Sulla fine della chiesa cattolica (così come la conosciamo)

1 10 2017

Appunti tratti dai miei quaderni, la parte prima, qui tagliata, è notevole ma tanto lunga, prima o poi la pubblicherò.

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The young pope.

[…]

In effetti è difficile immaginare i ragazzini di oggi (se vogliamo, anche gli esponenti della mia generazione e della generazione precedente alla mia) immergersi nella senile atmosfera gerontocratica della curia cardinalizia-papale quando raggiungeranno l’età adatta.

Mi viene anche da pensare a quella serie tv di Paolo Sorrentino, The young pope. Immaginare un possibile papa del futuro quaranta-cinquantenne, in clergyman bianco, che parla in modo non retorico, non evocativo, non suggestivo, in modo diretto senza perifrasi e giri di parole teologici e magari è anche intervistato come qualsiasi altro personaggio che non sia “Sua santità”, e viene invitato ai talk show.

Il papa che desacralizza totalmente il papato e svecchia per davvero la religione cattolica apostolica romana, facendola diventare qualcos’altro.

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Ogni era ha la sua religione. Nei duemila anni dell'”era dei pesci” è stata la volta del cristianesimo, che ha la sua manifestazione di potere massimo nella chiesa cattolica apostolica romana, la religione più popolata, più diffusa e più potente del mondo. I successivi duemila anni circa dell'”età dell’acquario” avranno un’altra religione.

Quel papa del futuro (ben illustrato dalla serie tv di Sorrentino) può essere visto come la conseguenza [naturale] di un processo cominciato soprattutto a fine anni Cinquanta- inizio anni Sessanta del XX secolo col Concilio Vaticano II. [E’ un processo che giungerà a completa maturazione, con la fine totale della chiesa cattolica così come la conosciamo, intorno a fine XXVI-inizio XXVII secolo.]

[…]

Il fatto che il cristianesimo, basato sulla figura, la storia e la mitizzazione di un profeta di origine ebraico-essena chiamato Gesù Cristo, abbia così tanto pesato nella psicologia collettiva, sia stato così tanto presente nelle menti di miliardi di persone è dovuto al fatto che, evidentemente, “La più grande storia mai raccontata” è una storia che è riuscita e riesce ad attirare e condizionare grandi masse di persone.

Ma la potenza di attrazione (e di dominio sulle menti) del cristianesimo in generale e del cattolicesimo in particolare è legata al mistero del tempo.

Il cristianesimo è l’incarnazione di un modello psichico basato sul tempo lineare storico (l’attesa della “seconda venuta di Cristo”) e sul ritmo delle stagioni nella zona temperata dell’emisfero boreale.

Il punto, poi, è che la figura di Gesù Cristo è emersa proprio al momento giusto. Se non ci fosse stato Gesù Cristo il suo posto sarebbe stato preso da un altro, ci sarebbe stata comunque un’altra figura ad incarnare un modello così presente nella mente collettiva dei successivi duemila anni.

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Nel film “Habemus papam” del 2013, il papa eletto nel conclave si blocca e non riesce a iniziare il suo papato e per questo viene interpellato uno psicanalista per farlo psicanalizzare in modo che possa iniziare il suo ministero. Recentemente, papa Francesco ha rivelato di essere stato psicanalizzato quando era più giovane, da una psicanalista ebrea.

Probabilmente, se il Gesù storico fosse nato nato duecento anni prima o duecento anni dopo, lo stesso suo messaggio non sarebbe riuscito a incidere così a fondo la mente collettiva e quindi a essere diffuso in modo così pervadente e capillare e a condizionare così tanto la storia, anzi a fare la storia (gli anni li contiamo dalla nascita di Cristo.)

Gesù Cristo ha avuto il pregio e il privilegio di essere la persona (anzi, la figura) giusta al momento giusto. Forse cento anni prima sarebbe stato troppo presto e cento anni dopo troppo tardi. La stessa cosa penso che riguardi i filosofi greci, i padri del pensiero occidentale.

La storia può forse essere vista come un processo di graduale auto-apprendimento che toglie gradualmente i veli al rimosso della mente collettiva perché probabilmente vi è una “rimozione freudiana” nell’umanità occidentale.

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Appunti tratti dal mio quaderno 11 – a mente fredda, a bocce ferme, con quasi due mesi di ritardo

8 05 2013

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Giovanni Paolo II è durato tanto. Più di ventisei anni. Un’infinità. Un’eternità. Fino all’aprile 2005, io avevo praticamente visto solo lui nella mia vita. Come papa. Paolo VI e Giovanni Paolo I ero troppo piccolo per ricordarli. Solo lui, e per tanti altri miei coetanei era lo stesso, era “il papa.” Karol Woijtila, con quella sua faccia larga, gonfia, da polacco, con gli occhietti a fessura. Il papa attore, il papa rock-star, con le masse di persone attorno a lui, come nei concerti rock-pop degli anni ottanta.

In tutti quegli anni, il papa vestito di bianco, era sempre lui, Giovanni Paolo II, la mia generazione non ne aveva conosciuti altri, fino al 2005, non aveva mai assistito a un conclave “in diretta.” Com’era accaduto, per ben due volte, nel 1978. Quel nome, “Giovanni Paolo” era stata un’idea di Albino Luciani, eppure sarebbe rimbombato per un’infinità di tempo e lo si sarebbe, ovviamente, associato molto più a Karol Woijtila che ad Albino Luciani il quale, a differenza dei 26 anni di Woijtila, aveva già concluso il suo pontificato dopo 33 giorni.

Il fatto che “il papa” stesse male, la decadenza fisica del papa, la mettevo assieme alle paure che avevo in quella fine millennio, il Terzo Segreto di Fatima. Il disfacimento del papa era la mia paura per la Guerra Termonucleare (molto più probabile che durante la Guerra Fredda, qualcuno diceva) – magari scatenata “per errore” – quegli articoli che leggevo su rotocalchi come Visto. Alì Agcà e Padre Balducci. In quel 1996, dove avevo anche letto quel libercolo in biblioteca intitolato “L’atomo militare.”

Un vero proprio abisso tra la durata dei pontificati dei due Giovanni Paolo. I due conclavi del 1978 sono stati a metà tra l’epoca di Carosello e l’epoca degli spot commerciali della neo-televisione, che avrebbe avuto in Berlusconi il suo uomo più noto. Il settantotto, l’anno del culmine della strategia della tensione e del terrorismo, col rapimento e uccisione di Aldo Moro e dei giornali a fumetti di satira anarchica, come “Frigidaire”, “Il Male”, “Cannibale”; l’anno in cui mio papà acquistò la Simca 1000 color ottone  – l’ultimo modello dopo di cui avrebbero smesso di produrla – con i fanali rettangolari davanti e dietro, l’anno in cui venne comprato il pesantissimo televisore a colori Blaunpunkt.

A proposito della faccenda del papa di origine africana, del “papa nero”, nel senso di “papa con la pelle nera” (come aveva cantato il gruppo ska veneto “Pitura Freska” a Sanremo, in chissà quale anno, di anni tutti uguali uno dopo l’altro), sorprendentemente, qualcuno l’aveva pensato quando il cardinale protodiacono, nel secondo conclave del 1978, dopo l’Habemus papam aveva fatto il nome di Karol Wojitila, qualcuno aveva pensato a uno dei cardinali di origine africana.

Per lunghissimi anni della mia vita (dai due ai ventotto anni) non avevo mai avuto modo di vedere alcun conclave. Per me, il papa visto in diretta, da vivo, era sempre lui, il papa eterno, unico e solo. Poi, il conclave del 2005, quando avevo iniziato da poco la seconda serie di lezioni universitarie. E l’Habemus papam durante le ore di luce, e l’immagine del papa eletto, Ratzinger, con la mozzetta rossa e la stola. E quel nome scelto, proprio da “principe della Chiesa”, nel solco della tradizione cattolico-vaticana, Benedetto XVI, coi numeri romani ben in evidenza. Avevo scoperto la notizia, e il nome che s’era scelto, sulla prima pagina di Televideo. Dopo tantissimi anni avevo modo di vedere una persona diversa da Karol Wojitila, vestita completamente di bianco.

Invece, otto anni dopo, l’esito del conclave 2013 – quello dopo le dimissioni di Benedetto XVI – sulle prime, ben sapendo che era imminente la rivelazione del nome del nuovo papa, volevo andare a letto senza sapere, e conoscere solo l’indomani mattina, una volta alzato dal letto (e pensavo questo mentre espletavo al bagno i miei bisogni), ma poi sono stato spinto come da una forza ad accendere la Tv su “France 24”, a seguire la diretta da “Rome”…ricordo le riprese della piazza notturna gremita di persone: no, mi sono espresso male, la piazza non era “notturna” nel senso di “notte”, non era notte, erano semplicemente finite le ore di luce, a marzo, tra le sette e le otto e mezza di sera. Era buio ed era appena piovuto. Vi era questo cardinale protodiacono francese, sua eminenza Tauran, che ha detto. “Annuntio vobis gaudum magnum, habemus papam”, dopo una lunga attesa tra la “fumata bianca”, l’illuminazione arancione della stanza dietro la finestra altissima, enorme, e l’apertura di quest’ultima. Ha detto poi lo sconosciuto nome di battesimo del cardinale eletto papa e poi, poco prima di volatilizzarsi, ha detto il nome scelto: “Franciscus.” E, subito dopo quel momento, sulla piazza è calato uno strano silenzio. Su quella piazza San Pietro gremita di gente. L’ho visto in diretta, a differenza che nel 2005.

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Bene. Gli appunti, ricopiati più o meno fedelmente dal quaderno, finiscono qui. Tra qualche giorno saranno passati due mesi dall’inizio di questo pontificato, siamo già oltre i 33 giorni del primo Giovanni Paolo, quello meno famoso del secondo, anche se ebbe lui l’idea di scegliere un nome pontificale associando i nomi dei suoi due predecessori, i papi del controverso Concilio Vaticano II degli anni sessanta (iniziato poco dopo l’inizio del “mondo collettivo occidentale” in cui ci troviamo tuttora) da cui ebbe origine la Chiesa Cattolica di oggi: postmoderna, ecumenica, informale, mondana, massonica, finanziaria. Incentrata più sull’Umanità che su Dio.

E il gesuita Bergoglio alias Francesco (nome poco o nulla pontificale, senza nemmeno un numero romano) è il non plus ultra della mondanizzazione della Chiesa Cattolica, e questo l’ha ostentato prima ancora del suo insediamento, per esempio col suo rifiuto dei paramenti sacri e degli orpelli papali, e col suo preferirsi chiamare “vescovo di Roma” anziché papa. Tra l’altro – per la primissima volta nel mondo moderno e postmoderno – con il suo predecessore ancora in vita, ancora vestito di bianco e ancora chiamato papa, col suo nome pontificale. Situazione decisamente anomala.

C’è da fantasticare che la mondanizzazione di papa Francesco giunga ai livelli suggeriti da alcuni critici, tanto da scegliere di mostrarsi in pubblico vestito di un clergyman come quello dei preti e dei vescovi (e che lui sceglieva di portare, anche quando era già cardinale e andava in autobus nei sobborghi poveri di Buenos Aires) un clergyman tutto bianco. In quel momento, se mai succedesse una cosa simile, la figura di colui considerato come “pontefice” si staccherebbe, nell’immaginario dei fedeli e non solo, da quella di tutti i suoi predecessori fino ad allora, diventerebbe “qualcosa d’altro”, come forse era sempre stata destinata a diventare, la sua rappresentanza non sarebbe più quella del Divino ma dell’Umano, magari interstellare.

Claude Vorhilon, Jose Maria Bergoglio, pope Francis, papa Francesco

Claude Vorhilon, capo dei raeliani