Domenica della lettura 3° appuntamento – PSYCHOSIS capitoli 5 e 6

17 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.  

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CAPITOLO 5 – Demoni emergenti

1

Era uno spettacolo inusuale, per chi ci faceva attenzione, vedere un ragazzo alla guida di una moto rombante trasportare l’ amico con i vestiti pieni zuppi di sangue. Se non fosse stato che Priamo si teneva il naso premuto con tutta la sua forza si sarebbe potuto pensare che avesse appena massacrato qualcuno. Enea sperava di non imbattersi nei vigili, perchè quelli, dissanguamento o meno, vedendo Priamo senza casco li avrebbero fermati, e il suo amico sarebbe stato accompagnato al pronto soccorso con una volante della polizia.

Si sentiva un uomo, forte e cattivo, quando accelerava in sella alla sua motocicletta. In un piccolo anfratto della sua mente, mentre sfrecciava per le vie, cercando di raggiungere il quartiere di San Valentino, si augurava di non superare i limiti di velocità. Per il resto gli sembrava di essere un personaggio di qualche anime giapponese.

Quando arrivava a delle strisce pedonali si metteva ad urlare « Via, state lontano! Il mio amico è in pericolo! »

Una donna si scansò appena in tempo, e vedendo il passeggero con un fazzoletto sulla faccia e il sangue che colava inesorabile, in cuor suo pensò Oddio, questo è il primo che sopravvive a un attacco del killer!

La signora, ironia della sorte, era la madre di Fosco Chiavelli che usciva da un negozio dove aveva fatto acquisti. Se avesse saputo che a combinare la faccia del passeggero della motocicletta in quel modo era stato il suo stesso figlio lo avrebbe obbligato a trasferirsi dal nonno, che era suo padre, che sapeva bene come risanare certi adolescenti ribelli e impulsivi.

Pensieri strani offuscavano la mente di Enea Cercovici. Andiamo a cercare quei vigliacchi e spiattelliamoli sul cemento. Così capiranno che con noi non si scherza. Stanno giocando col fuoco e non se ne rendono conto.

Enea non sapeva che cosa farsene di questi pensieri cattivi. Rimaneva ammutolito per qualche istante quando gli partivano i film mentali. La sua priorità in quel momento era portare il suo amico al sicuro.

Sto creando uno spettacolo per tutta la città. Doveva proprio accadere alla massima distanza possibile dal quartiere dell’ ospedale. Domani tutti crederanno che siamo stati assaliti dal killer. E noi non possiamo fare altro che tacere altrimenti quei balordi ci perseguiteranno ancora.

Di questi pensieri egoistici si vergognava. Voleva bene al suo amico, e non gli piaceva affatto vederlo in quello stato, a pregare di non perdere conoscenza. Il tempo stringeva. Bisognava risolvere la situazione.

Finalmente imboccò il viale di San Valentino, e sfrecciò attraverso bar e negozi, ristoranti – pizzerie e davanti alla centrale dei Carabinieri. Poi superò l’ incrocio del canale e ancora più avanti, si voltò a lanciare un’ occhiata al cancello colorato dell’ oratorio più noto della città. Sfrecciò quindi affianco al pilastro con l’ insegna del Blockbuster, ed era ancora a metà strada. Girò quindi a sinistra all’ incrocio e imboccò il viale alberato, con il mini parco giochi e il campo da calcio recintato. Fece una frenata nel parcheggio dell’ ospedale, e scese. Si tolse il casco e diede un’ occhiata all’ amico, che ormai aveva le mani appiccicose e stringeva un fazzoletto grondante.

Una piccola folla cominciò a circondarli, ed Enea spiegò che aveva ricevuto una pallonata in faccia e soffriva di emofilia, così un medico che passava di là lo portò a passi svelti dentro al pronto soccorso. Enea salutò l’ amico con una pacca sulla spalla. Priamo borbottò qualcosa per ringraziarlo del passaggio e mormorò: « Quando mi passa ti dò un colpo di telefono. »

Durante il ritorno a casa, Enea rimase imbottigliato nel traffico, così, sbuffando, si guardò intorno. Ad un tratto, la sua vista si focalizzò su una vetrina. Vi era esposta una macchina fotografica professionale. SCONTATA DEL 40 %, USATA, IN BUONE CONDIZIONI.

Qualcosa scattò, nella mente di Enea. Una specie di connessione, un flashforward, che al contrario di un flashback, ti trasportava nel futuro. Per qualche istante si immaginò a fotografare la carcassa di un coniglio con le gambe rotte e le zampe anteriori strappate via.

Ma che diamine …per Enea fu come svegliarsi da un brutto sogno. Scoccò un’ altra occhiata alla macchina fotografica. Un particolare effetto ottico ne fece brillare l’ obiettivo, come se stesse mandando un segnale diretto al giovane motociclista. Comprami. Usami per il tuo feticcio per la morte. Mi vuoi. Portami via con te.

Enea rabbrividì. Non riusciva più a capire chi era e che cosa stesse facendo. Poi si accorse che la macchina davanti a lui era avanzata, e che stava bloccando la fila. Ripartì, e non ci pensò più fino all’ indomani, quando, come in una specie di pilota automatico, prese dei risparmi dal barattolo dei soldi che teneva in camera sua, e si diresse al negozio.

 

Quel giorno, un germoglio di oscurità cominciò a prendere vita dentro la sua mente. Prima di allora non aveva mai dato segni di una benchè minima passione per la fotografia. Fu come una lampadina che si era accesa: posso farlo in questo modo.

Nessuno sapeva che gli piaceva assistere all’ agonia di morte degli animaletti. Nemmeno avrebbero potuto credere che il pensiero gli provocasse una morbosa eccitazione.

Da piccolo riempiva una bacinella d’ acqua e faceva la doccia alle formiche, sconvolgendo la loro normale routine come un Dio che giocava alle estinzioni planetarie.

Poi era passato per la fase delle lucertole, che impiccava dal lampadario di casa durante le prime volte da solo a casa. Era solito anche intrappolarle in un barattolo senza cibo nè acqua. Si immaginava l’ esserino che incontrava la faccia del suo carnefice tutta distorta da dietro il vetro.

A dodici anni, una volta, in occasione di una visita a casa della nonna, si addentrò nel giardino che in verità assomigliava molto di più a una giungla, e si sedette su una gallina, stringendole il collo e tirando.

Quando si trattava di ammazzare un ragno gli dava fuoco. Quando si trattava di eliminare le zanzare chiedeva sempre di usare lui lo spray.

Un giorno, a tredici anni, gli venne affidato il cuginetto per tre ore, durante il pomeriggio, e il bambino era una piccola peste, e lo aveva fatto correre per la casa per stargli dietro, poi gli aveva nascosto dei soldi e non voleva dirgli dove. A un certo punto, Enea si chiuse a chiave nella sua stanza congedandosi dalla sua mansione, e passata un’ ora lo trovò addormentato sul divano in salotto. Si fermò a contemplarlo. Ebbe un’ orrenda visione, nella quale lo strangolava nel sonno con una sciarpa che apparteneva a suo padre. Ne rimase marchiato, e da allora non provò più piacere a far fuori animaletti. Aveva nascosto quel feticcio sotto al tappeto dell’ inconscio e gli aveva detto addio. Poi un pomeriggio tardi, il demone si era ripresentato nella sua vita.

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2

Il giorno dell’ acquisto e del suo debutto come fotografo professionista aveva deciso di addentrarsi nella zona della Scorciatoia, che nel novantatre non portava verso nessun ipermercato, ma finiva fra la vegetazione intricata.

A momenti rischiò di rompere il suo prezioso congegno, perchè inciampò in una radice esposta e capitombolò per terra. Inaugurò la giornata allenandosi con semplici foto dell’ ambiente circostante, fotografando i misteriosi ruderi mangiucchiati dalle edere che si potevano trovare in uno dei sentieri. Scatto dopo scatto ne assunse la padronanza. Nessuno si accorse che si aggirava un ragazzino che recitava il ruolo della Morte, per gli sventurati animaletti che incrociarono il suo cammino. Enea aveva lasciato spazio libero al suo alterego, un essere morboso che si sentiva quasi come un corteggiatore quando inseguiva i coniglietti e li piantonava al terreno con una lama nel ventre. Stava maneggiando un risucchia anime con l’ obiettivo. Scattava sempre il flash quando era giunto il momento preciso del trapasso. Allora Enea si leccava le labbra e sorrideva come un bambino quando gli si regalava qualcosa. Quel che gli veniva trasmesso era una sensazione inebriante di predominio.

« Chi cazzo sei in confronto a me, Fosco Chiavelli? » sibilò a nessuno.

« Tocca ancora uno dei miei amici e il prossimo a essere sventrato sarà il tuo cane! » sghignazzò come se il bullo si trovasse davanti a lui.

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3

Enea si era così lasciato andare alla parte alienante di sè che gli era venuto un leggero mal di testa. I pensieri si accavallavano uno sopra l’ altro, una ciliegia attira l’ altra, aveva pensato. Aveva fatto diventare concreta la visione del coniglio con le gambe spezzate e le zampe anteriori strappate via con la falce. Si era chiesto se i conigli conoscessero l’ odio. Una volta fotografato il trapasso si tirò giù la zip dei pantaloni e pisciò sul suo corpo. Ora mi odi, coniglietto?

Che animali inutili, pensava. Non avranno mai il predominio su quelli più grossi. Chi non odia non sopravvive. Chi non prevale è destinato a finire k.o. per mano del grande demone umano.

Entrò in uno dei ruderi tutti disfatti e decadenti, e si ritrovò a rimirarsi allo specchio.

Si espresse in una lunga risata macabra e insana, con una voce profonda.

Con la mente offuscata dalle sensazioni intense tornò indietro con la memoria a un momento dimenticato, quando un giorno, da piccolo aveva osservato dalla finestra con la tapparella socchiusa suo padre che sferrava un calcione al cane di un vicino, che aveva spaventato Sabele.

Quanto poteva deragliare una mente malata? Una sagoma bizzarra si formò nella mente di Enea. La figura della Morte con dei capelli neri da donna e una collana di perle. La sua anima gemella. Ma no, non era esatto. La persona che più gli era affine, almeno secondo i pensieri di quella giornata, era Fosco Chiavelli. E allora si mise a pensare a lui, si immaginò mentre gli raccontava il suo segreto, e poi andavano a caccia del killer assieme. Avrebbe dovuto chiederlo, un giorno o l’ altro. Vieni, ti mostro una cosa. Perchè non sfoghi la tua rabbia come io sfogo il mio feticcio? Scateniamo il terrore nella foresta della Cittadella. Un genere di terrore che gli stupidi umani che ci circondano ogni giorno non conosceranno mai. Forse solo uno, il famigerato killer di Ferrofiume. Cosa ne dici se un giorno ci mettiamo a indagare e scopriamo la sua identità? Poi potremo ucciderlo assieme, e diremo che era autodifesa, e riceveremo una medaglia. Io quella dorata, tu d’ argento. Perchè rimarrai sempre secondo, rispetto a me. Spiacente, fratello.

Deluso, si risvegliava la parte quotidiana di sè, ma solo in maniera parziale.

Accidenti, però, c’è un problema mica da poco. Io sono uno degli emarginati e tu sei uno dei forti e temuti bulli. Che situazione bizzarra. Non te lo aspetteresti da uno come me, eh? Forse non ci possono essere due persone così affini, a dividersi il territorio. Uno di noi dovrà prevalere. Forse un giorno sarò costretto a piantarti quel tuo stupido pugnale nello stomaco.

Tu pensi di detestare il mondo, di essere visto come un ragazzo cattivo e beffardo. Ma sei patetico. Ascoltami, gran figlio di puttana. Osserva come invado e dissacro i tuoi ultimi istanti di vita mostrandoti una malignità che non conoscevi ancora.

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 4

Il giorno seguì la notte come se niente fosse successo. Appena Enea ripose la macchina fotografica nello zainetto, si dimenticò di ogni cosa. Quella sera, prima di cena, approfittando del fatto che Sabele si era ritirato in bagno, all’ improvviso ebbe un’ intuizione strana. Così si recò nella stanza di suo fratello maggiore. Con l’ incredibile sospetto che aveva in corpo quella stanza apparve sinistra. Si aspettava quasi che, se avesse aperto l’ armadio e rovistato nei cassetti, avrebbe trovato abiti sporchi di sangue, e una collezione di lame nascoste sotto il letto. E se il fratello l’ avesse beccato a far pasticci con le sue cose, avrebbe potuto reagire male. Ma Sabele gli voleva bene, non era forse così? La visione della testa di una vittima, nascosta fra le sue cose, gli fece annodare lo stomaco. Ne visualizzava gli occhi spenti bloccati in un’ espressione di terrore, con rivoli di sangue che colavano dalla bocca.

Se la madre fosse passata in corridoio e avesse spento la luce per sbaglio come succedeva spesso Enea si sarebbe lasciato prendere dal panico, ma non poteva. Doveva cercare di controllarsi, eppure tremava tutto. Sembrava uno scheletro giocattolo mosso da un bambino dispettoso.

Se non avesse trovato niente, si sarebbe messo il cuore in pace, e si sarebbe vergognato per il resto dei suoi giorni di aver sospettato del fratello.

Questa indagine istintiva e impulsiva la doveva a tutte le vittime. Cercava di farsi venire in mente qualche episodio inquietante del fratello, qualche discussione accesa. Gli chiedeva di partecipare a giochi strani?

Gli chiedeva sempre di fare quello che muore, o che viene catturato, ma significava qualcosa?

Avrebbe potuto chiedergli che cosa pensasse della vicenda del killer. Secondo lui veniva da fuori a mietere vittime, oppure era una persona del luogo? Avrebbero potuto incontrarlo e pensare a quanto era gentile quell’ uomo? Era uno che cercava di attirare le persone chiedendo informazioni su come raggiungere un determinato luogo e poi le assaliva? Non hai molta immaginazione, Enea. Quello era un predatore. Adocchiava le prede, le sceglieva con attenzione, e non si faceva notare fino al preciso istante dell’ attacco.

Quali indizi poteva cercare? E se non ci fosse niente di rilevante in camera sua? Non era certo il posto dove nascondere le armi e i vestiti con gli schizzi di sangue.

Poi realizzò che lui usciva spesso da solo per andare a disegnare. Animali e persone, ricordi? Te lo aveva detto quella volta.

Fece saettare lo sguardo e compì un giro su se stesso. Dove potrebbe essere quel quaderno?

Cercò di ricordare le volte in cui l’ aveva visto prenderlo.

Poi capì. Era mischiato con il suo materiale scolastico. Guardò l’ etichetta su tutti i quaderni. Arrivò a maneggiarne uno senza etichetta. I fogli erano giallo seppia. In prima pagina c’ era scritto DISEGNI DI UN PROFESSIONISTA: SE STAI SBIRCIANDO QUI DENTRO NON TORNERAI PIU’ INDIETRO. Ma che razza di frase di benvenuto era? Il quaderno ondeggiava per i tremolii delle mani di Enea.

Andò avanti, e cominciò a sfogliare. Sono disegni normalissimi. Ritratti di gente comune che passeggia per i parchi. Uccellini che vengono a banchettare con le briciole di pane. Ma poi Enea si rese conto che le pagine erano più spesse di come dovevano essere. Erano pinzate sia sopra che sotto. Erano attaccati due alla volta. Cercò di sbirciare dentro a una delle pagine nascoste, e vide gli orrori. Non riusciva a scrutare l’ intero disegno, ma vedeva comunque una serie di cadaveri. NON TORNERAI PIU’ INDIETRO! Una smorfia di tristezza e paura piegò le labbra di Enea. Mosse le pagine con il timore che cresceva. L’ ultimo ritratto era allo scoperto, e colorato.

Sabele aveva inserito anche sè stesso, ed era irriconoscibile. Gli occhi erano dei fari rossi, la bocca era un ghigno come quello di un teschio, ma con i denti di un tirannosauro. I capelli scuri contornavano un teschio con la pelle ancora attaccata addosso. Sta guardando me! Mi vuole afferrare per il collo e punirmi per aver aperto il suo quaderno! pensò Enea, che si sentì male. Gli occhi si socchiusero, e il ragazzino cominciò ad ansimare, sentendosi senza fiato. Si era piegato come un vecchietto col mal di schiena che si sorreggeva sul bastone.

Devo mettere tutto al suo posto! Non deve sapere nulla di quel che ho visto! SBRIGATI!

Enea si sorprese di trovare la forza d’ animo di risistemare il quaderno nella sua posizione, e si ritirò in un angolino della cantina, a sfogare un attacco di panico.

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5

A cena, Enea si era presentato con gli occhi arrossati e la mano tremolante, che cercava di acchiappare gli gnocchi con la forchetta. Si era sorpreso di riuscire a mangiare, ma temeva che i genitori …e il fratello …il killer in casa mia, quel genere di fratello, percepissero la nausea che provava. Finito di mangiare, si posizionarono tutti e quattro in salotto a guardare la televisione. Ogni tanto, Enea si lasciava scappare un’ occhiata al fratello. Quella sera era così cupo …non aveva parlato di niente. Era lì, nell’ angolo più lontano da lui, a fare da soprammobile. Ad un certo punto i loro sguardi si incrociarono, e il cuore partì per un giro sull’ ottovolante. Enea arrivò a massaggiarselo, temendo che gli aprisse il petto per andarsene per conto suo. E magari finire strizzato dalle mani del fratello.

Sabele sorrise. Non mostrava denti aguzzi. Era un sorriso da Ehi, come stai? Si sta bene in famiglia, non è così? ma quel che Enea vedette fu il teschio con la pelle nera con due semafori rossi per occhi che veniva a ghermirlo.

Enea balzò in piedi e caracollò in bagno mormorando « Mi scappa! »

Si chiuse in bagno, e si svestì, tirandosi via i vestiti con una furia in corpo. Ha capito tutto! Sa che io so cosa fa quando esce a disegnare! Mi prenderà quando meno me l’ aspetto …sarò la sua prossima vittima, e una volta tornato a casa, piangerà sulla mia tomba, chiedendosi come mai non è riuscito a difendermi e proteggermi. Sta recitando una parte.

Enea era rimasto in mutande, e saltellava sul posto con le mani fra i capelli, cercando disperatamente di fermare il flusso di emozioni che lo sconcertavano.

Chiuse gli occhi e si immaginò Sabele che lo confrontava e gli diceva NON TI AZZARDARE A PRENDERE LE MIE COSE! SE INFORMI QUALCUNO DI CIO’ CHE HAI VISTO VERRO’ NEL TUO LETTO A SPEZZARTI LE OSSA E LAVERO’ CASA NOSTRA CON IL TUO SANGUE!

Sono il fratello di un serial killer diventava una frase eccitante da ripetersi come un mantra.

CAPITOLO 6 – Attratto dalla tenacia

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1

1993

Beatrice Bronsone si era svegliata alle prime ore del mattino, scossa da incubi, che rappresentavano apparizioni e presenze. Tirò su la serranda e vide che il panorama dei campi era stato coperto da una spessa coltre di nebbia. Le sembrava quasi che la casa levitasse nel nulla. Dopo aver fatto una colazione a modo, che per lei significava salutare, nutriente e leggera, come al solito saltò sulla bicicletta col cestino davanti e si spostò dalla sua zona di residenza di Ferrofiume Popolo, prestando la massima attenzione al transito delle auto.

Giunta in città, si apprestava a compiere le sue abituali commissioni per i clienti fissi dei suoi genitori, che producevano vino e generi alimentari nella loro cascina – fattoria e nell’ orto. Portate a termine le consegne, decise di vagare senza una meta particolare per la città, sentendosi una sensazione di timore e pesantezza addosso. Il giorno precedente aveva avvistato una presenza in lontananza che le aveva fatto venire i brividi, anche se quel mattino l’ episodio appariva già come qualcosa di confuso e remoto. In ogni caso, l’ aveva spinta a fare dietrofront e rintanarsi in casa.

Qualcosa attirò la sua attenzione, mentre si era fermata per qualche istante a osservare il fiume dal Viale che portava al Molo. Un foglio da disegno giallo seppia con le iniziali del suo nome ben evidenziate. Che curiosa coincidenza, pensò lei. Chissà chi l’ aveva lasciato lì …o magari l’ avevano gettato via. Lo raccolse e se lo mise in tasca.

Si avvicinò al sentiero di ghiaia che portava al Molo, e notò una grossa macchia di sangue asciutto.

Mi fa pensare alla presenza misteriosa di ieri riflettè. Ma no, dai, sarà che un piccione è stato assalito da un gatto …però mancano le piume sparpagliate tutt’ intorno.

Non voleva trovarsi un corvaccio nero a scrutarla con quei loro occhietti intelligenti. Li temeva, anche se poteva sembrare stupido, per via del modo in cui ne parlavano, come uccelli del malaugurio.

Poi si accorse delle impronte di scarpa, che lasciavano macchie rosse lungo il sentiero.

I passi del killer di Ferrofiume pensò. Scosse quel lugubre pensiero con la testa.

Concluse che l’ atmosfera non era delle migliori, anzi, non le piaceva affatto. E se si trovasse ancora nei paraggi, pronto ad assalirla? E se si trattasse di un barbone ubriaco? Lei era una ragazza e non poteva permettersi di prendersi dei rischi.

Cominciò a pentirsi di aver inforcato la bici per andare a fare le consegne in città, persino di essersi svegliata così presto quella mattina. Sebbene provasse curiosità verso quelle orme, non poteva seguirle e vedere dove portavano. Non voleva essere una di quelle, cioè quelli che fanno i ritrovamenti macabri. Si mise a pensare al disegno che si era messa in tasca. Forse chi l’ aveva abbandonato a terra era la vittima. Era meglio tornare a casa, e continuare con i soliti lavoretti con gli animali e le piante.

Certo. E invece scese dalla bici, mise il cavalletto e cominciò a seguire le impronte.

Scesa a livello dell’ erba, sentì un cra cra. C’ era uno di quei corvacci nei paraggi. Ma non osò guardarsi attorno. Cercò di ignorare quel verso.

Vide un braccialetto con un bottone argentato che brillava, gettato a terra. Accidenti.

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2

L’ arrivo della primavera rinvigoriva sempre le energie e la voglia di muoversi di Beatrice, che si rallegrava di poter praticare jogging al mattino, una volta a settimana. Era una ragazza tenace e determinata, si era iscritta a un corso di arti marziali, karate, e trascorreva i tempi di qualità andando a caccia di fagiani con il padre. Aveva quasi sedici anni, ma stava già imparando a guidare, sebbene si mettesse al volante di un Ape, o di un furgoncino, o di un trattore, a seconda dell’ occorrenza. Il padre riteneva che sua figlia fosse più matura di un maschio alla sua età, e abbastanza dotata per accelerare i tempi.

Sua madre le aveva insegnato che le donne non devono necessariamente sottostare al volere degli uomini, e le aveva sempre suggerito di pensare con la propria testa, e di tirarsi su sempre, senza arrendersi davanti alle difficoltà quotidiane.

Sebbene temesse i corvi e affini, non si faceva problemi a prendere di mira fagiani con il fucile. Era una tradizione di famiglia, un rito di passaggio, e aveva cominciato ad andare nei boschi con il padre sin dai tredici anni.

Durante l’ anno si occupava di rimuovere le erbacce infestanti, diserbare, seminare, zappare e arare, collaborando a pieno titolo con il padre. Come mansioni alternative, se la madre glielo chiedeva, preparava conserve, varie ricette e pelava le patate. Le avevano insegnato che le multinazionali “ sporcavano “ e modificavano il cibo. Beatrice evitava di incappare in quelle trappole scegliendo marche più modeste e mangiando ciò che producevano nel loro piccolo, sempre cercando qualità e stando attenta alla salute. Quando si trattava di andare in città a portare carichi di vino, conserve e altri prodotti, le veniva data una paghetta non da poco, con tanto di bonus mancia da parte dei clienti fidati, dai piccoli negozianti, che lei considerava il suo primo mini stipendio.

Nell’ autunno precedente aveva intrapreso un corso di canoa con un team di giovani, che si radunavano al Molo di Ferrofiume per percorrere un tragitto prestabilito lungo il fiume Po. Ne era rimasta entusiasta e si aspettava di ricominciare una volta iniziato il mese di aprile.

Di recente aveva aggiunto una nuova mansione durante la quale collaborava con il padre: il tetto necessitava di essere aggiustato, dopo essere stato danneggiato da un violento temporale e quindi, anche se la madre si era preoccupata un pochino, era salita sul tetto a sostituire le tegole. Trascorreva i suoi momenti liberi, di svago, assieme a un gruppo di maschi, nei giorni in cui si fermava a cenare dalla zia, che, in quel periodo così pericoloso per la città, la portava a casa subito dopo con la macchina.

Suo padre aveva conservato un album di vecchie foto, e durante le sere invernali spesso si sedeva sulla poltrona a commentarle assieme a sua figlia; così Beatrice aveva scoperto che un tempo passava una specie di tram per le strade della città di Ferrofiume, il tramvai.

 

 

3 

In un altro giorno, Beatrice aveva preso la sua bici durante un giorno libero da impegni e si fece i consueti chilometri per raggiungere il cuore della città, diretta verso la zona industriale. Avrebbe fatto un giro di perlustrazione da quelle parti per un’ ora, poi sarebbe tornata a casa, o magari avrebbe prima fatto visita alla zia per accordarsi sul loro prossimo appuntamento serale. Le avrebbe chiesto di usare il telefono per avvertire la madre che sarebbe tornata un po’ più tardi. La donna cominciava a temere, un po’ come tutte le madri della zona, che il killer potesse colpire proprio sua figlia. Una volta le aveva elencato una serie di divieti perentori, alzando l’ indice verso l’ alto, ma Beatrice le aveva ricordato che era una ragazza intelligente e giudiziosa, e non era necessario trattarla come una bambinetta ingenua. La madre glielo aveva riconosciuto.

L’ attrazione principale della zona industriale erano le rovine di Ground Zero, la fabbrica che aveva scatenato una nube tossica durante la maratona dell’ ottantasei. Per i giovani del luogo avvicinarvisi equivaleva a entrare in uno scenario da videogioco, e si avvertivano gli echi di Chernobyl, che era accaduto solo qualche settimana prima del Ground Zero. Bisognava però che tutti quelli che si mettevano in esplorazione facessero attenzione alle polveri letali che ancora si potevano trovare negli angoli nascosti. In quella circostanza, Beatrice si sentiva tanto Lara Croft alle prese con una scoperta archeologica.

Molte fabbriche nei dintorni erano state danneggiate in modo grave; Beatrice poteva osservare mattoni, ruderi deformi e macchinari arrugginiti. Esaminava il terreno come se avesse delle lenti d’ ingrandimento al posto degli occhi: massima attenzione alle polveri.

Beatrice si mise a ipotizzare che forse il killer era stato trasformato in un mostro mietitore per le conseguenze di una fantomatica intossicazione. Forse proveniva proprio da quel luogo e nei paraggi avrebbe trovato la sua tana.

E se qualcuno di quei ragazzini scomparsi si fosse avventurato proprio qui? E io finirei per trovarne i resti. Magari se si entra a contatto con le polveri in questo luogo si muore in pochi minuti. Nessuno potrebbe recuperare il corpo.

Si rese conto che c’ era un silenzio cristallino, e le sembrava di vagare attraverso una fotografia. I suoi pensieri si concentrarono sugli operai che avevano perso la vita o se l’ erano rovinata per colpa dell’ incidente, e alle sofferenze delle loro famiglie.

L’ esplosione deve essere stata tremenda. Quei poveretti devono essere stati mutilati. Seppelliti da metri di macerie. Devono aver trovato almeno una testa intatta.

I suoi pensieri la fecero rabbrividire.

Ad un tratto si trovò davanti una figura misteriosa: un ragazzo grande che portava un grosso cappello sulla testa, e un cappotto rosso. Il viso era parzialmente coperto da un fazzoletto rosso. I capelli assomigliavano a quelli di Michael Jackson.

Trovò che somigliasse alla presenza dell’ altra volta.

Il flusso dei suoi pensieri si arrestò all’ improvviso. La figura tratteneva fra le mani un corvaccio nero. Il ragazzo era seduto e la guardava negli occhi.

Beatrice non potè fare a meno di gridare, e fece dei passi indietro, sollevando le braccia per proteggersi. Inciampò, e quasi finì a gambe all’ aria. Se avesse sbattuto la testa all’ indietro sarebbe potuta svenire.

Si allontanò, tenendo d’ occhio la figura spaventosa, che si sollevò sui piedi, e liberò il corvo. Poi tirò fuori una fionda, e colpì con un sasso l’ uccello nero, mandandolo al tappeto.

Beatrice cominciò a correre, e non si voltò più all’ indietro. Non avrebbe potuto mancare di vederlo, visto che era colorato in quel modo mentre tutto il resto era grigio e opaco.

La figura lasciò andare una risata terrificante, e cominciò a correrle dietro.

Beatrice, disperata, cercò di infilarsi attraverso una porta decadente, ma inciampò e si costrinse a voltarsi verso la figura, che si abbassò con un braccio disteso, tentando di afferrarla per una caviglia. Era intenzionato a ucciderla. Gli occhi erano quelli di un felino che non conosceva la pietà. Beatrice riuscì a spostare la gamba e a sfuggire alla sua presa.

Si mise a correre, e proprio mentre pensava di aver trovato un angolo sicuro, lui si sollevò e picchiò con tutta la sua forza contro il macchinario, facendolo traballare. Lei gridò di nuovo e vide il suo sorriso maligno mentre la indicava con un dito.

Beatrice fece appello a tutte le sue forze, ma non bastò. La figura la afferrò per un braccio. Le unghie la punsero come fossero artigli. Si sentì trascinare, e lottò per restare in equilibrio con i piedi.

« Lasciami stare! » urlò e torse il braccio. Sentì le sue dita strusciarsi sulla manica. Riprese a correre, senza badare alla testa che le girava per lo shock. Procedette per una quindicina di metri e dovette fermarsi perchè le mancava il fiato. Si infilò nell’ ingresso di un altro rudere. La figura arrivò dietro di lei e si mise a sbirciare dentro.

I loro sguardi si incrociarono, e Beatrice si abbassò di scatto, proteggendosi la testa con le mani, gemendo. Si appoggiò sulle ginocchia, e cominciò a tastare il pavimento per cercare un oggetto qualsiasi per potersi difendere. Trovò un pezzo di vetro di bottiglia, e lo afferrò, mostrandolo alla figura.

«Stammi lontano!» disse. La figura avanzò e allora lei lanciò il vetro, e poi afferrò altri piccoli cocci di mattonella come disperato tentativo di farlo desistere. La figura se li lasciava rimbalzare addosso e non reagiva affatto.

Beatrice trovò un pezzo di un qualche macchinario e lo scagliò con tutta la forza che aveva in corpo contro la figura. Riuscì a provocare un graffio sul viso coperto del ragazzo killer, facendolo ruggire di dolore.

Allora lei si diede la carica e continuò a lanciare pezzi di piastrella, riempiendosi le mani. La figura indietreggiò e tirò fuori una sacca da dentro al cappotto. Sotto gli occhi sorpresi di Beatrice, tirò fuori un quaderno e cominciò a scriverci qualcosa, o a disegnare lei, per qualche oscuro motivo che la ragazzina non riusciva a capire.

Quel gesto imprevisto fermò la sua foga e le fece venire la pelle d’ oca. Mi sta ritraendo così si ricorderà di me la prossima volta. Ce l’ ha con me e se lo legherà al dito.

Ad un tratto la figura ritirò il quaderno nella sacca e si avvicinò a lei, che si era immobilizzata per il terrore. La guardò dall’ alto al basso, e poi tracciò una X immaginaria con le dita fredde sulla sua fronte. Vuol dire che sei diventata un bersaglio. Beatrice tremava tutta, e il labbro inferiore le pendeva e le allungava il mento.

E poi la figura si allontanò, lasciandola libera di prendere la bici e scappare a tutta velocità verso la zona della Tartufara, e di Piazza Castello. Non poteva permettersi di piagnucolare. Non era da lei. Si fermò a una fontana davanti a una gelateria e si lavò le mani, ma soprattutto la fronte, sfiorata da quella mano viscida. Per tutto il tragitto verso casa di sua zia non si voltò, non si soffermò a osservare la gente che passeggiava, e non cambiò mai andatura.

Giunta in quella confortevole casa, si chiese se per caso non si era lasciata impressionare. Non poteva essere successo per davvero, non a lei, poi. Ma sapeva che era stata un’ esperienza reale.

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Quando trovò il braccialetto in zona Molo, si guardò per bene tutt’ intorno, e constatò che non si vedeva nessuno. Si avvicinò all’ acqua e scese i gradini. Tirò fuori il disegno con le sue iniziali e lo tenne sollevato con due dita, con il braccio disteso di fronte a lei.

Guardando in basso, le parve per un istante di vedere una pallida mano galleggiante, ma in realtà era una busta gettata da uno stupido inquinatore.

Aveva intenzione di sbarazzarsi di quel disegno, ma ad un tratto si rese conto che sarebbe stato meglio conservarlo: era una prova di quanto era avvenuto. Il killer la cercava e l’ aveva presa di mira. Pensava a lei come un bambino innamorato fantasticava sulla sua compagna di banco. Le venne la nausea al solo pensarci. Aveva voglia di strappare in mille piccoli frammenti quel foglio. Il rumore di passi che sembravano provenire da un punto indefinito in mezzo ai cespugli la fece trasalire. Si rimise il disegno in tasca e saltò al galoppo della bici, scendendo solo per attraversare la salita, senza rallentare. Non sapeva se era vero o meno, ma si sentiva uno sguardo morboso addosso. Non poteva ripetersi quella scena. Non tutto quel nascondersi e lanciare cose. Ad ogni modo, si ritrovò a percorrere di nuovo il centro città senza rallentare, e senza voltare lo sguardo. Si chiedeva che cosa potesse renderla attraente per un killer. Si chiedeva come fosse possibile che non era stato ancora catturato o colto sul fatto appena prima di assalire una persona. La macchia di sangue sulla ghiaia rimase impressa nella sua mente, ma il riprendere le sue abitudinarie mansioni rese quei ricordi agitati un turbine di immagini sfocate e disordinate.

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Info sull’ inizio di Life is Strange 2 – SPOILERS ALERT

21 08 2018

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ATTENZIONE, NON LEGGETE SE NON VOLETE SPOILERARVI L’ INIZIO DEL PRIMO EPISODIO. SIETE STATI AVVISATI!

La storia inizia con una simpatica e dinamica musica felice, siamo alla fine di Ottobre e ci sono decorazioni di Halloween dappertutto. Sean Diaz scende dallo scuolabus assieme alla sua migliore amica Lyla, una asiatica. Sean è un latinoamericano. Fin dall’ inizio si vede a quale animale è associato, dall’ immagine di un lupo sulla sua maglia. Sean e Lyla parlano di messaggi e di ragazze, e di un party serale che si svolgerà quel venerdì sera. Scopriamo che a Sean non piace l’ atmosfera di un party. Una ragazza accetta l’ invito al party di Sean ( organizzato da Lyla ). Lyla lo accompagna a casa, e si abbracciano. Ma Lyla non manca di raccomandargli di prepararsi per una esperienza sessuale quella sera, con quell’ altra ragazza. Sean reagisce con sarcasmo.

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Dal momento in cui Sean entra in casa sua possiamo controllarlo. Scopriamo che suo padre è un meccanico o comunque sta aggiustando la sua auto. Ci sono graffiti alle pareti. Il padre gli chiede se ha bisogno di soldi per il party, e gli chiede esplicitamente se comprerà alcool o droga, e Sean dice di sì. Stranamente il padre gli consegna ben 40 dollari. Il padre apprezza la sua sincerità ma praticamente gli dà i mezzi per spassarsela. Anche se Sean non sembra molto festaiolo…il padre gli chiede di aggiungerlo su Facebook, e Sean reagisce con fastidio. Il padre si fa chiamare ” Papito “. Sean lo descrive come un ” fantastico palla al piede “.

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Nel gioco possiamo ricevere messaggi sul cellulare. Guardando nella dispensa, Sean spera che al party ci sia del ” vero cibo ” e si accontenta delle patatine. Inoltre prende anche la birra del padre ( la stessa marca usata dal padre di Chris in Captain Spirit, il prequel di Life is Strange 2 ).

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Possiamo vedere che il padre ha esposto un barattolo di monete con scritto ” soldi per la droga ” e Sean commenta con ” Molto divertente, papà “. Sean decide di andare a trovare Daniel nella sua stanza, ” l’ antro dell’ orso “, ma il bambino di nove anni si è chiuso a chiave. Sean dice di farsi aprire ” perché sì “. Sean lo chiama Frankenstein e gli chiede perché sta usando le forbici. Daniel vuole andare al party con Sean e Lyla, e dice che lei lo tratta meglio di come lo tratta lui. Daniel dice che ha delle cose segrete da fare, e mentre Sean si volta e gli dà le spalle, Daniel sbircia dalla porta, e poi la chiude a chiave.

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Dalla stanza di Sean possiamo dedurre che è appassionato di disegno, come Chris, e poi si mette della musica da atmosfera, e si connette a Skype per parlare con Lyla attraverso lo schermo. Da uno dei suoi disegni, molto simile ad uno DEI MIEI, fra l’ altro, abbastanza sconcertante, si capisce che è appassionato di giochi di combattimento ( vi è raffigurato un samurai ). Sean canticchia la musica rap. Lyla si sistema i capelli e poi lo saluta. Quando si parla di ragazze, però, a Sean dà fastidio e sbuffa.

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Daniel entra all’ improvviso nella stanza con una maschera da Halloween in faccia e una bomboletta di vernice, e a Sean dà molto fastidio. Infatti lo sbatte fuori dalla sua stanza. Lyla commenta dicendo che dovrebbe trattarlo un po’ meglio. Inoltre possiamo vedere dei disegni a matita sulla porta della stanza di Sean. Possiamo anche notare che il gioco dà tre possibilità di risposta e c’è un tempo per sceglierne una, altrimenti Sean semplicemente rimarrà in silenzio. Sean fa un ritratto a Lyla su un post it. Si vede Daniel, che deluso, esce fuori in giardino. Poi lo si sente dire a qualcuno di lasciarlo andare.

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Un ragazzo aggressivo sta trattenendo Daniel per il braccio, e Sean interrompe la conversazione con l’ amica per intervenire. Daniel ha inavvertitamente sporcato di vernice rossa la maglia di un ragazzo, che Sean conosce come Brett. Lo schermo si scurisce e possiamo scegliere di fare domande a Daniel o affrontare Brett, e lo schermo si divide in due sezioni e si colora a seconda di cosa vogliamo scegliere. Per strada passa una auto della polizia, e nel frattempo Sean decide di andarsene con Daniel e rientrare in casa, ma il bullo Brett fa un commento sulla madre che dei fratelli Diaz che se ne è ANDATA VIA, e allora Sean reagisce prendendolo a pugni.

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Il bullo li minaccia di mandare la sua intera famiglia in prigione, ma all’ improvviso cade di schiena su una roccia appuntita e viene trafitto. Mentre i fratelli Diaz si avvicinano a lui sconvolti, un poliziotto si avvicina allarmato. Il poliziotto osserva Brett che è in agonia per il dolore e prossimo alla morte. Quindi solleva una pistola e ordina loro di buttarsi a terra. Il padre li raggiunge e capisce la situazione, e cerca di dire che i suoi figli sono bravi ragazzi. Possiamo scegliere di spiegare la situazione al poliziotto o semplicemente ubbidire agli ordini.

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Il poliziotto, con un atteggiamento paranoico e allarmato, decide di sparare e colpisce il padre dei fratelli. In quel momento Daniel si mette a urlare e l’ angolatura della telecamera non permette di capire chi fra di loro utilizza il potere per lanciare lontano il poliziotto e ucciderlo. Sean si risveglia e si guarda attorno. L’ intero vicinato ha subito danni simili a quelli di un tornado. Sean è sconvolto quando si accorge del poliziotto riverso a terra, e l’ auto della polizia capovolta e in fiamme. Si mette le mani alla bocca, esterrefatto. Il bullo Brett è morto. Sean si avvicina al padre, e si mette ancora le mani alla bocca, sconvolto nel vederlo morto. Sean si rende conto che Daniel è ancora vivo. Nel frattempo un’ altra volante della polizia sta arrivando a sirene spiegate. Sean lo prende in braccio e lo trasporta via. Daniel è ancora tramortito e ad occhi chiusi, ma respira. Sean prende il suo zaino di scuola, e decide di portarlo nella foresta, al sicuro dalla polizia.   

        

 

 

 





Lo scisma interiore fra il vuoto cosmico e il disegno del destino

26 12 2017

Risultato immagine per dylan dog

Recentemente sono tornato a occuparmi della raccolta di racconti che spero di pubblicare il prossimo anno. Sono storie brevi appena sotto le 50 pagine di genere thriller – horror che parlano di giovani e della morte. Sono storie violente e grintose.

Ho dedicato il Natale ad arricchire la mia collezione di libri di Stephen King e a leggere la biografia dell’ autore, nel quale in certi aspetti mi sono ritrovato, mentre sotto altri aspetti abbiamo vissuto in atmosfere completamente diverse.

” mi sono reso conto che sono arrivato al punto in cui era arrivato lui, giusto prima di debuttare, quando il tempo scarseggiava, la scrittura era faticosa, l’ energia era poca, e il futuro inquietante. Chissà, forse non è un caso. “

Risultato immagine per piccoli brividi

Scrivo perché mi fa bene, perché sento che mi appartiene, mentre cerco di tenere a bada le mie paure dormienti, che negli scorsi anni sono usciti a farmi sgradite sorprese, e che potrebbero ancora farlo in qualsiasi momento.

Il destino in sé non mi spaventa. Ho bisogno di interpretare la vita come un disegno strutturato e coerente. Mentre nell’ adolescenza cercavo di essere il più puritano possibile e una volta cantavo nel coro della chiesa, adesso da anni mi sono svuotato completamente della religione, e non sono sicuro che sia un bene. Credo ancora in una sorta di Dio, ma lo sento sempre più distante, e sempre più umano piuttosto che intangibile e divino.

Le mie paure più grandi sono la morte, il caso, e l’ eventualità dell’ assenza di qualcosa dopo la morte. Pur avendo fatto abbastanza ricerche affini agli argomenti trattati in questo blog, che archiviano il caso come un’ eventualità impossibile e inesistente, è ancora insita in me la grande paura che in un qualsiasi giorno tutto possa cambiare, e forse è per questo che ogni volta che penso alla scrittura mi dico ” accidenti alla possibilità di un eschaton di Mckenna nei mesi a venire! Potrebbe intralciare la mia ancora ipotetica carriera! “.

Credo che la morte a 59 anni di mio nonno mio omonimo quando avevo 3 mesi in un incidente d’ auto mi pesi in un angolino della mente più di quanto vorrei ammettere. Con tutta questa storia delle connessioni fra i destini, mi sono reso conto di considerare le auto delle macchine di morte, motivo per il quale a 27 anni non ho mai preso la patente, e non so ancora se mai la prenderò.

Alcune volte questo tipo di paure nascoste e dormienti si trasformano in rabbia, e ormai penso che dovrei evitare di leggere ogni storia relativa a crimini di ogni genere, perché poi mi viene da pensare cose maligne, e ogni qualche settimana vi sono vicende che mi fanno ribollire il sangue e desiderare pene infernali per chiunque le abbia commesse. Una volta credevo che in tutti ci fosse qualcosa di buono, ora credo invece che in tutti ci sia uno spiritello maligno che ogni tanto decide di combinare qualcosa. Il mio ideale di giustizia assomiglia sempre di più a quello dell’ epoca medievale.

Risultato immagine per stephen king logo

Non so se il mio destino comprende anche diventare un buon scrittore. Però so che la scrittura e la lettura sono presenti da sempre nella mia vita. Stephen King è stato segnato dal ritrovamento dei racconti e delle riviste di suo padre, scrittore di racconti mai pubblicati, all’ età di 10 anni, più o meno alla stessa età di quando io scoprii una collezione di Dylan Dog appartenente a mio zio nella casa di mia nonna paterna, una collezione che mi attirava e mi respingeva allo stesso tempo.

Del resto la cruda violenza la potevo leggere anche nella saga degli Animorphs che ha nutrito la mia infanzia con 64 libri di una saga per me indimenticabile con i personaggi più realistici e vivi che abbia mai trovato. Per non parlare della mia passione per i Goosebumps o Piccoli Brividi che amavo collezionare da bambino.

Stephen King ha visto l’ amichetto di 4 anni venire investito da un treno, e io sono passato affianco a un mio compagno di classe per 8 anni che conoscevo appena poche ore prima che morisse in un incidente d’ auto.

Ho vissuto vicende che forse un giorno mi aiuteranno a scrivere libri, se solo fossi capace di farle riemergere dall’ oblio autoimposto in cui le ho ficcate. Per qualche strano motivo ho scritto centinaia di pagine di diario degli anni più contorti e controversi della mia vita per poi smettere giusto in tempo per uscire dal tunnel ed entrare in una più confortevole metropolitana. Forse un giorno brucerò quei diari, o li lascerò a marcire in soffitta o in garage. Non riesco più ad aprirli. Non ci sono storie chissà che, ma hanno lasciato qualcosa dentro di me, che mi condizionano ancora adesso.

Ho paura che in tutto quello in cui ho riposto le mie speranze e le mie teorie personali non ci sia nulla di vero e che sia tutto un voler vedere qualcosa di assente. Cicli storici, cicli nella vita individuale, ritorni di passato, destini, il futuro che influenza il presente e si addentra persino nel passato. Volevo vedere qualcosa di mio nella storia di vita di Mckenna e voglio vedere qualcosa di mio nella storia di vita di Stephen King, anche solo il piccolissimo fatto in qualche modo significativo per me che lui è nato nel giorno in cui festeggio l’ onomastico, che io vivo come un – mezzo compleanno – perché sta a sei mesi dal mio compleanno. Poi scopro che King supporta il femminismo, mentre io vedo il femminismo come affine a una pseudo – setta arrogante, ( forse per via di certe ragazze con cui ho avuto a che fare, forse ancora reduce dalla farsa che è la vita di classe alle superiori, quando le ragazze mi parlavano come se fossi un idiota bambinone ) che King leggeva la Bibbia ai figli adolescenti mentre io la ritengo una storia di fiabe. Poi scopro le peripezie mediche di King con orecchie, tonsille, di quando è stato investito e massacrato da un’ auto e ripenso ai miei appuntamenti settimanali con il dentista( ne so abbastanza per poter fare il dentista e togliervi tutti i denti credetemi ) , alla ginnastica fatta a dodici anni per la scoliosi e alla mia quotidiana lotta con le paure nel 2008.  

Spero di non produrre storie che diano vita a film dell’ orrore che non riuscirei a guardare. Mi piacciono i libri dell’ orrore ma NON i film. Ironico detto da uno che ha invitato l’ amichetto a guardare un film fantascienza –  horror – splatter, niente di meno che Starship Troopers, in età elementare per poi farlo vomitare! Non so con quale stomaco guardavo certi film all’ età di 10 anni.  Dico io, come si fa a far vedere a un amichetto una storia di alieni simili a ragni con una bocca per testa con braccia e gambe che volano e una mucca sbriciolata viva dietro un cartello con su scritto censura? 😉  

In un angolo della mia mente trovo molti eventi simbolici nella mia vita che stanno determinando il mio presente. Sono diviso in due. Da una parte sono un essere brancolante nel buio del vuoto dell’ ateismo e del nulla eterno postmortem, dall’ altra parte mi trovo in una immensa libreria di dati, collegamenti, connessioni, segreti e trucchi con le date che sanno di magia, con la certezza che qualcosa di più c’è, anche se completamente diverso dalle aspettative di un religioso. Spero che un giorno questo scisma mentale troverà un accordo diplomatico.

Matteo