiglie.

L’ esplosione deve essere stata tremenda. Quei poveretti devono essere stati mutilati. Seppelliti da metri di macerie. Devono aver trovato almeno una testa intatta.

I suoi pensieri la fecero rabbrividire.

Ad un tratto si trovò davanti una figura misteriosa: un ragazzo grande che portava un grosso cappello sulla testa, e un cappotto rosso. Il viso era parzialmente coperto da un fazzoletto rosso. I capelli assomigliavano a quelli di Michael Jackson.

Trovò che somigliasse alla presenza dell’ altra volta.

Il flusso dei suoi pensieri si arrestò all’ improvviso. La figura tratteneva fra le mani un corvaccio nero. Il ragazzo era seduto e la guardava negli occhi.

Beatrice non potè fare a meno di gridare, e fece dei passi indietro, sollevando le braccia per proteggersi. Inciampò, e quasi finì a gambe all’ aria. Se avesse sbattuto la testa all’ indietro sarebbe potuta svenire.

Si allontanò, tenendo d’ occhio la figura spaventosa, che si sollevò sui piedi, e liberò il corvo. Poi tirò fuori una fionda, e colpì con un sasso l’ uccello nero, mandandolo al tappeto.

Beatrice cominciò a correre, e non si voltò più all’ indietro. Non avrebbe potuto mancare di vederlo, visto che era colorato in quel modo mentre tutto il resto era grigio e opaco.

La figura lasciò andare una risata terrificante, e cominciò a correrle dietro.

Beatrice, disperata, cercò di infilarsi attraverso una porta decadente, ma inciampò e si costrinse a voltarsi verso la figura, che si abbassò con un braccio disteso, tentando di afferrarla per una caviglia. Era intenzionato a ucciderla. Gli occhi erano quelli di un felino che non conosceva la pietà. Beatrice riuscì a spostare la gamba e a sfuggire alla sua presa.

Si mise a correre, e proprio mentre pensava di aver trovato un angolo sicuro, lui si sollevò e picchiò con tutta la sua forza contro il macchinario, facendolo traballare. Lei gridò di nuovo e vide il suo sorriso maligno mentre la indicava con un dito.

Beatrice fece appello a tutte le sue forze, ma non bastò. La figura la afferrò per un braccio. Le unghie la punsero come fossero artigli. Si sentì trascinare, e lottò per restare in equilibrio con i piedi.

« Lasciami stare! » urlò e torse il braccio. Sentì le sue dita strusciarsi sulla manica. Riprese a correre, senza badare alla testa che le girava per lo shock. Procedette per una quindicina di metri e dovette fermarsi perchè le mancava il fiato. Si infilò nell’ ingresso di un altro rudere. La figura arrivò dietro di lei e si mise a sbirciare dentro.

I loro sguardi si incrociarono, e Beatrice si abbassò di scatto, proteggendosi la testa con le mani, gemendo. Si appoggiò sulle ginocchia, e cominciò a tastare il pavimento per cercare un oggetto qualsiasi per potersi difendere. Trovò un pezzo di vetro di bottiglia, e lo afferrò, mostrandolo alla figura.

«Stammi lontano!» disse. La figura avanzò e allora lei lanciò il vetro, e poi afferrò altri piccoli cocci di mattonella come disperato tentativo di farlo desistere. La figura se li lasciava rimbalzare addosso e non reagiva affatto.

Beatrice trovò un pezzo di un qualche macchinario e lo scagliò con tutta la forza che aveva in corpo contro la figura. Riuscì a provocare un graffio sul viso coperto del ragazzo killer, facendolo ruggire di dolore.

Allora lei si diede la carica e continuò a lanciare pezzi di piastrella, riempiendosi le mani. La figura indietreggiò e tirò fuori una sacca da dentro al cappotto. Sotto gli occhi sorpresi di Beatrice, tirò fuori un quaderno e cominciò a scriverci qualcosa, o a disegnare lei, per qualche oscuro motivo che la ragazzina non riusciva a capire.

Quel gesto imprevisto fermò la sua foga e le fece venire la pelle d’ oca. Mi sta ritraendo così si ricorderà di me la prossima volta. Ce l’ ha con me e se lo legherà al dito.

Ad un tratto la figura ritirò il quaderno nella sacca e si avvicinò a lei, che si era immobilizzata per il terrore. La guardò dall’ alto al basso, e poi tracciò una X immaginaria con le dita fredde sulla sua fronte. Vuol dire che sei diventata un bersaglio. Beatrice tremava tutta, e il labbro inferiore le pendeva e le allungava il mento.

E poi la figura si allontanò, lasciandola libera di prendere la bici e scappare a tutta velocità verso la zona della Tartufara, e di Piazza Castello. Non poteva permettersi di piagnucolare. Non era da lei. Si fermò a una fontana davanti a una gelateria e si lavò le mani, ma soprattutto la fronte, sfiorata da quella mano viscida. Per tutto il tragitto verso casa di sua zia non si voltò, non si soffermò a osservare la gente che passeggiava, e non cambiò mai andatura.

Giunta in quella confortevole casa, si chiese se per caso non si era lasciata impressionare. Non poteva essere successo per davvero, non a lei, poi. Ma sapeva che era stata un’ esperienza reale.

Risultato immagine per blonde teen girl

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Quando trovò il braccialetto in zona Molo, si guardò per bene tutt’ intorno, e constatò che non si vedeva nessuno. Si avvicinò all’ acqua e scese i gradini. Tirò fuori il disegno con le sue iniziali e lo tenne sollevato con due dita, con il braccio disteso di fronte a lei.

Guardando in basso, le parve per un istante di vedere una pallida mano galleggiante, ma in realtà era una busta gettata da uno stupido inquinatore.

Aveva intenzione di sbarazzarsi di quel disegno, ma ad un tratto si rese conto che sarebbe stato meglio conservarlo: era una prova di quanto era avvenuto. Il killer la cercava e l’ aveva presa di mira. Pensava a lei come un bambino innamorato fantasticava sulla sua compagna di banco. Le venne la nausea al solo pensarci. Aveva voglia di strappare in mille piccoli frammenti quel foglio. Il rumore di passi che sembravano provenire da un punto indefinito in mezzo ai cespugli la fece trasalire. Si rimise il disegno in tasca e saltò al galoppo della bici, scendendo solo per attraversare la salita, senza rallentare. Non sapeva se era vero o meno, ma si sentiva uno sguardo morboso addosso. Non poteva ripetersi quella scena. Non tutto quel nascondersi e lanciare cose. Ad ogni modo, si ritrovò a percorrere di nuovo il centro città senza rallentare, e senza voltare lo sguardo. Si chiedeva che cosa potesse renderla attraente per un killer. Si chiedeva come fosse possibile che non era stato ancora catturato o colto sul fatto appena prima di assalire una persona. La macchia di sangue sulla ghiaia rimase impressa nella sua mente, ma il riprendere le sue abitudinarie mansioni rese quei ricordi agitati un turbine di immagini sfocate e disordinate.

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Inaugurazione della ” Domenica della lettura ” – Un nuovo progetto del blog – PSYCHOSIS Cap 1 e 2

2 03 2019

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Da oggi si apre un nuovo filone del blog Civiltà Scomparse, del quale sono co – autore. Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.    

CAPITOLO 1 ‒ Rottura delle acque

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2018

Siamo a Ferrofiume, nell’ Italia nordovest, una cittadina costituita da un centro storico denominato Parte Vecchia, attraversata da un fiume, che si può osservare dalla zona del Molo, nei pressi delle due piazze che in certe stagioni ospitano una serie di fiere, la Piazza Giostre e la Piazza Fiere, all’ interno del quartiere della Tartufara. Altri quartieri sono denominati Oltreponte, il San Valentino con l’ oratorio più affollato, la zona Alto Verde, con l’ erba talmente alta che si perde l’ orientamento, il Canale, La Cittadella, Quarto Autunno, la zona della via principale, il centro città caratterizzato dalla Via Signorile, la zona del Castello, Piazza del Cavaliere e Piazza Franceschini, il Quartiere dello Sport, Chinatown, e un quartiere per gli Albanesi che si è esteso negli anni ’90, la Collina dell’ Anna con la sua salita costellata di villette, la frazione di Ferrofiume popolo con le sue cascine e fattorie, la zona industriale caratterizzata dai resti anneriti di Ground Zero, il quartiere ebraico con la sua sinagoga, il Parco Eternità dedicato alle vittime della Generazione Perduta, e la zona di Piccola Milano. Andando avanti con la storia esplorerete questi posti. Ora, però, dobbiamo zoomare su una casa abitata da una donna di circa trent’ anni che si sta facendo la doccia …

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La donna si stava rilassando, quella sera, dopo una giornata di lavoro, isolarsi dal mondo con la sola compagnia dello scrosciare dell’ acqua era proprio l’ ideale per lei. Finalmente poteva lasciarsi andare, dopo aver mantenuto in piedi il suo personaggio professionale. Aveva da poco iniziato un nuovo lavoro, una grande opportunità per lei, e voleva apparire al meglio.

Aveva chiuso la porta del bagno a chiave, e non si era accorta dell’ uomo che si era introdotto nella sua casa. Non si era fatto sentire. La nuova ondata di crimini non poteva che iniziare con un battesimo di sangue nell’ acqua.

La donna volgeva le spalle alla porta del bagno, mentre si lavava. La porta aveva i vetri oscurati. Ad un tratto la donna sobbalzò. Rumore di vetri rotti. Rivolse lo sguardo a una immagine confusa dall’ acqua che colava. Una mano si introduceva attraverso il vetro infranto e girava la chiave. La donna tenne il fiato sospeso, mentre sentiva il cuore galoppare, e il gelo avvolgerla come una tormenta. La porta venne aperta. L’ uomo era silenzioso. Spalancò con lentezza la porta, e la donna riuscì a vederlo, e mentre osservava la sua nudità si appiattiva contro la parete del bagno.

L’ uomo nudo appoggiò il palmo della sua mano contro il vetro della doccia. La donna chiuse gli occhi quando sentì arrivare un flash. Era stata fotografata? Vide che l’ uomo si abbassava, forse stava appoggiando al pavimento la macchina fotografica. La donna allungò le braccia, e premette contro l’ anta della doccia, per proteggersi e impedirgli di aprirla. Ma l’ uomo fece resistenza. La donna gemette. Doveva resistergli. Ad un tratto cacciò un urlo di terrore. Un’ ascia aveva trafitto il vetro, e l’ uomo si stava aprendo un varco nell’ anta. La donna sbiancò e arrancò all’ indietro, continuando a urlare, mentre l’ uomo si decise a entrare, e le premette una mano sulla bocca, con più dolcezza di quanto la donna si sarebbe mai aspettata. L’ uomo si avvicinò a lei, nudo. Le sfiorò i capelli, e le passò una mano sulla spalla destra e poi lungo il braccio per tentare di calmare i suoi tremori. Nell’ altra mano stringeva un’ ascia. La donna d’ istinto si buttò fuori, cercando di sfuggirgli. L’ uomo riprese in mano la macchina fotografica con uno slancio e l’ accecò con una serie di flash repentini. Ora la donna brancolava, confusa, con delle macchie nella visuale, che le impedivano di vedere bene. Cadde, intontita, come un sacco di patate, sotto al lavandino, rivolgendo uno sguardo pieno di orrore alla figura che si stagliava su di lei. L’ uomo sollevò il braccio armato, e carezzò con l’ altra mano la guancia della donna. E poi abbassò la lama.

Il taglio era più o meno superficiale, ma la attraversava per intero in verticale, dal fondo della gola fin sotto l’ ombelico. Nel frattempo l’ uomo non aveva detto una parola, e la guardava come un bambino annoiato avrebbe osservato una formica inerme. Le strinse i capelli con forza, Le tagliò la gola. Il gemito della donna sfrigolò nell’ aria, e il suono non riuscì a propagarsi. Il pavimento cominciò a riempirsi del suo sangue, e ben presto l’ acqua che fuoriusciva dalla doccia si incontrò con il liquido rosso cupo.

Lui la prese, sistemò il suo corpo, mettendolo seduto nella doccia, come in una macabra posa, facendo attenzione ad ogni particolare, cercando di spostare la testa a suo piacimento. Spaccò due frammenti affilati del vetro oscurato, e glieli infilò negli occhi. Le fece un altro squarcio, devastandole la mascella, e tutt’ intorno alla bocca, fino alle orecchie, dal taglio emersero tracce di tessuto e di osso, dipingendole un terrificante sorriso, rendendola irriconoscibile in volto.

L’ uomo riafferrò la macchina fotografica e fotografò la donna mentre stava morendo, in preda ad orribili spasmi. Il flash catturò il momento esatto del trapasso. Poi si dileguò, rivestendosi in un’ altra stanza e fece perdere le sue tracce nella notte.

2

1993

La signora Cercovici era la moglie di un uomo che non poteva fare a meno di farsi notare dovunque andasse, con i suoi monologhi drammatici sulla società in malora, la moglie di un uomo che spesso si ritirava nel suo laboratorio, e che ogni tanto esclamava trionfante « Eureka! » quando aveva completato un altro grande progetto per stravolgere la storia dell’ umanità. Un giorno, diceva lui, le nuove generazioni lo avrebbero studiato a scuola, come erede di Leonardo Da Vinci. Perchè lui era un inventore, un pioniere, viveva alla luce dell’ illuminazione della Lampadina delle Idee, e tutti gli altri non erano che meri ricevitori delle sue critiche, obiettivi del suo dito accusatore puntato contro. Perciò ci si sarebbe dovuto aspettare che un tale uomo non si sarebbe fatto accompagnare da una donna meno capace di lui, e per ovvi motivi, il signor Cercovici non avrebbe condiviso sè stesso con una donna dall’ intelletto superiore al suo. A dire il vero non aveva mai incontrato nessuno capace di andare oltre le sue capacità.

La signora Cercovici entrò in cantina, accese la luce, e spalancò la bocca. Diamine, aveva allagato la cantina! Presto, doveva trovare subito una scusa da raccontare a Sua Maestà Cercovici. La lavatrice aveva allagato la cantina! Un prodotto di quella società di incapaci non poteva che combinare pasticci come quello!

Audace Guglielmo Cercovici conosceva molto bene quello sguardo. La sua signora ne aveva combinata una. E naturalmente l’ arduo compito di risolvere il problema della giornata spettava al padrone di casa. Il signor Cercovici aprì la bocca e cominciò uno dei suoi monologhi:

« Mi chiedo perchè non ti ho lasciata sull’ altare quando era ora di pensarci bene, per la miseria! Possibile che non puoi fare le faccende di casa senza distruggere, danneggiare, rovinare ogni piccola e grande cosa che ti ho portato in casa con i soldi guadagnati col mio lavoro? Sei come quella donna della mitologia, disfi la notte quel che io costruisco di giorno! Animo, bambina mia! Mica ti farai buttare giù da un po’ di critica, guarda che io cerco di renderti una persona migliore, cerco di stimolarti un pochettino, ma ti sei guardata allo specchio stamattina? Sembri invecchiata di dieci anni dalla scorsa settimana! Avanti, vieni con me, andiamo a prendere qualcosa per togliere l’ acqua, e poi prendiamo la cassetta degli attrezzi, che ti faccio vedere io come si aggiustano le cose. Così, una volta, forse, che Dio ti aiuti, mi sorprenderai con un po’ di praticità, manualità, mi chiedo cosa mi passava per la testa il giorno in cui ho deciso di metter su famiglia proprio con te, piccola. Ti si deve stare appresso per ogni cosa!»

La donna non parlò. Il suo sguardo mostrava tutta la sua rassegnazione. Ammirava molto suo marito. Che cervello che aveva! Era una calamita per le idee, Dio le aveva conservate tutte per lui. Lei si era lasciata trasportare via dalla corrente, dalla sua impetuosità, che riempiva il suo vuoto interiore. Nella sua mente non c’ era spazio nemmeno per uno stuzzicadenti. Lui riempiva tutti gli spazi.

Al piano di sopra i due fratelli Cercovici, Sabele ed Enea, si confidavano sui loro affari privati:

« Non dovrebbe interessarti quello che pensano gli altri, Enea. Tutti vengono presi di mira dalle chiacchiere, prima o poi. Se gli altri credono che tu sia uno sfigato è un problema loro. Hai degli amici, abbiamo un padre che inventa cose mirabolanti. Un giorno i giornali se ne accorgeranno, si renderanno conto che papà è un personaggio scomodo perchè pensa fuori dal quadrato. E poi tu conti un sacco per me. Sei il mio fratellino. »

« Non sono tanto più piccolo di te. E poi ormai ho quasi sedici anni. Comunque, quello che pensa la gente conta molto per me. La vita ha senso solo se diventi qualcuno. Se la gente parla bene di te, avranno sempre ricordi positivi. Se sei il capo di un gruppetto di emarginati …la vita fa schifo. Ma su papà hai ragione, lui gliela farà vedere, a tutti quanti. Cambierà il mondo. »

« Tu sei già qualcuno, Enea. Lascia che le parole degli altri ti scivolino addosso. Se cominci a mostrare un po’ più di fiducia in te stesso, la gente lo noterà. E poi te l’ ho detto, la vita alle superiori è come quel che si sente in tv. Ogni giorno la storia cambia, le voci corrono di qua e di là. Siamo tutti sulla stessa barca. I tuoi dubbi, i tuoi problemi, sono sentimenti comuni a tutti gli altri studenti. »

Sabele si zittì, e rimase a meditare per qualche minuto. Stavano conversando dai loro letti, ai lati opposti della stanza, ed Enea lanciava una piccola palla contro il soffitto. Poi, Enea chiese

« Perchè non facciamo un giro? Voglio andare in motocicletta. Ci stai? »

« Mmm… veramente penso che andrò per i fatti miei. Voglio vedere se trovo qualcosa di bello da disegnare. Mi porto dietro il mio quaderno speciale. »

« Non me lo hai mai mostrato. Nascondi qualcosa? » gli sorrise Enea, e Sabele rispose « Io disegno per me stesso. Non ho bisogno di mostrarne i contenuti. »

Enea alzò le spalle « Come vuoi …se ti piace andartene in giro a disegnare paesaggi … »

« Non disegno paesaggi » replicò il fratello « Di solito sono persone. O animali. »

« Attento a non farti scoprire, allora! Magari qualcuno potrebbe reagire male … » ridacchiò Enea.

« Non è mai successo. Sono attento. » sorrise Sabele. Poi si alzò e cominciò a raccogliere gli occorrenti per il disegno, come le sue matite particolari.

« Non startene lì tutto il giorno a guardare il soffitto e a far sbattere quella palla. Trovati qualcosa di più stimolante da fare …e mi raccomando …sei già importante, e sei già qualcuno. Non dimenticarlo. » disse , poi si avviò verso la porta. Enea lo chiamò, e guardandolo negli occhi disse « Grazie »

Sabele alzò il pollice in segno di okay, e poi chiuse la porta. Poco dopo arrivò la madre a bussare.

« Entra »

« Enea …tuo padre vorrebbe che tu lo aiutassi con la lavatrice in cantina. Ho fatto proprio un bel pasticcio … »

Enea balzò in piedi, abbandonando la palla « D’ accordo »

« Allora, io intanto preparo la cena. Sabele non c’è? »

« E’ andato a disegnare in giro chissà dove. Ma credo che tornerà fra un’ ora. Non è mai mancato a cena. »

« Va bene …Enea, fammi un favore. Se un giorno ti sposerai, non trattare tua moglie come sta facendo tuo padre. Non riuscirei mai a dirglielo, ma se sapesse quanto ci sto male …» mormorò.

Enea si slanciò ad abbracciarla, sorprendendola « Ti dai sempre tanto da fare per noi. Non ti dimenticare che io e Sabele ti vogliamo bene. »

« Oh! Ma certo … » mormorò lei, a bocca aperta.

Enea si avviò verso la cantina, e si fermò sulla soglia, chiamando il padre, che gli rispose « Vieni di sotto, dai, così imparerai un po’ di cose. Mi sono sempre chiesto perchè non ti insegnano queste cose nelle vostre ridicole scuole. Non cambiano da secoli. Eppure la vera vita non la includono mai nei loro insulsi programmi scolastici. Poi uno esce con il suo bel diploma, e conosce tutto sui personaggi morti e la cultura. La società! Maledetta società, ricorda, figliolo, la società non ti vuole essere amica! Vuole mangiarti la vita, giorno dopo giorno …ma un giorno ci penseremo noi Cercovici a cambiare le cose. Col tempo vi insegnerò tutto ciò che so … »

Andò avanti così per tutto il tempo. Ben presto, la mente piena di preoccupazioni e dubbi sul suo status sociale di Enea venne invasa da una nuvola di parole, che avrebbe assorbito per intero. Enea non dubitava di suo padre. Sapeva esattamente chi era, che cosa voleva e che cosa era capace di fare. E non perdeva mai occasione di dimostrarlo.

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1993 ‒ Alto Verde, nei pressi di Oltreponte

Un bambino correva giocando con il suo aquilone, mentre i genitori erano ai tavoli da picnic sulla piattaforma. Tutto preso dalle fantasie del suo piccolo ingenuo mondo, si era allontanato parecchio, tenendo sempre lo sguardo verso l’ alto, apprezzando il rumore del vento che tirava. Si era addentrato nella zona dove c’ era l’ erba alta, lungo un sentiero di ghiaia.

Si fermò solo per qualche istante, a guardarsi indietro. I genitori mangiavano con amici di famiglia. L’ aquilone era più interessante. Si mise a correre, gustandosi quell’ inaspettata libertà di movimento.

Poi sentì un ronzio. Un calabrone gli passò vicino.

« Ah! Vai via! » esclamò il bambino, inorridito. Per lo spavento, perse la presa sul filo. Pur avendone paura, seguì con lo sguardo l’ insetto, e si rese conto che non riusciva più a vedere i tavoli. Forse la libertà non era poi una cosa tanto piacevole. Sarebbe stato molto più rassicurante giocare a ce l’ hai con l’ altro bambino, a pochi metri di distanza dai grandi. Ma quel bambino era antipatico. E ogni volta che uscivano con quegli amici doveva sorbirselo. Quel giorno non ci stava. Aveva scelto il giorno sbagliato per non starci.

Si rese conto di avere la mano che stringeva il filo libera. Fece saettare lo sguardo verso l’ alto, poi a destra e a sinistra, e poi davanti a sè. Verde ovunque. Nient’ altro in vista.

Si allungò sulla punta dei piedi, e scorse una macchia rossa su un albero isolato in mezzo all’ erba alta. L’ unico albero in circolazione. Accidenti a quel calabrone!

Si mise a correre, e raggiunse la zona dell’ albero, che distava una decina di metri. L’ aquilone era incastrato fra le foglie. Il bambino si guardò attorno, preoccupato. Come avrebbe potuto risolvere quel brutto guaio? Un grande avrebbe potuto dargli una mano. Ma forse era arrivata l’ ora di provare a fare da solo. Si sarebbe arrampicato, e avrebbe ricordato questo episodio negli anni a venire. Se solo ci fossero stati tutti quegli anni futuri, per tornare con la mente a quel giorno. Se solo.

Qualcosa lo spinse per terra, facendogli cacciare un urlo di sorpresa, spavento e dolore tutto misto assieme. Due mani strinsero il suo collo, e i suoi occhi si dilatarono. Un ragazzo lo guardava come un lupo affamato, come uno di quei documentari che gli faceva vedere il padre, mentre la madre si lamentava con lui, che era troppo piccolo per guardare gli animali mangiarsi e rincorrersi.

Quella non era la sua immaginazione, non accadeva in uno schermo tv. Quella era la realtà, e quel ragazzo era il predatore.

Il bambino agitò le mani e gli sbattè le dita sulla faccia, cercando di arrivare agli occhi. E poi si sentì sollevare per le spalle e venne fatto cadere a un metro di distanza. Il ragazzo agli occhi del bambino si era tramutato in un felino che si avvicinava a quattro zampe, e gli occhi ricordavano quelli di un’ aquila. Il bambino si fece forza e si sollevò in piedi. Il ragazzo predatore strisciava nell’ erba. Il bambino raggiunse l’ albero, e spinto dal desiderio di sopravvivenza, cominciò ad arrampicarsi.

Il ragazzo balzò in piedi con un sorriso che andava da un orecchio all’ altro e si aggrappò al tronco, venendogli dietro.

Il bambino strillò « Che cosa vuoi da me? Vai via! » e per tutta risposta il ragazzo scoppiò a ridere, facendogli venire la pelle d’ oca.

Il ragazzo famelico allungò un braccio e strinse la caviglia del bambino, cercando di trascinarlo giù, ma il piccolo si stringeva con tutta la sua forza a un ramo.

Riuscì a liberarsi e salì ancora più in alto. Cominciava a sentire le vertigini, ma nulla importava più della paura. Doveva provare a sopravvivere a ogni costo.

Allora il ragazzo si spostò e andò a raccogliere l’ aquilone, sotto gli occhi del bambino che tremava e piagnucolava senza nemmeno rendersene conto.

Il bambino vide il ragazzo voltarsi e sorridere con malignità. Si avventò su di lui stringendo il filo fra le mani.

Il ragazzo maligno ebbe modo di contemplare il bambino che pendeva da un ramo con il collo stretto dal filo che si agitava e si dimenava. Nel frattempo lui disegnava, ritraeva la morte che stava nascendo attraverso quel processo di soffocamento. Rimase a ritrarlo fino agli ultimi spasimi. E poi si dileguò. Passarono altri dieci minuti prima che i genitori si allarmassero, rendendosi conto che il loro bambino non tornava più indietro. Altre due ore trascorsero prima del macabro ritrovamento.

CAPITOLO 2 ‒ Ferrofiume non è posto per volersi bene

1993

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Marzo, tempo di fiere a Ferrofiume : Piazza Giostre diventa un Luna Park, e Piazza Fiere in zona La Tartufara ospita bancarelle e cibo a volontà. Molta gente viene attirata dagli svaghi, dopo un lungo e sonnolento inverno. Quel febbraio era stato però particolare: la paura cresceva, fra gli abitanti e i genitori del posto, perchè dopo il bambino appeso a un ramo con un filo per aquiloni i ritrovamenti si erano fatti numerosi. Piazza Giostre era situata presso il Molo, e la si poteva raggiungere attraverso il Viale Vistafiume. Il Luna Park attirava però anche i giovani peggiori, i famigerati bulli del posto, e se si associa questo fatto a una coppia di ragazzini maschi che si vogliono bene, allora il pestaggio è assicurato … 

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Perseo Fondo, un mingherlino di quindici anni, con i lunghi capelli castani coperti da un cappuccio, spiegava, con occhioni da cerbiatto alla luce dei fari di un’ auto, alla polizia, che gli amici di Bruno Pellocarmine li avevano sfidati al pungiball, e il suo amico intimo aveva vinto. Lui ci sapeva fare, mentre Perseo invece non capiva neanche come ci era riuscito.

« Mi dica, agente, è sbagliato volersi bene fra maschi? » mormorò Perseo. Il poliziotto con il quale parlava aveva trovato, poche settimane prima, il corpo del bambino impiccato. Era in grado di comprendere affetto e intimità fra due maschi, ma non poteva credere che si sarebbe trovato un giorno davanti uno di quelli …un finocchio di quindici anni. Sotto il cappuccio nascondeva i capelli lunghi, pensava il poliziotto, sì, perchè vuole giocare a fare la femmina. Non c’ era niente di macho, niente della pura essenza maschile in quel ragazzino.

« Ricominciamo dall’ inizio » propose il collega del poliziotto « Vi siete allontanati assieme da Piazza Giostre e vi siete diretti di sotto in zona molo. Ma non vi siete fermati. Siete andati oltre, se rammento bene. »

« Ci siamo allontanati per nasconderci! Perchè questa città è piena di imbecilli! Ormai sono tutti sospettosi …quando ci vedono assieme …mi sento gli occhi puntati addosso …ma non stavamo facendo nulla di male! State facendo parlare quei ragazzi? Lo hanno picchiato, io ero lì, ho visto cosa gli hanno fatto! »

« Che direzione avete preso esattamente? »

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In un’ altra stanza adibita agli interrogatori, altri due agenti erano stati incaricati di far cantare uno di quei ragazzacci, separatamente, per poi confrontare quanto sarebbe trapelato. Avevano fra i diciassette e i diciotto anni, e solo uno aveva fra i quindici e i sedici anni, e quello era Tommy Timoteo Furia. Bruno Pellocarmine era un uomo fatto, ed era un osso duro. Sorrideva senza mostrare i denti, quel volpone. Non l’ avevano convinto a togliersi il cappello. La visiera gli faceva ombra sugli occhi. Aurelio Capinero era un bullo cresciuto dai genitori della zona bene di Ferrofiume. Un bullo alla moda, con i migliori vestiti firmati addosso e una faccia da modello, e un ciuffetto alla Elvis Presley. Fosco Chiavelli se la sarebbe vista brutta in casa, con quel padre sempre pronto a scavalcare chiunque pur di far carriera, fissava i poliziotti con sguardo truce, la mente ribollente di rancore. Una mina vagante in carica. Alano (come faceva di soprannome ) a momenti non passava per la porta, talmente era alto. Lo sguardo era quello solito: imbronciato. Tommy Timoteo era quello annoiato, che si guardava intorno cercando qualche distrazione. Era grande e grosso e riempiva tutta la sedia. I poliziotti avevano puntato le loro speranze sull’ imbecille della compagnia: Renato Valieri, un palestrato con una capigliatura anni ’60 che ripeteva l’ anno scolastico per la seconda volta. Non era mai stato particolarmente brillante in qualcosa, se non nel fare esercizi, e non sarebbe andato molto lontano, se avesse deciso di varcare i confini della sua città natale.

« Dall’ inizio, avanti » disse il poliziotto. Renato rispose « Non volevamo pestarlo in quel modo. Cioè, prima del pungiball volevamo solo prenderlo un po’ in giro, perchè, cavolo, quello è un finocchio, no? Ci sta. Ma poi ha vinto. Non potevamo permettergli di andare a vantarsi con gli altri cretinetti. Abbiamo una reputazione « poi continuò « Però noi abbiamo fatto anche qualcosa di buono …cioè, più o meno, insomma, io avevo cercato di salvarlo, ma … »

« Salvare chi? Di cosa diamine stai parlando? »

« Il ragazzo aggredito sotto al ponte. Gli altri non ve l’ hanno detto? C’ era quel killer che aggredisce le persone, proprio là, in fondo al Viale Riva Amorosa. »

« E’ così che voi ragazzi chiamate quella stradina che passa affianco al fiume? »

« Sì, perchè lì ci portiamo le ragazze » poi si incupì, e un’ espressione più o meno rabbiosa ( in realtà non era capace di esprimere la rabbia ) si dipinse sul suo volto « Ma quei ragazzini finocchi stavano per infangare la reputazione della zona … »

« Non stai dicendo la verità. Non c’ era il killer sotto il ponte. Avevate un conto in sospeso con la vittima? »

« Cazzo, sì che c’ era, agente! Non potrei scordarmelo, quello era una bestia! Guardi che non sto dicendo cazzate, signore. »

« Esprimiti in modo educato, avanti! » lo rimproverò l’ altro agente « Siete in un mare di guai se c’ entrate qualcosa con la macabra aggressione sotto il ponte! »

« Noi apprezziamo l’ onestà prima di tutto, Renato. »

« Pensi di essere dalla parte del giusto? Perseguitare un ragazzino confuso ti pare il modo giusto di approcciarsi alla situazione? »

« Non mentire, ragazzo. Avete ucciso il ragazzo ritrovato oggi pomeriggio sotto al ponte? Hai partecipato o hai solo assistito senza fare un cazzo? »

« Porca troia, ho cercato di salvarlo, agenti! Non abbiamo ucciso nessuno! »

« Eppure eravate in vena di vendette, non è così ? Non vi andava giù di perdere al pungiball e di sprecare i vostri soldi. »

« Questo sì, ma … » Renato chiuse la bocca di scatto, costringendosi a pensare, solo per una volta, prima di parlare. Il suo sguardo saettava da un agente all’ altro.

« Devi dircelo, Renato. Dobbiamo sapere. »

« Abbiamo picchiato il finocchio. Non abbiamo ucciso il ragazzo sotto al ponte. Non avevamo nulla contro di lui. Anzi, a me stava simpatico. Ci siamo spaventati, a vedere quella scena. Abbiamo visto il killer … »

« Cosa faceva il killer? Che aspetto aveva? » secondo gli agenti poteva benissimo trattarsi di una scusa, un escamotage. Tirare fuori il killer che terrorizzava la zona di recente per coprire una resa dei conti finita male.

« A un certo punto si è messo a scrivere …o a disegnare, non si capiva molto bene. Il ragazzo era lì a rantolare, e quello lo fissava e poi con lo sguardo fissava la pagina. Quando ci siamo arresi sembrava non rendersi conto della nostra presenza. Ma mi ha soffiato addosso, come un gatto infuriato, quando ho afferrato la vittima. »

E poi la realtà cominciò a prendere piede nell’ animo torturato dalla confusione di quel ragazzo imbecille, una cosa più grande di lui « Accidenti …ho assistito a un omicidio, vero? » le lacrime sgorgavano da due occhi che ora assomigliavano tanto a quelli di Perseo Fondo.

« Era ridotto in condizioni terribili. Agente, lo giuro, siamo innocenti. Siamo fuggiti, avevamo paura di fare la stessa fine … »

Si coprì la faccia con le mani « Cazzo, lo vedo dappertutto, in ogni momento! Il volto della vittima, la faccia era distrutta, era pieno di tagli! Dovete fermare quel folle! O non riuscirò più a uscire di casa, accidenti! »

3

Cainan_Wiebe

I due poliziotti che interrogavano Tommy Timoteo erano stati chiamati in corridoio da altri due agenti. Avevano chiuso la porta, e parlando a bassa voce, avevano discusso di alcune domande da rivolgere al ragazzo annoiato. Tommy Timoteo era impaziente di andarsene, e rivolgeva lo sguardo alla porta. Dopo qualche minuto, i due agenti rientrarono nella stanza e l’ interrogatorio riprese, ma l’ argomento richiesto cambiò completamente.

« Dimmi un po’, è vero che non eravate soli, là sotto al ponte? Intendo dire, oltre ai tuoi amici e ai due ragazzini c’ era anche …un ragazzo ferito? »

Gli occhi di Tommy Timoteo si illuminarono. L’ altro agente chiese « Avete visto il killer sotto al ponte? L’ avete colto sul fatto? »

« Ah …è di questo che parliamo. Sì, abbiamo visto quella scena. Abbiamo cercato di aiutarlo, sa. Ci verrà riconosciuto questo? Non siamo cattivi, sa. »

« Sicuro. Non siete affatto dei balordi. Avete pestato un ragazzino. Ora è ricoverato in ospedale. Come ti senti a riguardo? Soddisfatto? »

« Come ti senti a riguardo? » ridacchiò Tommy « Non sono mica da uno strizzacervelli qui »

« E’ vero, ma se un giorno finirai al riformatorio, in una di quelle comunità per squinternati e poveracci, prima o poi qualcuno ti strizzerà qualcos’ altro. »

« Ehi, ehi. Piano con le parole. Non ci metto niente a denunciarvi. State abusando di un minorenne. »

« Lasciamo perdere il riformatorio e parliamo di quello che avete visto sotto al ponte, vuoi? »

« Quel tizio disegnava il ragazzo mentre moriva. Renato ha cercato di tirarlo via da lì, ma quello tirava dalla sua parte, e non lasciava la presa. »

« Sapresti descrivermi il killer? »

« Si era messo all’ ombra. Era pomeriggio tardi, non si vedeva molto. Si vedeva la sagoma di una matita però, e una specie di quaderno, o forse erano solo fogli tenuti assieme … »

« E il ragazzo ferito che aspetto aveva? C’ erano segni di tagli per caso? »

« Il ragazzo è morto. E quello stava lì a disegnarlo. Che scena, avrei voluto fargli una foto. Non è una cosa che si vede tutti i giorni, sapete. »

« Descrivici la vittima, dai. »

« La faccia sembrava uno di quegli schemi, di quando si gioca a tris, aveva tagli dappertutto. Un buco qui » si indicò un punto sotto il pomo d’ Adamo « Proprio al centro della gola. Colava tutto il sangue. »

« Quindi il killer c’ era veramente. Puoi confermarlo … »

« Cosa sta succedendo? Pensate che saremmo capaci di conciare a quel modo un povero ragazzo?»

« Ti devo ricordare che il ragazzino che perseguitate si trova all’ ospedale, per caso? »

« Sì, ma quello è andato giù con facilità, voglio dire, era solo un pestaggio. Niente di che. Non ci siamo neanche impegnati tanto. Quella scena era tutt’ altra cosa, mi spiego? Noi non siamo così crudeli. »

« E come vi definite, sentiamo? Non capite che quei ragazzini sono confusi? Se vi foste trovati nei loro panni? »

« Giammai! Non è una cosa normale, è inaccettabile! »

« Però loro non fanno del male a nessuno, su questo sei d’ accordo con noi, vero? Che motivo ci sarebbe di perseguitarli? »

Tommy Timoteo volse lo sguardo lontano dagli occhi dell’ agente, sbuffando.

« Confermi la presenza del killer? »

« Sì, confermo. Soddisfatti? »

« Confermi anche la vostra fuga gambe in spalla? Vigliacchi. Non ci pensate due volte a malmenare un ragazzino, però di fronte a un’ aggressione ve la battete di corsa. Perché non avete dato l’ allarme? Perché non avete bloccato l’ aggressore? »

« Ci tengo alla mia vita, sa. Se non fossimo fuggiti, adesso stareste indagando su una strage. Sono convinto che ci avrebbe ammazzati tutti quanti. E poi nessuno ci avrebbe dato ascolto. C’ era una riunione di quegli strampalati felici e contenti, sa, quelli che vanno dietro a quello strambo tizio, il signor Cercovici. Quelli non danno retta a nessuno.»

4

Perseo Fondo aveva atteso il ritorno degli agenti, che si erano riuniti per confrontare le ammissioni dei ragazzacci con la sua. Si guardava intorno con nervosismo, cercando, senza rendersene veramente conto, di nascondersi, di farsi più piccolo di quel che già era. Avevano avvisato suo padre, che stava accorrendo a recuperarlo alla centrale di polizia. Temeva che avrebbe dovuto spiegare il motivo, il reale motivo, per il quale quei ragazzi più grandi lo perseguitavano. Si chiedeva se ne sarebbe stato capace, di ammetterlo. Quella cosa che fino a poco tempo prima non riusciva ad ammettere nemmeno a sé stesso. Non l’ aveva detto nemmeno a sua madre.

Non avrebbero capito. Quei tempi non ammettevano situazioni del genere. E forse non sarebbero mai stati accettati pienamente.

Le sue riflessioni vennero interrotte dal ritorno degli agenti.

« Allora, adesso devi avere tanta pazienza, ragazzino, e raccontarci di nuovo tutto dal principio. »

Perseo emise un lungo sospiro, e con il labbro tremante riprese a raccontare …

Perseo e il suo amico intimo si stavano dirigendo all’ uscita di Piazza Giostre, e si accingevano ad attraversare le strisce pedonali per dirigersi verso la zona del Molo. Per ovvi motivi non provavano neanche a farsi vedere mano nella mano, non si poteva fare se non si era assolutamente sicuri di trovarsi in un luogo isolato. Non si erano resi conto di essere osservati dagli occhi dei ragazzi che avevano sconfitto al tiro a segno.

Si diressero giù per la discesa di ghiaia e invece di svoltare a sinistra in direzione del Molo continuarono ad andare avanti, introducendosi nel Viale Riva Amorosa, un nome che ufficialmente non esisteva, per quella stradina di ghiaia che passava proprio accanto al corso d’ acqua e si estendeva per intero al di sotto del Viale Vistafiume.

« Ecco. Fondo ha messo il braccio attorno alla sua spalla. Quel fottuto finocchio del cazzo sporcherà il posto dove i ragazzi veri portano le loro ragazze. » sibilò con disgusto Bruno Pellocarmine.

« Che cosa facciamo adesso? Li seguiamo? » chiese Aurelio.

« Prima osserviamo un po’ la situazione. C’è tanta gente seduta sui gradini, e a fare picnic sull’ erba. » replicò Fosco Chiavelli, che era il secondo nella gerarchia di quel gruppo.

« Tutto bene? » chiese Perseo al suo amico, vedendolo pensieroso e con una nota di tristezza in volto. L’ altro gli rispose « A scuola stanno cominciando a capire …mi sono ritrovato un biglietto orribile nello zaino. »

« Fammi vedere, ti va? Ce l’ hai con te? »

« Sì …volevo appunto mostrartelo …guarda che roba … »

Perseo lesse SE SCOPRIAMO CHI E’ IL KILLER, CHIAMO MIO CUGINO E LUI LO MANDERA’ DA TE e anche VIEN DI NOTTE E TI TAGLIA PROPRIO LI’, VIEN DI NOTTE E TI EVIRA, STRAMBOIDE.

« Sono solo parole, provocazioni, non vanno prese sul serio » commentò Perseo.

« E invece io mi sono rotto le scatole. Volevo parlarti di questo …secondo te è arrivato il momento di andare a far denuncia? »

« Ma poi scoprirebbero …e poi ci andrei di mezzo io …secondo me è meglio se eviti. Peggioreresti soltanto la situazione. »

« Ma i miei genitori già lo sanno …sanno che sono …hai capito … »

« I miei no! E non intendo dirglielo ancora per qualche anno. Per favore, non coinvolgermi. »

Si fermarono a guardarsi negli occhi « Come preferisci …ma non resisterò ancora per molto. Ma non farei mai il tuo nome. »

E poi il loro sguardo cominciò a esprimere interesse reciproco, attrazione, e il resto del mondo si annebbiava, almeno a livello psicologico, e i loro volti si avvicinarono …

« Ehi, froci del cazzo, siamo tornati a conciarvi per le feste! » tuonò la voce di Alano, campione della squadra di atletica locale. I due ragazzini si voltarono, sorpresi sul fatto.

Erano arrivati tutti assieme, l’ imperscrutabile Bruno, il palestrato Renato, Tommy Timoteo che aveva la stessa stazza di Frankenstein, il gigante e spilungone Alano, il bullo chic Aurelio e la mina vagante Fosco. Tommy si lanciò ad afferrare l’ amico intimo di Perseo, e Aurelio invece decise di tener fermo Perseo.

« Vi stavate per baciare? Non siete proprio normali, voi due. Siete una vergogna, fate schifo a tutti quanti. » pronunciò Bruno.

« Adesso vi daremo una bella lezione, una di quelle che non dimenticherete! Comincia il pestaggio! » annunciò Fosco.

« NO! » esclamò Perseo, prima che Aurelio gli coprisse la bocca con una mano.

« Guardalo bene, il tuo fidanzatino. Fra pochi minuti verrai conciato allo stesso modo. » sibilò Aurelio.

« Lasciatemi andare! Vi denuncerò tutti quanti! » esclamò l’ amico di Perseo.

« Provaci, e ti perseguiteremo ancora di più! Non puoi fermarci! » esclamò di rimando Tommy Timoteo.

E poi si avventarono su di lui, picchiando e calciando, fino a quando non si accasciò a terra. Bruno non partecipò, ma rimase a osservare col sorriso.

Perseo non poteva fare a meno di piangere e singhiozzare « Lasciatelo stare! Non facciamo niente di male!

Bruno stava per rispondere, quando ad un tratto, sotto la visiera del suo cappello, cambiò espressione e perse un po’ di colorito.

Il suo sguardo si era spostato sotto al ponte, a una quindicina di metri di distanza. Qualcuno aveva urlato. Nel trambusto di pugni e calci, quasi nessuno degli altri aveva sentito. Ma Fosco si fermò all’ improvviso. L’ amico di Perseo si accasciò al terreno, e anche gli altri smisero di picchiarlo.

Perseo guardava a bocca aperta l’ amico che perdeva i sensi. Aurelio lo lasciò andare, e lui gli corse appresso urlando il suo nome.

« Non è da solo » osservò Fosco a voce bassa.

« Andiamo a vedere » decise Bruno per tutti.

Renato, il più imbecille fra loro, si avviò per primo, mentre gli altri lo seguivano lasciando un metro di distanza.

« Sono seduti? Che cazzo sta succedendo, quello a destra sembra ferito …» disse Aurelio.

« Mi sembra che uno stia scrivendo qualcosa, e sta fissando quell’ altro …» osservò Bruno.

Quando si avvicinarono abbastanza da vedere con chiarezza, sebbene il tizio a sinistra fosse oscurato dall’ ombra, videro i tagli sulla faccia del tizio a destra. Non era seduto, era accasciato a terra con la schiena alla parete, e la testa era piegata in modo strano. A quel punto solo Renato avanzò ancora.

L’ imbecille toccò la spalla del ragazzo ferito, e si rese conto che respirava ancora. Cercò di smuoverlo e lo tirò verso di sè per un braccio. L’ altro tizio lasciò a terra i fogli e tirò dall’ altra parte, soffiando come un gatto imbizzarrito. Renato arretrò. Il tizio disegnatore, perchè quello era ciò che faceva, ricominciò a usare la matita, come se nulla di tutto quello fosse successo.

Alano afferrò l’ imbecille per la spalla, facendolo sobbalzare « Andiamo via, e vedi di muoverti » sussurrò.

Cominciarono a battersela. Tommy Timoteo si fermò per un istante a guardare Perseo che cercava di soccorrere il suo amico.

« Finocchio, è meglio che te ne vai, e alla svelta. Il killer sta uccidendo una persona sotto al ponte. Porta via anche il tuo amico … »

Perseo alzò lo sguardo, fissandolo a bocca aperta, allarmato e confuso da quella frase.

Tommy si abbassò « Ti aiuto a sollevarlo. »

« Come hai detto? » mormorò Perseo, ma poi collaborò con lui per sollevare il suo amico, e cominciarono a camminare velocemente.

Ma arrivati ai piedi della salita di ghiaia, Tommy lo appoggiò delicatamente al suolo.         « Dai l’ allarme. Qualcuno ti darà una mano. Ma se parli di noi sei fottuto. Ricordatelo. »

« Sono corso fra la gente a chiedere aiuto. Qualcuno dai gradini del molo si è voltato, ma nessuno di quelli che facevano picnic sull’ erba mi diede ascolto. Mi sono sentito un fantasma. Sembrava proprio che non mi sentissero. Loro erano lì che se la ridevano beati, mentre io sembravo un disperato. E’ stata un’ esperienza sconcertante. Alla fine ho convinto qualcuno ai gradini ad aiutarmi con il mio amico. »

Qualche istante dopo, un altro agente bussò alla porta, e annunciò « E’ arrivato il padre del ragazzino. Possiamo farlo entrare? »

« Ancora qualche istante, Maurizio » poi chiese a Perseo « Quindi tu non hai effettivamente visto il killer … »

« Ho portato un tizio in fondo al Viale …ci siamo avvicinati alla zona del ponte …c’ era solo la vittima. Ma ho colto sincerità nelle parole di Timoteo. E poi quei balordi se la sono data a gambe più in fretta che mai. Sono sicuro che lo hanno visto per davvero. »

Poco dopo, il padre di Perseo Fondo venne fatto accomodare. Gli venne spiegato dai due agenti che suo figlio e il suo migliore amico ( anche se Perseo non condivideva questa affermazione ) subivano una vera e propria persecuzione da parte di alcuni ragazzi più grandi. Il padre chiese il motivo. Gli agenti guardarono Perseo, chiedendosi se lo avrebbe ammesso.

Lui annuì « Papà, credo che sia arrivato il momento che tu lo sappia. »

« Cosa dovrei sapere, scusa? Hai fatto qualche torto a quei ragazzi? Che cosa sta succedendo? »
« Non accettano quello che provo. »

« Cosa vorresti dire con questo? »

« Mi piacciono i maschi. Quello che hanno pestato non è il mio migliore amico. E’ il mio ragazzo, capisci? »

« Ma cosa stai dicendo? » chiese il padre, sconcertato.

« Non ho scelto io. E’ successo. »

« Io penso solo che tu hai tanta confusione in testa. »

« Non sono confuso. Sono nato così. Devi accettarlo. »

« Non dire stupidaggini, figliolo. Tu non sai chi sei e che cosa vuoi. Sei troppo giovane. »

Gli carezzò i capelli con la mano, togliendogli il cappuccio « Domani andiamo dal barbiere e ti faccio tagliare questi capelli. Sono troppo lunghi. » Perseo sospirò.

 

 





Racconto breve – Il culto della virtualità

23 12 2018

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         Scritto da Matteo

Si consiglia la lettura ad un pubblico ADULTO, e possibilmente non suscettibile 😉 tutti i diritti sono RISERVATI, per una eventuale condivisione chiedere tramite commento a questo articolo 

  IMPORTANTE: ( Un avviso, nel caso un transgender stesse leggendo, questi sono pensieri che mi sono venuti in mente per allacciarmi alla tematica del mio racconto breve sulla realtà virtuale, e non sono affatto da considerarsi come fattibili e legittimi. Questo è un racconto immaginario, e così deve essere considerato da chi legge ) 

Le persone suscettibili potrebbero provare un’ esperienza di alienazione leggendo il mio testo … se vi ritenete molto suscettibili ignorate questo articolo anche se dubito che ci siano persone più suscettibili di quanto lo sono io! Non so se trasmetterò qualcosa attraverso il mio racconto, ma spero di farvi pensare e ragionare in un modo del tutto nuovo e radicale, perchè quello è sempre stato il mio obiettivo!

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Morire e ritrovarsi in una tuta haptica, ricoperto dalla testa ai piedi. Percepire tutte le sensazioni di perdere il contatto con il proprio corpo e con la realtà che si è sempre conosciuto, e poi essere accolti da un messaggio davanti ai propri occhi, funzionanti: ” Hai terminato una delle tue vite extra nella nostra simulazione virtuale di realtà Terra 2.0. Sei ancora vivo. Sei in grado di accedere di nuovo alle tue memorie originali biologiche, e sei in grado di ricordarti come toglierti la tuta haptica e le apparecchiature che ti hanno permesso di vivere una vera e propria vita virtuale. Guardati allo specchio fornito da Mirrorrevelation. Company e scopri la tua reale identità. Potresti essere sorpreso o scoprire di avere sempre avuto ragione. Scoprirai anche che una vita extra completa ha richiesto solamente 24 ore del tuo tempo virtuale, e quindi il tempo trascorre molto più velocemente su Terra 2.0 Ricordati che aver vissuto questa esperienza virtuale è da considerarsi un privilegio regalatoti dalla nostra azienda. Ci auguriamo che tu voglia ripetere attraverso un altro corpo – avatar. In caso tu sia stato abortito avrai diritto ad un rimborso e ad una vita extra supplementare privilegiata. In caso qualcuno abbia interrotto la tua esperienza virtuale prima del previsto avrai diritto ad un rimborso pari al valore della tua aspettativa di vita come misurata nella tua nazione virtuale di provenienza, e ad una vita extra supplementare privilegiata. Nel caso tu ti sia trovato nel corpo di gender sbagliato ti informiamo che la selezione del corpo avatar è una questione socio economica, e ti preghiamo di informarti per sapere se sei in debito con la nostra azienda. Ora sei libero di vivere la tua vita biologica, ma sappi che ti aspettiamo per una nuova esperienza su Terra 2.0. Arrivederci! “
Era vero. Ero ancora vivo, e ricordavo tutti i particolari su come togliermi la tuta haptica, i guanti haptici, il visore, e tutto il resto dell’ apparecchiatura, compreso il tapis – roulant sul quale mi ” muovevo “, ” camminando ” e tutte le apparecchiature di manipolazione della materia che mi fornivano tutti i vari gadget ogni volta che ne avevo l’ occorrenza. Ed era vero. Pur avendo vissuto una vita pressoché completa, mi trovavo ancora nel corpo dell’ appena ventenne con il quale ho iniziato questa esperienza virtuale. Ma conservavo ancora tutte le memorie della mia vita extra vissuta, anche se sembra tutto un sogno un po’ più impresso del solito. Sono vissuto in Italia, fra il 1990 e il 2095 del calendario di Terra 2.0, ma in realtà sono Dennis, sono nato nel futuro, e ogni vita virtuale vissuta dai miliardi di abitanti del mio pianeta ha richiesto il sacrificio di circa 19 – 24 ore reali. Vivo in una località tropicale, nella versione reale dell’ Australia. E a differenza della mia vita extra, ho un gemello maggiore.
Prima di tutto vorrei parlare della mia esperienza mentale. Perché mi sono guardato allo specchio nella mia stanza fornitomi da Mirrorrevelation. Company, che ha immediatamente scattato una foto e mi ha chiesto il permesso di pubblicarla sul suo sito ufficiale, visitato da coloro che come me si sono guardati allo specchio e ci hanno trovato un’ altra persona. Quindi pressoché il 90% della popolazione umana. Con una certa indifferenza e frustrazione ho dato il permesso.
Una volta raggiunti i 16 – 17 anni nella mia vita extra, posso dire che probabilmente ho avuto esperienza di una sorta di ” body dysphoria “, un termine emerso su Terra 2.0 per una esperienza mentale che qui non esiste. Che ero maschio l’ ho sempre saputo, ma la mia immaginazione era molto attiva, e mi giungevano immagini e scenari, per così dire. Mi è stato spiegato che la nanotecnologia che oscurava la mia percezione sensoriale non funziona sempre in modo ottimale, e spesso permette di far emergere ricordi di una vita diversa da quella ” giocata ” e sensazioni anomale di alienazione. Io sono il contrario di un afantasiaco, sono un superfantasiaco, e facevo fatica a pensare a me stesso come me stesso, dovevo sforzarmi per includermi nei miei pensieri, e forse è stato il risultato della mia generazione di ” cresciuti nei video online “, ma quando io pensavo, pensavo per immagini sia fisse che in movimento, e pensavo attraverso quel che si potrebbe definire, un meme. In più, spesso mi veniva più spontaneo pensare in inglese che in italiano.
Dunque, a 16 e 17 anni erano emerse sensazioni intense in me, un desiderio intenso di essere diverso, mi venivano in mente scenari tropicali, estati assolate e immagini in alta risoluzione di un ragazzo biondo. All’ epoca avevo cominciato a interessarmi ai gemelli, per qualche motivo, forse influenzato dal fatto che all’ epoca guardavo una serie tv di Terra 2.0 con dei gemelli che vivevano in un albergo. Che assieme a me nelle prime settimane di embrione c’ era un gemello mai sviluppato appieno l’ ho scoperto solo nel 2013 anno di Terra 2.0, attraverso una pagina di diario di mia madre. Intendo dire la madre del personaggio che ho interpretato. Ma in un certo senso l’ ho sempre saputo, qualcosa mancava.
Descrivendomi col senno di adesso, all’ epoca, ma senza nessun tipo di esteriorizzazione della questione, mi sentivo come un giovane Michael Jackson, volevo davvero davvero cambiare. E non conoscevo Michael, sì sapevo chi era, ma non sapevo molto al di là del suo nome e della sua fama. Non saprei bene come descrivere quella sensazione disforica, ma guardando un certo tipo di archetipo fisico, mi sentivo ” a casa “, sentivo ” familiarità “. Quella familiarità non è mai andata via. Avevo persino ricordato il mio nome reale, perché il mio nome su Terra 2.0 era un nome Cristiano, un genere di nome che nella mia vita reale non esiste, perché la grandissima percentuale della Storia umana generata su Terra 2.0 è fittizia. Quindi avevo dato un nome a quelle immagini mentali, che facevo in modo di visualizzare nella maniera migliore possibile, e quando giravo da solo in bici, lo sovraimponevo sulla mia immagine, e mi sentivo diverso, sentivo che fare un esercizio mentale di sovraimpressione sul mio corpo mi dava coraggio e fiducia in me stesso.
Dennis in seguito è diventato il mio primo personaggio di un libro, e ovviamente era inclusa la questione dei gemelli che non sanno di essere gemelli, prima ancora di indagare nei diari di mia madre e scoprire che – io – ero, o almeno sarei potuto essere potenzialmente un gemello. Il libro era ambientato in Australia. Quando in seguito trovai in certi film e immagini online, immagini di persone bionde che si avvicinavano in modo sorprendente all’ archetipo che avevo in mente, mi sentivo quasi come se avessi immerso un dito nel futuro e avessi pescato qualcosa. QUASI come. Da allora ho sempre cercato di conoscere e familiarizzare con figure che mi ricordassero questo archetipo. Forse ancora non me ne rendo conto, ma probabilmente cercavo una ” idea percettiva di me stesso ” più che altro. Poi è successo. Due volte ho conosciuto due persone che si avvicinavano a quell’ archetipo, anche se a ben pensarci, solo vagamente, perché non c’ era alcuna somiglianza fra loro e le immagini archetipiche nella mia mente, ma era l’ idea della personalità che volevo cercare. Non posso andare nei dettagli, ma sono state esperienze molto vissute, da una parte la ricerca di un carattere trasgressivo che io non potevo esprimere da solo, dall’ altra parte la ricerca di una personalità dominante e persuasiva alla quale mi sono arreso completamente. Forse è vera la questione delle tracce psicologiche comportamentali che lascia la condivisione di giorni e settimane come embrione con un altro embrione, anche se nel mio caso si tratta di giusto pochissime settimane, ma chissà, forse la ” consapevolezza ancestrale ” e in seguito la ” consapevolezza concreta ” ha influito. Quello che cercavo io era il gemello maggiore. Ho la sensazione che io sarei stato il minore. Ho la sensazione che io NON sarei stato il gemello dominante. Ho persino vissuto due anni di esperienza virtuale alternativa all’ interno di quella che già era alternativa, quella nella quale per due anni mi sono diviso fra due famiglie e ho approfondito l’ amicizia con un vero e proprio secondo fratello, una personalità dominante e impositiva che io cercavo, senza saperlo. E mi sono lasciato inglobare completamente. Lui non corrispondeva all’ archetipo fisico di quelle immagini, ma aveva una personalità che in qualche modo io allacciavo a quella sensazione che avevo provato io. Coraggio, fiducia e trasgressione.
Quella sensazione, con gli anni si è affievolita e tutto è tornato alla normalità, a parte per quelle parentesi in cui mi lasciavo inglobare dalle personalità degli altri … A 27 anni virtuali scrissi un racconto breve, ho riproposto a me stesso queste sensazioni nel mio racconto breve DARK SOSIA: la storia di due sosia che si scoprono per la prima volta, in parallelo con un’ altra coppia di sosia, uno si è autoesiliato e vive da nomade, e l’ altro vive con una madre piena di segreti. I due sosia credono ognuno di essere il gemello dell’ altro poiché sono consapevoli dell’ esistenza passata del gemello, ma si sbagliano. Sono solo simili. E sono avversi l’ uno all’ altro. E’ una specie di metafora per la questione dei gemelli sopravvissuti che prevalgono sull’ altro e crescono e si sviluppano al posto suo. E’ la mia storia breve preferita di mio pugno. E’ veramente opera mia, la sento come mia. Più o meno nello stesso periodo trovai in un cortometraggio online nella zona virtuale chiamata Germania, il nuovo punto di riferimento per richiamare alla mente quella immagine archetipica. Ve lo potrei giurare, guardare quel cortometraggio, fu come tornare veramente a casa propria, in un modo ancora più assoluto che in passato. Quel giovane di un anno in meno di me era l’ incarnazione stessa di quello che sentivo io da adolescente. E’ una sensazione alienante ed estraniante, come non essere più sicuri di appartenere a questo mondo. Ora, qui, nella vita reale, ho scoperto che il mio gemello regredito nell’ utero di mia madre virtuale, è tornato a usufruire dell’ esperienza Terra 2.0, e grazie ai privilegi forniti dall’ azienda, ha potuto ottenere un corpo avatar quasi identico al suo corpo originale e legittimo, e nacque nel 1991 e divenne un attore, e quando la sua esperienza finì, scoprì di essere il mio gemello. L’ esperienza scritta in DARK SOSIA è stata in un certo modo vissuta veramente: Quando ho scoperto i cortometraggi di (…), mi son detto, sconvolto, che Dennis era entrato nella realtà ” reale “, come una sorta di avatar, la mia immaginazione lo ha reso concreto, DENNIS esiste. Ma il suo nome da personaggio era prima DIMI, poi DAVID. Sapete, quelle sensazioni principali, di impatto, che uno ha quando percepisce come se la realtà avesse pescato dalla tua mente e avesse manifestato la realtà proprio come la volevi tu. (…) sembrava come pescato dalla mia immaginazione e incarnato in un vero avatar.
Mi dicevo così: ” Sono davvero colui che risponde alla mia immagine nello specchio? Certe volte si adatta così bene alla mia interiorità. Ma altre volte, a contatto con determinati archetipi ed esperienze, emerge una manifestazione diversa da me, libera da tutte le nevrosi e le peculiarità che fanno me – me -. ” Ma non mi sono fatto coinvolgere troppo, per ovvi motivi. Rimase una sensazione sotterranea, silenziosa, alienante, di non essere quello che sono. Ma ormai mi ero identificato con il mio corpo, anche se raramente includevo me stesso nei miei pensieri ” meme “, mi stavo sforzando. La razionalità troppo – convinta – non mi ha mai convinto. Per determinati periodi l’ ho presa in considerazione e l’ ho fatta mia, ma le domande e i misteri rimanevano gli stessi, e a volte si accumulavano invece di diminuire. La razionalità su Terra 2.0 è percepita da noi che torniamo in noi stessi come un livello di immersione nell’ esperienza recitativa così alto che ci si identifica completamente con la propria identità fittizia e il proprio mondo ingannevole. Fortunatamente, ho potuto scegliere un grado di immersione abbastanza basso da permettermi di ricordare chi ero veramente ad un certo punto, e permettermi di studiare il sistema strutturale della realtà virtuale e andare al di là di tutti dogmi razionalisti, di andare contro corrente, e di essere oltre con i tempi, così oltre che non venni mai veramente compreso. Anche perché per anni sono stato contradditorio, e ho dato ragione ai razionalisti. Ma dentro di me covavo riflessioni che stimolavano la mia immaginazione, persino quando avevo svuotato la realtà di tutte le potenziali bugie, persino allora, permanevano in me sensazioni di non essere nella realtà giusta.
Poche cose erano apparentemente irrazionali e inspiegabili anomalie come lo erano i cosiddetti transgender, un fenomeno che nella vita reale non esiste, e che è emerso unicamente dalle esperienze virtuali di Terra 2.0 … E nessuno ci era arrivato. Nessuno ci era arrivato. Solo io volevo crederci. Tentavo di trovare qualcosa online, qualcuno deve aver fatto la connessione. Hallo? C’è qualcuno a casa in quelle teste di cavolo? ( E non intendo quelle dei transgender, ma dei razionalisti estremi )
Cercavamo gli alieni con i telescopi e i messaggi nello spazio, alieni che non abbiamo mai trovato, e non indagavamo la metafisica dell’ essere transgender. Nessuna filosofia semi gnostica era emersa che li facesse emergere come simboli, nessun guru della tecnologia ci era arrivato. Neppure quando i transgender parlavano della loro sensazione di percepire organi fantasma che non erano nel proprio corpo – avatar. I transgender, le anomalie più evidenti che avevamo a disposizione per arrivare alla verità, eppure nessuno ci ha pensato.
I transgender avevano un grado di immersione nel programma così basso che ricordavano chi erano, si percepivano come costretti a ingannare la gente, si vedevano come attori, e prima di emergere come transgender alcuni ritenevano che tutto il mondo si fosse trovato ad interpretare un ruolo che non gli apparteneva veramente, e che quel fenomeno fosse un apprendimento culturale al quale bisognava adattarsi. Ma come avrebbero potuto i razionalisti riuscire a sondare la verità nascosta? Loro erano i ” pazzi “, paradossalmente, e i transgender erano le persone più ” aware ” sulla Terra ( 2.0, vorrei ricordarvi ) E infatti ognuno di loro aveva ragione, e l’ azienda che permetteva l’ accesso a queste esperienze virtuali si era trovata abbastanza nei pasticci quando erano iniziati ad emergere i primi casi di scandalo. Non sembrava molto etico fornire a queste persone degli avatars di sesso sbagliato. Ma il consumismo non si poteva arrestare, doveva andare avanti, tanto l’ esperienza virtuale sacrificava solo 24 ore e anche di meno. La clausola del rimborso aveva permesso loro di non modificare il sistema. Coloro che sono tornati alla vita reale e si sono opposti al culto diffuso tramite l’ azienda, si sono chiesti come abbiamo fatto a non rendercene conto, a non pensare in maniera diversa, fuori dal quadrato. Come sono stupidi a volte gli umani. Hanno le risposte davanti agli occhi, esposte alla luce del sole, e non le considerano. Non le immaginano neanche.
La nostra Terra ( 2.0 ) e la nostra Storia è nata dalle menti e dalle capacità tecnologiche e letterarie di esperti di tecnologia virtualistica, haptica e nanotecnologica, e da un vero e proprio team di persone dedicate, che nel corso della Storia hanno trasmesso degli imput alla popolazione online, creando quella Storia fittizia tanto cara a chi la vive.
Il giorno della presentazione del progetto il mondo reale cambiò per sempre. C’è stata una conferenza stampa in diretta globale, e ci hanno detto che era stato creato un universo virtuale, creato per risultare quasi del tutto identico al nostro, aveva un passato manipolato tutto da scoprire ed era già allo stadio di evoluzione che permetteva la vita umana, ci hanno detto che avrebbero permesso l’ accesso dell’ ambiente virtuale a delle persone paganti, e che esse sarebbero dovuti partire con l’ unico accesso ad avatar di persone che noi definiremmo ” cavernicoli ” e che avrebbero dovuto piazzare le basi per permettere lo sviluppo di una Storia relativa al mondo e alla civiltà alternativa.
La chicca era che grazie all’ ingerimento di agenti nanotecnologici del tutto innocui, i giocatori avrebbero perso temporaneamente il contatto con la realtà e avrebbero interagito fra di loro come se le loro personalità reali non fossero mai esistite. Ai primissimi giocatori vennero forniti ricordi di un passato relativo al personaggio che in realtà non esisteva. Avevano a disposizione dalle 10 alle 15 ore di tempo reale, ma dentro al gioco ne sarebbero passati qualche decina. Furono seguiti in diretta globale attraverso un canale apposito. La popolazione era incredula ed estasiata. Si vociferava che avevano risolto il problema della mortalità, comprimendo una vita di percezioni intera nella finestra temporale di una decina di ore. Chi tornava alla realtà reale lasciava nel mondo virtuale un corpo vuoto, un avatar spento, e quelli che assistevano alla sua ” morte ” credevano fosse reale.
Gradualmente il mondo virtuale venne aperto al pubblico, ed era stata organizzata una lotteria, e chi riusciva ad essere scelto aveva la possibilità di cominciare una vera e propria vita alternativa, dapprima come embrione, poi come bambino e l’ avatar cresceva e percepiva esattamente come nella realtà. Nessuno poteva rinunciare ad una simile opportunità. Con il passare dell’ evolversi dell’ ambiente e della cultura fittizie, sempre più gente aveva il permesso di partecipare, e gradualmente l’ utilizzo di un avatar di qualità venne associato al proprio status economico. Vennero create delle succursali in altri continenti, che si organizzarono dapprima in modo indipendente, poi vennero fuse alla realtà di base, facendo credere ai popoli di incontrarsi per la prima volta.
L’ esperienza era un po’ diversa, nelle epoche passate. C’ era molta più possibilità di interazione con la ” realtà di Fonte “, per esempio ingerire e fare uso di psichedelici riduceva la funzione offuscante dei neuroni manipolati dalla nanotecnologia e permetteva di parlare con delle ” entità guida ” che venivano chiamati ” Logos “. Vennero organizzate le creazioni delle religioni, attraverso dei profeti con un grado di immersione minimo o assente, silenziosi agenti consapevoli della realtà fittizia. All’ inizio l’ azienda aveva un po’ di apprensione e di paura, a lasciare le persone in balia di corpi che non gli appartenevano, ad un ambiente che non esisteva concretamente. Perché poi tornavano alla realtà, e la funzione di immersione non era sempre perfettamente funzionante, alcuni si svegliavano e venivano percepiti come impazziti, altri invece decidevano di interrompere il gioco.
Gradualmente, coloro che tornavano alla vita reale, venivano seguiti da team di tutori e psicologi addetti, per aiutarli a capire cosa era successo, e riadattarli alla loro vita. Moltissima gente si impegnava successivamente a girare il mondo, e a cercare i loro parenti fittizi online, per riallacciare i contatti con queste persone lontane con le quali inconsapevolmente avevano condiviso intere vite.
Come umanità, ci sentivamo molto più uniti e consapevoli, l’ empatia era diffusa, la vita reale era stata cambiata. Ma il mondo virtuale si sviluppava, cresceva, si evolveva e gradualmente si stava sviluppando una sorta di sovraimpressione su quello reale, era diventato più importante, economicamente e culturalmente prezioso e sacro addirittura, la vita reale era lasciata da parte, sottovalutata, si stava perdendo il significato, si preferiva usufruire di vite extra.
Nella vita virtuale i soli contatti con la vita reale provenivano da brillanti scrittori con le loro opere suggerite da memorie ancestrali e remote, dalla capacità di comprensione del sistema a cui potevano arrivare le grandi menti, alcuni ci arrivavano con la logica, altri ci arrivavano attraverso ricordi improvvisi, come se fino a quel punto fossero stati come ipnotizzati, arrivavano immagini improvvise, sensazioni, un’ intera gamma di fenomeni psicologici e comportamentali che nella realtà reale non esistevano, che si erano sviluppati solo attraverso l’ esperienza di vivere vite fittizie. Disforia, la credenza in vite precedenti, la percezione dei transgender, erano alcuni di questi fenomeni.
E mentre le ore di gioco aumentavano, e raggiungevano le 20 o le 24 ore, gli avatar diventavano sempre più complessi, le vite diventavano sempre più interessanti e profonde, variegate e incredibili, ad un certo punto della Storia, la globalizzazione del sistema Terra 2.0 si era fatta completa. Miliardi di utenti usufruivano di vite extra. E l’ azienda si arricchiva, dominava il mondo reale, monitorava il mondo virtuale e lo diffondeva sui canali appositi alle popolazioni, e si diffondeva quella propaganda che divenne un vero e proprio culto.
La nostra società si divise, alcuni si ribellarono, tornarono indietro, in un passato più semplice e anti tecnologico, altri si spostarono su altri pianeti, sulla Luna, e altri ancora erano ancora troppo poveri e arretrati per partecipare all’ esperienza che contava di più in assoluto. E questi mettevano l’ acceleratore, con un solo obiettivo in mente, andando oltre la volontà della gente. Ad un certo punto alcune società ristrette avevano deciso di imporre l’ uso di Terra 2.0 alle loro popolazioni.
Avevamo a disposizione potenzialità senza precedenti, ma avevamo perso tutti i nostri valori precedenti. Una gran parte di noi si sentiva in colpa per aver permesso senza ribellarsi e senza fermare l’ azienda, di aver manipolato intere generazioni, che si svegliavano portandosi dietro anni di vita vissuta per poi passare il loro tempo reale alla ricerca della vita vissuta e perduta. Perchè pochissimi riuscivano a ottenere tutto dalla vita fittizia e a sfruttare tutte le occasioni.
Speravamo che un giorno quella esperienza virtuale venisse conclusa in qualche modo, che si potesse finalmente tornare a vivere in modo più concreto, perché ad ogni modo, noi morivamo ancora, e non sapevamo cosa ci fosse al di là, e alcuni di noi temevano che anche le nostre vite considerate reali fossero esperienze fittizie, temevamo di doverci accontentare di identità temporanee senza mai trovare le nostre identità di Fonte, di base. L’ azienda prometteva vita senza fine, e poi faceva tornare le persone in una realtà dove si moriva ancora. Certo, era solo un giorno, ma non sembrava corretto. Ma ci siamo organizzati. Abbiamo sviluppato un piano, un progetto che ha un obiettivo. Risvegliare tutti quanti e far sparire Terra 2.0. Perché Terra 1.0 era sufficiente.