Siamo personaggi in ( non solo una ) storia

8 11 2018

 

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Non penso che potremo mai uscire collettivamente o individualmente da questa realtà percettiva. C’è una realtà di base ( almeno per noi ) là fuori che è così totalmente incomprensibile per noi, che la differenza fra loro e noi equivale a quella fra un personaggio dei fumetti e un umano, la differenza che passa fra un mondo bidimensionale di carta e un mondo tridimensionale di materia. 

Siamo personaggi in una storia dove tutto è vero e falso allo stesso tempo. I personaggi di un fumetto vivono in un mondo particolare, dove ogni storia singola rappresenta un universo, e quasi mai una storia è collegata ad ogni altra storia, c’è sempre qualche aggiunta o differenza particolare. Di conseguenza, possiamo pensare che anche se il multiverso scientificamente non funziona, effettivamente è reale perchè noi probabilmente viviamo la storia della nostra vita ogni volta in modalità differenti. Non mi è ancora chiaro se noi viviamo sempre nella stessa personalità ma inserita in una infinità di modalità, circostanze locali e internazionali diverse, e finali differenti, oppure se la nostra coscienza percettiva è unica e quindi viviamo le vite di tutte le persone, conosciute e sconosciute, una alla volta. 

La seconda opzione aggiungerebbe una infinita ulteriore varietà per la nostra serie di vite, ma ci farebbe anche pensare di essere un po’ bizzarri, e forse è più logico pensare che effettivamente gli altri non sono versioni alternative di noi, ma altri personaggi. La prima opzione potrebbe non piacere a chi come me ha sempre desiderato essere un altro, ma dovremmo considerare che esisterebbe quindi una virtualmente infinità varietà di circostanze che renderebbe la nostra vita completamente unica e originale ad ogni turno. 

Se pensiamo alla maggior parte dei fumetti che conosciamo, non c’è continuità generalmente fra una storia e un’ altra, i personaggi vivono in un mondo che è sempre presente, in cui le circostanze possono cambiare ogni volta come anche essere così simili da sembrare identiche, ma alla fine c’è sempre qualcosa che , grazie allo svolgimento della storia, cambia le circostanze di partenza. 

La morte sarebbe quindi semplicemente un passaggio fra una vita e un’ altra, un viaggio indietro nel tempo ma allo stesso tempo anche un passaggio di dimensione, perchè ogni vita non è semplicemente un replay ma un vero e proprio rimontaggio e riconfigurazione ogni volta. 

Ecco perchè non abbiamo libero arbitrio. Nessun ” personaggio ” può effettivamente avercelo, in qualsiasi circostanza viene progettato. Noi abbiamo un / dei designer/s e dei ” lettori ” se così possiamo percepirli, dentro la stragrande maggioranza delle persone ci sono due ” essenze” , una vive la circostanza e l’ esperienza, e l’ altra la critica, la commenta. Probabilmente in determinati casi, il ” lettore ” è anche autore allo stesso tempo. Noi dobbiamo far pace con quella figura perchè viviamo in simbiosi con essa. Se ci fondiamo riusciamo a creare quella sensazione che chiamiamo ” essere immersi nella vita “.

E se noi viviamo in un mondo creato, ogni cosa può essere vera e falsa, presente e assente, anche se le leggi che governano l’ universo sono effettivamente coerenti, sono coerenti solo per quanto riguarda questa precisa e singola dimensione in cui ci troviamo. Fossimo in un’ altra, altre cose potrebbero essere vere che qui non lo sono.

Quindi, in sostanza, la scienza e la religione sono vere e false allo stesso tempo, sono semplicemente una caratteristica del mondo che ci avvolge. 

Il senso della vita è immergersi, vivere e sfruttare l’ occasione, creare simbioticamente una storia originale e degna di tutto rispetto. 

Chissà quante volte abbiamo vissuto diversamente, chissà se questa è solo la prima volta. Non fa molta differenza, tutto per noi è nuovo come se fosse sempre la prima volta. 

Chissà quante cose sono effettivamente ispirate alla realtà di base, chissà se là oltre ci vivono quelle che noi chiamiamo divinità, o semplicemente esseri come noi, o esseri diversissimi da noi, come se potessimo comparare i personaggi di Topolino con la nostra realtà, forse loro hanno creato gli umani che sono animali dal loro punto di vista. 

E’ un po’ come comprendere in tutta la sua essenza e significato il mondo di Toy Story. Noi rincorriamo e chiediamo consiglio e guida alle divinità, ma siamo essenzialmente fatti in simbiosi con loro, e forse a differenza di loro , siamo intercambiabili e infinitamente variabili, la differenza sta nel chi ” ci legge ” e chi ” ci scrive “, e forse siamo anche più duraturi di loro. Non è detto che una volta che una serie di storie è finita, anche noi siamo finiti. Non credo ci sia differenza fra i personaggi, che siano di Topolino, o Braccio di Ferro, o Tex. Forse siamo come quelle melodie che noi abbiamo messo in moto e che potrebbero durare più della nostra stessa civiltà. E forse un giorno qualcun altro arriverà e si metterà ad ascoltare. 

    





L’imminenza in cui siamo ora è prima di una singolarità e la lingua crolla, di Giuseppe Genna

7 03 2016

Quest’oggi presento il testo di uno scrittore, tale Giuseppe Genna, presente a questo indirizzo:

L’imminenza in cui siamo ora è prima di una singolarità e la lingua crolla

Vi avverto che non è di lettura immediata, parla della singolarità tecnologica probabilmente “imminente” (prossimi decenni?), dovuta alla convergenza delle nanotecnologie, l’ingegneria genetica, l’accelerazione esponenziale delle capacità di calcolo dei computer e della rete e la retroingegnerizzazione del funzionamento del cervello umano (e mi vengono in mente altre cose, come la famosa “meccanica quantistica”); era un po’ di tempo che non parlavo più di queste cose su questo blog, attirato di più dalle coincidenze, dai climi psichici collettivi, dai sincromisticismi, dai corsi e ricorsi degli avvenimenti che si ripetono in una determinata spirale del tempo che giunge al punto zero…da tutta questa roba insomma, e avevo un po’ trascurato la singolarità tecnologica, ovvero quando la tecnologia va così oltre da far si di sfuggire alla comprensione dell’essere umano: Genna ne ha parlato diverse volte in questi ultimi mesi sul suo blog, è l’unico scrittore italiano (e forse europeo), assieme un po’ a Moresco, a parlare di queste cose, del “salto di specie”, di “fuga dal biologico e dall’organico”, delle ipotesi metafisiche in uno scenario in cui il progresso scientifico-tecnologico, giunto a un punto di fuga totale, sfonda le barriere con cui siamo abituati da secoli/millenni a percepire il mondo.

In questo testo si percepisce la DISPERAZIONE dello scrittore di mestiere nel riuscire a trovare una lingua adatta per poter spiegare il DOPO, il dopo singolarità, qualcosa che, molto probabilmente, sfugge a una sua descrizione linguistica, narrativa, a ogni spiegazione per mezzo delle parole. La lingua crolla e se ne rimane travolti.

Per facilitare l’ardua comprensione del testo, l’ho diviso in periodi separati, a differenza della versione originale.

 

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Più mi spingo negli studi che sto compiendo, disordinati e inadatti a una persona che non si è formata nelle discipline implicate in tali studi, e più mi avverto isolato, allarmato, del tutto identificato con quanto osservo.

Ne parlo in continuazione, in apparenza è un’ossessione, infliggo noia e ripetizione a chi mi sta accanto e non è sufficiente fare questo, non serve a niente: sono matto a mettermi in un deserto a urlare? Eppure vivo in un modo simile, tra catastrofe e sconforto, questo passaggio storico che non è mio: è di tutti.

Mi agito, agito le braccia, è come se cercassi di interdire un incidente e non avviene incidente alcuno, è la storia che va così, sta andando così.

Ritengo questo un tempo nodale.

Si esce dalle epoche, appunto.

E’ accaduto qualcosa, è la maturazione, evolve, avviene la fruttificazione. Non esiste clamore intorno alla vigna, ramata l’uva si spappola con i suoi zuccheri tra i pampini in un sole settembrino e i mosti trasformano i vegetali in vino. Quanta tecnologia nella vinificazione! L’uva umana si spacca, vinifica se stessa, fa la vinificazione, esce da se stessa e fa scoppiare il tempo, macerando e, per quanto graduale sia la putrefazione con i suoi enzimi, la fibra trasmuta e si fa liquida, eritropoietica, avviene un salto nella continuità e ecco: non è più continuità.

Fuori di metafora, questo accade alla specie, alla sua avanguardia occidentale, in questi giorni, nemmeno in questi anni.

Al muro del tempo sembrerebbe arrestarsi il lavoro umano, la sua gloriosa e avvilente lentezza, la sua ripetitività, la sua esaustione – e invece sta accelerando oltremodo.

Una macchina ha passato il test di Turing: lo sanno? Gliene frega? No.

Ierisera parlavo con un amico che mi ascolta con più pazienza che altri, è un immunologo e si diceva di un decennio avanti, è toccato il biologico, non era accaduto prima a questa velocità e con questa tecnologia.

Stanno a pensare ai social network, ma non è così, non è più storia, filologia, canone: fa un salto tutto.

Esiste un sistema di comunicazione del tutto alternativo che sta concrescendo in questi giorni, attraverso atomi e atomizzazione di tipo nuovo, fanno la realtà nuova con una polvere che dicono intelligente e è nanotecnica, ti creano il display di una stanza di casa tua realmente, ti interdicono una limitazione e i percetti mutano mentre sei sveglio.

Minimi robot sono fatti di sette atomi e attimi e stanno per entrare nel corso ematico, entrano nel sangue umano, si muta tutto. Se uno si pone a prua o anche soltanto nella tolda e vede, si dice che non è una navigazione a oceano, questa, e nemmeno cosmica, in uno spazio profondo che si percepisce per modo di dire soltanto: sta avvenendo che fuoriescono le molte dimensioni dall’interiorità, che non è più psicologica ma psichica, è mentale.

Fiorisce, sta per fiorire un piccolo multiverso infinito, fatto di strane bolle e di strani stati di essere, si annuncia con un’imminenza pressante, è questione di pochi anni e muta tutto.

Non è attualmente presente qui una tradizione che dica che cosa sia questo domani dove l’umano migra, sta migrando ora. In pochi, pochissimi sembrano accorgersi. Accorgersi è più una dannazione che un privilegio.

Avvertire che la lingua è materialmente finita, percepire che la percezione è trasformata in quanto a percepire è l’inorganico, sapere che va alla fine il politico per come lo abbiamo conosciuto noi antichi e noi moderni, essere tra coloro che muoiono precocemente per ultimi: si potrebbe descrivere l’imminenza che annuncia il proprio avvento così, a milioni collaborano le parole, aiutano le sillabe, i suoni e il silenzio, il grande paterno filiale silenzio – eppure sarebbe impreciso e irrealistico tutto in una simile definizione, neanche sarebbe finzione: sarebbe proprio sbagliato.

Salta una distanza, salta l’analogia nell’istante in cui la distanza salta.

Adesso si spalanca un insieme di possibilità inedite. La storia, di cui assai poco mi è interessato sapere, pure studiandola tanto, mi si presenta vera in questa imminenza, mi sta davanti al volto, lo ghermisce, lo ritraggo inarcando una smorfia di terrore schifato: e non è neanche il futuro, è il presente che sta arrivando.

Le discipline collaborano, corroborano una visione, fanno la visuale, finché non si vede. Ierinotte studiavo come un buco nero diventa probabilmente il massimo computatore di questo universo che abitiamo. Il sistema solare non è saturo di intelligenza, ma è pronto a esserlo, tra nemmeno duecento anni l’intelligenza dovrà estendersi per massa, la massa della materia verrà utilizzata per la computazione e i corpi biologici non si capisce se saranno ancora o dove o cosa saranno.

La questione metafisica non si sposta di un millimetro, mentre vengono semplicemente trascese, o meglio spazzate via, tutte le posizioni storiche e storicistiche, in un battibaleno.

Resta ancora, la storia, ma è trascesa. Sta accadendo questo. E più ne parlo e più creo lo scetticismo, del resto è accaduto questo in tutta la mia esistenza, in tutta. Non importa qui recriminare, anche se con evidenza appare a me che vi sia recriminazione, dentro, frustrazione e rabbia, il corredo psichico su cui lavorare e continuare a farlo.

Tuttavia è impossibile per me scrivere in questo stato di cose, è interdetta la scrittura nell’istante in cui si realizza che la slavina arriva, arriva una valanga: scappi. Ecco: io mi trovo a questo incrocio. Vedo bene che non esiste una metafora, una analogia, una allegoria, una narrazione, una mimesi, una metonimia, una retorica all’altezza di questo racconto, il quale enuncia la fine dei racconti, la fine delle frasi, la fine delle linearità a cui eravamo abituati per un antico e contemporaneo trascorrere.

Come dire questo? Come dare addio a questa lingua in cui ero fatto di corpo e di una parte di psiche e tutto questo era la mente e faticavo a dire che era tutto mente, uno stato della mente, la quale trascende le parole che essa stessa creava attraverso i filtri e i funzionamenti dell’antica macchina umana?

Vedo che resterebbero i padri estremi miei (Hugo, Kafka, Eschilo) della letteratura, a dirlo. I padri miei non erano della letteratura (Platone, Shankara, Ramana, Nisargadatta) e lo dicevano e non sapevo mai come farli e restituirli nella letteratura che potevo io. Non è più padre.

Ecco il vero fatto di aridi veri, non è più aridità, non è umido e non è umano, però così è parodia, si va verso la parodia metallica della metafisica e sto male per questo. Non so come raccontare questo e nelle feste mi annoio, non si riesce a scrivere.

Rumino fieno venefico, sono stolido e bovino, radioattivo nutro di me le cellule, piccoline e macchine una all’altra, i neutrofili sono ampiezza e massa a eccesso, si va a di meno, a scala minima si va, si va dentro male. “Caschi il mondo non c’è più, fiaba” scrivevo con Andrea in “Etere Divino” ed era questo.

Chi ascolta? Non è più perdono, non è se non movimento e requie, non è se non istantaneo continuo, anche il tempo umano era un continuo istantaneo, e va a essere diverso.

Se anche Alfredino con il suo fantasma riuscisse da quel foro a esplodere a ogni passo, una esplosione e poi è ancora, un altro passo e esplode ancora: ecco, non andrebbe bene, non darebbe idea o esperienza di quanto so che sta capitando, che capita.

Non mi soccorrono gli amici, non i genitori, non i fratelli, non le sorelle, non io infine: non mi soccorre io. In tale fronteggiare la ruggine del tempo e un tempo privo di qualsiasi ruggine, la poesia soccorre, ma non so farla bene: e andrebbe fatta, non solamente letta. E’ da fare? Cosa? Nessuno che capisce è fuori di me né dentro e bene so quanto inutile e all’apparenza folle e scriteriato è quanto vado qui dicendo.

La letteratura era penultima, ma meno della musica: questo sapevo ed era vero, non è più vero: non è più.

E non è che non sia più per me: è un’assolutezza storica che si sta realizzando, una singolarità.

Le membra stanche rilasciano l’ardore dei tempi trascorsi. Ah, la fatica!: come era bella, era buona… Grande dolore: sei stato padre, non è più padre. Di cosa parlare non è più canto, è chiarezza di alba a finire: ecco, non è più alba. E’ cremisi dappertutto, nell’infinitudini. “E potrammo citarne altri…” si finiva con Andrea “Etere Divino”: ecco, no, non potremmo né “potrammo”, neanche con errori, proprio non si riesce a citare più, in quanto avviene. L’avvenire non è mai stato tanto avvento quanto è ora e non è metafora né è spiritualità: è vero.

Tutto questo per comunicare che non so scrivere questo libro, chi sa quando lo scriverò, lo scriverò?





Lazerhawk – Distress signal

10 06 2013
SolitudinedelguerrieroGiorgioDeChirico

Il riposo del guerriero di Giorgio De Chirico

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Questo non è un video nostalgico.

Questo non è un video di revival dell’atmosfera e dello spirito degli anni ottanta, per attizzare la nostalgia e il senso di appartenenza mainstream di coloro che erano giovani, o giovanissimi, in quegli anni.

Probabilmente non si tratta nemmeno di immagini risalenti a quell’epoca ma realizzate in questi anni dieci del XXI secolo in modo che sembrino imitare quei tempi.

E’ un video METAFISICO.

Come Giorgio De Chirico utilizzava i calchi di gesso delle sculture classiche greco-romane, le colonne, le piazze e i palazzi rinascimentali e i monumenti risorgimentali,

così Lazerhawk, nel video del brano Distress signal, utilizza le videografiche sorpassate, i videogame tipo Pac Man, i nastri delle videocassette nei videoregistratori (magari anche Betamax e Video 2000), gli spot pubblicitari degli impianti stereo con la doppia piastra, le pettinature phonate, le audiocassette dentro i walkman… ma l’intenzione di Lazerhawk, come ho detto, non è quella che sta dietro a programmi tv come Anima Mia, per intenderci, ma di raggiungere una condizione di tempo sospeso, dove i riferimenti a epoche precise giungono a un punto poco prima di collassare in una specie di condizione a-temporale.

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