L’imminenza in cui siamo ora è prima di una singolarità e la lingua crolla, di Giuseppe Genna

7 03 2016

Quest’oggi presento il testo di uno scrittore, tale Giuseppe Genna, presente a questo indirizzo:

L’imminenza in cui siamo ora è prima di una singolarità e la lingua crolla

Vi avverto che non è di lettura immediata, parla della singolarità tecnologica probabilmente “imminente” (prossimi decenni?), dovuta alla convergenza delle nanotecnologie, l’ingegneria genetica, l’accelerazione esponenziale delle capacità di calcolo dei computer e della rete e la retroingegnerizzazione del funzionamento del cervello umano (e mi vengono in mente altre cose, come la famosa “meccanica quantistica”); era un po’ di tempo che non parlavo più di queste cose su questo blog, attirato di più dalle coincidenze, dai climi psichici collettivi, dai sincromisticismi, dai corsi e ricorsi degli avvenimenti che si ripetono in una determinata spirale del tempo che giunge al punto zero…da tutta questa roba insomma, e avevo un po’ trascurato la singolarità tecnologica, ovvero quando la tecnologia va così oltre da far si di sfuggire alla comprensione dell’essere umano: Genna ne ha parlato diverse volte in questi ultimi mesi sul suo blog, è l’unico scrittore italiano (e forse europeo), assieme un po’ a Moresco, a parlare di queste cose, del “salto di specie”, di “fuga dal biologico e dall’organico”, delle ipotesi metafisiche in uno scenario in cui il progresso scientifico-tecnologico, giunto a un punto di fuga totale, sfonda le barriere con cui siamo abituati da secoli/millenni a percepire il mondo.

In questo testo si percepisce la DISPERAZIONE dello scrittore di mestiere nel riuscire a trovare una lingua adatta per poter spiegare il DOPO, il dopo singolarità, qualcosa che, molto probabilmente, sfugge a una sua descrizione linguistica, narrativa, a ogni spiegazione per mezzo delle parole. La lingua crolla e se ne rimane travolti.

Per facilitare l’ardua comprensione del testo, l’ho diviso in periodi separati, a differenza della versione originale.

 

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Più mi spingo negli studi che sto compiendo, disordinati e inadatti a una persona che non si è formata nelle discipline implicate in tali studi, e più mi avverto isolato, allarmato, del tutto identificato con quanto osservo.

Ne parlo in continuazione, in apparenza è un’ossessione, infliggo noia e ripetizione a chi mi sta accanto e non è sufficiente fare questo, non serve a niente: sono matto a mettermi in un deserto a urlare? Eppure vivo in un modo simile, tra catastrofe e sconforto, questo passaggio storico che non è mio: è di tutti.

Mi agito, agito le braccia, è come se cercassi di interdire un incidente e non avviene incidente alcuno, è la storia che va così, sta andando così.

Ritengo questo un tempo nodale.

Si esce dalle epoche, appunto.

E’ accaduto qualcosa, è la maturazione, evolve, avviene la fruttificazione. Non esiste clamore intorno alla vigna, ramata l’uva si spappola con i suoi zuccheri tra i pampini in un sole settembrino e i mosti trasformano i vegetali in vino. Quanta tecnologia nella vinificazione! L’uva umana si spacca, vinifica se stessa, fa la vinificazione, esce da se stessa e fa scoppiare il tempo, macerando e, per quanto graduale sia la putrefazione con i suoi enzimi, la fibra trasmuta e si fa liquida, eritropoietica, avviene un salto nella continuità e ecco: non è più continuità.

Fuori di metafora, questo accade alla specie, alla sua avanguardia occidentale, in questi giorni, nemmeno in questi anni.

Al muro del tempo sembrerebbe arrestarsi il lavoro umano, la sua gloriosa e avvilente lentezza, la sua ripetitività, la sua esaustione – e invece sta accelerando oltremodo.

Una macchina ha passato il test di Turing: lo sanno? Gliene frega? No.

Ierisera parlavo con un amico che mi ascolta con più pazienza che altri, è un immunologo e si diceva di un decennio avanti, è toccato il biologico, non era accaduto prima a questa velocità e con questa tecnologia.

Stanno a pensare ai social network, ma non è così, non è più storia, filologia, canone: fa un salto tutto.

Esiste un sistema di comunicazione del tutto alternativo che sta concrescendo in questi giorni, attraverso atomi e atomizzazione di tipo nuovo, fanno la realtà nuova con una polvere che dicono intelligente e è nanotecnica, ti creano il display di una stanza di casa tua realmente, ti interdicono una limitazione e i percetti mutano mentre sei sveglio.

Minimi robot sono fatti di sette atomi e attimi e stanno per entrare nel corso ematico, entrano nel sangue umano, si muta tutto. Se uno si pone a prua o anche soltanto nella tolda e vede, si dice che non è una navigazione a oceano, questa, e nemmeno cosmica, in uno spazio profondo che si percepisce per modo di dire soltanto: sta avvenendo che fuoriescono le molte dimensioni dall’interiorità, che non è più psicologica ma psichica, è mentale.

Fiorisce, sta per fiorire un piccolo multiverso infinito, fatto di strane bolle e di strani stati di essere, si annuncia con un’imminenza pressante, è questione di pochi anni e muta tutto.

Non è attualmente presente qui una tradizione che dica che cosa sia questo domani dove l’umano migra, sta migrando ora. In pochi, pochissimi sembrano accorgersi. Accorgersi è più una dannazione che un privilegio.

Avvertire che la lingua è materialmente finita, percepire che la percezione è trasformata in quanto a percepire è l’inorganico, sapere che va alla fine il politico per come lo abbiamo conosciuto noi antichi e noi moderni, essere tra coloro che muoiono precocemente per ultimi: si potrebbe descrivere l’imminenza che annuncia il proprio avvento così, a milioni collaborano le parole, aiutano le sillabe, i suoni e il silenzio, il grande paterno filiale silenzio – eppure sarebbe impreciso e irrealistico tutto in una simile definizione, neanche sarebbe finzione: sarebbe proprio sbagliato.

Salta una distanza, salta l’analogia nell’istante in cui la distanza salta.

Adesso si spalanca un insieme di possibilità inedite. La storia, di cui assai poco mi è interessato sapere, pure studiandola tanto, mi si presenta vera in questa imminenza, mi sta davanti al volto, lo ghermisce, lo ritraggo inarcando una smorfia di terrore schifato: e non è neanche il futuro, è il presente che sta arrivando.

Le discipline collaborano, corroborano una visione, fanno la visuale, finché non si vede. Ierinotte studiavo come un buco nero diventa probabilmente il massimo computatore di questo universo che abitiamo. Il sistema solare non è saturo di intelligenza, ma è pronto a esserlo, tra nemmeno duecento anni l’intelligenza dovrà estendersi per massa, la massa della materia verrà utilizzata per la computazione e i corpi biologici non si capisce se saranno ancora o dove o cosa saranno.

La questione metafisica non si sposta di un millimetro, mentre vengono semplicemente trascese, o meglio spazzate via, tutte le posizioni storiche e storicistiche, in un battibaleno.

Resta ancora, la storia, ma è trascesa. Sta accadendo questo. E più ne parlo e più creo lo scetticismo, del resto è accaduto questo in tutta la mia esistenza, in tutta. Non importa qui recriminare, anche se con evidenza appare a me che vi sia recriminazione, dentro, frustrazione e rabbia, il corredo psichico su cui lavorare e continuare a farlo.

Tuttavia è impossibile per me scrivere in questo stato di cose, è interdetta la scrittura nell’istante in cui si realizza che la slavina arriva, arriva una valanga: scappi. Ecco: io mi trovo a questo incrocio. Vedo bene che non esiste una metafora, una analogia, una allegoria, una narrazione, una mimesi, una metonimia, una retorica all’altezza di questo racconto, il quale enuncia la fine dei racconti, la fine delle frasi, la fine delle linearità a cui eravamo abituati per un antico e contemporaneo trascorrere.

Come dire questo? Come dare addio a questa lingua in cui ero fatto di corpo e di una parte di psiche e tutto questo era la mente e faticavo a dire che era tutto mente, uno stato della mente, la quale trascende le parole che essa stessa creava attraverso i filtri e i funzionamenti dell’antica macchina umana?

Vedo che resterebbero i padri estremi miei (Hugo, Kafka, Eschilo) della letteratura, a dirlo. I padri miei non erano della letteratura (Platone, Shankara, Ramana, Nisargadatta) e lo dicevano e non sapevo mai come farli e restituirli nella letteratura che potevo io. Non è più padre.

Ecco il vero fatto di aridi veri, non è più aridità, non è umido e non è umano, però così è parodia, si va verso la parodia metallica della metafisica e sto male per questo. Non so come raccontare questo e nelle feste mi annoio, non si riesce a scrivere.

Rumino fieno venefico, sono stolido e bovino, radioattivo nutro di me le cellule, piccoline e macchine una all’altra, i neutrofili sono ampiezza e massa a eccesso, si va a di meno, a scala minima si va, si va dentro male. “Caschi il mondo non c’è più, fiaba” scrivevo con Andrea in “Etere Divino” ed era questo.

Chi ascolta? Non è più perdono, non è se non movimento e requie, non è se non istantaneo continuo, anche il tempo umano era un continuo istantaneo, e va a essere diverso.

Se anche Alfredino con il suo fantasma riuscisse da quel foro a esplodere a ogni passo, una esplosione e poi è ancora, un altro passo e esplode ancora: ecco, non andrebbe bene, non darebbe idea o esperienza di quanto so che sta capitando, che capita.

Non mi soccorrono gli amici, non i genitori, non i fratelli, non le sorelle, non io infine: non mi soccorre io. In tale fronteggiare la ruggine del tempo e un tempo privo di qualsiasi ruggine, la poesia soccorre, ma non so farla bene: e andrebbe fatta, non solamente letta. E’ da fare? Cosa? Nessuno che capisce è fuori di me né dentro e bene so quanto inutile e all’apparenza folle e scriteriato è quanto vado qui dicendo.

La letteratura era penultima, ma meno della musica: questo sapevo ed era vero, non è più vero: non è più.

E non è che non sia più per me: è un’assolutezza storica che si sta realizzando, una singolarità.

Le membra stanche rilasciano l’ardore dei tempi trascorsi. Ah, la fatica!: come era bella, era buona… Grande dolore: sei stato padre, non è più padre. Di cosa parlare non è più canto, è chiarezza di alba a finire: ecco, non è più alba. E’ cremisi dappertutto, nell’infinitudini. “E potrammo citarne altri…” si finiva con Andrea “Etere Divino”: ecco, no, non potremmo né “potrammo”, neanche con errori, proprio non si riesce a citare più, in quanto avviene. L’avvenire non è mai stato tanto avvento quanto è ora e non è metafora né è spiritualità: è vero.

Tutto questo per comunicare che non so scrivere questo libro, chi sa quando lo scriverò, lo scriverò?

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Scrivere sul fronte occidentale, 2001

1 12 2012

Civiltà Scomparse propone il seguente appello dello scrittore Antonio Moresco, risalente al settembre di 11 anni fa, in cui invitava “la gente che si occupa dello scrivere” a un incontro, il quale poi in effetti avvenne verso il novembre successivo, per una specie di “seduta collettiva di autocoscienza”, per capire le ragioni della scrittura in un epoca dominata dal mercato, che tende a considerarla una merce come un’altra. Moresco, nel punto cardine di questo testo, elenca una serie di “consuetudini mentali le quali dominano il discorso pubblico negli ultimi decenni”, e le vede come “insostenibili.” Ma, noi di Civiltà Scomparse ci domandiamo: “e se fosse l’eccesso di queste ‘consuetudini mentali’, un punto di loro ‘massima insostenibilità’ in cui diventano palesemente grottesche anche agli occhi dei più addormentati, a poter produrre una specie di crepa, di “cronosisma”, che sfoci in un cambio dimensionale, un salto di specie, un salto quantico, o qualcosa del genere?”

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Antonio Moresco

Stiamo organizzando un incontro che si terrà nel mese di novembre a Milano, in data e luogo da destinarsi, perché sentiamo la necessità e l’urgenza di confrontarci dopo quanto è successo nelle ultime settimane.

Non ci interessa un incontro rituale, una sfilata di anime belle, lanciare proclami. Non ci interessa darci conferma l’un l’altro delle nostre buone intenzioni e della bontà e necessità della nostra attività di scrittori. Non ci interessa ragionare per simboli e schemi, né una vuota unanimità di posizioni. Ci interessa un incontro, reale e senza cerimonie, di posizioni e di riflessioni, in cui ciascuno porti la sua umanità , diversità , sensibilità e libertà , perché mi sembra che molte consuetudini mentali che hanno dominato la vita culturale degli ultimi decenni si rivelino sempre più insostenibili se non grottesche:

che viviamo nell’epoca della virtualità e dell’irrealtà
che l’unica dimensione possibile è ormai quella della ripetizione del déjà vu
che la storia è finita
che l’attività umana in generale e quella culturale, artistica e spirituale in particolare possono svolgersi ormai solo all’interno di giochi chiusi, terminali, dentro universi culturali chiusi che non contemplano più la possibilità dell’imprevisto
che si può solo riciclare, combinare e rivisitare materiali culturali ormai inerti e codificati in un malinconico gioco di specchi senza fine
che tutto è interscambiabile e depotenziato nell’universo orizzontale della “comunicazione” totale e della rete
che la vita non si richiude e si riapre continuamente attraverso lacerazioni
che non possono esistere più – nel bene come nel male – il conflitto, l’alterità
che abbiamo dominato completamente la natura, il caso, l’ignoto
che non esiste più la tragedia, ma solo la parodia
ecc…
E’ terribilmente triste dover riflettere su queste cose dopo un simile orrore. Ma non si può far finta che non sia successo niente e mi sembra che tutto questo non possa che avere ripercussioni profonde nell’attività umana e in quella culturale di decifrazione, interpretazione, invenzione e riapertura di spazi.
In questo terribile inizio di secolo e di millennio è forse venuto il momento di confrontarci su queste cose, con sincerità , profondità e radicalità .

Milano, settembre 2001

Antonio Moresco

http://www.nazioneindiana.com/2003/03/01/scrivere-sul-fronte-occidentale/