Via Madre di Dio e dintorni: appunti su una Genova seppellita

1 08 2017

Il presente articolo lo si può considerare una puntata particolarmente estesa della serie Appunti tratti dal mio quaderno, categoria del blog la quale è un po’ di tempo non viene da me aggiornata. Come nelle altre puntate, la soluzione stilistica adottata per la stesura dell’articolo è quella del flusso di coscienza, perciò non vi stupite e vi prego di non irritarvi se, leggendo, avete l’impressione di uno che, seguendo il filo delle sue associazioni mentali, salta di palo in frasca pressoché in continuazione. Comunque, buona lettura.

L’idea per l’articolo che siete in procinto di leggere mi è venuta consultando due blog presenti nella blogosfera italiana in generale e genovese in particolare: C’era una volta Genova di Gianfranco Curatolo (più l’omonimo gruppo Facebook con moltissime foto d’epoca) e “Dear miss Fletcher” .

Le loro descrizioni dello scomparso quartiere genovese di Ponticello e degli altrettanto quartieri scomparsi di Portoria-Piccapietra e di Borgo Lanaiuoli-via Dei Servi-via Madre di Dio. Con tutti quei dettagli-particolari delle foto del XIX secolo/primissimo XX secolo, le persone fotografate, cosa stavano facendo quando fu scattata l’immagine, com’erano vestite (all’antica, ovviamente), le loro azioni poco chiare, gli oggetti che avevano in mano (magari “oggetti misteriosi”, come in quel programma tv anni Cinquanta condotto dal compianto Enzo Tortora, programma di cui vidi la replica forse di notte negli anni Novanta) (Telematch si chiamava), cosa ci raccontano i dettagli-particolari di quelle foto del passato guardandoli con la lente d’ingrandimento.

Il fatto che quel mondo, così diverso dal mondo a cui siamo stati abituati, esisteva ben prima che noi nascessimo. Non l’abbiamo minimamente mai vissuto. E ne abbiamo nostalgia. Abbiamo nostalgia di qualcosa che non abbiamo mai vissuto.

Ciò che ci attrae, che ci affascina in quelle foto, sono gli stessi, identici, luoghi, gli stessi spazi – che conosciamo benissimo – della nostra città natale, ma completamente diversi da come li abbiamo sempre visti. Sono gli stessi identici luoghi ma, contemporaneamente, sono qualcosa di completamente altro.

Non abbiamo mai visto i vicoli di Portoria e la Porta Aurea nello stesso quartiere oggi completamente cambiato e supermodernizzato.

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La Porta Aura nel vecchio quartiere di Portoria-Piccapietra.

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Lo scomparso vico Pellissoni nel vecchio quartiere Portoria-Piccapietra.

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Demolizione a colpi di piccone del vecchio quartiere Portoria-Piccapietra, la Porta Aurea la si vede in mezzo alla foto.

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Il quartiere Portoria-Piccapietra oggi.

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Il quartiere Portoria-Piccapietra oggi.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/10/piccapietra-piccon-dagghe-cianin.html

https://dearmissfletcher.wordpress.com/2013/09/28/per-le-strade-della-vecchia-portoria/

E che dire della misteriosa Porta Romana la quale, dopo essere stata smantellata, se ne perdettero completamente le tracce, a differenza di Porta Pila e di Porta Degli Archi (detta anche Porta di Santo Stefano perché vicina alla chiesa omonima);

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Immortalata in un rarissimo dagherrotipo, ecco come appariva Porta Romana, di cui si sono perse completamente le tracce a differenza delle sue gemelle più importanti Porta Pila e Porta Degli Archi (o di Santo Stefano.)

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Porta Pila com’era un tempo, prima del suo trasloco in un luogo diverso da quello originario, associata al Ponte Pila, anch’esso smantellato perché il torrente sottostante è stato ricoperto.

Porta di Santo Stefano (detta anche Porta dell'Arco o degli Archi) Genova

Porta Degli Archi (o Di Santo Stefano, perché vicina alla chiesa omonima), anch’essa spostata rispetto al suo luogo originario.

Il colle del convento Sant’Andrea prima che lo sbancassero e lo spianassero (e ne ricostruissero il chiosco accanto alla cosiddetta “casa di Colombo”, chiostro che se uno non conosce la storia, sembra c’entrare qualcosa con la “casa di Colombo” lì vicina, visto che è proprio lì accanto, e invece non c’entra assolutamente nulla), era un convento fino a fine XVIII secolo quando poi, durante l’epoca napoleonica, venne ri-convertito in carcere e completamente smantellato (a parte il chiostro) a fine XIX-inizio XX secolo, all’epoca in cui venne sbancato il colle di Sant’Andrea (ecco perché Porta Soprana ERA chiamata anche Porta di Sant’Andrea) per aprire via Dante e costruire il palazzo della Borsa nel 1912, quello Poste e telegrafo e il palazzo del Credito Italiano.

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Demolizione del Colle di Sant’Andrea (col relativo convento) per l’ampliamento di piazza De Ferrari (fine XIX-inizio XX secolo.)

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Lo stesso luogo dell’immagine precedente al giorno d’oggi.

Per fare ciò, buttarono giù la palazzata di vico dritto Pontexello lato monte. Via Dante, fino agli anni trenta, era solo il pezzo iniziale, quello da De Ferrari, oltre vi era ancora la palazzata (“in stile vicoli”) lato mare di vico drito Pontexello a perdita d’occhio fino a piazza Ponticello, con in mezzo il proverbiale “barchile”, la fontanella in seguito traslocata in Campetto (non “piazza Campetto” come dice qualcuno.) Al posto di quella che poi si sarebbe chiamata “via Ceccardi” vi era salita Morcento, la quale saliva al colle di Morcento, con un enorme palazzone che faceva come da vedetta, colle che venne sbancato pure quello. Perché negli anni trenta, sotto l’impulso del progresso, della modernità, del Novecento, vennero costruiti (anzi, “innalzati”) quegli edifici ultramoderni, di stile razionalista, venne allungata via Dante, venne aperta piazza Dante e via Ceccardi, venne aperta la galleria la quale, attraversando via Fiume, collegava la nuova piazza Dante alla nuova piazza della Vittoria, costruita in quegli stessi anni trenta, con il suo arco di trionfo al centro, con la “fiamma della patria” (che la si doveva tenere sempre accesa e ora è sempre spenta), con intorno gli edifici di stile razionalista modernista (palazzo INPS) come quelli di piazza Dante, quella stessa piazza della Vittoria la quale venne aperta nello stesso luogo in cui c’era la grande spianata del Bisagno, ovvero il risultato dello smantellamento delle cosiddette “fronti basse del Bisagno” e lo smantellamento delle mura lungo quella che si sarebbe poi chiamata via Fiume, grande spianata che ospitò le Colombiadi 1892 e l’Expo 1914.

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Palazzata lato mare di vico drito Pontexello e palazzata lato monte buttata giù, il pezzetto della “casa di Colombo” mantenuto in piedi e il chiostro del convento di Sant’Andrea, edificio che all’epoca della foto non c’era già più.

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Palazzata lato mare e palazzata lato monte di vico drito Pontexello.

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Vico drito Pontexello a perdita d’occhio giù fino a piazza Ponticello, in primo piano sulla sinistra la “casa di Colombo”.

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La zona in fondo a vico drito Pontexello nella cartolina precedente la si può collocare oggi nel mezzo della strada in secondo piano in questa foto.

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Porta Soprana (o Porta di Sant’Andrea), vico drito pontexello e “casa di Colombo” come appaiono da fine anni Trenta in poi, senza alcun palazzo tranne la cosiddetta “casa di Colombo” (cioè quello che ne rimane da inizio XX secolo in poi.)

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Vico drito Pontexello e ingresso di Porta Soprana (o Porta di Sant’Andrea), inquadratura fine XIX secolo più o meno nella stessa angolazione della foto precedente.

Vedere anche: https://dearmissfletcher.wordpress.com/tag/vico-dritto-di-ponticello/

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Antiche case scomparse del quartiere di Morcento, attuale via Ceccardi (foto scattata negli anni Venti), a destra vico drito Pontexello, in primo piano in fondo a destra si scorge il pezzetto superstite della “casa di Colombo” con l’edera attorno.

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Lo sbancamento della collina di Morcento, anni Venti del Novecento.

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Via Ceccardi (ex collina di Morcento) al giorno d’oggi e zona dell’ex piazza Ponticello.

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Lo stesso identico luogo dell’immagine precedente visto dalla parte opposta: piazza Ponticello, nei primi anni del XX secolo, col barchile (fontana) in mezzo alla piazza, successivamente traslocato in Campetto. Vico drito Pontexello è in fondo tra le due file di palazzi nella direzione verso “casa di Colombo” e Porta Soprana. Tutto ciò che vediamo nell’illustrazione è scomparso.

Gli stessi anni Trenta in cui venne smantellato il ponte Pila – assieme al ponte Romano e a una passerella pedonale – per coprire il Bisagno all’altezza della stazione Brignole fino al mare. Il Rivo Torbido, tombinato già nel 1500. I quartieri Portoria, Ponticello, Cheullia, distrutti nel 1971 con quegli affari moderni (“benne”, “escavatori” mi viene in mente si chiamano quegli aggeggi per distruggere edifici) come si vede in quelle riprese di quel servizio su Raitre andato in onda all’incirca nel 1989-90 o giù di lì.

Video che contiene l’intervista a quel signore nato a Roma ma portato nel borgo di via Madre di Dio da piccolissimo, faceva il chierichetto la domenica, per “20 citti”, nella chiesa che poi nel 2008-2010 sarebbe diventata sede della biblioteca franzoniana. Quel signore racconta come le persone si mettessero di traverso di fronte a quegli attrezzi moderni per demolire, perché sapevano che lì nei pressi, in vico Gattamora, vi era la casa natale di Niccolò Paganini e che l’avrebbero buttata giù come le altre case, allora diversi abitanti si erano messi a fare gli scudi umani. Però un giorno – con l’inganno, in modo subdolo – erano stati mandati via dagli emissari dei mandanti che c’erano dietro quelle demolizioni e, quando gli abitanti del borgo erano ritornati la mattina dopo, la casa natale di Paganini (quella del manifesto dal titolo “Onoranze a Niccolò Paganini nel centenario dalla sua morte – 1840-1940 XVIII e.f.” da me visto nel 1996 su uno dei volumi “Genova nella seconda guerra mondiale”) era stata ormai buttata giù.

I videofilmati dell’epoca (1971) (di cui uno recuperato dall’oblio, con tanto di logo tv misterioso in basso a destra) mostrano che, mentre quegli aggeggi buttano giù i muri delle caratteristiche case alte e strette di tipo medievale, contemporaneamente venivano attivati quei getti d’acqua per limitare i nuvoloni di polvere.

Vi sono tutte quelle foto in bianco e nero, in quelle due pagine web Publifoto le quali mostrano il quartiere ancora intatto anche se con le case vecchie, ormai degradate e pericolanti, anche per via dei bombardamenti della WWII.

In una di quelle foto si vede una bottiglieria (col nome che inizia con la C)(in realtà si chiamava “Biagio Gavazza”, negli appunti su carta non ricordavo il nome), il cerchio “Coca cola” (in realtà rosso ma grigio per via del bianco e nero), bambini e donne che mostrano come di essere proletari o sottoproletari, qualche panno steso. In certe foto si vedono macchine FIAT dell’epoca, di quell’epoca ancora molto meccanica e operaia, ben prima dell’era elettronica e digitale. Cioè ben prima degli Ottanta. Chissà se quelli da cui partì l’ordine di smantellare quei palazzi, ebbero già in mente cosa avrebbero costruito al posto di quei palazzi buttati giù, se avevano cioè già in mente le strutture del “Centro dei liguri” (ovvero templi in vetro-cemento della burocrazia capitalista) e i cosiddetti “Giardini Baltimora” che furono soprannominati “Giardini di plastica”. Baltimora, guarda caso una città americana con problemi di ordine pubblico, violenza e degrado.

Strada della Madre d'Iddio e ponte di Carignano a Genova, 1847

Via Madre di Dio in un quadro di fine XVIII secolo.

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Via Madre di Dio fine XIX inizio XX secolo.

Per vedere altre immagini di com’era un tempo il quartiere Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio, vi è il gruppo “I ragazzi di via Madre di Dio”: https://www.facebook.com/groups/316859939691/photos/

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Demolizione del quartiere di via Madre di Dio intorno al 1971.

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Via Madre di Dio 1902.

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Via Madre di Dio 1978.

http://www.taxi-driver.it/summerfest/2015/06/08/perche-i-giardini-baltimora/

I cosiddetti drop out (gli emarginati, gli esclusi) degli anni Ottanta, a cui fu dedicata una puntata della trasmissione tv notturna su raitre Fuori Orario, risalente al luglio 2001, più o meno i giorni del G8 e dei cortei contro il G8. In un’altra di quelle publifoto – quelle da me visionate sono solo una minuscola parte di quelle disponibili su richiesta!, penso a pagamento – vi erano riferimenti al marxismo-leninismo-maoismo di quegli “anni formidabili” (per dirla col libro del proverbiale Mario Capanna, titolo del suo libro visto oggi su una bancarella di piazza Colombo.)

Vi è poi una publifoto mostrante solo una facciata senza la casa dietro, con le finestre le quali sono occhiaie vuote, che poi sarebbe stata buttata giù anche quella; guardando meglio mi sono accorto – riconoscendo il dettaglio della nicchia con la Madonna dentro, le due colonnine e le targhe sotto con le epigrafi – che la facciata apparteneva a quella che un tempo fu la casa di Niccolò Paganini e si ergeva in mezzo al terreno dove prima vi erano le altre case e ora non c’era più niente (solo macerie) e in futuro, lì, sarebbe stato costruito il modernissimo “Centro dei liguri” e i giardini che, negli Ottanta dei drop out, erano popolati da tossicodipendenti in preda all’ero.

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Casa natale di Niccolò Paganini immortalata intorno agli anni Quaranta.

Casa natale di Paganini nel 1961: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=134&ord=iD&key=yes&page=1&RCCrps=CITT%C3%81:%20VICO%20GATTAMORA&sogg=casa-di-paganini

Casa natale di Paganini nel 1971: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=4590&ord=iD&key=yes&page=1&RCCrps=CITT%C3%81:%20VICO%20GATTAMORA&sogg=il-quartiere-di-borgo-lanaiolivia-madre-di-dio

Quella lì del 1971 (l’anno dopo l’ALLUVIONE, tutto in maiuscolo, di cui ho visto delle catastrofiche foto in bianco e nero, con le auto d’epoca per ogni dove) era una demolizione nello stile di quella del ‘500, quando sicuramente demolirono case che non c’erano prima per aprire Strada nuova, come a fine XVIII, quando buttarono giù la chiesa di San Domenico per edificare il teatro Carlo Felice (poi fracassato dai bombardamenti del 1941-42 e ricostruito nel 1991); sempre in quella fine XVIII quando fecero passare il convento di Sant’Andrea da convento a carcere, convertendolo a carcere e durò ancora per un secolo fino a fine Ottocento inizio Novecento quando poi venne buttato giù del tutto (sbancando e spianando anche il Colle, come abbiamo già visto) per ampliare piazza De Ferrari passata da piazza San Domenico a De Ferrari nel 1874, lo stesso anno in cui vennero inglobati al comune di Genova i comuni della bassissima Val Bisagno e dell’immediato Levante), venne fatta crollare la palazzata di Strada Giulia, costruito l’attuale palazzo della Regione e poi i palazzi della Borsa, delle Poste e telegrafo e del Credito Italiano.

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L’ALLUVIONE (tutto in maiuscolo) del 1970, l’anno prima di quando il borgo di via Madre di Dio venne spazzato via dalla faccia del pianeta Terra per poi, a fine anni Settanta, costruire al suo posto il “Centro dei Liguri” e i Giardini Baltimora.

Conoscendo questa storia – e avendo visto i dagherrotipi – si vede con un altro occhio (lo si nota proprio) quel pezzettino di strada con la ringhiera di ferro vecchio, prima non lo si era mai notato: lo si riconosce come il pezzetto di strada superstite che andava alla porta del carcere di Sant’Andrea (ex convento) e che girava subito a destra di porta Soprana (ex porta di Sant’Andrea) una volta svoltata, come si vede in quell’immagine del 1890, dove compare la targa “sestriere di Portoria” e un orologio elettrico non dissimile da quelli di oggi, e certi di quelli che commentano queste foto sulle prime “non ci si trovano”, “gli mancano le coordinate” tanto la zona appare così diversa rispetto a oggi.

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Il dagherrotipo del 1890 della zona ora completamente cambiata presso Porta Soprana, la strada che andava all’ingresso del convento – poi carcere – di Sant’Andrea.

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Questo pezzetto di strada corrisponde al tratto di strada dell’angolo destro in basso della foto precedente (anzi, all’angolo destro fuori dalla foto precedente), la strada che portava al colle di Sant’Andrea col convento diventato poi carcere, tutto sparito da inizio XX secolo per lasciare spazio agli edifici delle Poste e telegrafo, della Borsa e del Credito Italiano.

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Il pezzetto superstite dell’antica strada della foto precedente e i palazzi della Borsa, delle Poste telegrafo e del Credito italiano costruiti nei primi anni del Novecento dopo la spianatura dei colli di Morcento e di Sant’Andrea al cui edificio andava l’antica strada in salita quando era ancora integra, come si vede bene nel dagherrotipo del 1889.

Nella stessa fine XIX, in vista delle Colombiane o Colombiadi dell’anno 1892, vennero smantellate le cosiddette “fronti basse” del Bisagno, facendo così apparire-emergere la cosiddetta Spianata del Bisagno, un ampio piazzalone che durò fino agli anni Trenta e che ci fu nel periodo tra lo smantellamento delle “fronti basse” e la costruzione di piazza Della Vittoria, dunque in pieno periodo Belle Epoque. L’epoca delle donne con busto stretto, gonna larga e lunga e cappello largo e l’epoca degli uomini con camicia, colletto, polsini, gipponetto (panciotto), giacchetta, orologio da taschino con catenella, braghe con la riga, soprabito e l’ immancabile cappello.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/04/cera-una-volta-il-bisagno-parte-sesta.html

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Bastioni (“fronti basse”) sul torrente Bisagno – ora piazza Della Vittoria – demoliti nel 1890 in occasione delle Colombiane o Colombiadi del 1892.

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La spianata del Bisagno dopo la sparizione delle “fronti basse”, durata fino agli anni Venti quando venne costruita piazza Della Vittoria.

Io sapevo della spianata ma non che fosse emersa dopo aver fatto sparire quelle “fronti basse” a Levante (dal XVII secolo, ultima cerchia di mura.) Quella fine XIX fu anche l’epoca in cui vennero smantellate le PORTE di quelle mura del XVII secolo: Porta Pila, Porta Romana e Porta Degli Archi (o di Santo Stefano) e quest’ultima venne traslocata per costruire il Ponte Monumentale e si unì Strada Giulia con via della Conciliazione o Consolazione (la futura via XX settembre), la quale poi proseguiva diritta con quella che si chiamava via Minerva ed era la strada che poi sarebbe divenuta Corso Buenos Aires e fino al 1874 faceva parte del comune di San Francesco D’Albaro, col Borgo Pila.

Tutte queste nozioni sostanzialmente non le sapevo. Le sapevo sì e no.

Via Minerva era cinque metri più alta rispetto a Strada Giulia e via della Conciliazione, per farle stare sullo stesso piano – e unirle attraverso il Ponte Pila – venne abbassata di cinque metri , usando anche i trenini che c’erano allora per per portar via i blocchi di materiale inerte. La modernizzazione di Genova e il suo ampliamento verso Levante ha poi dovuto fare i conti col torrente Bisagno e col fatto che lo si è costretto, a causa dell’urbanizzazione, quindi del “progresso”. Si è limitato il suo alveo, prima poteva esondare nella campagna senza fare danni. Poi nel 1914 lo smantellamento del manicomio a raggiera (del Settecento e Ottocento) (più o meno dove c’è ora l’Unieuro) ma prima anche la palazzata lato monte di vico drito Pontexello. Infatti ecco perché l’omonima canzone in dialetto parla di un personaggio che finisce in carcere proprio a Sant’Andrea, storia della canzone, quindi, di prima fine XIX inizio XX secolo, pressappoco quando hanno aperto (anzi aprirono) via Dante. Però, per un bel po’, è ancora rimasta in piedi la palazzata lato mare e metà o più della palazzata lato monte, la salita di Morcento assieme al colle di Morcento e tutto il “vico drito” fino a piazza Ponticello, col suo quartiere omonimo e il barchile (fontana) in mezzo alla piazza.

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La zona di vico drito Pontexello, piazza Ponticello e colle del Morcento dopo l’apertura di via Dante, via Ceccardi e piazza Dante e l’edificazione degli edifici modernisti e grattacieli nella metà degli anni Trenta.

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Uno scorcio della stessa identica zona al centro della foto precedente prima che negli anni Trenta picconi e macchinari da demolizione facessero piazza pulita per la costruzione di edifici moderni e grattacieli. I commentatori sul web di foto come questa faticano a capire dove venne scattata la foto tanto la stessa zona oggi è irriconoscibile rispetto a prima.

Mi sono dimenticato di scrivere che, fino agli anni Ottanta del XIX secolo non era stata ancora aperta via Fieschi, la quale divenne una specie di via parallela ascendente alla strada Lanaiuoli-via Dei Servi-via Madre di Dio (con il rivo Torbido sottostante, quando non era ancora tombinato, prima del ‘500, su cui ci passava il “vico drito” con un ponticello, ecco il perché del suo nome.)

La situazione del quartiere Morcento-Ponticello resto così immutata fino alla fine degli anni Venti del XX, quando venne deciso di modernizzare ulteriormente Genova, con la prosecuzione di via Dante, l’apertura di via Ceccardi e di piazza Dante, l’apertura della galleria e l’edificazione dei due grattacieli, con quello più alto che è la Torre Piacentini, alta più di cento metri, torre che gli anglosassoni cercarono di bombardare durante la WWII perché “simbolo del Regime” ma che la mancarono più volte e invece colpirono i quartieri Castello e Cheullia. Via Ceccardi, che me la ricordo nella mia infanzia perché leggendario capolinea delle linee 46 e 47, non c’era affatto prima dei Venti-Trenta perché al suo posto vi era invece il colle di Morcento. Sembra quasi che piazza Dante, via Ceccardi, i due grattacieli, gli altri edifici modernisti-razionalisti, la galleria verso la zona di Della Vittoria (e Della Vittoria stessa, con tutti gli edifici intorno, della stessa epoca) ci siano sempre stati assieme alla copertura del torrente Bisagno – denominata viale Brigate Partigiane dopo la WWII – ma non è affatto così. Me ne sono accorto per la prima volta nell’epoca 1996 di quando leggevo quei quattro volumi dedicati a Genova nella WWII, quando vi era quella foto appartenente agli anni Trenta dove, accanto alla galleria, vi erano vecchie case alte e strette (al posto degli edifici modernisti che ho sempre visto), sulla via Dante verso la galleria passava un tram e la didascalia della foto diceva qualcosa del tipo “Per ampliare piazza Dante, aprire via Ceccardi e costruire edifici nuovi e grattacieli, si radono al suolo le ultime case del vecchio quartiere Ponticello.”

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Lo stesso identico luogo fotografato oggi nella seguente immagine: http://static.panoramio.com/photos/large/58725209

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La zona di ex vico drito Pontexello e di piazza Ponticello come appare dal 1935-1938  in avanti.

http://ceraunavoltagenova.blogspot.it/2013/10/via-dante-e-piazza-dante.html

E, prima d’allora, ricordo che non avevo mai saputo che “prima degli edifici e grattacieli da me sempre visti lì c’era un intero quartiere con case alte vecchie proprio come quelle dei caruggi del centro storico.”

La rete tramviaria elettrica di Genova continuò a essere attiva fino al 1965-1966 e negli anni Sessanta vi furono altri sacrifici di antiche costruzioni, immolate sull’altare della modernizzazione e del progresso occidentalista. La sopra-elevata. Che per costruirla buttarono giù il cosiddetto “Ponte Reale” (antica prosecuzione fino al porto del Palazzo Reale) come si vede in quell’immagine publifoto del 1964, col Ponte già in fase di demolizione controllata: http://www.publifoto.net/rps/det.php?art_id=5527&ord=iD&page=1&RCCrps=PONTE%20REALE

Gli avvenimenti degli anni Trenta sono state dunque le ultime distruzioni di quel tipo e, lasciando un po’ perdere gli episodi del Ponte Reale e di altri edifici per costruire la strada sopra-elevata, l’episodio dello smantellamento della maggior parte dell’antico quartiere Cheullia e del quartiere Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio, è somigliato molto (“nello spirito”) agli episodi iniziati nella “notte dei tempi”, in quel ‘500 quando aprirono Strada Nuova (futura via Garibaldi), poi quando buttarono giù la chiesa di San Domenico, quando aprirono via Fieschi, aprirono la prima parte di via Dante per ampliare De Ferrari, fino ad arrivare a Portoria e Cheullia e Lanaiuoli-Dei Servi-Madre di Dio nel 1971. Lo “spirito” era quella delle distruzioni e costruzioni degli anni Trenta era fascista. Quindi nell’era democratica succedevano cose molto simili a quelle avvenute nell’era fascista. Torre Piacentini (il grattacielo alto più di cento metri) e altre costruzioni moderne-razionaliste negli anni Trenta e il “Centro dei Liguri” negli anni Ottanta-Novanta dopo le distruzioni del 1971.

Ci sono quelli che dicono: <<Eh, va be’, ma comunque quelle case dovevano buttarle giù, visto che erano disagiate e pericolanti e in buona parte abbandonate, si trovavano in quello stato perché non si erano mai più riprese dai bombardamenti della WWII.” Appunto, sembra proprio che la WWII abbia dato una bella mano, prima, quasi come se l’avesse fatto apposta.

Anche se ovviamente non è così, però sembra.

In seguito al 1971 le cose simili ancora successe sono state la distruzione della vecchia Corte Lambruschini dopo il 1984 (in una foto dell’84 la si vede ancora in piedi) e l’edificazione della nuova Corte Lambruschini a fine anni Ottanta. Penso che anche il pluricitato “Centro dei Liguri” sia di dopo il 1985. La caserma dei pompieri in Marina di Sarzano, vicino a via Madre di Dio, fu demolita nel 1992. Lo stadio De Ferraris venne rifatto nuovo e coperto per i mondiali di calcio di “Italia ’90” e anche la ricopertura del Bisagno di fronte allo stesso stadio. In quel 1992 anche il nuovo Porto Antico con l’ascensore Bigo, l’acquario “per i 500 anni dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo”, la “bolla di Renzo Piano” (costruita in occasione del G8 del 2001), il nuovo teatro Carlo Felice inaugurato nel 1991.

Tornando invece a vent’anni prima, al 1971 e alla distruzione del quartiere Cheullia (a cui fu dedicata una canzone in dialetto), il commento di uno su Facebook è stato che aveva lavorato lì tanti anni fa e quei luoghi se li ricorda “come in un sogno”, quei luoghi immortalati dalle publifoto. Però non sono completamente d’accordo con coloro che scrivono nei commenti cose di questo genere: <<Com’era bello prima, prima era meglio di adesso>>, <<Come sarebbe bello che ritornassero quei tempi>>, <<Quanto mi sarebbe piaciuto vivere in quell’epoca.>> Lo trovo fuorviante questo modo di pensare, questo modo di vedere le cose, perché fa capire ancora meno COSA SIA DAVVERO SUCCESSO. Torniamo sempre al passato perché non ce ne siamo ancora liberati, abbiamo dei conti in sospeso col passato. Sono successe delle cose che ce le siamo spiegate in un certo modo ma, sotto sotto, dentro di noi, sappiamo che “ce la raccontiamo”, che il modo in cui ci spieghiamo le cose successe nel passato non è quello giusto, è solo quello convenzionale.

E allora vi sono tutte quelle immagini che ci turbano, ci fanno provare sensazioni che non ci fanno dormire la notte. Un soggettista-sceneggiatore che s’inventa una storia non avrebbe potuto fare di meglio: un quartiere antico, l’ultimo quartiere di tipo medievale fuori mura, immediatamente fuori dalle mura del Barbarossa, sopravvissuto a secoli di storia, caratteristico per via del percorso che segue il corso del rivo Torbido tombinato sotto, il quale porta fino al mare con sopra l’arcata del ponte – pittoresco come e più di Boccadasse – che, prima, dal 1944-45 viene reso disagievole e pericolante dai bombardamenti inglesi del 1941-42 e angloamericani nel 1944-45 e poi – con la scusa che appunto quelle erano case disagievoli, abbandonate e pericolanti – viene distrutto nel 1971 (preziosissima casa natale di Paganini compresa), cinque/sei anni dopo che l’ultimo tram entrò in rimessa e venne poi levata la rete tramviaria, pochi anni dopo la costruzione della sopra-elevata (che prima previde la distruzione completa del Ponte Reale e degli altri edifici lì dal porto) e un anno dopo la Grande Alluvione. In quegli anni Settanta che il Bacci Pagano di Bruno Morchio ha definito come “il punto più alto toccato dalla civiltà occidentale” (occidentale contemporanea, dopo la Rivoluzione Francese.) E al posto di quei vecchi, pittoreschi quartieri vengono costruiti edifici iper-modernisti i quali sono veri e propri templi laici in vetro e cemento al capitalismo neo-liberista incipiente che poi sarebbe di lì a pochi anni divenuto imperante, come hanno mostrato bene Thomas Friedman ed Edward Luttwak nel 1999-2000 coi loro libri “La dittatura del capitalismo” e “La Lexus e l’ulivo.”

Su https://www.facebook.com/groups/gianfranco.curatolo/photos/ vi è stato poi un altro commento da me apprezzato riguardante le distruzioni in via Madre di Dio nel 1971: una signora che all’epoca era scolaretta e che, da un balcone, vedeva queste distruzioni con le benne che facevano crollare la parte alta degli edifici e le palle di acciaio che colpivano i muri e li facevano andare giù tra polvere e getti d’acqua. Era uno spettacolo strano, che la attraeva, che non riusciva a dargli un senso, sembrava quasi uno strano gioco. E quella signora se lo ricordava come appartenente a un passato lontanissimo, che solo rivedendo le immagini sul web e aver saputo bene la storia ha ricostruito tutto associando quelle lontane memorie che vedeva da bambina – e che per lungo tempo si era dimenticata – con la storia del borgo Lanaiuoli/Dei Servi/Madre di Dio del tutto demolito per far posto alle costruzioni del “Centro dei liguri” e dei “giardini di plastica”.

[Continua…]

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Le nuvolette nel corso degli anni che hanno annunciato la bufera Marco Bucci

26 06 2017
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In senso orario: Giovanni Toti, Marco Bucci, Fabrizio De Andrè, Gianni Crivello. Immagine trovata in rete non mi ricordo più dove. Se qualcuno reclama diritti su questa immagine non ha che da contattarmi e patteggiamo una soluzione.

Non so bene come considerare questa tarda o anticipata vittoria del “centrodestra unito”, che ha consegnato Genova a una giunta non “rossa”, cioè non di sinistra o centrosinistra, per la prima volta da più di settant’anni portando l’outsider Marco Bucci, un manager che ha lavorato molto all’estero, alla poltrona di sindaco della Superba a palazzo Tursi in via Garibaldi, sede del comune.
Diversi giornali titolano che si tratta di un’ “avvenimento storico” e, in effetti, un po’ lo è: Genova è sempre stata una città di sinistra, progressista, non di destra, con una forte classe operaia portuale e non solo portuale, città medaglia d’oro della resistenza antifascista. Ora, a causa dei molti errori annosi della casta politica cittadina del Partito Democratico e affini – casta che ha deluso un bel po’ di genovesi nonostante sia da sempre egemone in città – è riuscito a vincere le elezioni amministrative un “centrodestra unito” (unito per la prima volta da un sacco di tempo) composto dalla Lega Nord salviniana, da “Fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni, dal partito Forza Italia che si richiama a un ectoplasmatico Silvio Berlusconi, dal sempre presente a ogni elezione locale Enrico Musso e da “Direzione Italia” di un certo Raffaele Fitto (partito thatcheriano) più, naturalmente, il listone civico dedicato allo stesso Bucci in pendant con quello dedicato al suo avversario Gianni Crivello dalla sponda opposta dell’agone politico.
Era da anni che si pensava quando il centrodestra sarebbe riuscito a espugnare palazzo Tursi con un suo sindaco, si pensava “quando”, infatti, perché il “se” era fuori discussione: prima o poi era sicuro che sarebbe successo.
E ora, in questa opprimente fine di giugno 2017, è successo, si è concretizzato il fantasma che aleggiava da anni.
Preannunciato, nel corso del tempo, da diversi segni premonitori, per chi sapeva vederli (ed erano in ben pochi):
Come quando, nel 1999, diventò sindaco di “Bologna, la rossa” l’esponente del centrodestra Sergio Guazzaloca, con la prima giunta non di sinistra o di centrosinistra dal dopoguerra, si parlò di “La caduta del muro di Bologna” e fu uno degli elementi psicologici collettivi che, unito a molti altri (come la sconfitta alle regionali dell’anno seguente) portò l’allora governo di centrosinistra alla disfatta. Combinazione, Guazzaloca è morto molto recentemente.
Un altro segno premonitore fu ancora prima, il ballottaggio del 1997 quando il folcloristico Sergio Castellaneta – il quale dopo la rottura con la lega si presentò con un listone civico tutto suo “Genova nuova” – riuscì inaspettatamente ad andare al ballottaggio contro il candidato di centrosinistra Giuseppe Pericu, e alla fine vinse quest’ultimo ma proprio per il rotto della cuffia: ce l’avete presente quando nella primavera 2002 al primo turno delle presidenziali francesi, i citoyens videro sgomenti che lo sfidante al ballottaggio di Jacques Chirac non sarebbe stato Lionel Jospin ma Jean Marie Le Pen? Ebbene, ben prima, nell’autunno ’97 appunto, i cittadini genovesi, sgomenti e un po’ divertiti, videro che lo sfidante di Pericu al secondo turno non sarebbe stato, che so, un Claudio Burlando ma un Castellaneta Sergio,  personaggio ex leghista che conduceva una trasmissione tv regionale dove sparava a zero su tutti.
Un altro segno premonitore fu quando, alle elezioni regionali del 2000 (già citate) divenne presidente della regione Sandro Biasotti e la regione Liguria dalla sua fondazione trent’anni prima era sempre stata di centrosinistra e invece Biasotti era (ed è) un duro e puro di Forza Italia, centrodestra.
Questo exploit biasottiano fu bissato esattamente quindici anni dopo, quando un’altro duro e puro di Forza Italia, Giovanni Toti, conquistò la poltrona di presidente della regione aprofittando delle divisioni, delle rivalità e dei colpi bassi tra i due candidati di sinistra e centrosinistra: Lella Paita e Luca Pastorino…come dice il proverbio? Queste erano le nuvole che preannunciavano il ciclone Marco Bucci, il quale ha aprofittato delladelusione provocata alla cittadinanza genovese dalla ectoplasmaticità del predecessore Marco Doria, esacerbata delle assurde divisioni in seno ai Cinque Stelle e dagli improbabili listoni civici di ex e scissionisti che hanno esasperato gran parte degli aventi diritto al voto i quali son stati spinti a votare in massa un sindaco che non si è mai occupato di politica, che è stato un manager e che è “sceso in campo”.
Ricorda qualcosa?





Il bombardamento atomico di Genova

14 07 2014

1995

Correva l’anno 1995, esattamente dopo il conseguimento del mio esame di maturità, e tutto non sarebbe più stato come prima.

Immediatamente dopo il superamento della prova orale, lessi un articolo sulla rivista “Oggi” riguardante l’epidemia del virus Ebola in Africa, ed ero rimasto così impressionato dalle descrizioni horror dei sintomi e degli effetti sanguinosi della malattia, che mi sembrava quasi di sentirmela addosso.

Poi, andai in vacanza al mare in Calabria, furoreggiava la guerra dall’altra parte dell’Adriatico, in Bosnia e, forse per via del fatto che mi trovavo in un luogo diverso dal solito e, seguendo un po’ ciò che c’era scritto sulle riviste e i giornali riguardante questo conflitto, avevo cominciato a essere angustiato da immaginazioni sul possibile trascinamento dell’Italia in questo conflitto, con le battaglie che avrebbero insanguinato anche il nostro paese, cose a cui non c’eravamo abituati assolutamente, dopo tanti anni in cui si era stati abituati alla pace, e questo m’inquietava e non mi faceva stare tranquillo.

Inoltre, in quel luglio di diciannove anni fa, era esploso anche un ordigno in Europa, sulla metropolitana di Parigi, che aveva fatto morti e feriti, e vi erano, anche in questo caso, descrizioni impressionanti sui giornali (amputazioni di arti, ecc); di solito queste cose accadevano in Medio Oriente, in Israele, non in Europa; per un certo periodo, mi veniva da pensare a possibili esplosioni di quel tipo quando andavo sugli autobus, di ritorno dalla vacanza e, quando avevo udito uno strano ticchettare sotto l’automobile della mia famiglia, avevo subito immaginato alla possibilità di una bomba a orologeria.

Poi venne la GRANDE PARANOIA, quella delle armi nucleari. Infatti, in quell’estate 95, si commemoravano i 50 anni dalle esplosioni nucleari in Giappone e vi era tutta una diffusione di articoli al riguardo, che parlavano anche degli effetti di quelle armi e del loro rischio presente, compreso di analisi degli esperti e con tanto di mappe e cartine. E si parlava, ricordo un’intervista a Carlo Rubbia su “L’espresso” o “Panorama”, di come i rischi presenti, venuta meno la guerra fredda USA URSS, provenissero da paesi come l’Iran.

Precedentemente, non avevo mai riflettuto molto su questo argomento, non mi aveva nemmeno mai preoccupato più di tanto, forse perché non ci pensavo; quando vi erano state le grandi paure nucleari USA URSS degli anni ottanta, ero troppo piccolo e non potevo seguire questi argomenti, e la mia adolescenza l’avevo trascorsa in un mondo postmoderno, post guerra fredda, quei primi anni novanta dove la storia (e con essa anche il terrore dell’olocausto nucleare) sembrava essere finita, con la vittoria della globalizzazione a guida anglosassone, dove i terrori della guerra più distruttiva non sembravano più avere spazio.

Però, in quella seconda metà del 1995, in me sembrava essersi acceso un interruttore. In quello stesso periodo, oltretutto, i francesi, con la nuova presidenza Chirac, avevano ricominciato i loro esperimenti atomici nelle profondità del Pacifico, presso l’atollo di Mururoa. Una sera, sul Tg1, avevo anche visto un servizio dedicato a come gli USA avessero ricominciato a pensare allo “scudo spaziale”, un progetto risalente ai tempi di Reagan negli anni 80, e come, così diceva lo speaker, sembrava  fossero ricominciati di nuovo discorsi da guerra fredda. Questo “scudo spaziale”, nell’estate ’95, sarebbe stato destinato a difendere l’Occidente dalle “minacce terroristiche”, in particolare quelle inerenti il fondamentalismo islamico.

Sulla spiaggia, guardando le onde del mare sotto l’ombrellone, ripensavo a certe cose che avevo letto, un po’ di tempo prima, su un libro delle profezie di Nostradamus, riguardanti l’Apocalisse, la Terza Guerra Mondiale, che avrebbe preso fuoco dal Medioriente, coinvolgendo poi l’Occidente, la Russia e la Cina in quella fine secolo, e fine millennio, che si stava profilando all’orizzonte, il famoso 1999 (comparso anche in una quartina di Nostradamus dedicata al “Gran re di terrore” proveniente dall’Oriente.)

Eppure, come ho detto, in confronto a ciò che poi si sarebbe manifestato nei vent’anni successivi, le immense tensioni internazionali con Serbia, Israele, Iraq, Siria, Cecenia, Corea del nord, Iran, Pakistan, India, Afghanistan, la Libia, la Cina e la stessa Russia, quella metà degli anni novanta, con anche uno zeitgeist piuttosto improntato all’ottimismo generalizzato (basti pensare com’erano spumeggianti e piene di novità le radio all’epoca, con le superclassifiche dance che esplodevano di ottimismo estivo), era tranquilla, anche se, però, non era proprio così: rispetto ai due, tre anni precedenti, qualcosa si stava surriscaldando, qualcosa non era più come prima. Nonostante la globalizzazione del marketing multinazionale fosse nel pieno dei suoi “anni sessanta” (il periodo 1994-1997) captavo qualcosa “dal futuro”, e lo manifestavo con quelle immaginazioni paranoiche.

Riprendendo in mano libri e fumetti che parlavano di guerre mondiali prossime venture, bombardamenti atomici (tra cui un dossier sugli effetti di quelli a Hiroshima e Nagasaki cinquant’anni prima), ora ci facevo caso quando invece, precedentemente, non me ne interessavo. Ripeto, era come se mi si fosse acceso un interruttore nella testa.

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Mi immaginavo aerei che arrivavano a lanciare il loro carico nucleare nei cieli sopra la mia città, Genova, pensando agli effetti distruttivi oltre ogni immaginazione; infatti, in quel periodo, di notte su Raitre, avevo visto anche un film di Alain Resnais di fine anni cinquanta, “Hiroshima mon amour”, film particolarmente angosciante dove, all’inizio, vi è una carrellata spaventosa delle conseguenze del bombardamento del 1945 e, uno dei protagonisti, un giapponese superstite della tragedia, ai discorsi che fa la protagonista femminile, riguardanti il fatto che lei si è documentata bene e sa cos’è successo quel giorno, lui le risponde “Tu n’as rien vu à Hiroshima”, “Tu non hai visto niente a Hiroshima.”

Pensavo alla possibilità di un’esplosione atomica terroristica, magari dentro uno dei container nel porto, provenienti da chissà dove, spesso, quando vedevo un aereo, o il suono di uno di essi nei cieli, la mia preoccupazione aumentava. Mi dicevo che Genova poteva essere benissimo un target di un’azione di quel tipo, visto che era un po’ il corrispettivo occidentale di una città come Hiroshima, una città occidentale abbastanza famosa ma molto meno conosciuta nel mondo rispetto ad altre città italiane ed europee, e quindi PIU’ SACRIFICABILE.

Ricordo che, quando all’inizio di novembre di quel 95, vi fu l’edizione straordinaria dei telegiornali sulla assassinio del premier israeliano Yitzack Rabin, quindi un’azione gravissima, la quale poteva portare a un’escalation dal Medio Oriente, corsi quasi istintivamente alla finestra, guardando verso il cielo, come se avessi potuto vedere gli aerei che stavano sopraggiungendo, con il loro carico di morte da lanciare.

Ero abbastanza cotto. Provavo un clima interiore che sarebbe stato ben riassunto da libri di un paio di anni dopo, come “Codice Genesi”, già citato in questo blog, dove, nell’introduzione, veniva detto come, nonostante il mondo degli anni novanta sembrasse tranquillissimo e senza rischi e minacce, rispetto ai tempi della Guerra Fredda, vi era ancora eccome il rischio dello scatenamento di una Guerra Mondiale che, suggeriva quel libro con le sue “prove profetiche” dentro la Torah in ebraico, sarebbe cominciata con un’esplosione nucleare, però non certo a Genova ma in Medio Oriente, in Israele. Così come la Seconda era FINITA con l’esplosione atomica, la Terza sarebbe COMINCIATA così.

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Come se non bastasse, l’anno dopo, nel 1996, un anno tartassato da esplosioni kamikaze in Israele e da una tensione internazionale sotteranea che sembrava non esplicitarsi mai (forse per mantenere il clima da “anni novanta”), un mio insegnante di filosofia, parlando di questioni storiche e dei rischi di guerra per l’immediato futuro, s’era lasciato sfuggire una frase che non potei credere di aver udito dalla sua bocca:

“Certo, non intendo dire che dovremo attenderci un BOMBARDAMENTO ATOMICO DI GENOVA ma…”

Negli anni successivi, a più riprese, soprattutto quando tendevo a fidarmi ancora quasi totalmente dei media mainstream, mi preoccupai ancora per i rischi di guerra, i quali avrebbero potuto deteriorare la situazione internazionale fino alla Guerra Mondiale con armi termonucleari, ma non pensai più all’idea del bombardamento atomico di Genova, la città dove sono nato, dove vivo e, se non me ne fossi fuggito in tempo, sarei stato vittima.

L’anno scorso, però, intorno al 20 luglio, mi capitò di passare qualche giorno a dormire all’aperto, in una valle isolata, fuori dalla civiltà, ma sempre all’interno del territorio comunale, e, per qualche tempo, favoleggiai, dopo tanti anni, sull’INFAUSTO EVENTO riguardante la mia città. Mi dissi: “Pensa un po’ se ora io, assieme agli altri, siamo qui in campeggio, a venti chilometri dal centro, esplode la Bomba sopra un punto della città sufficientemente distante da noi per salvarci ed essere immuni dalle conseguenze (perlomeno quelle immediate), e noi siamo costretti a rimanere qui in questa valle isolata…”

Mi veniva anche in mente che, nei giorni intorno al 20 luglio 2001, vi furono gli avvenimenti del G8, e questa sarebbe potuta essere una combinazione significativa, esattamente dopo dodici anni. Un ritorno di un avvenimento simile a maggiore intensità e magnitudo, con Genova di nuovo alla ribalta internazionale, non certo per qualcosa di lieto, ma per qualcosa di fortissimo impatto psicologico globale. Come sarebbe, appunto, un’esplosione atomica.

Periodicamente, la città che venne definita con vari soprannomi, “Superba”, “Dominante”, sembra teatro di forti anomalie, le quali scuotono lo status quo, in particolare dell’Italia, ma non solo. Dalla “partenza dei Mille” nel 1860 al bombardamento navale inglese del 1941 (il quale sembrò un “ricorso storico” del bombardamento navale francese del 1684) ai disordini del 1960 e quelli, già citati, del 2001, e le periodiche, disastrose, alluvioni, dal quella del 1970, a quella del 1992, alla recente del 2011.

E poi l’anno scorso, quando una nave colpì un edificio del porto a forma di torre, provocando vittime.

Inaspettatamente, un’episodio di pochi giorni fa, mi ha fatto rispuntare la paranoia del 1995, come se si fosse aperto un “varco spaziotemporale” tra la mia mente di allora e quella di adesso.

Una sera, dopo il tramonto, ho notato una nube particolarmente illuminata dal sole, in un cielo azzurro-rosa, e l’ho fotografata. Il cielo e quella nube dovevano essere belli carichi di elettricità statica.

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Infatti, successivamente, quando si è fatto buio, in quella stessa zona del cielo, sopra un certo monte (zona che ho notato essere particolarmente interessata alle anomalie climatiche), hanno cominciato a sprigionarsi lampi. Sembrava la sequenza di un’esplosione atomica vista al contrario: PRIMA il fungo e POI il lampo.

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Ho immaginato che il famoso EVENTO si sarebbe manifestato nel prossimo agosto (il mese in cui il mio compare Matteo vede come propizio per lo scatenamento di grandi cose), quando sarò via da Genova per dieci giorni. Mi sarei trovato a non poter più tornarci per lungo, lungo tempo e, quando, magari dopo anni, ci sarei ritornato, non avrei più trovato nulla di ciò che era stato e delle persone che ci vivevano.

Mi domando, però, la ragione simbolica di questa paranoia – che s’è ripresentata, sebbene con intensità molto minore, dopo diciannove anni – cosa vuole davvero dirmi il mio inconscio, rendendomi sensibile e ricettivo a immaginazioni di questo tipo, e ho pensato a ciò che ha scritto recentemente il mio compare Mediter su un suo articolo, il millenario scontro Oriente-Occidente, lo scontro tra il sorgere e il calare del Sole, tra un mondo vecchio che non vuole morire e un mondo nuovo che non riesce a nascere.

Come ligure, io questo lo avverto in modo particolare, visto che, il posto dove vivo si trova A META’ tra Occidente e Oriente, infatti Genova si trova in mezzo alla Liguria, tra la Riviera di Ponente (Occidente) e la Riviera di Levante (Oriente) e io, tra l’altro, sono anche di un segno, la Bilancia, che richiama alquanto questa dialettica Est-Ovest.

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Questo essere bilanciata tra una direzione e l’altra, lo si vede anche nell’etimologia del nome della città, che, secondo la leggenda deriva da JANUS, il Dio GIANO, il Dio bifronte, come l’aquila bicipite, che guarda ad Est e a Ovest, stando nel mezzo.

La leggenda vuole invece che derivi dal nome del dio romano Giano, perché, proprio come il Giano bifronte, Genova ha due facce: una rivolta verso il mare, l’altra oltre i monti che la circondano. La tradizionale fedeltà della popolazione Genuate a Roma, risalente alle guerre puniche, ha reso inevitabile che successivamente, in epoca medievale, la tesi romana venisse presa in maggiore considerazione e che la città assumesse il nome latino di Ianua, derivandolo direttamente da Janus, ovvero Giano.

Gli antichi romani consideravano Giano come l’iniziatore dell’uso della moneta nella società ed il protettore di tutti i passaggi: della porta di casa, delle Porte di accesso alle città, dei porti e dei valichi (denominati appunto anche porte). Ciò trova un solido riscontro tutt’oggi nel fatto che Genova sia considerata e spesso chiamata “la porta d’Europa sul Mediterraneo”.

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Tra le nazioni importanti, la Turchia e, soprattutto, la Russia, sono nazioni particolarmente “GIANICHE”, con una faccia verso Occidente e una verso Oriente, ed è questo che le fa essere estremamente importanti per l’evoluzione dei cambiamenti geopolitici.

Dal momento che l’esplosione atomica è stata sempre vista come un secondo Sole che sorge sulla Terra, la si può anche vedere come una specie di ALBA.

Un’alba che sorge a Occidente. O forse – meglio dire – ne’ a Occidente ne’ a Oriente, ma NEL MEZZO. La Sintesi tra Tesi e Antitesi.

L’esplosione atomica di Genova, lungi (come ovviamente spero) dal profetizzare ciò che accadrà veramente, nasconde questa allegoria?!

 

 





Ispirato da Vallanzasca e dai Vallanzaska

11 01 2014

Scritto a luglio.

Prosegue da QUI.

Il gruppo di ska demenziale Vallanzaska. Renato Vallanzasca. Il Bel Renè, intrufolato, anche se dei secondi anni settanta, in qualche modo nell’immaginario che ha avuto il suo picco negli anni sessanta del XX secolo, gli anni del “boom economico”, dei film d’azione con James Bond, dei The Beatles e di Bob Dylan e dei Rolling Stones, della Swinging London, dei 45 giri, dei preparati in scatola per le pizze da fare in casa, i quali già comparivano in certi Topolino del 1967. Vallanzaska che, ascoltando il brano riportato qui, sembra far parte del mondo da cui è uscito Diabolik, che l’hanno creato le sorelle Giussani per le edizioni Astorina (generata da una costola della casa editrice Astoria, uno dei nomi di quei cinema, teatri, alberghi, come Ritz e Odeon, andate su un motore di ricerca, è tutto vero), l’epoca d’inizio della “motorizzazione di massa”, l’epoca della civiltà industriale ancora ben palpabile nel suo senso classico, con la “classe operaia”, la mondanità, il “Jet set” internazionale, i paparazzi che scattavano le foto alle celebrità – da osservare dal basso verso l’alto – le quali poi andavano a finire sui rotocalchi illustrati (così si chiamavano all’epoca le riviste che oggi si chiamerebbero “di gossip.“) Cinema, televisione, radio, giornali di ogni periodicità. I computer chiamati “cervelli elettronici”, i quali funzionavano con le memorie – contenenti il software, si sarebbe chiamato – avvolti in nastri dalle bobine tutt’altro che tascabili. Le avventure del “Jet set” (coi suoi “nomi”) alla James Bond, con inseguimenti di ogni tipo nelle località del “Bel mondo”: Capri, Portofino, la Costa Smeralda, la Cote d’azur e la Riviera dei fiori e delle palme. La Tirrenia e Vallanzasca. Film in technicolor e cinemascope, con la sigla di testa a cartoni animati, dalle storie brillanti e spumeggianti di imprendibili ladri gentiluomini dall’intelligenza fenomenale e dall’imprendibilità totale da parte di ispettori con il trench, e dall’Interpol. E Servizi Segreti di “Sua Maestà Britannica.” Gli inglesi sempre inglesi fino al midollo, ora del tè e caccia alla volpe compresa. Italian Lounge. Cortina d’Ampezzo. Canzoni italiane tradotte in inglese e viceversa. I ladri gentleman inglesi che – attraverso strategie sexy e raffinatissime – riuscivano a farla sotto il naso agli ispettori col trench, magari francesi, rubando gioielli regali di estrema rarità, brillantezza e preziosaggine. Il mondo della Civiltà Industriale, uscito dall’Illuminismo, dal XVIII e XIX secolo, e dalle due Guerre Mondiali, diviso in due blocchi economici, sociali e militari contrapposti, e poi…

Vallanzaska vai bresciorè po po po positai po po po

Arriva Vallanzaska, nascondi la posta
oggetto di culto dei tajer
cianuro in capsule per duri momenti
vista a raggi x per inseguimenti
mostrate il tesserino all’ordine seguente
caro Renato ci ingombri la mente
Viva Berneredi, figura snella
viva la Tirrenia e gli oblò di guerra
e allora

Vallanzaska vai bresciorè po po po positai po po po

Altri testi su: http://www.angolotesti.it/V/testi_canzoni_vallanzaska_2235/testo_canzone_genova_70512.html
Tutto su Vallanzaska: http://www.musictory.it/musica/Vallanzaska