Domenica della lettura 2° appuntamento in ritardo – PSYCHOSIS Cap 3 e 4

11 03 2019

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Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.   

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CAPITOLO 3 – Richiamo onirico

2018

1

Priamo Danteschi stava sognando una voce che una volta gli era famigliare, che lanciava un richiamo. Lui non era l’ unico ricevitore del messaggio. Si stava rivolgendo a un gruppo.

Vi prego, tornate a casa. Aiutatemi ad affrontarlo. L’ oscurità assassina è tornata. Ho bisogno di voi per sconfiggerlo. La città ha bisogno di noi. Insieme possiamo farcela …tornate a Ferrofiume, e fate in fretta. Non rimane molto tempo. Vi prego, ascoltatemi …

Spalancò gli occhi e la bocca allo stesso tempo. Era completamente sveglio. Conosceva quella voce, ma non riusciva a inquadrarla con precisione.

Si alzò in piedi, e si mise a pensare mentre si faceva una doccia. Priamo Danteschi era un atleta professionista che si avviava verso la fine della sua carriera, avendo ormai raggiunto i quarant’ anni. Era il capitano della squadra di basket di Siena. Durante l’ infanzia e fino ai sedici anni aveva sofferto di emofilia, e ciò gli aveva messo davanti molte difficoltà, perchè non poteva permettersi di ricevere una pallonata in faccia. Ma gli aveva anche fornito lo stimolo per perfezionarsi ed evitare quello scomodo inconveniente. In seguito, a partire dal novantatre, non gli era mai più accaduto di perdere sangue e di non poterlo fermare senza recarsi al pronto soccorso. Così aveva potuto concentrarsi sulla sua passione per lo sport, e nessuno era più riuscito a fermarlo.

Nonostante il suo bell’ aspetto e la sua grande popolarità, in quel preciso periodo corrispondente ai suoi quarant’ anni non era più sposato. Nella sua terza decade di vita aveva avuto una storia intensa con una compagna di università, ma poi aveva rinunciato a completare gli studi per concentrarsi sulla sua squadra sportiva, e dopo qualche anno di matrimonio, lui e lei avevano deciso di separarsi. Era stato un processo amichevole, ma sofferto.

C’ era stata una netta differenza fra il periodo della sua infanzia fino ai sedici anni, e quello successivo dai diciassette ai trent’ anni.

Prima non era molto popolare. Viveva in condizioni agiate, con genitori che lavoravano sodo e conduceva uno stile di vita benestante, ma si era associato a una compagnia di emarginati. Che storia bizzarra, trovava, se ci pensava bene. Si incontrava con il figlio di un inventore strampalato, una ragazza che viveva in una roulotte nei pressi del campo da rugby, appena prima della zona industriale di Ferrofiume, e a mezzo chilometro di distanza dalla diga. Poi anche con un mingherlino al quale piacevano i maschi, e a un nerd amante della lettura, che rifletteva sempre prima di parlare. Poi con una ragazzina bassa, che viveva in una fattoria «  cascina nella zona al confine della città, Ferrofiume Popolo. Quella però era una ragazza proprio tosta. Ad un certo punto fra di loro c’ era stato anche un ragazzo molto più grande, e incredibile a dirsi, anche uno di quei pochi di buono che davano fastidio a tutti.

Cominciavano a emergere i ricordi. Tuttavia era passato tanto tempo per Priamo, senza pensare per niente alla sua giovinezza. La memoria faticava a tornare indietro al novantatre.

Mentre faceva colazione e ripensava al contenuto del sogno, si fermò di scatto, e fu come se un ricordo pesante come un camion lo avesse spalmato sull’ asfalto. Lui, il killer. Proprio lui. Era tornato. Forse impossibile, ma sicuramente reale. Venticinque anni prima lo avevano affrontato. Ed era tornato per vendicarsi.

Ma forse non era esatto. Mancava qualcosa, e Priamo agitava la mano tentando di recuperare la memoria come un archeologo del cervello. Si ricordava che quel ragazzo più grande li aveva avvisati che sarebbe accaduto. Ma lui non ne era mai stato pienamente convinto. E invece aveva udito il richiamo.

« E adesso che faccio? Mi hanno chiesto di allenare la squadra degli undicenni proprio la settimana scorsa. Non posso lasciare quei ragazzi senza un allenatore. »

Ma non puoi neanche lasciare Ferrofiume senza un membro del gruppo che aveva affrontato il killer. Sicuramente la violenza è ricominciata. La gente sta morendo di nuovo, e hai vissuto lì per diciannove anni.

« Voi vi credete marginali, persino insignificanti. Ma siete fondamentali. Voi tutti rappresentate questa città. Voi l’ avete salvata da una violenza senza fine. Un giorno dovrete provarci di nuovo. »

disse Priamo. Si era ricordato che cosa aveva detto Doriano. Era così che si chiamava il ragazzo grande? Ma lui non era di Ferrofiume. Veniva da molto lontano, e Priamo ricordava.

La zona di Alto Verde. L’ oratorio della zona di San Valentino che era solito frequentare. Il Quartiere dello Sport e il suo palazzetto, dove si allenava da giovane. Chissà quanto era diversa, ora la città. Era successo in un lampo. Venticinque anni di canestri e partite decisive. E ora che tutto sembrava essere arrivato alla fine, almeno dal punto di vista sportivo, ecco che veniva richiamato a casa. Forse ci sarebbe stato un nuovo inizio, e probabilmente non consisteva nel fare da allenatore ai bambini di Siena.

Qualche istante dopo, Priamo si trovava al telefono con il proprietario del centro sportivo di Siena, nervoso ma determinato: sarebbe partito per Ferrofiume, costi quel che costi.

« Mi ascolti, si tratta di una cosa necessaria. Devo trovarmi là, svolgo un ruolo fondamentale …sì comprendo che i bambini hanno bisogno del loro allenatore, e sono sicuro che gli avrebbe fatto piacere, un sacco, essere allenati da un campione, ma temo proprio che …sì, mi sto ritirando dalla scena. Sono un atleta completo ormai, credo che la mia vita abbia raggiunto un punto di svolta …non posso proprio farlo. Vede, non so quanto rimarrò a Ferrofiume, può essere che torno la prossima settimana come anche fra un mese, o magari mi serviranno addirittura tre mesi …senta, non ne ho la minima idea. Lo capirò strada facendo. Guardi, le dò il numero di un altro campione nei paraggi, sono certo che prenderà sul serio la questione …perchè …so benissimo che gli undicenni sono il futuro dello sport, ma …non capisce che se io non mi presento a Ferrofiume al più presto, non solo i ragazzi del luogo, ma anche molti adulti, non avranno un futuro da raccontare e da immaginare … » si lasciò sfuggire una risatina nervosa « Ah, sono licenziato? Si rende conto che non avevo ancora firmato nessun contratto, ho ragione? Ho ragione? Bene, allora buona giornata. Sono sicuro che domani avrà già trovato una soluzione. E spero di rivederla quando tornerò qui, perchè avrò qualcosa da dirle, può starne certo! »

Priamo tirò il fiato. Bene, il primo passo è compiuto. Ora devo fare le valigie …e prenotare una stanza in albergo. E sarà meglio sbrigarsi. Il killer non aspetta i miei comodi.

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2

Perseo Fondo si era svegliato subito dopo aver sentito una voce in sogno. Aveva riconosciuto il mittente di quel messaggio. A pensarci bene, gli scappava quasi da ridere. Che bizzarra situazione. Un messaggio onirico, un richiamo. Adunata, vi voglio tutti a Ferrofiume. L’ oscurità è tornata.

Avevano fatto bene i suoi genitori, a portarlo via da lì quando aveva compiuto diciassette anni. A Firenze, dove viveva adesso, ancora, ventitre anni dopo il trasferimento, aveva prosperato. Ma prima aveva vissuto un periodo travagliato. Quante lacrime scese dai suoi occhi, quanta fatica a cercare di vivere una vita normale, mentre tutti gli sparlavano alle spalle. Una mosca bianca, una vergogna per la società. Quello che più lo aveva fatto stare male era stato il forte disagio provocato dall’ atteggiamento di un insegnante nei suoi confronti. Quell’ uomo aveva acceso la miccia e aveva attivato un drago interiore che avrebbe voluto emergere e stravolgere tutto. Aveva passato mesi ad atteggiarsi quasi come un’ altra persona, quasi come uno di quei balordi di quando aveva quindici anni, alle prime esperienze con un ragazzo, aveva gettato fuoco e fiamme contro tutto e tutti. Chissà cosa ne sarebbe stato di lui se non se ne fosse andato da Ferrofiume. Arrivato a Firenze, aveva trovato un ambiente sereno e confortevole, aveva seguito una serie di terapie per controllare l’ eccesso di rabbia, e si era concentrato sullo studio. Non avrebbe mai permesso che un altro ragazzo venisse umiliato e maltrattato da un insegnante. Lui avrebbe rappresentato l’ esempio da seguire. Si sarebbe impegnato fino in fondo per comprendere ogni suo studente, e per fare in modo che anche i suoi compagni capissero che cosa provava e che cosa passava per la testa di uno di loro nei momenti difficili. Si era iscritto all’ università e in quel periodo del duemiladiciotto era al culmine della sua carriera, come rispettato professore di un liceo classico. Inoltre si occupava di fare da consulente scolastico per i ragazzi che stavano affrontando un periodo difficile, e aveva convinto il preside a farsi affidare una serie di assemblee a tema una volta al mese, dove assieme a professori e studenti discuteva della crescita di un adolescente e di tutte le difficoltà che avrebbero potuto incontrare, spingendoli a confrontarsi fra loro e a comunicare con la massima onestà. Ormai era diventato come uno zio per moltissimi giovani, li seguiva con lezioni private, ed era il più richiesto padrino per i neonati da battezzare in circolazione. Se solo avesse potuto comunicare con il suo Io del passato e raccontargli come avrebbe vissuto in venticinque anni nel futuro, e quanto avrebbe rappresentato per tutti quei ragazzi …

Era sempre stato un donatore, si era sempre messo al servizio degli altri, e aveva lasciato la sua vita personale in secondo piano. I grandi temi sociali e psicologici erano più importanti della sua vita privata. Solo la sua compagnia di emarginati dei suoi quindici anni erano riusciti a dargli qualcosa di buono. Supporto, comprensione, amicizia …sarebbe stato tutto perfetto, se non fosse stato per la pagina nera del confronto con il killer. E tutte quelle apparizioni.

E ora sarebbe ricominciato tutto da capo. Chissà se sarebbero tornati tutti per davvero. Credeva di ricordare che uno di loro non ce l’ aveva fatta. Credeva. Forse era solo sparito dalla circolazione, immediatamente dopo. Come passava il tempo …gli sembrava di doversi sforzare per riuscire a recuperare la memoria di come viveva a quei tempi.

Tutt’ a un tratto, il giovane Perseo si risvegliò dall’ ibernazione, nella sua mente. La sua vita era giunta a una svolta. Si apriva un nuovo capitolo. Il suo labbro ricominciò a tremare.

Ogni persona che aveva incontrato il suo percorso quella mattina gli aveva chiesto se c’ era qualcosa che non andava. E a ognuno aveva risposto che si sarebbe dovuto assentare per una faccenda della massima importanza che si doveva svolgere a Ferrofiume. Per quei pochi che gli avevano chiesto di cosa si trattava, aveva risposto che non se la sentiva di parlarne, ma che avrebbero probabilmente sentito parlare di lui nelle prossime settimane.

Aveva già informato il preside che si sarebbe assentato per forza di cose per tutta la settimana successiva, e aveva spiegato ai suoi alunni che il lunedì successivo si sarebbe presentato un insegnante sostitutivo alle prime armi, e aveva chiesto loro di essere comprensivi, e di non stare in pensiero per lui. In cuor suo si sentiva certo che avrebbe fatto ritorno. Cambiato nel profondo, segnato dagli eventi, ma sano e salvo.

Arrivato all’ ora di pranzo, si era recato in sala mensa a farsi dare una tripla porzione di primi e secondi, e si era fatto strada fra i ragazzi del rientro pomeridiano con il vassoio più pesante di tutti i tempi. Tutti si erano resi conto del cambiamento repentino. Il loro insegnante preferito non aveva mai mangiato a volontà, e mai con piacere.

Si era recato in sala insegnanti a mangiare il suo ultimo pasto a Firenze prima della partenza, e si era seduto al tavolo di fronte al preside, che era solito banchettare con gli altri professori che si fermavano per le lezioni pomeridiane a seconda del turno.

Tutti quanti cercavano di evitare di guardare quelle porzioni di pasta che sparivano un boccone dopo l’ altro.

« La vedo molto agitato, oggi, signor Fondo. E’ preoccupato per la sua faccenda super importante a Ferrofiume? Dove è che si trova esattamente la sua città natale? » chiese il preside.

« In Piemonte, in una zona collinare, fra le vigne e le risaie. Un posto alquanto tranquillo, a tratti addirittura sonnolento, tranne quando arriva un certo signore che devo assolutamente incontrare. Sa, non ho mai avuto occasione di gustare un vino prodotto nelle campagne della mia zona. Da ragazzino non mi piaceva mangiare. E sono sempre stato astemio. La cucina non mi ha mai attirato. Avevo sempre fretta di chiudermi in camera mia, sa, erano tempi difficili per uno come me… »

« Se l’ avessi conosciuto oggi, signor Fondo, stenterei a credere che lei non apprezza il cibo …guardi che se comincia a mangiare in quel modo le crescerà una bella pancia là sotto. »

« Oh, quello è l’ ultimo dei miei problemi, mi creda. Piuttosto, devo essere bello carico e rinvigorito per affrontare il ritorno a Ferrofiume. Stavo pensando di prendermi una mezz’ ora di tempo più tardi per andare a provare quel ristorantino esotico, sa …quello che hanno inaugurato il mese scorso, ma può anche darsi che ci ripenserò, dato che non posso permettermi di tardare all’ appuntamento …»

« Appuntamento? Mi pareva di aver capito che non si trattava di un evento calcolato e atteso… »

« Oh, ma io ho sempre saputo che il signore che devo incontrare si sarebbe fatto vivo proprio là. Sono venticinque anni che aspetto questa occasione. Segnerà una nuova fase della mia vita, me lo sento. » Capisco … » mormorò il preside, senza comprendere affatto.

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3

Mafalda Biancardi aveva sognato un richiamo da parte di un amico di quando era giovane. Era un’ infermiera che non si era mai assentata un giorno, all’ ospedale di Adria, in Veneto. E quel giorno Mafalda stava facendo le valigie alle sette e mezza del mattino.

Conviveva con una donna di nome Irma che due anni prima si era separata dal marito, e come al solito Mafalda aveva accettato di ospitarla e si era presa cura di lei nel momento più critico della sua vita. Un po’ come era avvenuto nel novantatre.

Mafalda entrò nella camera da letto di Irma, che stava ancora dormendo. Non sapeva come avrebbe reagito a una partenza improvvisa. La conosceva meglio di chiunque altro. Sapeva che avrebbe dovuto lottare per riuscire a varcare la porta di casa.

Irma non aveva mai lavorato un giorno nella sua vita. Aveva ricevuto una grande quantità di denaro dal marito che aveva chiesto il divorzio, e si diceva che avesse preso quella decisione per esasperazione. Qualche giorno dopo Mafalda, dopo anni di vita solitaria, si era vista arrivare Irma alla porta di casa, dove aveva depositato tutte le sue cose e l’ aveva pregata di farla restare.

Tutto aveva una fine. Quel giorno Mafalda sentiva un’ energia diversa in sè. Si sentiva finalmente determinata a chiudere questa parte della sua vita e iniziarne una nuova.

« Irma? Svegliati, dobbiamo parlare. »

La sua amica si stiracchiò e si tolse la coperta di dosso. Come suo solito, si era già preparata per uscire. Non era certo un tipo da pigiama.

« Buongiorno, principessa mia. Mmmm …dobbiamo parlare, le due parole che messe assieme fanno proprio un brutto risveglio. Cosa succede? Ti hanno cambiato il turno all’ ospedale? Ieri ho speso troppi soldi? Di quello non ti devi preoccupare, per fortuna ho un uomo che è costretto a sganciare una quantità di soldi ogni settimana sul mio conto in banca. »

Mafalda sospirò « Devo partire. E’ successo veramente. Non posso mancare all’ appuntamento, lo sai. »

L’ intero corpo di Irma si scosse come un’ anguilla « Che cosa significa? Non rammento nessun appuntamento, conosco le tue giornate. Tu non hai una vita sociale, hai me e le tue colleghe infermiere, e basta. Persino tuo padre è morto. »

Mafalda chiuse gli occhi, e strinse leggermente il pugno « E ovviamente me lo devi ricordare ogni singolo giorno, vero? »

« Dico, ce l’ hai con me? Io rendo ogni tua giornata speciale! Nel weekend ti porto sempre in giro da qualche parte, siamo inseparabili. »

« Già, è proprio questo il problema. Ma adesso che parto, credo proprio che dovrai iniziare anche tu una nuova vita. Mantenerti da sola. Cercarti un lavoro. Studiare. Laurearti. Quel che diavolo ti pare. Non sono sicura che farò ritorno. »

« Tu stai scherzando. Ti licenzieranno. »

« Lo hanno già fatto. La settimana scorsa. Stavo cercando il momento giusto per informarti, ma poi tu hai accumulato buste da shopping, e non me la sono sentita. Ma oggi mi sento già diversa. Oh, fra quindici giorni, se sarai ancora qui, ti diranno di lasciare questa casa. Non sono più in grado di pagare le bollette, e l’ affitto. Sai, sono l’ unica che lavora, in questo duo scombinato. »

« Cosa? Ma io non ho un posto dove andare! Quando intendevi farmelo presente? Lasciami venir via con te, no? Quale sarebbe il problema? Non sono la tua amica del cuore? »

« Ogni tanto. Ma quando ti parte il cervello, io soffro di esasperazione, e tu diventi una zavorra petulante. Vai a fare un provino per il cinema. No, dico sul serio. Ti prenderebbero. »

Irma si alzò e corse via dalla stanza.

« Hai già fatto le valigie? Dove credi di andare senza di me? Sei tu la squinternata che un giorno si sveglia e abbandona la sua amica! Se questo è uno scherzo, io …te la farò pagare, Mafalda. »

Mafalda la raggiunse in salotto in tutta tranquillità.

« Torno a Ferrofiume. Devo fare una cosa importante, fondamentale. I miei amici mi aspettano, suppongo. »

« Quindi non ne sei sicura. Perchè non aspetti qualche giorno? Così puoi rifletterci su. Forse non è una buona idea partire. »

« E quale sarebbe il mio futuro qui ad Adria? Quello di una senzatetto licenziata accompagnata da una senzatetto con i vestiti firmati, e nessuna capacità, con un curriculum ancora tutto da scrivere? »

« Puoi chiedere di farti assumere in un’ altra città. Sei una brava infermiera, non ti fermi un attimo! »

« Non è così semplice e immediato, cara mia. »

« PERCHE’? Perchè non può essere così come dico io? »

Mafalda si accinse a raccogliere le sue valigie. Irma la afferrò per un braccio e la spinse indietro.

« Non ti permettere di lasciarmi da sola a risolvere i tuoi casini. »

« I MIEI casini? TU sei il MIO problema PRINCIPALE! Hai sempre bisogno di qualcuno che ti accudisca, che ti accompagni nelle tue scorribande adolescenziali, che ti sostenga economicamente, che ti adori e riverisca nonostante il tuo carattere sconcertante! »

Irma si coprì la bocca con una mano, e i suoi occhi si dilatarono. Poi scoppiò a piangere.

« Non puoi trattarmi così! Non ne hai nessun diritto! Non posso andare avanti senza di te! »

« Sì che puoi. Trovi sempre una soluzione per tutto. E se non dovesse andar bene, sul tavolo in cucina ti ho lasciato un post « it con il numero di una clinica di riabilitazione. Ti suggerisco di riconoscere che hai un problema, e di impegnarti per risolverlo. »

Sul volto di Irma si dipinse una smorfia di rabbia a malapena contenuta.

« Mi stai dando della pazza? E’ di questo che parliamo? Brutta befana, come osi parlarmi in questo modo? Chiedimi scusa, ORA! »

« Sono al corrente di non essere una gran bellezza. E allora? Oggi mi sento perfettamente a mio agio con me stessa. »

Irma la indicò con un dito tremolante « Chi sei, e che cosa ne hai fatto della Mafalda che conoscevo io? »

« E’ ora di finirla con questa storia. Lasciami andar via. »

Irma strillò a squarciagola. E poi la spinse con tutta la sua forza contro una parete.

« Tu …non …vai …da nessuna parte! « sibilò con un sorriso piegato dalla rabbia. »

« Avanti, lasciami andare. Non peggiorare la situazione « disse Mafalda con tono paziente. »

Irma premette le labbra sulle sue, e Mafalda si aggrappò a lei.

« Non te l’ ho mai detto, ma ho realizzato di amarti! Non puoi abbandonarmi, ora che te l’ ho detto! Voglio stare assieme a te, ti prego! »

« Ma che cosa dici? Perchè ti comporti così? A me non piacciono le donne. Non crederai di convincermi in questo modo! »

Irma si mise le mani fra i capelli, mettendosi a piangere di nuovo.

« Fai come vuoi, allora! Vattene, lasciami nei casini fino al collo! Sei proprio brava, tu! Proprio non ti capisco, come puoi farmi questo? »

« Se avessi saputo che cosa avrebbe comportato darti una mano e diventarti amica venticinque anni fa, non mi sarei mai avvicinata a un’ isterica come te! »

« Brutta megera, mi stai facendo soffrire, come fai a non capirlo? »

« Accidenti a te! Mi sono data da fare tutta la vita, superando mille difficoltà, e da quando sei ritornata, non fai altro che trascinarmi nel tuo abisso! La mia pazienza si è esaurita! Fatti curare e costruisci la tua vita senza di me! »

Irma camminò sbattendo i piedi, lasciando la stanza. Mafalda ne approfittò per cominciare a portare le valigie fuori dall’ ingresso.

Qualche istante dopo, un piatto venne lanciato a pochi centimetri dalla sua testa.

« TI UCCIDO, bastarda! Sarò l’ artefice della tua fine! Ti lascerò morire dissanguata! »

Altri piatti continuarono a volare, mancando Mafalda, che non si lasciò impressionare, e scese le scale del condominio che aveva smesso di abitare.

Mentre i vicini di casa chiamavano polizia e ambulanza, Irma mise a soqquadro l’ intero appartamento, devastando la cucina versando a terra di tutto e di più, poi si recò in camera a strappare i cuscini, ricoprendosi di piume e continuando a urlare.

Infine, dopo aver esaurito le forze, si accasciò sulle ginocchia, continuando a piangere disperata.

« Ti troverò, e ti farò fare una brutta fine … te lo posso assicurare … » sussurrò.

4

Beatrice Bronsone, appena sveglia, cominciò a ricordare la sua vita a Ferrofiume Popolo, fra le risaie e le vigne, fra orti e conigli. Viveva con la famiglia in una cascina «  fattoria e aveva sempre molte faccende da portare a termine. Si era associata a una compagnia dove c’ era solo un’ altra ragazza, e avevano svolto un ruolo fondamentale mettendo fine a una spirale di violenza sconcertante.

Ma quello era il novantatre. Nel duemiladiciotto, invece, era una madre single, rimasta incinta diciotto anni prima di un uomo che non l’ aveva mai davvero amata.

La sua era una vita difficile, e le faccende domestiche sembravano non finire mai. Per mantenersi collaborava con una casa di riposo, lì dove viveva, a Corbola, un paesino di campagna di pochi abitanti, per la maggior parte sopra i settant’ anni, facendo la badante a richiesta, con l’ unico svago rappresentato dall’ ipermercato a pochi chilometri di distanza e qualche occasionale giro in bici sulla strada parallela al fiume, che comunque si vedeva sempre di meno, dove passava una macchina ogni dodici ore, minuto più, minuto meno.

E un figlio che aveva assunto il ruolo di uomo di casa.

Un ragazzo sempre annoiato e molto insistente.

Norberto stava aspettando la colazione. La preparazione spettava a sua madre, e lui lo sapeva. Sedeva al tavolo della cucina, smanettando con il cellulare e la musica nelle cuffie.

Beatrice era distratta da pensieri che sembravano prender vita di fronte a lei, visioni di una campagna diversa da quella del Veneto, persone diverse, il vento che le scompigliava i capelli mentre si dirigeva verso la città. Doveva partire al più presto, e avrebbe fatto meglio a non aspettare l’ indomani.

Si accingeva a preparare qualcosa per il figlio, mentre rifletteva, quando lui si tolse una cuffia e disse « Quello non mi piace. Prepara qualcos’ altro. »

« Perché non ti prepari per andare a scuola? Il tuo pullman sta per arrivare …non dovresti essere già alla fermata? »

« Abbiamo la prima ora buca … però forse oggi non ci vado affatto. Danno un film in tv che non posso perdere. »

Lei si voltò e chiese « A quest’ ora del mattino? » poi fece una pausa.

« Inventane un’ altra « continuò « Sei solo pigro, svogliato come al solito. »

Norberto sbuffò « Sto incominciando a prendere le mie decisioni, come mi suggerisci sempre. »

« Le stai prendendo in modo sbagliato, però. Tu oggi a scuola ci vai eccome. Temo che avrai una giornata molto indaffarata, oggi. Ti devo chiedere un favore … »

Norberto si espresse in una risatina sarcastica « Ma davvero? Cosa hai combinato? »

« Al ritorno non mi troverai a casa. Potresti occuparti tu, oggi, del signor Flagelli? Ha bisogno di assistenza continua … fra poco passerò in casa di riposo ad avvisare che mi assento per qualche giorno. Devo partire, è assolutamente necessario. »

Norberto alzò lo sguardo, e si tolse anche l’ altra cuffia. Era rimasto a bocca aperta, incredulo.

« Mi stai prendendo in giro? Sei in vena di scherzi, oggi, ‘ma? »

« No, sono seria. E’ ora che tu ti renda conto del mondo che ti circonda, dei bisogni degli altri e che ti prenda le tue responsabilità. Ti sto chiedendo di farmi un favore, a me che ti ho cresciuto con tanta pazienza. »

« No. Quanto ci metti a preparare una stupida colazione come si deve? »

« Modera i termini, ragazzo. Devi crescere. Non ti sembra arrivato il momento per farlo?»

Norberto si alzò in piedi e spinse la sedia in modo brusco, mettendosi il cellulare in tasca.

« Lascia perdere, mi è passata la fame a sentirti blaterare. »

Beatrice sbattè il piatto nel lavello, ed esclamò « Devi cambiare atteggiamento, Norberto! Non puoi andare avanti così! »

Norberto si voltò, sulla soglia della cucina, e socchiuse gli occhi, facendo un paio di passi in avanti.

« Sono maggiorenne, ora, ‘ma. Non faccio quello che mi dici tu. Non obbedisco ai tuoi ordini. Sono l’ uomo di casa, chiaro? »

«  I miei non sono ordini. Sono suggerimenti. E un giorno, forse, mi ringrazierai. »

«  Non credo proprio. Che cosa ti prende, oggi? Dove è che vorresti andare? »

«  Faccio visita a Ferrofiume. Vado a una riunione di vecchi amici. »

«  E non mi avvisi? Me lo dici la mattina stessa? Non è da te comportarti in questo modo.»

«  Ci siamo messi d’ accordo così. L’ ho deciso stamattina. »

« Quel che stai dicendo non ha senso. Mi lasci in questo buco di campagna, e mi chiedi anche di badare a un vecchio decrepito? Potrei avere un incidente domestico e morire, e nessuno se ne accorgerebbe per settimane. »

« Già, di solito è proprio quel che temono le persone anziane di queste parti. Per questo vanno seguiti. Un giorno invecchierai anche tu, se sarai abbastanza fortunato. »

Norberto annuì, e si guardò attorno disorientato. Il suo nervosismo stava crescendo.

« Sai cosa? Fra poche settimane mi danno la patente. Appena la ricevo me ne vado, ti lascio da sola con le tue faccende e il tuo villaggio sperduto. Vado all’ avventura. »

Beatrice lo guardò « Be’, credo che ti precederò. Sono sicura che sarà un’ esperienza indimenticabile a Ferrofiume. Ci sono persone che hanno bisogno di me, non posso mancare, cerca di capire.  »

« Non ho intenzione di ascoltarti » concluse Norberto, e se ne andò, chiudendo a chiave la porta della sua camera.

Beatrice sospirò, e cominciò a preparare una valigia.

Una volta riempita, salì al piano di sopra, e assunse un atteggiamento comprensivo e paziente, ma determinato allo stesso tempo.

« Norberto, non rendermi la cosa più difficile di quel che già è » bussò alla porta della sua camera « Apri a tua madre un momento, così posso salutarti. »

Norberto attese qualche istante, poi le parlò da dietro la porta chiusa « Mi sono ricordato che ieri senza dirtelo, ho preso la macchina per una mezz’ oretta, per farmi un giro nei dintorni, e ho bucato. Mi sa proprio che dovrai rimandare il tuo viaggio. »

Beatrice si mise a pensare per qualche istante, cercando di capire se stava dicendo la verità o era solo una provocazione, poi disse « Non importa. Aspetterò il pullman, e farò sali e scendi fino in Piemonte. Ho messo da parte dei risparmi, sai. Mi aspettavo che ciò sarebbe accaduto. »

Norberto aprì la porta di scatto, facendola sobbalzare.

« Non parti, chiaro? Decido io! Prendo io il comando! Sono diventato un uomo e mi devi obbedire!»  esclamò, avvicinandosi a lei con fare minaccioso.

« Non ho intenzione di rinunciare. E faresti meglio a presentarti dopo la scuola dal signor Flagelli. Gli telefonerò questa sera per assicurarmi che tu abbia fatto quel che ti ho chiesto. »

Norberto scese di corsa le scale, e si mise a braccia aperte contro la porta, sbarrandole il passaggio. Beatrice scese con calma al piano di sotto, e afferrò la sua valigia.

« Sono solo pochi giorni, Norberto »  almeno spero, pensò  «  Lasciami andare. »

« Te lo impedisco, ‘ma! Non passerai da qui »

Beatrice sospirò «  Vuoi vedere tua madre uscire dalla finestra? Non ci vuole poi molto, sai?  »

« Ma tu non puoi lasciarmi qui! Portami con te, così conoscerò i tuoi amici. Non sapevo ne avessi ancora. »

« La tua presenza sarebbe fuori luogo, laggiù. Avanti, spostati dalla porta. »

Norberto la fissò negli occhi, insistendo, e scuotendo la testa.

« Guarda cosa mi costringi a fare » disse lei, e lo afferrò per le braccia, cercando di spostarlo. Norberto la spinse lontano « Esigo una spiegazione. Perché questa riunione improvvisa fra amici? Eh? »

« Per ora non ti riguarda. Ma te lo racconterò al ritorno. Fai il bravo nel frattempo. »

Norberto si arrese, e si allontanò dalla porta. Si voltò a guardarla uscire, e controllare la macchina. La ruota non era bucata.

« Sei una madre cattiva. Quando tornerai, non mi vedrai più. Oggi passerò dal signor Flagelli, ma domani chissà, anch’ io potrei decidere di partire di punto in bianco. Magari ci incontreremo proprio a Ferrofiume. »

La madre si voltò, aprendo la portiera della macchina, dopo aver sistemato la valigia nel baule.

« Non ti azzardare ad allontanarti. Vai a scuola, tieni in ordine la casa, e non far venire ragazze, mi sono spiegata? E se decidi di seguirmi, a casa faremo i conti per tutto quanto. Abbiamo anni di conti in sospeso, io e te. »

Norberto sbuffò e fece una smorfia di esasperazione « Cavolo, perché non prendi il pullman? Lasciami almeno la macchina! Accidenti a te! »

Beatrice mise in moto e si allontanò a tutta velocità, come rinvigorita da quella sensazione di libertà.

5

Flashback precedente al giorno del richiamo onirico

Enea Cercovici era diventato un quarantenne, era sposato con un’ editrice locale, e, dopo l’ università, era tornato a vivere a Ferrofiume, dove aveva cresciuto suo figlio, che aveva dodici anni. Lui aveva aperto una libreria sempre piena di clienti fedeli, e si era appassionato di fotografia, sviluppando questo hobby fino a diventare professionista, collaborando con varie aziende a seconda del periodo.

Si era svegliato all’ improvviso, mentre nella sua mente vorticavano immagini della sua giovinezza.

Il baskettista, il pensatore, la ragazza povera, il mingherlino, la tomboy, braccia grosse. Emofilia, meditazioni, la roulotte, persecuzioni, l’ abilità con le armi, la conversione.

Sangue, guaiti, graffi, morsi, disegni, ritrovamenti macabri, violenza. Una cosa sola, le loro menti libere, vaganti. Sabele, suo fratello maggiore. Deceduto. Suo padre l’ inventore. Deceduto.

Perché? Come? Il vuoto. Nessuna informazione. Enea sussultò ad alta voce.

La moglie si era già alzata. Aprì la porta, e vedendolo scosso gli chiese « Va tutto bene? Che cosa ti succede? »

Enea si era messo a sedere sul bordo del letto, e si massaggiava la testa. Dopo qualche istante si rese conto della presenza della moglie.

« Oh! Solo un brutto sogno, non preoccuparti … ho anche il mal di testa. Mi riempiresti un bicchiere d’ acqua? Prendo un paio di quelle pastiglie. »

La moglie si allontanò verso la cucina. Enea si alzò in piedi. Nella sua testa sentiva lo scrosciare dell’ acqua di una doccia. E non sapeva perché.

Si vestì e scese in cucina. Prese le pastiglie dalla credenza, nel vano medicinali, e le ingoiò con l’ acqua.

« Come è morto mio fratello? E mio padre? Te l’ ho raccontato? Devo avere un vuoto di memoria … mi sento confuso … »

« Oh, Enea, vieni » la moglie lo abbracciò  « Mi dispiace tanto, ma devi lasciarli andare. Fu a causa di quel killer, quello che non hanno mai ritrovato e che è scomparso all’ improvviso. »

La mano che rompeva la porta. La chiave del bagno che veniva maneggiata dalle sue mani. Ma il bagno di chi? Che cosa stava pensando? Che cosa stava succedendo?

Enea rispose all’ abbraccio e sussurrò nell’ orecchio della donna « Tieni nostro figlio in casa. Ho la sensazione che il killer sia tornato. »

La donna lo allontanò per osservarlo bene « Che cosa stai dicendo? Quella storia è finita venticinque anni fa « e gli tastò la fronte « Non stai bene? Eppure non sei caldo … sei sicuro che vuoi andare al lavoro? Chiama la tua collega e fatti sostituire, così puoi riposare. »

« Ma sono morti veramente? » chiese Enea, mostrandosi disorientato.

« Di chi parli, Enea? »

« Sabele! Papà! Sono morti per davvero? » esclamò Enea, con un tono pieno di dolore interiore.

« Ma … così mi hai raccontato. Io non ti conoscevo ancora all’ epoca. Torna a letto, dai. Ti chiamo il nostro medico di famiglia. Secondo me non stai affatto bene. »

« Il killer è tornato! Ha colpito la sua prima vittima, ci sarà sangue dappertutto, dobbiamo impedirgli di uccidere ancora! Quel ragazzo più grande ci aveva avvisato, aveva ragione, oddio, aveva ragione sul serio … stanno per tornare i miei amici! Hanno sentito il richiamo come me! »

« Non mi spaventare, Enea, non sai quello che dici. Non ha alcun senso, il killer se ne è andato. Secondo me non c’è ragione di preoccuparsi … »

« Tieni Dario a casa! Non voglio che varchi quella porta! E’ pericoloso! » baciò sua moglie.

«  Fidati di me, dammi retta. Stanno arrivando i miei amici, e mi terranno impegnato per un po’. »

«  Mamma, papà! » esclamò il piccolo Dario, raggiungendoli in cucina.

«  E’ morto il criceto stanotte. Forse è stato un altro animaletto. Ci sono segni di lotta. »

Per qualche istante i due genitori rimasero imbambolati, poi la madre ridacchiò nervosamente

« Ma che cosa dici? Quale animaletto se la prenderebbe con un criceto? »

« Mi dispiace tanto, Dario. Ci eri affezionato … come ti senti? » chiese Enea.

«  Ci sono segni di strangolamento. Come quelli che fanno vedere su crime tv … ma io sto bene. »

Enea fulminò la moglie con lo sguardo « Te l’ avevo detto di cambiare canale quando guardi quei tuoi stupidi programmi in tv. Vedi cosa succede poi? »

« Conoscete un animaletto che strangola i criceti? » chiese Dario.

« Ascolta, fammi vedere, portami in camera tua » disse la madre, e poi si rivolse al marito

 «  Torna a riposare. Parleremo dopo delle mie abitudini televisive. »

«  Che cosa succede a papà? Ha una faccia da paura » commentò il figlio.

6

Stefano Spansi, un quarantenne residente nella parte opposta della città di Ferrofiume da due mesi, rispetto alla zona della famiglia Cercovici, era la fonte del richiamo onirico.

Era appassionato lettore di romanzi e un plurilaureato, che si era trasferito ogni cinque anni in una città diversa per cercare stimoli, cosciente del fatto che il suo livello intellettuale era superiore alla media. Era solito andare in giro da solo e osservare la gente. Si sceglieva i suoi amici e arrivava a conoscerne le abitudini prima ancora di essersi presentato. Ma qualcosa di indefinibile lo aveva spinto a tornare nella sua città natale. Tempo di riambientarsi e la violenza era ricominciata. Una donna era stata trovata con la gola lacerata e una ferita lungo tutto il busto, fino al ventre. Sotto la doccia. Così Stefano aveva cominciato a segnarsi quel che diceva la gente, durante le sue passeggiate meditative per i vari quartieri, e aveva cominciato a scrivere su un diario. Si era fatto amico un investigatore privato incaricato dal capo della polizia di indagare sulla nuova ondata di macabri ritrovamenti e uccisioni che erano tornati a flagellare la città.

Stefano non si era mai sposato, ed era passato attraverso ben tre facoltà universitarie, e quindici lavori diversi, ma niente riusciva a stimolarlo per più di cinque anni. Resisteva sempre fino all’ ultima goccia prima di chiedere le dimissioni.

Era sempre stato un topo di biblioteca, collezionava una quantità incredibile di libri, e se ne portava sempre più della metà dietro quando si trasferiva. Quelli che ormai conosceva a memoria, se non erano proprio speciali, li dava via ai mercatini dell’ usato.

Quella notte la sua mente aveva agito da sola, e lui ne era cosciente. Aveva lanciato il richiamo perché le vittime erano aumentate. Gli scorsi due mesi erano stati tremendi. La polizia aveva organizzato coprifuoco. Gente di tutte le età veniva trovata in condizioni spaventose. Una quantità di poliziotti aveva deciso di non occuparsi più di questo caso. Tanti ne restavano traumatizzati.

Sul suo diario, Stefano aveva raccolto una serie di statistiche. Età delle vittime, luoghi dove avveniva l’ uccisione, modalità di attacco. Prima o poi avrebbe unito i puntini e avrebbe trovato una soluzione, e formulato ipotesi.

Presto non sarebbe stato più il solo civile a indagare. I suoi amici stavano tornando. Era sicuro che sarebbero tornati tutti, bè, tutti tranne braccia grosse. Dubitava della sua presenza per via delle condizioni in cui si trovava. Stefano trovava sempre il modo, casuale o meno, di tenersi informato sulle persone che aveva conosciuto negli anni precedenti.

Si era preparato a dovere per sopravvivere fino a quel momento. La porta d’ ingresso di casa sua era resistente. Non credeva che il killer si sarebbe addentrato nel suo quartiere. Doveva ancora capire se si trattava della stessa persona di venticinque anni prima oppure un imitatore tardivo. Se si trattava del disegnatore folle, la vicenda avrebbe preso una piega alquanto paranormale.

Perché insieme lo avevano sconfitto. L’ unico conoscente del quale aveva perso le tracce era Doriano, il ragazzo ventenne che si era unito a loro quando avevano quindici – sedici anni.

Avrebbero avuto bisogno di lui, se dovevano mettere fine una seconda volta alla violenza. Ma se li avesse abbandonati al loro destino? Se non avesse percepito il richiamo? E se non fosse stato di questo mondo?

La mente di Stefano traboccava di domande senza risposta.

CAPITOLO 4 prima parte – Ombre sulla città

2018

Stefano Spansi si era impegnato a monitorare la città, per via di un accordo in incognito con l’ investigatore designato per la città, che conosceva le abilità intellettuali e la capacità di osservazione del quarantenne plurilaureato, e sapeva che quattro occhi funzionano meglio di due.

Il pomeriggio tardi, prima di cenare fuori, sedeva sempre alla scrivania, a digitare sul suo diario elettronico, e avvertiva una cappa oscura calarsi sulla città di Ferrofiume. C’ era il coprifuoco, ma il suo amico aveva stretto un accordo sussurrato con le forze di polizia per permettergli di circolare per la città dalle ore 21: 00 fino alle 04: 00 se occorreva. A Stefano piaceva camminare a lungo. Dentro di sè doveva lottare con i draghi della paura per percorrere strade così silenziose che poteva udire con chiarezza il rumore prodotto dalle sue scarpe.

Finora il killer era stato metodico e puntuale, quasi ripetitivo. Ogni quattro giorni la polizia riceveva una denuncia di scomparsa. La prima volta aveva colpito all’ interno di una casa. Un’ altra donna che viveva in una zona piuttosto isolata era stata aggredita a pochi metri dalla sua abitazione. Solo due adolescenti finora erano stati uccisi. Il primo era stato attaccato alle prime ore del mattino, a una quindicina di minuti da casa, l’ altro non aveva rispettato il coprifuoco per dieci minuti. L’ autopsia aveva stabilito che l’ aggressione era avvenuta pochi minuti dopo le 19: 50, venti minuti dopo la consueta chiusura dei negozi. Il coprifuoco scattava alle 19: 40 per permettere ai negozianti di raggiungere le loro vetture e tornare a casa. Il killer cambiava orario a ogni singolo attacco. Ormai era chiaro che il coprifuoco aveva sempre meno senso, perchè c’ era stata una vittima per ogni ora del giorno e della notte. I giovani uscivano solo in compagnie di almeno otto persone, che passavano sotto casa degli amici ad aspettarli. I ragazzini non potevano più vivere l’ esperienza del primo giro in centro con gli amichetti. Molti incontri si svolgevano comunque in luoghi pubblici o al chiuso. Ormai era diffuso il motto hashtag #giorniliberidalkiller perchè la gente aveva capito che uccideva solo un giorno a settimana, a rotazione. Nei giorni liberi dalla violenza la città sembrava più vitale e vivace. Nel giorno bollino nero tutti si chiudevano a riccio e non vedevano l’ ora di chiudersi in casa. Alcuni negozi avevano incominciato a chiudere. Il killer dominava i pensieri privati delle persone. Di notte la polizia in assetto da militare presidiava i quartieri per cercare di beccarlo appena prima di compiere un delitto.

Nel 1993 ad un certo punto i membri della sua compagnia erano quasi arrivati a credere che l’ assassino uccidesse in luoghi e in momenti apposta per farsi notare proprio da loro. Nella fase successiva li aveva presi di mira. All’ epoca avevano capito quasi subito di chi si trattava grazie al contributo di uno di loro, che gli era addirittura imparentato in modo stretto.

Venticinque anni dopo, quel tizio poteva essere chiunque, anche perchè alcune cose erano diverse. Il killer del passato uccideva molti più giovani, quello nuovo invece li assaliva di rado, concentrandosi invece sulle persone fra i venticinque e i quarantacinque anni.

Stefano stava cercando di capire se c’ era qualcosa che accomunava le vittime, e se c’ erano potenziali similitudini nei loro atteggiamenti e stili di vita, o nell’ aspetto fisico,  che somigliassero a quelli della sua vecchia compagnia di amici. Da quando aveva capito dove abitava l’ amico Enea con moglie e figlio, durante i giorni neri passava molto tempo a circolare nei paraggi del suo isolato, aspettandosi di vederlo uscire. Non era ancora successo. Non credeva che sarebbe arrivato a sospettare di lui, che aveva sofferto tanto in passato proprio a causa della vicenda del killer, ma tutto era possibile.

Stefano Spansi aveva dedicato gran parte del suo tempo libero fra i venti e i ventisette anni a esplorare in maniera inedita il concetto di cicli storici e connessioni fra eventi di epoche diverse. Era riuscito a trovare una serie di cicli attraverso i quali si verificavano eventi specchiati e in molti casi quasi identici fra loro, se uno aveva l’ occhio attento. Li aveva messi a confronto usando il metodo delle statistiche. Il più preciso fra questi cicli era proprio quello dei venticinque anni.

Ferrofiume veniva investita di brutto dai cicli storici. Il clima sociale ondeggiava continuamente fra periodi buoni e prosperosi, e periodi infernali di grande sofferenza.

Stefano si era iscritto alla pagina online dedicata alla storia della città, e aveva scoperto che la vicenda del killer del novantatre non era un caso isolato di grande paura. A confronto della tragedia più terrificante che aveva marchiato la città per sempre, la morte violenta di diciotto persone nel novantatre sembrava quasi scomparire, con tutto il rispetto per i poveretti che avevano finito di vivere nel panico e nella sofferenza. Quel luogo aveva vissuto un undici settembre prima ancora che nascesse il modo di dire che indica il giorno peggiore di una località o di una nazione.

Si chiedeva se i suoi vecchi amici ricordavano quel periodo del novantatre, e se era così, quanto potevano ricordare? La mente spesso nasconde sotto il tappeto i brutti ricordi, soprattutto quando riesci ad avere successo e a prosperare come avevano fatto Priamo e Perseo. Forse per ironia della sorte, colui che ricordava gli eventi in maniera più nitida era anche quello che aveva trascorso meno tempo assieme a loro. Il convertito, che Stefano sapeva trovarsi in condizioni psicologiche precarie. Per quanto riguardava le due ragazze, non era riuscito a carpire quasi nessuna informazione. Probabilmente vivevano una vita comune a molti.

E poi c’ era da considerare che per un quarantenne gli eventi di venticinque anni nel passato appaiono tanto remoti quanto lo sono i ricordi della prima infanzia per un adolescente.

Però secondo uno studio, l’ adolescenza era un periodo che si fissava nitidamente nell’ insieme dei ricordi di un’ individuo. Gli anni formativi della personalità.

Come sarebbe stato il loro carattere da adulti? In passato aveva intuito che il più vulnerabile fra loro era Perseo Fondo, che era sempre pronto a mettersi a piangere, e appariva come il meno maturo fra loro. Mafalda viveva in condizioni deplorevoli, ma sotto il suo carattere timido e riservato nascondeva una grande forza d’ animo. Dal canto suo, Stefano si riteneva da solo come il meno impressionabile e il più riflessivo. Enea aveva trascorso quel periodo in modo travagliato. Priamo soffriva di emofilia, ma se non fosse stato per Enea avrebbe potuto mettersi alla guida del gruppo. Beatrice era una ragazza rustica e tenace. Il convertito era quello che l’ aveva sorpreso di più, perchè non si aspettava che ne uscisse traumatizzato e incapace di vivere una vita normale.

Nel duemiladiciotto come sarebbe stato? Sarebbe ancora stato Enea a guidare gli amici? Quanti di loro erano disposti a sacrificare la loro vita, la loro carriera, il loro benessere per salvare una città che avevano abbandonato?

Un killer può avere un incidente, vero? Come capita alle persone comuni, anche gli assassini seriali possono incappare in un inconveniente domestico, o essere vittime di altri malintenzionati, perchè no? Ogni tanto si sentiva alla televisione di quei tizi che non riuscivano a controllare la rabbia e ti facevano fuori perchè gli rubavi un posto al parcheggio. Un killer deve mangiare, no? Quindi anche lui va a fare la spesa. E se si trova a Ferrofiume, con tutta probabilità usa l’ automobile per recarsi al supermercato. In cuor suo, Stefano sperava in un deus ex machina del genere. Così non ci sarebbe stato bisogno di avvisare i suoi vecchi compagni di avventure.

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La tragedia che portava il marchio di questa località avvenne il quattro giugno dell’ ottantasei, durante un giorno di festa dedicato allo sport: la maratona di Ferrofiume, che negli anni successivi sarebbe stata spostata dai primi di giugno alla terza settimana di maggio. Fu allora che la zona industriale venne rasa al suolo da un incidente industriale in quell’ ammasso di macerie che avrebbe ricevuto il soprannome di Ground Zero. Una nube tossica si espanse per tutta la città, proprio nel bel mezzo dello svolgimento della corsa attraverso le strade della maggior parte dei quartieri. Alla maratona partecipava il novantacinque per cento dei giovani abitanti, bambini, adolescenti, ragazzi, e anche adulti e qualche attempato che riusciva ancora ad essere dinamico. I più svogliati e alcuni genitori seguivano la marcia in bicicletta o si fermavano ad aspettare in determinati punti della città. L’ enorme folla mischiata alla polvere letale che nevicò sulla città risparmiando solo pochi quartieri provocò una catastrofe totale. Centinaia morirono nelle prime settimane e mesi. Migliaia nell’ anno successivo. All’ epoca la cittadina contava quarantottomila abitanti. Nel novantatre erano diventati trentacinquemila. Nel duemiladiciotto venticinquemila. L’ ondata di violenza del novantatre spinse decine di famiglie a trasferirsi, e lo stesso stava accadendo venticinque anni dopo.

L’ operazione di ripulimento aveva avuto un risultato a dir poco miracoloso, ma la gente continuava a morire, nonostante tutto. In loro ricordo, era stato inaugurato qualche anno prima del ‘ diciotto un nuovo parco, Il Parco Eternità. Uno dei cicli secondo le ricerche di Stefano collegava direttamente l’ ottantasei con il duemiladiciotto. Chissà cosa sarebbe accaduto.

E poi arrivò il giorno prima del richiamo onirico. Stefano sedeva riverso sulla sua scrivania, in lacrime, nonostante l’ attributo con il quale si era definito, come il meno impressionabile. Il killer aveva lanciato un segnale molto chiaro.

Era stato effettuato il ritrovamento di sette ragazzi che si erano riuniti in pieno giorno ad Alto Verde, nell’ area picnic, visibile dalla strada trafficata a breve distanza e dalla zona di transito del ponte che collegava Oltreponte con il resto della cittadina. Era successo con una rapidità impressionante. I cinque maschi e le due femmine avevano le iniziali della compagnia di vecchi amici di Stefano, compreso il convertito, incise sulla fronte. Rappresentavano un revival della loro compagnia, poichè erano costituiti da un giovane atleta, dal figlio di un ingegnere noto in città per il suo caratteraccio, da una ragazza della frazione Ferrofiume Popolo, da una ragazza del quartiere più emarginato, che viveva in una di quei palazzoni popolari tutti uguali. Dal primo della classe al liceo. Da un ripetente di una facoltà professionale. Da un piccoletto che aveva fatto coming out la settimana precedente. Per qualche oscuro motivo, nessuno si era accorto di nulla. Alcuni ritenevano che li avesse uccisi altrove, e poi li avesse trascinati uno per uno proprio nei pressi dei tavoli. Come poteva essere accaduto era un mistero. Ma i social network ribollivano di rabbia, disperazione ed esasperazione. Il killer aveva cambiato dinamica. Quello non era un giorno ad alto rischio.

All’ improvviso era tutto vero. Era ricominciata in modo ufficiale.

CAPITOLO 4 prima parte – Emozioni forti

1

2018

Perseo Fondo si era avviato in macchina sull’ autostrada, e alle diciannove e quarantacinque si era fermato a ordinare la cena in un autogrill, ed era scoppiato a piangere proprio lì, fra la gente che transitava e lo osservava. Probabilmente pensavano avesse subito un lutto pesante.

« Gli è morto qualcuno » sussurravano.

Una inserviente che caracollava fra un tavolino e l’ altro ne era rimasta particolarmente impressionata. Teneva la mano libera premuta sulla bocca, commossa.

Aveva ordinato una porzione tripla di tutto, e fra un singhiozzo e l’ altro si infilava enormi bocconi di cibo in bocca, ingurgitando tutto masticando a malapena.

Nel frattempo, la cameriera impietosita aveva a che fare con uno dei turni più difficili e stressanti. La sala pasti non aveva più un posto libero. Qualcuno le chiedeva di avvicinarsi, e chiedeva sussurrando che cosa stesse capitando al signore seduto da solo a piagnucolare mentre si ingozzava di cibo. Altri chiedevano di invitarlo ad allontanarsi perchè lo ritenevano insopportabile. Ad un certo punto Perseo agitò una mano per richiamare la signorina inserviente, e a bassa voce mormorò « Mi dispiace tanto, non vorrei disturbare le altre persone, sa, ma non riesco proprio a trattenermi! » e la giovane donna gli aveva posato una mano sulla spalla e aveva risposto « Non si preoccupi, si sfoghi pure fino in fondo. Se vuole parlarne, il mio turno finisce fra poco. Può confidarsi con me … » e Perseo replicò «  Oh, vorrei tanto poterlo fare, signorina, ma temo che sia difficile da comprendere …vedremo. Adesso mi calmo. »

Quando scoppiò un temporale proprio sopra all’ area parcheggio dell’ autogrill, Perseo si alzò e si mise a osservare fuori, dalla vetrata. I singhiozzi disperati si erano arrestati, ma gli occhi continuavano a mandar giù lacrime.

« Quel tipo fra poco ci rigetta indietro tutto quel che si è mangiato. Ha affogato la sofferenza col mangiare. Basta dargli un’ occhiata per capire che non è abituato ad abbuffarsi. Fra poco cede, vedrai. Sarà una scena disgustosa. » commentò un membro dello staff.

La cameriera comprensiva vide l’ uomo voltarsi con uno sguardo che indicava forte disagio e imbarazzo.

« Oddio, credo che ti abbia sentito! » mormorò la donna.

L’ uomo chiedeva aiuto con occhi da cerbiatto. Gli occhi di un bambino che cercava la madre. La ragazza non riuscì più a resistere, e si recò dall’ uomo, a guardare la pioggia cadere assieme a lui.

Dopo qualche istante di timidezza gli chiese « Come si sente, signor … » e l’ uomo le disse il nome, e lei riprese il discorso « Signor Fondo, vorrebbe parlarne con me? So mantenere i segreti. Parlarne potrebbe toglierle un po’ di agitazione, che cosa ne dice? »

« Non si potrà uscire per un po’, eh? Non posso presentarmi dai miei vecchi compagni tutto inzuppato come un brutto anatroccolo. »

« Oh, quindi si tratta di nostalgia. Ha subito un lutto di recente? »

« Oh, non io. Ma è probabile che la mia città natale invece stia vivendo momenti difficili, un periodo travagliato. Temo per quello che potrebbe succedere. »

« Allora perchè non ci riflette meglio? Tornare in una città pericolosa potrebbe non essere la decisione giusta. Sa, lei mi ispira fiducia, e di solito faccio molta fatica a prendere confidenza con gli sconosciuti. Se vuole, dopo il temporale, possiamo conoscerci meglio, e scoprire se fra noi potrebbe funzionare. Non porta la fede al dito. Sono attenta ai particolari. »

Perseo si voltò a guardarla meglio. Perchè tutte queste donne si aspettano che io provi la stessa cosa che loro sentono nei miei confronti? Questa non è una scena inedita per me. Fin da quando ero ragazzino, tutte le compagne di classe mi ammiravano da lontano, e alcune arrivavano fino a dimostrarmi il loro interessamento. Ma io declinavo tutte le richieste di appuntamenti. Sapevo quel che volevo, e non erano loro.

« C’è una mia vecchia conoscenza che mi attende, là dove sono diretto. Penso che lei sia molto gentile a interessarsi alle riflessioni di un uomo come me, ma io ho le idee chiare. »

La donna abbassò lo sguardo, leggermente delusa « Capisco. Suppongo di dover dire « buon per lei che sa quel che vuole

« Ci sarà un’ altra occasione, e la prossima sarà quella giusta per lei. Quando succederà di nuovo, funzionerà. »

« Che cosa fa nella vita, signor Fondo? Da dove è partito? »

« Sono un insegnante di liceo, e vengo da Firenze. »

« Non ci sono mai stata, ma mi piacerebbe visitarla. Se dovessi avere un figlio, lo farei studiare là. Magari un giorno mi troverà fra i genitori che aspettano i ragazzi alla fine delle lezioni. »

« Non si finisce mai per davvero di frequentare una scuola. La vita è come una classe, tutti i momenti. Tutti insegniamo e impariamo a seconda della situazione. »

Dopo un breve minuto di silenzio, la donna gli toccò il braccio « Lasci che le dia il numero di un piccolo albergo nei paraggi. Mio fratello è il proprietario. Potrà passarci la notte gratis. Non voglio che una persona preziosa come lei si metta a guidare la notte a stomaco pieno.

Perseo annuì « Ha ragione. E’ una buona idea, la ringrazio. »

La donna si allontanò per prendere la borsa, e non mancò di voltarsi a guardarlo con un sorriso, come per contemplarlo.

E la mente di Perseo viaggiò nel tempo fino ai vecchi tempi.

MafaldaBiancardi

2

1993

Perseo era in classe, posizionato proprio davanti a Tommy Timoteo. Di solito trascorreva il tempo a reagire con nervosismo alle domande della professoressa, oppure ad essere punzecchiato dal bullo alle sue spalle, che non faceva altro che scaldare la sedia e distrarsi.

Ma quel giorno si prospettava diverso dal solito.

Una nuova ragazza era stata presentata agli alunni; il suo nome era Mafalda Biancardi. Portava un maglione a strisce, i capelli corti e castani, e aveva un pallore da fantasma come carnagione. Non era nè magra, nè grassa, ma piuttosto robusta. Di lei si notava la timidezza prima di tutto.

Visto che il solito compagno di banco di Perseo era assente, la professoressa pensò bene di posizionarla proprio accanto a lui. Perseo le rivolse un sorriso a dir poco terrorizzato, e lei ricambiò facendo guizzare lo sguardo, come indecisa su dove farlo posare.

Tommy, dal canto suo, rivolse uno sguardo alquanto disgustato alla scena che gli si era presentata davanti. Poi sorrise con gli occhi illuminati dall’ occasione che aveva colto all’ istante, e disse a bassa voce « Buona fortuna con il mostriciattolo, novellina » e poi sghignazzò.

Lei si voltò, e allungò la mano « E tu saresti? »

Tommy la guardò dondolando la testa con un sorriso beffardo « Non parlo con chi indossa vestiti usati, ragazzina. »

Mafalda si voltò senza aggiungere altro.

A parte l’ inconveniente del ragazzo maleducato, nei giorni seguenti Mafalda cominciava ad apprezzare sempre di più la compagnia di Perseo, che riteneva un ragazzo gentile, e affine a lei e al suo modo di essere. Però si sentiva limitata dalla sua riservatezza, ed esitava ad attaccare bottone con lui. Lo sentiva vicino e lontano allo stesso tempo, e non passavano cinque minuti senza che si distraesse a occhieggiarlo. Ormai Tommy si era stufato di contare le volte che lei lo faceva. Dentro di sè, Mafalda avvertiva una sensazione crescente, e riteneva possibile che si fosse innamorata di lui. Probabilmente era un sentimento ingenuo, perchè a quell’ età tutto era transitorio e superficiale. Ma le piaceva contemplare l’ idea nel suo piccolo mondo privato. Sapeva di non possedere un aspetto fisico interessante, si sentiva una delle tante. Cercava di non trascrivere o disegnare niente che facesse pensare alle sue sensazioni per lui, per evitare che qualche compagno di classe, Tommy per primo sulla lista, se ne accorgesse e andasse a riferirlo a Perseo. Col passare dei giorni, comunque, si rese conto che nessuno si filava quel ragazzo. Sarebbe stato logico prenderlo da parte e chiedergli di passare del tempo extrascolastico assieme visto che lei era la nuova arrivata. Indossava vestiti usati perchè viveva con i genitori in una roulotte accanto alla zona allestita per le corsie di atletica, nelle vicinanze di Ground Zero. Suo padre aveva perso il lavoro e la casa, e la madre era una casalinga sordomuta che non era mai riuscita a trovare un posto. Avevano usato gli ultimi risparmi per il materiale scolastico della figlia. Giunti a Ferrofiume si erano subito dati da fare per chiedere un impiego in qualsiasi posto disponibile. Prima che la vita della famiglia Biancardi cambiasse vivevano una vita umile e modesta. Se ci pensava bene, Mafalda si rendeva conto che prima di vivere l’ esperienza nomade della soglia della povertà, la sua vita non si distingueva in nessun modo particolare da quella di una comune ragazzina italiana. Temeva quasi di non possedere nessun talento, e si immaginava a fare la cassiera e a guardare le corse agli acquisti della gente e le conversazioni ai tavolini dei cafè, di morire d’ infarto una sera in un villaggio di campagna ed essere ritrovata solo la settimana successiva. Non poteva immaginare che i cambiamenti sarebbero diventati presto una costante, e che la sua vita sarebbe stata piena di esperienze vissute da pochi.

Un giorno, mentre Perseo veniva interrogato assieme ad altri compagni, Tommy ebbe la bella idea di togliersi la cicca dalla bocca e tentare di appiccicarla ai capelli di Mafalda. All’ improvviso, Perseo si alzò in piedi e si lanciò addosso a Tommy prima che avesse modo di riuscire nella sua impresa, facendolo piombare col sedere sul pavimento, e lasciandolo a bocca aperta. Mafalda aveva capito tutto. Tommy, che non poteva permettersi di non reagire a quell’ aggressione azzardata, gli piantò un pugno dritto nell’ occhio sinistro, dove ben presto si formò un livido nero. Il professore voleva annullare l’ interrogazione di Perseo ( mandando comunque Tommy a fare visita al preside ), ma Mafalda alzò la mano e disse «   Perseo ha reagito in quel modo perchè un certo balordo qui dietro voleva appiccicarmi la sua cicca masticata sui capelli. Ha fatto bene a fermarlo. Non comprometta la sua valutazione per questo. Lo lasci continuare. Sono sicura che ha studiato bene.

L’ insegnante, impressionato da quel piccolo discorsetto, aveva accettato, e Perseo aveva preso il suo primo otto e mezzo, e inoltre aveva deciso che Mafalda era una amica valorosa in modo ufficiale.

3

Alla fine delle lezioni, quel giorno, Mafalda sgusciò via dalla classe come al solito e si mischiò fra la folla. Un gruppo di ragazze la sezionò con lo sguardo dall’ alto al basso, con sorrisetti maliziosi. La leader del quartetto di vipere scoppiò a ridere, e Mafalda sussultò con lo sguardo e accelerò il passo con le guance colorite di rosso. Avanzando sovrappensiero urtò la faccia contro la schiena del Re dei Serpenti Fosco Chiavelli, che la squadrò mentre sussurrava « Permesso! » con un fischio provocatorio. Lei non lo sapeva, ma se l’ avesse urtato in uno dei suoi giorni cupi avrebbe potuto ucciderla. Proprio lì, in mezzo ai corridoi.

Proprio mentre Mafalda si fiondava giù dai gradini dell’ ingresso dell’ edificio, qualcuno la chiamò dalla soglia del portone.

« Mafy! Aspetta, volevo chiederti una cosa! » esclamò Perseo, con un occhio chiuso e l’ altro illuminato da una felicità infantile.

Lei aspettò che le arrivasse vicino, e mormorò « Ti ascolto. »

« Ti va se ci frequentiamo anche fuori dalla scuola? Possiamo fare passeggiate io e te, e magari se ti va potrei presentarti ai miei amici! »

Mafalda sorrise, e annuì « Va bene. Sono contenta che tu me l’ abbia chiesto. »

« Perfetto! Tanto per cominciare, ti va se ti accompagno a casa adesso? »

La preoccupazione dilatò gli occhi di lei. Cercò di non renderlo evidente.

« Oh, va bene! Ma ti devo avvisare che mia madre si affaccia sempre alla finestra quando sa che sto per tornare, e non sono sicura che voglia vedermi con un ragazzo. Perciò puoi accompagnarmi fino al mio quartiere … »

Perseo accettò e non venne a scoprire che Mafalda in realtà abitava in una roulotte.

BrunoPellocarmineFoscoChiavelli

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4

Radunati dietro l’ angolo di via Trevi c’ erano Fosco, Aurelio e Bruno, tre dei famigerati balordi della cittadina, che parlottavano del più e del meno, proprio mentre Stefano Spansi, durante una delle sue camminate solitarie, girava a sinistra dalla via principale, via Signorile, per dirigersi alla Libreria del Campanile, senza rendersi conto di aver attirato l’ attenzione dei tre, che si silenziarono all’ istante.

« Ecco il topo di biblioteca che si ritira nella sua tana. » commentò sarcastico Aurelio.

« Chissà che cosa ci trova a sfogliare pagine tutto il giorno. » commentò pensieroso Bruno.

« Stavo per mostrarvi il mio nuovo gadget appuntito. » pronunciò Fosco, monitorando il quattrocchi secchione che entrava nella libreria « Propongo di aspettarlo, trascinarlo là sotto » indicò una breve discesa che portava in un garage privato « e mettergli un bel po’ di paura addosso …» disse, con una voce da assassino.

I suoi compari ne furono entusiasti, e cominciarono a fantasticare su quello scenario.

Poi una ragazza nella versione ” vediamo se riesco a farmi qualcuno ” attirò la loro attenzione e stimolò i loro ormoni, così Stefano ebbe modo di fare il suo nuovo acquisto e allontanarsi dalla zona in tutta tranquillità. Questa era la sua specialità, sgusciare via senza che nessuno se ne accorgesse, come se qualche entità benevola gli permettesse di cavarsela senza nessuno sforzo. Non si trattava di scavalcare un ostacolo. Si trattava di sorvolarlo.

I poveri imbecilli, che non solo si dovettero sorbire Aurelio che faceva l’ ennesima conquista amorosa, lasciandoli a bocca asciutta, ma si resero conto che il nerd invisibile li aveva beffati di nuovo. Solo lui era in grado di provocare in loro un’ alienante sensazione di disorientamento.

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5

Vi chiederete che genere di libri leggeva all’ epoca il brillante intellettuale in ‒  training Stefano? Sullo scaffale di camera sua si potevano trovare biografie di personaggi storici, storie reali e argomenti di attualità. Ma non mancavano romanzi e raccolte di racconti. A periodi si fissava con un autore e collezionava qualunque cosa portasse il suo nome. La gente lo notava a leggere nei parchi, e gli chiedeva di leggere i propri scritti, e Stefano si impegnava a recensire gli aspiranti autori con delle note che mandava per posta. Recentemente aveva smesso di accettare richieste di quel genere, perchè si sentiva circondato di scrittori che scrivevano di argomenti che non riuscivano a entrargli nel cuore. Un lato della personalità di Stefano era caratterizzato dall’ indifferenza. Si sentiva isolato a livello intellettuale, ed era cresciuto a livello interiore più di tutti i giovani della zona. Non era il solito primo della classe con cui tutti si ritrovano a competere durante le verifiche in classe. Era quel solitario che girava per Via Signorile sotto gli occhi della gente e faceva perdere il filo del discorso a coloro che lo osservavano chiedendosi cosa ci fosse dietro quell’ espressione imperscrutabile. In lui tutti vedevano l’ archetipo del Pensatore.

 6

Mafalda raccoglieva le sue impressioni sulla giornata su un’ agenda. Quel pomeriggio la pagina era stata riempita da una mescolanza di considerazioni sorprendentemente mature sul modo in cui vedeva Perseo e le sensazioni che provava per lui, e disegnini simpatici e ingenui sulla sua cotta.

Perseo le aveva accennato qualcosa sulla sua compagnia di amici: un atleta, un appassionato di motociclette, uno che riusciva a finire un libro e poi usciva a comprarne un altro, e una ragazza tosta, e si sentiva impaziente di conoscerli. Si augurava che per la prima volta nella sua vita potesse avere un gruppo di amici a cui confidarsi. Non era sicura di piacere a tutti, ma si accontentava di poco. Nonostante la precarietà della sua situazione di vita, trascorreva quelle ore sognando un mondo migliore.

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7

I ragazzi della compagnia di Enea avevano deciso di recente di esplorare la zona di Alto Verde, poichè avevano sentito chiacchiere volanti su una strada che portava a una serie di casette di fortuna, e volevano assicurarsi che ce ne fosse una incustodita, così da trasformarla in un rifugio privato. Non si addentrarono nella zona dell’ erba alta perchè ormai era considerata un sito di maledizioni dopo il ritrovamento del bambino impiccato con un filo per aquiloni.

Enea, Priamo ( per gli amici Primm ) e Perseo lanciavano occhiate vigili e preoccupate all’ albero della morte, mentre si avviavano per un sentiero sterrato che portava nel quartiere più dimenticato di Ferrofiume. Cancello dopo cancello, staccionata dopo staccionata, dovevano stare attenti ai cani che abbaiavano e saltavano, minacciando di rincorrerli, contemplavano donne attempate che lavoravano nell’ orto, tagliavano le siepi o innaffiavano i fiori.

Ad un certo punto si addentrarono in una zona boschiva, ed Enea cominciò a falciare via il fogliame in eccesso e i rami che si aggrovigliavano. Si erano riforniti per bene perchè erano convinti che avrebbero trovato la casetta dei loro sogni. Enea aveva fornito la maggior parte del materiale, rovistando fra gli attrezzi del magazzino del laboratorio di suo padre, mentre lui si trovava a una ” riunione di appassionati di scienza ” con amici del luogo. Avevano anche raccolto qualche scarto di cartone nella mini discarica allestita nella zona. Negli zainetti e nei marsupi trasportavano martelli, della corda, palette, fogli da disegno per realizzare una piantina della loro baracca, e un quadrante per il tiro al segno per giocare a freccette.

Ad un certo punto arrivarono nella Terra Promessa. Nel profondo si auguravano che il killer non conoscesse quei posti, e non avesse motivo per addentrarvisi.

« Guardate che roba! » esclamò Enea, tenendo le mani ai fianchi e ammirando la baracca.

« C’è posto per una classe intera là dentro! » esclamò soddisfatto Priamo.

« Non lasciamocela fregare. Cominciamo a sistemarla un po’. » commentò Perseo.

Così fecero, e durante i minuti di svago giocarono a fare Tarzan con le corde, si lanciarono la terra e si sporcarono i pantaloni puliti come veri uomini di una volta. Poi realizzarono una piantina della casetta e la attaccarono con un chiodo a una parete interna. Stabilirono i nomi delle stanze e se la divisero per cinque. Perseo raccontò loro che aveva conosciuto una ragazza e le aveva promesso di presentarle i suoi amici. Così aggiunsero un sesto angolino privato con un punto interrogativo.

Tempo dopo si misero a giocare a freccette. Priamo aveva segnato il punto migliore quando un grosso sasso lanciato alle loro spalle squarciò il riquadro fissato a una delle pareti esterne, facendo sprofondare un frammento all’ interno. Ora la parete era rovinata da un enorme buco.

I ragazzi compresero subito che a lanciarlo era uno di quelli.

Bruno Pellocarmine, Fosco Chiavelli e Aurelio Capinero erano capitati nello stesso luogo, e ne avevano approfittato per una entrata in scena col botto.

« Ma guarda un po’! » commentò Fosco « Il finocchietto ha degli amici. »

« Vi trasferite qui? Be’, mi pare adatto per dei tipi scemi come voi. Non siete i benvenuti in mezzo alla civiltà. »

« Chi di voi ha lanciato il sasso? »  esclamò Enea con rabbia.

Fosco sorrise ai suoi due compari e rise in faccia ai tre aspiranti architetti. Era chiaro che era stato lui.

« Mi dispiace. Temo che dovremo disfare tutto. A cominciare da quella stupida mappa là sopra »

commentò Aurelio.

Mentre Perseo indietreggiava, Priamo saltò in avanti ed esclamò « Non provate ad avvicinarvi! Ora questo è il nostro territorio ufficiale! »

« Gli invasori sono appena arrivati a guastare la nuova civiltà dei perdenti! » ridacchiò Bruno, e avanzò dando una spallata a Priamo, che si voltò indietro.

Fosco si sfregò le mani « Da dove cominciamo? »

« Riduciamo in pezzetti la loro mappa! » decise Aurelio.

Enea cercò di fermare Aurelio, che lo guardò annoiato « Che cosa credi di fare? Ti conviene non metterti contro di noi, Cercovici. »

Priamo tentò di afferrare il cappello di Bruno, che si voltò e lo afferrò per il collo « Giù le mani se non vuoi che cominciamo ad alzare le mani su di te. »

Fosco entrò per primo e cominciò a rompere e disfare con gli attrezzi dei ragazzi. Enea si mise le mani fra i capelli, sconcertato. Perseo rimase a guardare deluso, con l’ occhio buono. Bruno applaudiva.

Priamo non poteva rimanere a guardare. Superò Bruno ed entrò nella baracca. Enea gli urlò di fermarsi. Non lo ascoltò. Si avventò contro Fosco, una pessima idea.

« Andate via dal nostro territorio! Non avete il diritto di stare qui! » urlò Priamo mentre lo spingeva a terra.

« Nessuno si permette di toccarmi » sibilò Fosco « Hai appena fatto un grosso sbaglio! »

Si alzò, si strofinò via la polvere, ed estrasse un pugnale.

Priamo cambiò colore quando lo vide, e alzò le mani indietreggiando con cautela.

Fosco guardò Aurelio e ordinò « Portalo fuori. Voglio dargli una lezione come si deve. »

Aurelio obbedì e lo trascinò all’ esterno. Enea e Perseo sobbalzarono quando videro Fosco agitare un pugnale facendogli compiere degli otto nell’ aria.

Priamo abbassò lo sguardo, mentre Aurelio gli strinse le braccia all’ indietro, bloccandolo. Bruno sembrava contrariato, e guardava Fosco, concentrato e pronto a reagire.

Poi Priamo sputò in faccia a Fosco, che dilatò gli occhi, colpito da un episodio di lesa maestà.

Scosse la testa, strusciandosi la bocca con la mano libera e sussurrò « Sei morto. Farò scavare la tua fossa agli altri due perdenti. »

Fosco sollevò la lama e si preparò a colpire, ma venne bloccato da Bruno, e si agitò come un animale in catene « Lasciami andare! Voglio vederlo morire dissanguato! » esclamò.

Bruno, paziente, disse « Ci vendicheremo un’ altra volta, quando sarai più tranquillo. Non possiamo farci denunciare un’ altra volta. »

Fosco si arrestò, e si passò una mano sui capelli, con una smorfia di disgusto rivolta a Priamo.

« Forse c’è un modo per farlo morire dissanguato » sorrise, e poi sferrò un pugno sul naso di Priamo con velocità impressionante. Enea e Perseo si avvicinarono per aiutarlo, ed Enea lo sorresse per la schiena.

Priamo mormorò «  Emofilia! Mi scende il sangue dal naso, e non si fermerà! »

Bruno schioccò le dita, e fece segno ad Aurelio che dovevano andarsene. Fosco cominciò a incamminarsi, e Bruno gli diede uno scappellotto sulla testa. Quindi qualcuno c’è che può toccarlo in quel modo pensò Enea.

Bruno si voltò e puntò il dito contro i tre ragazzi « Sarà meglio per voi che tacciate su tutto questo. Altrimenti la prossima volta non interverrò. Manderò lui da solo. E portate all’ ospedale quell’ idiota. Se l’ è andata a cercare. »

Quando se ne andarono, Perseo chiese a Enea « Che cosa facciamo ora? Si è già sporcato tutti i vestiti! »

« Lo porto al pronto soccorso con la mia moto. L’ abbiamo lasciata a qualche metro da qui. »

« Se non l’ hanno rovinata quei bastardi … » mormorò Priamo, tenendosi la mano premuta sul naso.

« Non abbiamo dei fazzoletti? » chiese Enea agitato. Perseo si battè una mano sulla fronte e disse « Ma certo! Eccoli qua! » e li infilò nella mano libera di Priamo.

« Dobbiamo fare in fretta » disse Enea.

« A mia madre verrà un colpo quando vedrà i miei vestiti. Non mi succede da tempo. »

« Non ci pensare ora. Cerca di bloccare l’ emorragia più che puoi. »

« E’ proprio quello il problema … »

Perseo li accompagnò alla motocicletta di Enea, che non era stata toccata dai bulli.

« Io torno a casa da solo. Non vi preoccupate per me. Me la caverò. Fatemi sapere che cosa succede all’ ospedale. »

Enea lo salutò, fece salire Priamo sulla sella dietro di lui, si infilò il casco e partì a tutta velocità.

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8

Alla fine del pomeriggio, prima che scattasse il coprifuoco, Perseo andò a trovare il padre a lavoro. Faceva il guardiano del museo locale. Non aveva ancora visto l’ occhio nero. Abbassò il cappuccio del figlio e gli sollevò la testa prendendolo per il mento.

« Devi imparare a farti valere, figliolo. E’ l’ unico modo per far capire le cose a quei bastardi. »

Perseo annuì, distogliendo lo sguardo, poco convinto.

« Ho quasi finito il turno. Se vuoi, fatti un giro per i corridoi. »

Perseo annuì, e cominciò a passeggiare, osservando le foto in bianco e nero, e i quadri del museo.

Il museo stava chiudendo, e le luci si stavano cominciando a spegnere.

Perseo si ritrovò a osservare nell’ oscurità, quando qualcuno gli puntò una torcia addosso, facendolo sussultare di terrore.

C’ era una sagoma a una decina di metri di distanza, e ce l’ aveva con lui.

Una risata folle echeggiò per il corridoio oscuro, e il labbro inferiore di Perseo tremolò. Gli occhi si dilatarono.

La luce della torcia si spense. La sagoma si mise a correre. I passi rimbombarono, e le braccia si allungarono. Le mani erano come gli artigli di un rapace che cercavano di ghermirlo.

Perseo cacciò un urlo, e si chiuse a chiave in un salone. Le mani della sagoma sbatterono pugni contro la porta, mentre Perseo premeva con la spalla, facendo smorfie di terrore.

Il tizio continuò ancora per qualche istante, poi smise di colpo. Il padre di Perseo si mise a cercare suo figlio, usando la torcia per vederci più chiaro.

Dopo un quarto d’ ora riuscì a sentire i richiami di Perseo da un salone con la porta chiusa.

Il padre si identificò, e Perseo aprì la porta e si lanciò fra le sue braccia, disperato.

« Ma che cosa sta succedendo? Perchè ti sei chiuso là dentro? »

Perseo lo guardò negli occhi, sconcertato.

« C’ era qualcuno che voleva aggredirmi! Tu non hai visto niente? »

Il padre scosse la testa, e abbracciò il figlio, guardandosi intorno a bocca aperta.

 

 

 

 

 

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Inaugurazione della ” Domenica della lettura ” – Un nuovo progetto del blog – PSYCHOSIS Cap 1 e 2

2 03 2019

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Da oggi si apre un nuovo filone del blog Civiltà Scomparse, del quale sono co – autore. Questi articoli saranno sempre scritti da me, Matteo, e usciranno ogni domenica. Ho deciso di sfruttare la visibilità del blog per mostrare i miei scritti, a scopo di intrattenimento domenicale, e anche a scopo promozionale. Verranno postati due capitoli alla volta dei miei racconti e dei romanzi in via di svolgimento.

Mi raccomando, condividete gli articoli, ma rispettate l’ autore e non copiate questi scritti su nessun altro sito web, perché sono protetti da Copyright Tutti i Diritti Riservati.

Alcuni progetti sono completati, altri sono in fase di svolgimento. Per esempio, del romanzo che inizio a pubblicare oggi ho realizzato dodici capitoli sui ventinove dei quali sarà costituito, finora. Se conoscete qualche casa editrice o qualche persona ” inserita nel giro ” che vuole seguire questa, chiamiamola così, rubrica del blog, fate in modo che venga/ vengano a conoscenza di questo progetto. Io cercherò di impegnarmi a completare i miei scritti.

Oggi cominciamo con PSYCHOSIS, un romanzo che ho iniziato nel 2018, ambientato in una versione romanzata della mia città, e moderatamente ispirato a IT di Stephen King.

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Questo racconto è protetto dal Copyright Tutti i diritti riservati e non si acconsente alla copiatura del testo su altri siti web e nemmeno all’ utilizzo del testo per altri scopi. E’ quindi un testo di sola lettura. Il plagio è un reato.    

CAPITOLO 1 ‒ Rottura delle acque

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2018

Siamo a Ferrofiume, nell’ Italia nordovest, una cittadina costituita da un centro storico denominato Parte Vecchia, attraversata da un fiume, che si può osservare dalla zona del Molo, nei pressi delle due piazze che in certe stagioni ospitano una serie di fiere, la Piazza Giostre e la Piazza Fiere, all’ interno del quartiere della Tartufara. Altri quartieri sono denominati Oltreponte, il San Valentino con l’ oratorio più affollato, la zona Alto Verde, con l’ erba talmente alta che si perde l’ orientamento, il Canale, La Cittadella, Quarto Autunno, la zona della via principale, il centro città caratterizzato dalla Via Signorile, la zona del Castello, Piazza del Cavaliere e Piazza Franceschini, il Quartiere dello Sport, Chinatown, e un quartiere per gli Albanesi che si è esteso negli anni ’90, la Collina dell’ Anna con la sua salita costellata di villette, la frazione di Ferrofiume popolo con le sue cascine e fattorie, la zona industriale caratterizzata dai resti anneriti di Ground Zero, il quartiere ebraico con la sua sinagoga, il Parco Eternità dedicato alle vittime della Generazione Perduta, e la zona di Piccola Milano. Andando avanti con la storia esplorerete questi posti. Ora, però, dobbiamo zoomare su una casa abitata da una donna di circa trent’ anni che si sta facendo la doccia …

1

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La donna si stava rilassando, quella sera, dopo una giornata di lavoro, isolarsi dal mondo con la sola compagnia dello scrosciare dell’ acqua era proprio l’ ideale per lei. Finalmente poteva lasciarsi andare, dopo aver mantenuto in piedi il suo personaggio professionale. Aveva da poco iniziato un nuovo lavoro, una grande opportunità per lei, e voleva apparire al meglio.

Aveva chiuso la porta del bagno a chiave, e non si era accorta dell’ uomo che si era introdotto nella sua casa. Non si era fatto sentire. La nuova ondata di crimini non poteva che iniziare con un battesimo di sangue nell’ acqua.

La donna volgeva le spalle alla porta del bagno, mentre si lavava. La porta aveva i vetri oscurati. Ad un tratto la donna sobbalzò. Rumore di vetri. Rivolse lo sguardo a una immagine confusa dall’ acqua che colava. Una mano si introduceva attraverso il vetro infranto e girava la chiave. La donna tenne il fiato sospeso, mentre sentiva il cuore galoppare, e il gelo avvolgerla come una tormenta. La porta venne aperta. L’ uomo era silenzioso. Spalancò con lentezza la porta, e la donna riuscì a vederlo, e mentre osservava la sua nudità si appiattiva contro la parete del bagno.

L’ uomo nudo appoggiò il palmo della sua mano contro il vetro della doccia. La donna chiuse gli occhi quando sentì arrivare un flash. Era stata fotografata? Vide che l’ uomo si abbassava, forse stava appoggiando al pavimento la macchina fotografica. La donna allungò le braccia, e premette contro l’ anta della doccia, per proteggersi e impedirgli di aprirla. Ma l’ uomo fece resistenza. La donna gemette. Doveva resistergli. Ad un tratto cacciò un urlo di terrore. Una lama aveva trafitto il vetro, e l’ uomo si stava aprendo un varco nell’ anta. La donna sbiancò e arrancò all’ indietro, continuando a urlare, mentre l’ uomo si decise a entrare, e le premette una mano sulla bocca, con più dolcezza di quanto la donna si sarebbe mai aspettata. L’ uomo si avvicinò a lei, nudo. Le sfiorò i capelli, e le passò una mano sulla spalla destra e poi lungo il braccio per tentare di calmare i suoi tremori. Nell’ altra mano stringeva un coltellaccio. L’ uomo sollevò il braccio armato, e carezzò con l’ altra mano la guancia della donna. E poi abbassò la lama.

Il taglio era più o meno superficiale, ma la attraversava per intero in verticale, dal fondo della gola fin sotto l’ ombelico. Nel frattempo l’ uomo non aveva detto una parola, e la guardava come un bambino annoiato avrebbe osservato una formica inerme. Le strinse i capelli con forza, Le tagliò la gola. Il gemito della donna sfrigolò nell’ aria, e il suono non riuscì a propagarsi. Nel frattempo l’ acqua continuava a scendere, e il fondo della doccia si stava allagando di sangue.

L’ uomo fece un paio di passi indietro e uscì dalla doccia. Riafferrò la macchina fotografica e fotografò la donna mentre stava morendo. Il flash catturò il momento esatto del trapasso. Poi si dileguò, rivestendosi in un’ altra stanza e fece perdere le sue tracce nella notte.

2

1993

La signora Cercovici era la moglie di un uomo che non poteva fare a meno di farsi notare dovunque andasse, con i suoi monologhi drammatici sulla società in malora, la moglie di un uomo che spesso si ritirava nel suo laboratorio, e che ogni tanto esclamava trionfante « Eureka! » quando aveva completato un altro grande progetto per stravolgere la storia dell’ umanità. Un giorno, diceva lui, le nuove generazioni lo avrebbero studiato a scuola, come erede di Leonardo Da Vinci. Perchè lui era un inventore, un pioniere, viveva alla luce dell’ illuminazione della Lampadina delle Idee, e tutti gli altri non erano che meri ricevitori delle sue critiche, obiettivi del suo dito accusatore puntato contro. Perciò ci si sarebbe dovuto aspettare che un tale uomo non si sarebbe fatto accompagnare da una donna meno capace di lui, e per ovvi motivi, il signor Cercovici non avrebbe condiviso sè stesso con una donna dall’ intelletto superiore al suo. A dire il vero non aveva mai incontrato nessuno capace di andare oltre le sue capacità.

La signora Cercovici entrò in cantina, accese la luce, e spalancò la bocca. Diamine, aveva allagato la cantina! Presto, doveva trovare subito una scusa da raccontare a Sua Maestà Cercovici. La lavatrice aveva allagato la cantina! Un prodotto di quella società di incapaci non poteva che combinare pasticci come quello!

Audace Guglielmo Cercovici conosceva molto bene quello sguardo. La sua signora ne aveva combinata una. E naturalmente l’ arduo compito di risolvere il problema della giornata spettava al padrone di casa. Il signor Cercovici aprì la bocca e cominciò uno dei suoi monologhi:

« Mi chiedo perchè non ti ho lasciata sull’ altare quando era ora di pensarci bene, per la miseria! Possibile che non puoi fare le faccende di casa senza distruggere, danneggiare, rovinare ogni piccola e grande cosa che ti ho portato in casa con i soldi guadagnati col mio lavoro? Sei come quella donna della mitologia, disfi la notte quel che io costruisco di giorno! Animo, bambina mia! Mica ti farai buttare giù da un po’ di critica, guarda che io cerco di renderti una persona migliore, cerco di stimolarti un pochettino, ma ti sei guardata allo specchio stamattina? Sembri invecchiata di dieci anni dalla scorsa settimana! Avanti, vieni con me, andiamo a prendere qualcosa per togliere l’ acqua, e poi prendiamo la cassetta degli attrezzi, che ti faccio vedere io come si aggiustano le cose. Così, una volta, forse, che Dio ti aiuti, mi sorprenderai con un po’ di praticità, manualità, mi chiedo cosa mi passava per la testa il giorno in cui ho deciso di metter su famiglia proprio con te, piccola. Ti si deve stare appresso per ogni cosa!»

La donna non parlò. Il suo sguardo mostrava tutta la sua rassegnazione. Ammirava molto suo marito. Che cervello che aveva! Era una calamita per le idee, Dio le aveva conservate tutte per lui. Lei si era lasciata trasportare via dalla corrente, dalla sua impetuosità, che riempiva il suo vuoto interiore. Nella sua mente non c’ era spazio nemmeno per uno stuzzicadenti. Lui riempiva tutti gli spazi.

Al piano di sopra i due fratelli Cercovici, Sabele ed Enea, si confidavano sui loro affari privati:

« Non dovrebbe interessarti quello che pensano gli altri, Enea. Tutti vengono presi di mira dalle chiacchiere, prima o poi. Se gli altri credono che tu sia uno sfigato è un problema loro. Hai degli amici, abbiamo un padre che inventa cose mirabolanti. Un giorno i giornali se ne accorgeranno, si renderanno conto che papà è un personaggio scomodo perchè pensa fuori dal quadrato. E poi tu conti un sacco per me. Sei il mio fratellino. »

« Non sono tanto più piccolo di te. E poi ormai ho quasi sedici anni. Comunque, quello che pensa la gente conta molto per me. La vita ha senso solo se diventi qualcuno. Se la gente parla bene di te, avranno sempre ricordi positivi. Se sei il capo di un gruppetto di emarginati …la vita fa schifo. Ma su papà hai ragione, lui gliela farà vedere, a tutti quanti. Cambierà il mondo. »

« Tu sei già qualcuno, Enea. Lascia che le parole degli altri ti scivolino addosso. Se cominci a mostrare un po’ più di fiducia in te stesso, la gente lo noterà. E poi te l’ ho detto, la vita alle superiori è come quel che si sente in tv. Ogni giorno la storia cambia, le voci corrono di qua e di là. Siamo tutti sulla stessa barca. I tuoi dubbi, i tuoi problemi, sono sentimenti comuni a tutti gli altri studenti. »

Sabele si zittì, e rimase a meditare per qualche minuto. Stavano conversando dai loro letti, ai lati opposti della stanza, ed Enea lanciava una piccola palla contro il soffitto. Poi, Enea chiese

« Perchè non facciamo un giro? Voglio andare in motocicletta. Ci stai? »

« Mmm… veramente penso che andrò per i fatti miei. Voglio vedere se trovo qualcosa di bello da disegnare. Mi porto dietro il mio quaderno speciale. »

« Non me lo hai mai mostrato. Nascondi qualcosa? » gli sorrise Enea, e Sabele rispose « Io disegno per me stesso. Non ho bisogno di mostrarne i contenuti. »

Enea alzò le spalle « Come vuoi …se ti piace andartene in giro a disegnare paesaggi … »

« Non disegno paesaggi » replicò il fratello « Di solito sono persone. O animali. »

« Attento a non farti scoprire, allora! Magari qualcuno potrebbe reagire male … » ridacchiò Enea.

« Non è mai successo. Sono attento. » sorrise Sabele. Poi si alzò e cominciò a raccogliere gli occorrenti per il disegno, come le sue matite particolari.

« Non startene lì tutto il giorno a guardare il soffitto e a far sbattere quella palla. Trovati qualcosa di più stimolante da fare …e mi raccomando …sei già importante, e sei già qualcuno. Non dimenticarlo. » disse , poi si avviò verso la porta. Enea lo chiamò, e guardandolo negli occhi disse « Grazie »

Sabele alzò il pollice in segno di okay, e poi chiuse la porta. Poco dopo arrivò la madre a bussare.

« Entra »

« Enea …tuo padre vorrebbe che tu lo aiutassi con la lavatrice in cantina. Ho fatto proprio un bel pasticcio … »

Enea balzò in piedi, abbandonando la palla « D’ accordo »

« Allora, io intanto preparo la cena. Sabele non c’è? »

« E’ andato a disegnare in giro chissà dove. Ma credo che tornerà fra un’ ora. Non è mai mancato a cena. »

« Va bene …Enea, fammi un favore. Se un giorno ti sposerai, non trattare tua moglie come sta facendo tuo padre. Non riuscirei mai a dirglielo, ma se sapesse quanto ci sto male …» mormorò.

Enea si slanciò ad abbracciarla, sorprendendola « Ti dai sempre tanto da fare per noi. Non ti dimenticare che io e Sabele ti vogliamo bene. »

« Oh! Ma certo … » mormorò lei, a bocca aperta.

Enea si avviò verso la cantina, e si fermò sulla soglia, chiamando il padre, che gli rispose « Vieni di sotto, dai, così imparerai un po’ di cose. Mi sono sempre chiesto perchè non ti insegnano queste cose nelle vostre ridicole scuole. Non cambiano da secoli. Eppure la vera vita non la includono mai nei loro insulsi programmi scolastici. Poi uno esce con il suo bel diploma, e conosce tutto sui personaggi morti e la cultura. La società! Maledetta società, ricorda, figliolo, la società non ti vuole essere amica! Vuole mangiarti la vita, giorno dopo giorno …ma un giorno ci penseremo noi Cercovici a cambiare le cose. Col tempo vi insegnerò tutto ciò che so … »

Andò avanti così per tutto il tempo. Ben presto, la mente piena di preoccupazioni e dubbi sul suo status sociale di Enea venne invasa da una nuvola di parole, che avrebbe assorbito per intero. Enea non dubitava di suo padre. Sapeva esattamente chi era, che cosa voleva e che cosa era capace di fare. E non perdeva mai occasione di dimostrarlo.

3

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1993 ‒ Alto Verde, nei pressi di Oltreponte

Un bambino correva giocando con il suo aquilone, mentre i genitori erano ai tavoli da picnic sulla piattaforma. Tutto preso dalle fantasie del suo piccolo ingenuo mondo, si era allontanato parecchio, tenendo sempre lo sguardo verso l’ alto, apprezzando il rumore del vento che tirava. Si era addentrato nella zona dove c’ era l’ erba alta, lungo un sentiero di ghiaia.

Si fermò solo per qualche istante, a guardarsi indietro. I genitori mangiavano con amici di famiglia. L’ aquilone era più interessante. Si mise a correre, gustandosi quell’ inaspettata libertà di movimento.

Poi sentì un ronzio. Un calabrone gli passò vicino.

« Ah! Vai via! » esclamò il bambino, inorridito. Per lo spavento, perse la presa sul filo. Pur avendone paura, seguì con lo sguardo l’ insetto, e si rese conto che non riusciva più a vedere i tavoli. Forse la libertà non era poi una cosa tanto piacevole. Sarebbe stato molto più rassicurante giocare a ce l’ hai con l’ altro bambino, a pochi metri di distanza dai grandi. Ma quel bambino era antipatico. E ogni volta che uscivano con quegli amici doveva sorbirselo. Quel giorno non ci stava. Aveva scelto il giorno sbagliato per non starci.

Si rese conto di avere la mano che stringeva il filo libera. Fece saettare lo sguardo verso l’ alto, poi a destra e a sinistra, e poi davanti a sè. Verde ovunque. Nient’ altro in vista.

Si allungò sulla punta dei piedi, e scorse una macchia rossa su un albero isolato in mezzo all’ erba alta. L’ unico albero in circolazione. Accidenti a quel calabrone!

Si mise a correre, e raggiunse la zona dell’ albero, che distava una decina di metri. L’ aquilone era incastrato fra le foglie. Il bambino si guardò attorno, preoccupato. Come avrebbe potuto risolvere quel brutto guaio? Un grande avrebbe potuto dargli una mano. Ma forse era arrivata l’ ora di provare a fare da solo. Si sarebbe arrampicato, e avrebbe ricordato questo episodio negli anni a venire. Se solo ci fossero stati tutti quegli anni futuri, per tornare con la mente a quel giorno. Se solo.

Qualcosa lo spinse per terra, facendogli cacciare un urlo di sorpresa, spavento e dolore tutto misto assieme. Due mani strinsero il suo collo, e i suoi occhi si dilatarono. Un ragazzo lo guardava come un lupo affamato, come uno di quei documentari che gli faceva vedere il padre, mentre la madre si lamentava con lui, che era troppo piccolo per guardare gli animali mangiarsi e rincorrersi.

Quella non era la sua immaginazione, non accadeva in uno schermo tv. Quella era la realtà, e quel ragazzo era il predatore.

Il bambino agitò le mani e gli sbattè le dita sulla faccia, cercando di arrivare agli occhi. E poi si sentì sollevare per le spalle e venne fatto cadere a un metro di distanza. Il ragazzo agli occhi del bambino si era tramutato in un felino che si avvicinava a quattro zampe, e gli occhi ricordavano quelli di un’ aquila. Il bambino si fece forza e si sollevò in piedi. Il ragazzo predatore strisciava nell’ erba. Il bambino raggiunse l’ albero, e spinto dal desiderio di sopravvivenza, cominciò ad arrampicarsi.

Il ragazzo balzò in piedi con un sorriso che andava da un orecchio all’ altro e si aggrappò al tronco, venendogli dietro.

Il bambino strillò « Che cosa vuoi da me? Vai via! » e per tutta risposta il ragazzo scoppiò a ridere, facendogli venire la pelle d’ oca.

Il ragazzo famelico allungò un braccio e strinse la caviglia del bambino, cercando di trascinarlo giù, ma il piccolo si stringeva con tutta la sua forza a un ramo.

Riuscì a liberarsi e salì ancora più in alto. Cominciava a sentire le vertigini, ma nulla importava più della paura. Doveva provare a sopravvivere a ogni costo.

Allora il ragazzo si spostò e andò a raccogliere l’ aquilone, sotto gli occhi del bambino che tremava e piagnucolava senza nemmeno rendersene conto.

Il bambino vide il ragazzo voltarsi e sorridere con malignità. Si avventò su di lui stringendo il filo fra le mani.

Il ragazzo maligno ebbe modo di contemplare il bambino che pendeva da un ramo con il collo stretto dal filo che si agitava e si dimenava. Nel frattempo lui disegnava, ritraeva la morte che stava nascendo attraverso quel processo di soffocamento. Rimase a ritrarlo fino agli ultimi spasimi. E poi si dileguò. Passarono altri dieci minuti prima che i genitori si allarmassero, rendendosi conto che il loro bambino non tornava più indietro. Altre due ore trascorsero prima del macabro ritrovamento.

CAPITOLO 2 ‒ Ferrofiume non è posto per volersi bene

1993

1

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Marzo, tempo di fiere a Ferrofiume : Piazza Giostre diventa un Luna Park, e Piazza Fiere in zona La Tartufara ospita bancarelle e cibo a volontà. Molta gente viene attirata dagli svaghi, dopo un lungo e sonnolento inverno. Quel febbraio era stato però particolare: la paura cresceva, fra gli abitanti e i genitori del posto, perchè dopo il bambino appeso a un ramo con un filo per aquiloni i ritrovamenti si erano fatti numerosi. Piazza Giostre era situata presso il Molo, e la si poteva raggiungere attraverso il Viale Vistafiume. Il Luna Park attirava però anche i giovani peggiori, i famigerati bulli del posto, e se si associa questo fatto a una coppia di ragazzini maschi che si vogliono bene, allora il pestaggio è assicurato … 

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Perseo Fondo, un mingherlino di quindici anni, con i lunghi capelli castani coperti da un cappuccio, spiegava, con occhioni da cerbiatto alla luce dei fari di un’ auto, alla polizia, che gli amici di Bruno Pellocarmine li avevano sfidati al tiro a segno, e il suo amico intimo aveva vinto. Lui ci sapeva fare, mentre Perseo invece non capiva neanche come ci era riuscito.

« Mi dica, agente, è sbagliato volersi bene fra maschi? » mormorò Perseo. Il poliziotto con il quale parlava aveva trovato poche settimane prima il corpo del bambino impiccato. Era in grado di comprendere affetto e intimità fra due maschi, ma non poteva credere che si sarebbe trovato un giorno davanti uno di quelli …un finocchio di quindici anni. Sotto il cappuccio nascondeva i capelli lunghi, pensava il poliziotto, sì, perchè vuole giocare a fare la femmina. Non c’ era niente di macho, niente della pura essenza maschile in quel ragazzino.

« Ricominciamo dall’ inizio » propose il collega del poliziotto « Vi siete allontanati assieme da Piazza Giostre e vi siete diretti di sotto in zona molo. Ma non vi siete fermati. Siete andati oltre, se rammento bene. »

« Ci siamo allontanati per nasconderci! Perchè questa città è piena di imbecilli! Ormai sono tutti sospettosi …quando ci vedono assieme …mi sento gli occhi puntati addosso …ma non stavamo facendo nulla di male! State facendo parlare quei ragazzi? Lo hanno picchiato, io ero lì, ho visto cosa gli hanno fatto! »

« Che direzione avete preso esattamente? »

2

In un’ altra stanza adibita agli interrogatori, altri due agenti erano stati incaricati di far cantare uno di quei ragazzacci, separatamente, per poi confrontare quanto sarebbe trapelato. Avevano fra i diciassette e i diciotto anni, e solo uno aveva fra i quindici e i sedici anni, e quello era Tommy Timoteo Furia. Bruno Pellocarmine era un uomo fatto, ed era un osso duro. Sorrideva senza mostrare i denti, quel volpone. Non l’ avevano convinto a togliersi il cappello. La visiera gli faceva ombra sugli occhi. Aurelio Capinero era un bullo cresciuto dai genitori della zona bene di Ferrofiume. Un bullo alla moda, con i migliori vestiti firmati addosso e una faccia da modello, e un ciuffetto alla Elvis Presley. Fosco Chiavelli se la sarebbe vista brutta in casa, con quel padre sempre pronto a scavalcare chiunque pur di far carriera, fissava i poliziotti con sguardo truce, la mente ribollente di rancore. Una mina vagante in carica. Alano Brosu a momenti non passava per la porta, talmente era alto. Lo sguardo era quello solito: imbronciato. Tommy Timoteo era quello annoiato, che si guardava intorno cercando qualche distrazione. Era grande e grosso e riempiva tutta la sedia. I poliziotti avevano puntato le loro speranze sull’ imbecille della compagnia: Renato Valieri, un palestrato con una capigliatura anni ’60 che ripeteva l’ anno scolastico per la seconda volta. Non era mai stato particolarmente brillante in qualcosa, se non nel fare esercizi, e non sarebbe andato molto lontano, se avesse deciso di varcare i confini della sua città natale.

« Dall’ inizio, avanti » disse il poliziotto. Renato rispose « Non volevamo pestarlo in quel modo. Cioè, prima del tiro a segno volevamo solo prenderlo un po’ in giro, perchè, cavolo, quello è un finocchio, no? Ci sta. Ma poi ha vinto. Non potevamo permettergli di andare a vantarsi con gli altri cretinetti. Abbiamo una reputazione « poi continuò « Però noi abbiamo fatto anche qualcosa di buono …cioè, più o meno, insomma, io avevo cercato di salvarlo, ma … »

« Salvare chi? Di cosa diamine stai parlando? »

« Il ragazzo aggredito sotto al ponte. Gli altri non ve l’ hanno detto? C’ era quel killer che aggredisce le persone, proprio là, in fondo al Viale Riva Amorosa. »

« E’ così che voi ragazzi chiamate quella stradina che passa affianco al fiume? »

« Sì, perchè lì ci portiamo le ragazze » poi si incupì, e un’ espressione più o meno rabbiosa ( in realtà non era capace di esprimere la rabbia ) si dipinse sul suo volto « Ma quei ragazzini finocchi stavano per infangare la reputazione della zona … »

« Non stai dicendo la verità. Non c’ era il killer sotto il ponte. Avevate un conto in sospeso con la vittima? »

« Cazzo, sì che c’ era, agente! Non potrei scordarmelo, quello era una bestia! Guardi che non sto dicendo cazzate, signore. »

« Esprimiti in modo educato, avanti! » lo rimproverò l’ altro agente « Siete in un mare di guai se c’ entrate qualcosa con la macabra aggressione sotto il ponte! »

« Noi apprezziamo l’ onestà prima di tutto, Renato. »

« Pensi di essere dalla parte del giusto? Perseguitare un ragazzino confuso ti pare il modo giusto di approcciarsi alla situazione? »

« Non mentire, ragazzo. Avete ucciso il ragazzo ritrovato oggi pomeriggio sotto al ponte? Hai partecipato o hai solo assistito senza fare un cazzo? »

« Porca troia, ho cercato di salvarlo, agenti! Non abbiamo ucciso nessuno! »

« Eppure eravate in vena di vendette, non è così ? Non vi andava giù di perdere al tiro al segno e di sprecare i vostri soldi. »

« Questo sì, ma … » Renato chiuse la bocca di scatto, costringendosi a pensare, solo per una volta, prima di parlare. Il suo sguardo saettava da un agente all’ altro.

« Devi dircelo, Renato. Dobbiamo sapere. »

« Abbiamo picchiato il finocchio. Non abbiamo ucciso il ragazzo sotto al ponte. Non avevamo nulla contro di lui. Anzi, a me stava simpatico. Ci siamo spaventati, a vedere quella scena. Abbiamo visto il killer … »

« Cosa faceva il killer? Che aspetto aveva? » secondo gli agenti poteva benissimo trattarsi di una scusa, un escamotage. Tirare fuori il killer che terrorizzava la zona di recente per coprire una resa dei conti finita male.

« A un certo punto si è messo a scrivere …o a disegnare, non si capiva molto bene. Il ragazzo era lì a rantolare, e quello lo fissava e poi con lo sguardo fissava la pagina. Quando ci siamo arresi sembrava non rendersi conto della nostra presenza. Ma mi ha soffiato addosso, come un gatto infuriato, quando ho afferrato la vittima. »

E poi la realtà cominciò a prendere piede nell’ animo torturato dalla confusione di quel ragazzo imbecille, una cosa più grande di lui « Accidenti …ho assistito a un omicidio, vero? » le lacrime sgorgavano da due occhi che ora assomigliavano tanto a quelli di Perseo Fondo.

« Era ridotto in condizioni terribili. Agente, lo giuro, siamo innocenti. Siamo fuggiti, avevamo paura di fare la stessa fine … »

Si coprì la faccia con le mani « Cazzo, lo vedo dappertutto, in ogni momento! Il volto della vittima, sembrava uno zombie, era pieno di tagli! Dovete fermare quel folle! O non riuscirò più a uscire di casa, accidenti! »

3

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I due poliziotti che interrogavano Tommy Timoteo erano stati chiamati in corridoio da altri due agenti. Avevano chiuso la porta, e parlando a bassa voce, avevano discusso di alcune domande da rivolgere al ragazzo annoiato. Tommy Timoteo era impaziente di andarsene, e rivolgeva lo sguardo alla porta. Dopo qualche minuto, i due agenti rientrarono nella stanza e l’ interrogatorio riprese, ma l’ argomento richiesto cambiò completamente.

« Dimmi un po’, è vero che non eravate soli, là sotto al ponte? Intendo dire, oltre ai tuoi amici e ai due ragazzini c’ era anche …un ragazzo ferito? »

Gli occhi di Tommy Timoteo si illuminarono. L’ altro agente chiese « Avete visto il killer sotto al ponte? L’ avete colto sul fatto? »

« Ah …è di questo che parliamo. Sì, abbiamo visto quella scena. Abbiamo cercato di aiutarlo, sa. Ci verrà riconosciuto questo? Non siamo cattivi, sa. »

« Sicuro. Non siete affatto dei balordi. Avete pestato un ragazzino. Ora è ricoverato in ospedale. Come ti senti a riguardo? Soddisfatto? »

« Come ti senti a riguardo? » ridacchiò Tommy « Non sono mica da uno strizzacervelli qui »

« E’ vero, ma se un giorno finirai al riformatorio, in una di quelle comunità per squinternati e poveracci, prima o poi qualcuno ti strizzerà qualcos’ altro. »

« Ehi, ehi. Piano con le parole. Non ci metto niente a denunciarvi. State abusando di un minorenne. »

« Lasciamo perdere il riformatorio e parliamo di quello che avete visto sotto al ponte, vuoi? »

« Quel tizio disegnava il ragazzo che moriva. Renato ha cercato di tirarlo via da lì, ma quello tirava dalla sua parte, e non lasciava la presa. »

« Sapresti descrivermi il killer? »

« Si era messo all’ ombra. Era pomeriggio tardi, non si vedeva molto. Si vedeva la sagoma di una matita però, e una specie di quaderno, o forse erano solo fogli tenuti assieme … »

« E il ragazzo ferito che aspetto aveva? C’ erano segni di tagli per caso? »

« Il ragazzo è morto. E quello stava lì a disegnarlo. Che scena, avrei voluto fargli una foto. Non è una cosa che si vede tutti i giorni, sapete. »

« Descrivici la vittima, dai. »

« La faccia sembrava uno di quegli schemi, di quando si gioca a tris, aveva tagli dappertutto. Un buco qui » si indicò un punto sotto il pomo d’ Adamo « Proprio al centro della gola. Colava tutto il sangue. »

« Quindi il killer c’ era veramente. Puoi confermarlo … »

« Cosa sta succedendo? Pensate che saremmo capaci di conciare a quel modo un povero ragazzo?»

« Ti devo ricordare che il ragazzino che perseguitate si trova all’ ospedale, per caso? »

« Sì, ma quello è andato giù con facilità, voglio dire, era solo un pestaggio. Niente di che. Non ci siamo neanche impegnati tanto. Quella scena era tutt’ altra cosa, mi spiego? Noi non siamo così crudeli. »

« E come vi definite, sentiamo? Non capite che quei ragazzini sono confusi? Se vi foste trovati nei loro panni? »

« Giammai! Non è una cosa normale, è inaccettabile! »

« Però loro non fanno del male a nessuno, su questo sei d’ accordo con noi, vero? Che motivo ci sarebbe di perseguitarli? »

Tommy Timoteo volse lo sguardo lontano dagli occhi dell’ agente, sbuffando.

« Confermi la presenza del killer? »

« Sì, confermo. Soddisfatti? »

« Confermi anche la vostra fuga gambe in spalla? Vigliacchi. Non ci pensate due volte a malmenare un ragazzino, però di fronte a un’ aggressione ve la battete di corsa. Perché non avete dato l’ allarme? Perché non avete bloccato l’ aggressore? »

« Ci tengo alla mia vita, sa. Se non fossimo fuggiti, adesso stareste indagando su una strage. Sono convinto che ci avrebbe ammazzati tutti quanti. E poi nessuno ci avrebbe dato ascolto. C’ era una riunione di quegli strampalati felici e contenti, sa, quelli che vanno dietro a quello strambo tizio, il signor Cercovici. Quelli non danno retta a nessuno.»

4

Perseo Fondo aveva atteso il ritorno degli agenti, che si erano riuniti per confrontare le ammissioni dei ragazzacci con la sua. Si guardava intorno con nervosismo, cercando, senza rendersene veramente conto, di nascondersi, di farsi più piccolo di quel che già era. Avevano avvisato suo padre, che stava accorrendo a recuperarlo alla centrale di polizia. Temeva che avrebbe dovuto spiegare il motivo, il reale motivo, per il quale quei ragazzi più grandi lo perseguitavano. Si chiedeva se ne sarebbe stato capace, di ammetterlo. Quella cosa che fino a poco tempo prima non riusciva ad ammettere nemmeno a sé stesso. Non l’ aveva detto nemmeno a sua madre.

Non avrebbero capito. Quei tempi non ammettevano situazioni del genere. E forse non sarebbero mai stati accettati pienamente.

Le sue riflessioni vennero interrotte dal ritorno degli agenti.

« Allora, adesso devi avere tanta pazienza, ragazzino, e raccontarci di nuovo tutto dal principio. »

Perseo emise un lungo sospiro, e con il labbro tremante riprese a raccontare …

Perseo e il suo amico intimo si stavano dirigendo all’ uscita di Piazza Giostre, e si accingevano ad attraversare le strisce pedonali per dirigersi verso la zona del Molo. Per ovvi motivi non provavano neanche a farsi vedere mano nella mano, non si poteva fare se non si era assolutamente sicuri di trovarsi in un luogo isolato. Non si erano resi conto di essere osservati dagli occhi dei ragazzi che avevano sconfitto al tiro a segno.

Si diressero giù per la discesa di ghiaia e invece di svoltare a sinistra in direzione del Molo continuarono ad andare avanti, introducendosi nel Viale Riva Amorosa, un nome che ufficialmente non esisteva, per quella stradina di ghiaia che passava proprio accanto al corso d’ acqua e si estendeva per intero al di sotto del Viale Vistafiume.

« Ecco. Fondo ha messo il braccio attorno alla sua spalla. Quel fottuto finocchio del cazzo sporcherà il posto dove i ragazzi veri portano le loro ragazze. » sibilò con disgusto Bruno Pellocarmine.

« Che cosa facciamo adesso? Li seguiamo? » chiese Aurelio.

« Prima osserviamo un po’ la situazione. C’è tanta gente seduta sui gradini, e a fare picnic sull’ erba. » replicò Fosco Chiavelli, che era il secondo nella gerarchia di quel gruppo.

« Tutto bene? » chiese Perseo al suo amico, vedendolo pensieroso e con una nota di tristezza in volto. L’ altro gli rispose « A scuola stanno cominciando a capire …mi sono ritrovato un biglietto orribile nello zaino. »

« Fammi vedere, ti va? Ce l’ hai con te? »

« Sì …volevo appunto mostrartelo …guarda che roba … »

Perseo lesse SE SCOPRIAMO CHI E’ IL KILLER, CHIAMO MIO CUGINO E LUI LO MANDERA’ DA TE e anche VIEN DI NOTTE E TI TAGLIA PROPRIO LI’, VIEN DI NOTTE E TI EVIRA, STRAMBOIDE.

« Sono solo parole, provocazioni, non vanno prese sul serio » commentò Perseo.

« E invece io mi sono rotto le scatole. Volevo parlarti di questo …secondo te è arrivato il momento di andare a far denuncia? »

« Ma poi scoprirebbero …e poi ci andrei di mezzo io …secondo me è meglio se eviti. Peggioreresti soltanto la situazione. »

« Ma i miei genitori già lo sanno …sanno che sono …hai capito … »

« I miei no! E non intendo dirglielo ancora per qualche anno. Per favore, non coinvolgermi. »

Si fermarono a guardarsi negli occhi « Come preferisci …ma non resisterò ancora per molto. Ma non farei mai il tuo nome. »

E poi il loro sguardo cominciò a esprimere interesse reciproco, attrazione, e il resto del mondo si annebbiava, almeno a livello psicologico, e i loro volti si avvicinarono …

« Ehi, froci del cazzo, siamo tornati a conciarvi per le feste! » tuonò la voce di Alano Brosu, campione della squadra di atletica locale. I due ragazzini si voltarono, sorpresi sul fatto.

Erano arrivati tutti assieme, l’ imperscrutabile Bruno, il palestrato Renato, Tommy Timoteo che aveva la stessa stazza di Frankenstein, il gigante e spilungone Alano, il bullo chic Aurelio e la mina vagante Fosco. Tommy si lanciò ad afferrare l’ amico intimo di Perseo, e Aurelio invece decise di tener fermo Perseo.

« Vi stavate per baciare? Non siete proprio normali, voi due. Siete una vergogna, fate schifo a tutti quanti. » pronunciò Bruno.

« Adesso vi daremo una bella lezione, una di quelle che non dimenticherete! Comincia il pestaggio! » annunciò Fosco.

« NO! » esclamò Perseo, prima che Aurelio gli coprisse la bocca con una mano.

« Guardalo bene, il tuo fidanzatino. Fra pochi minuti verrai conciato allo stesso modo. » sibilò Aurelio.

« Lasciatemi andare! Vi denuncerò tutti quanti! » esclamò l’ amico di Perseo.

« Provaci, e ti perseguiteremo ancora di più! Non puoi fermarci! » esclamò di rimando Tommy Timoteo.

E poi si avventarono su di lui, picchiando e calciando, fino a quando non si accasciò a terra. Bruno non partecipò, ma rimase a osservare col sorriso.

Perseo non poteva fare a meno di piangere e singhiozzare « Lasciatelo stare! Non facciamo niente di male!

Bruno stava per rispondere, quando ad un tratto, sotto la visiera del suo cappello, cambiò espressione e perse un po’ di colorito.

Il suo sguardo si era spostato sotto al ponte, a una quindicina di metri di distanza. Qualcuno aveva urlato. Nel trambusto di pugni e calci, quasi nessuno degli altri aveva sentito. Ma Fosco si fermò all’ improvviso. L’ amico di Perseo si accasciò al terreno, e anche gli altri smisero di picchiarlo.

Perseo guardava a bocca aperta l’ amico che perdeva i sensi. Aurelio lo lasciò andare, e lui gli corse appresso urlando il suo nome.

« Non è da solo » osservò Fosco a voce bassa.

« Andiamo a vedere » decise Bruno per tutti.

Renato, il più imbecille fra loro, si avviò per primo, mentre gli altri lo seguivano lasciando un metro di distanza.

« Sono seduti? Che cazzo sta succedendo, quello a destra sembra ferito …» disse Aurelio.

« Mi sembra che uno stia scrivendo qualcosa, e sta fissando quell’ altro …» osservò Bruno.

Quando si avvicinarono abbastanza da vedere con chiarezza, sebbene il tizio a sinistra fosse oscurato dall’ ombra, videro i tagli sulla faccia del tizio a destra. Non era seduto, era accasciato a terra con la schiena alla parete, e la testa era piegata in modo strano. A quel punto solo Renato avanzò ancora.

L’ imbecille toccò la spalla del ragazzo ferito, e si rese conto che respirava ancora. Cercò di smuoverlo e lo tirò verso di sè per un braccio. L’ altro tizio lasciò a terra i fogli e tirò dall’ altra parte, soffiando come un gatto imbizzarrito. Renato arretrò. Il tizio disegnatore, perchè quello era ciò che faceva, ricominciò a usare la matita, come se nulla di tutto quello fosse successo.

Alano afferrò l’ imbecille per la spalla, facendolo sobbalzare « Andiamo via, e vedi di muoverti » sussurrò.

Cominciarono a battersela. Tommy Timoteo si fermò per un istante a guardare Perseo che cercava di soccorrere il suo amico.

« Finocchio, è meglio che te ne vai, e alla svelta. Il killer sta uccidendo una persona sotto al ponte. Porta via anche il tuo amico … »

Perseo alzò lo sguardo, fissandolo a bocca aperta, allarmato e confuso da quella frase.

Tommy si abbassò « Ti aiuto a sollevarlo. »

« Come hai detto? » mormorò Perseo, ma poi collaborò con lui per sollevare il suo amico, e cominciarono a camminare velocemente.

Ma arrivati ai piedi della salita di ghiaia, Tommy lo appoggiò delicatamente al suolo.         « Dai l’ allarme. Qualcuno ti darà una mano. Ma se parli di noi sei fottuto. Ricordatelo. »

« Sono corso fra la gente a chiedere aiuto. Qualcuno dai gradini del molo si è voltato, ma nessuno di quelli che facevano picnic sull’ erba mi diede ascolto. Mi sono sentito un fantasma. Sembrava proprio che non mi sentissero. Loro erano lì che se la ridevano beati, mentre io sembravo un disperato. E’ stata un’ esperienza sconcertante. Alla fine ho convinto qualcuno ai gradini ad aiutarmi con il mio amico. »

Qualche istante dopo, un altro agente bussò alla porta, e annunciò « E’ arrivato il padre del ragazzino. Possiamo farlo entrare? »

« Ancora qualche istante, Maurizio » poi chiese a Perseo « Quindi tu non hai effettivamente visto il killer … »

« Ho portato un tizio in fondo al Viale …ci siamo avvicinati alla zona del ponte …c’ era solo la vittima. Ma ho colto sincerità nelle parole di Timoteo. E poi quei balordi se la sono data a gambe più in fretta che mai. Sono sicuro che lo hanno visto per davvero. »

Poco dopo, il padre di Perseo Fondo venne fatto accomodare. Gli venne spiegato dai due agenti che suo figlio e il suo migliore amico ( anche se Perseo non condivideva questa affermazione ) subivano una vera e propria persecuzione da parte di alcuni ragazzi più grandi. Il padre chiese il motivo. Gli agenti guardarono Perseo, chiedendosi se lo avrebbe ammesso.

Lui annuì « Papà, credo che sia arrivato il momento che tu lo sappia. »

« Cosa dovrei sapere, scusa? Hai fatto qualche torto a quei ragazzi? Che cosa sta succedendo? »
« Non accettano quello che provo. »

« Cosa vorresti dire con questo? »

« Mi piacciono i maschi. Quello che hanno pestato non è il mio migliore amico. E’ il mio ragazzo, capisci? »

« Ma cosa stai dicendo? » chiese il padre, sconcertato.

« Non ho scelto io. E’ successo. »

« Io penso solo che tu hai tanta confusione in testa. »

« Non sono confuso. Sono nato così. Devi accettarlo. »

« Non dire stupidaggini, figliolo. Tu non sai chi sei e che cosa vuoi. Sei troppo giovane. »

Gli carezzò i capelli con la mano, togliendogli il cappuccio « Domani andiamo dal barbiere e ti faccio tagliare questi capelli. Sono troppo lunghi. » Perseo sospirò.

 

 





I temi dei miei progetti di scrittura

2 03 2019

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In questo articolo vi parlerò delle tematiche chiave dei miei attuali progetti di scrittura, nella speranza, un giorno, di riuscire a farsi pubblicare qualcosa.

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P. S. Nei link la punteggiatura dei racconti è in fase di aggiustamento, ed eventuali errori nella disposizione del testo derivano dall’ imperfetta trasposizione del testo dalle pagine di Word. Per adesso concentratevi sulla lettura, la fase degli aggiustamenti tecnici verrà a suo tempo.

Ho dedicato ( una tradizione ormai ) il Natale ad arricchire la mia collezione di libri di Stephen King e a leggere la biografia dell’ autore, nel quale in certi aspetti mi sono ritrovato, mentre sotto altri aspetti abbiamo vissuto in atmosfere completamente diverse.

Mi sono reso conto che sono arrivato al punto in cui era arrivato lui, giusto prima di debuttare, “quando il tempo scarseggiava, la scrittura era faticosa, l’ energia era poca, e il futuro inquietante. ” Chissà, forse non è un caso.

Scrivo perché mi fa bene, perché sento che mi appartiene, mentre cerco di tenere a bada le mie paure dormienti. Le mie paure più grandi sono la morte, il caso, e l’ eventualità dell’ assenza di qualcosa dopo la morte. Pur avendo fatto abbastanza ricerche affini agli argomenti trattati in questo blog, che archiviano il caso come un’ eventualità impossibile e inesistente, è ancora insita in me la grande paura che in un qualsiasi giorno tutto possa cambiare. Credo che la morte a 59 anni di mio nonno mio omonimo quando avevo 3 mesi in un incidente d’ auto mi pesi in un angolino della mente più di quanto vorrei ammettere. Una volta credevo che in tutti ci fosse qualcosa di buono, ora credo invece che in tutti ci sia uno spiritello maligno che ogni tanto decide di combinare qualcosa. Non so se il mio destino comprende anche diventare un buon scrittore. Però so che la scrittura e la lettura sono presenti da sempre nella mia vita. Stephen King è stato segnato dal ritrovamento dei racconti e delle riviste di suo padre, scrittore di racconti mai pubblicati, all’ età di 10 anni, più o meno alla stessa età di quando io scoprii una collezione di Dylan Dog appartenente a mio zio nella casa di mia nonna paterna, una collezione che mi attirava e mi respingeva allo stesso tempo.

Del resto la cruda violenza la potevo leggere anche nella saga degli Animorphs che ha nutrito la mia infanzia con 64 libri di una saga per me indimenticabile con i personaggi più realistici e vivi che abbia mai trovato. Per non parlare della mia passione per i Goosebumps o Piccoli Brividi che amavo collezionare da bambino.

Stephen King ha visto l’ amichetto di 4 anni venire investito da un treno, e io sono passato affianco a un mio compagno di classe per 8 anni che conoscevo appena poche ore prima che morisse in un incidente d’ auto.

Volevo vedere qualcosa di mio nella storia di vita di Mckenna e voglio vedere qualcosa di mio nella storia di vita di Stephen King, anche solo il piccolissimo fatto in qualche modo significativo per me che lui è nato nel giorno in cui festeggio l’ onomastico, che io vivo come un – mezzo compleanno – perché sta a sei mesi dal mio compleanno.

Spero di non produrre storie che diano vita a film dell’ orrore che non riuscirei a guardare. Mi piacciono i libri dell’ orrore ma NON i film. Ironico detto da uno che ha invitato l’ amichetto a guardare un film fantascienza –  horror – splatter, niente di meno che Starship Troopers, in età elementare per poi farlo vomitare! Non so con quale stomaco guardavo certi film all’ età di 10 anni.

Ho sempre avuto una certa attitudine a cercare di entrare ed esplorare la mentalità altrui, in particolare quella degli antagonisti della vita. Per esempio nel breve e incompleto progetto del 2014 de “ Ieri il bullo ero io “ capovolgo la situazione, e inserisco la ” vittima di bullismo ” nel corpo del suo persecutore, e dimostro che la vittima in realtà è un personaggio senza scrupoli che si approfitta della situazione, ha un cuore oscuro, e si accanisce persino con sé stesso, inconsapevole che il suo corpo ospita ora la mente del suo bullo, che è vittima delle sue sfortunate e tragiche circostanze di vita, e non riesce ad adattarsi alla sua nuova collocazione nella piramide sociale. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-11-pagine-di-ieri-il-bullo-ero-io-2014/

Anche la tematica della vendetta è presente in alcuni miei racconti, per esempio in ” Gli angeli sterminatori “ anche se ho una certa tendenza a inserire violenza gratuita, un particolare che probabilmente dovrò modificare per non rendere il tutto troppo gore. Questo racconto in particolare è praticamente uno splatter. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-gli-angeli-sterminatori-incompleto-2017/

La differenza fra me e Stephen King è che io tendo a vedere la donna e la ragazza come antagonista piuttosto che santerellina, un po’ come viene mostrato in Carrie, un po’ per le mie esperienze personali, un po’ come ispirazione da altre storie, per esempio da Rachel e Taylor di Animorphs. Nel mio romanzo in modalità lavori in corso ” Discordia “, una donna è la antagonista principale, come anche in ” Esme, rossa e diabolica “. E a differenza di Stephen King, io sono un antifemminista, e del politically correct non me ne frega niente. Tendo spesso a mettermi in correlazione con Stephen King, e posso dirvi che a differenza delle sue storie che attingono quasi sempre dal paranormale e situazioni un po’ troppo cinematografiche, io cercherò il più possibile di restare sul realistico e sul fattibile, anche se nel mio romanzo in formazione “Psychosis”  faccio una eccezione alla regola.

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I miei personaggi vivono situazioni traumatiche e le conseguenze, come in ” La missione di Dennis ”  dove il protagonista si porta dietro una immagine traumatica che all’ improvviso si materializza, e questa storia prende vaga ispirazione dalle vicende di Captain Spirit di Life is Strange 2. Questo potenziale romanzo, del quale finora è stata realizzata solo la trama, potrebbe essere il corrispettivo di Shining di King, a causa delle atmosfere invernali e della tematica del padre alcolizzato. A dire il vero anche qui ci sarebbe del paranormale, ma potrebbe anche trattarsi di un semplice scherzo del cervello o un temporaneo fenomeno di dissociazione dalla realtà, a fin di bene …

Sarà molto sentita anche la tematica della tentazione, poiché molti miei personaggi vedono emergere il proprio lato oscuro, o vengono manipolati dagli antagonisti allo scopo di cadere in atti di violenza e distruzione, come è il caso di    ” Alleviamo un killer “ , dove un ragazzino viene manipolato a compiere riti di iniziazione che diventano sempre più violenti, da un gruppo di ventenni senza limiti.

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  ” Esme, rossa e diabolica “ sarà il corrispettivo di Christine di Stephen King, ma invece di essere ammaliato e posseduto dall’ automobile, il protagonista verrà manipolato e persuaso dalla sua fidanzata.

P. S. se vi devo dire la verità, a volte sospetto che la mia tendenza a vedere nella femmina una antagonista potrebbe derivare da un mio periodo di depressione infantile, e pensieri negativi, cominciati più o meno in concomitanza con il duplice omicidio perpetrato da Erika nel 2001. Avevo undici anni ed era una storia importante all’ epoca. Ho persino inserito una scena che richiama quell’ evento, dopo aver letto esattamente come è avvenuto il fatto ( per mia sfortuna ) in ” La Morte nasce a tredici anni ”   dove l’ antagonista principale lamenta dolore dal morso del bambino che ha pugnalato a morte. Sappiate che quando leggerete quella scena, l’ immagine che voglio evocare è quella del bambino ucciso da Erika e dal suo compagno.

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” Psychosis ” è invece il corrispettivo di IT di Stephen King, ma senza il clown, rimpiazzato da un serial killer, e con l’ aggiunta di uno ” scienziato pazzo “, un romanzo del quale ho già scritto 12 capitoli, e che sarà ambientato nella mia città, romanzata per l’ occasione. In questo romanzo c’è la tematica della trasformazione dal bene al male, del bullismo, delle indagini su assassinii, un aggancio alla tematica LGBT, esperienze di povertà e famiglie disastrate, la forza dell’ amicizia, una antagonista isterica femminile, e ci saranno molti allacci alla saga degli Animorphs, protagonista della mia infanzia. https://psychosisromanzoonline.wordpress.com/

Copy of Cutting Edge Magazine Cover - Made with PosterMyWall (3)

Ho già in mente la trama di un corrispettivo alla rovescia di ” Misery ” di Stephen King. Il titolo è ” Ghostwriter “  e l’ antagonista è uno scrittore che si accanisce sul suo fan numero 1 per costringerlo a scrivere un manoscritto al posto suo, minacciandolo di ordinare ai suoi ” amici immaginari “, i suoi mostri dell’ orrore che si rivelano reali, di assalirlo, qualora decidesse di rifiutarsi o tentare di fuggire.   

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Un vago allaccio a ” La metà oscura ” di Stephen King si trova nel mio racconto breve completato, fra i miei preferiti ” Dark Sosia: due gemelli lontani e un doppelganger sociopatico ”  , un intreccio fra gemelli, con un solo innocente fra un quattro. Con un finale scioccante e memorabile. Che cosa faresti se, una volta giunto nella tua nuova città, dopo un trasferimento, scoprissi che lì vive un tuo sosia sociopatico che crede che tu sia il suo ” gemello violento ” scappato di casa tempo fa? E che cosa penseresti se tu fossi a conoscenza del tuo gemello rapito alla nascita? https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-dark-sosia-due-gemelli-lontani-e-un-doppleganger-sociopatico/

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” Discordia ” è un romanzo che sto scrivendo, che è il corrispettivo di Cose Preziose di Stephen King, poiché anche a me piace dirigere storie con decine di personaggi e coinvolgere intere piccole città nelle mie storie. La differenza principale sta nel fatto che l’ antagonista è una donna che viene percepita da ognuno in maniera differente.

Copy of Dark Brushed Metal Background - Made with PosterMyWall (10)

Adesso sto leggendo ” Rose Madder ” che mi ha preso e procede molto bene, e chissà che non ne venga fuori ispirazione per una futura storia.

Una nuova trama che ho realizzato di recente è quella di ” Demoni ” , la storia di un uomo che vive una vita ai margini della vita di comunità, e che racconta ad un ragazzo adolescente che viene coinvolto nella sua vita, di avere la tendenza a uccidere le persone. La sua filosofia di vita è collegata ad un evento traumatico avvenuto nella sua infanzia, che lo ha convinto che ormai tutto è perduto e dentro di lui si annida il male. Sarà la furbizia e la perspicacia del ragazzo a fargli comprendere che ci deve essere una sconvolgente verità nascosta dietro a tutte le sue storie. Che cosa scoprirà? Potrebbe esserci una ” connessione alla rovescia ” con il Miglio Verde di King, anche se ne ho letto solo la trama.

Da giovane le mie storie preferite dei Piccoli Brividi erano quelle dei gemelli malvagi, dei sosia, ma anche quelle ” classiche ” dei campeggi maledetti, per questo ho realizzato un racconto in fase di svolgimento chiamato ” La setta in tenda ” , un campeggio estivo che si rivela invece essere il quartier generale di una setta oscura. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-la-setta-in-tenda-il-campeggio-dei-sadici-incompleto-2017/

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Una vaga connessione a Blaze di King c’è nel mio racconto breve completato ”  Dylan & Alan: un ragazzino e un delinquente in fuga “ , una storia abbastanza soft per i miei standard. Adesso che ci penso, ci potrebbero essere anche vaghi richiami a ” Finders Keepers ” di King, sebbene non lo avevo ancora letto quando ho realizzato Dylan & Alan. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-dylan-alan-un-delinquente-e-un-ragazzino-in-fuga/ 

Siccome il primo libro di Stephen King che ho letto è stato ” The Dome “, avevo realizzato nel 2015 un romanzo in formazione chiamato ” Interferenze ” con una vaga connessione alla Cupola, ma ho deciso di non continuarlo, e trasferire i suoi personaggi in altri racconti e romanzi, poiché hanno sicuramente del potenziale.

Leggendo la trama di ” Desperation ” di King, che non ho ancora letto, trovo correlazioni vaghe con la mia ex saga a episodi – ora romanzo in formazione            ” Entity ”  , nel quale ragazzi da tutto il mondo si ritrovano in una misteriosa città, manipolati da due voci, divisi in fazioni e messi l’ uno contro l’ altro. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-entity-scelti-dalle-voci-2017/

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” Il buio dietro agli occhi ” è una storia ispirata al racconto ” A volte ritornano ” di Stephen King, con un allaccio ( sorprendentemente, per il terrore che mi ha provocato quel film ) a Funny Games. Narra la storia di un gruppo di studenti che prende in ostaggio la famiglia di un professore che sta indagando su una serie di omicidi. Uno di loro, recentemente coinvolto nella vita di questa famiglia, dovrà decidere da che parte stare. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-il-buio-dietro-gli-occhi-incompleto-2018/

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Un vago corrispettivo a ” I bambini del grano ” di King potrebbe trovarsi nel mio romanzo in formazione ” L’ ipnotista “, dove affronto il tema del ” bambino malvagio “, con qualche vago allaccio a ” The Killing of a sacred deer “. Il tema del bambino malvagio la ritroverete se realizzerò la narrazione della mia trama           ” Padre, figlio e oscurità “  , che narra di un bambino posseduto dal male in una specie di Frailty alla rovescia. E anche in ” Allevati a uccidere “ , dove un padre vedovo ha allevato i due figli maschio e femmina alla violenza.

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Ho anche realizzato un racconto breve che è la versione oscura di ” Stand By Me ” il film del 1986 allacciato a ” Il corpo ” di Stephen King. Nel mio ” La Morte nasce a tredici anni ” , con notevoli allacci ad un poco noto film canadese “The Boys Club “, un gruppo di ragazzini deve affrontare un giovane novello assassino che ha nascosto il corpo di un bambino da lui assassinato. https://raccontidefcon.wordpress.com/leggi-la-morte-nasce-a-tredici-anni/

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Per allacciarmi ad ” Apt Pupil ” di Stephen King, avevo pensato ( e iniziato a scrivere ) ad un racconto ” La vittima e il burattinaio “, nel quale un giovane uomo spinto da una voce misteriosa e da sogni indicatori, a trovare una singola vittima da assassinare si imbatte in un vero serial killer adolescente e si ritrova costretto a fermare la sua catena di violenza, ma non mi piace la direzione che ha preso, e per adesso è in sospeso.

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Di recente ho anche creato una serie di personaggi per una grande trama intrecciata ” Minds ” , ma probabilmente li riutilizzerò in futuri progetti. Alcuni di loro sono ispirati ai personaggi delle stagioni di Skins. Invece “Indovina chi uccide” si allaccia vagamente e alla rovescia con la serie di 13 Reasons Why, e si tratterò quindi di un thriller scolastico.

 

 





Persino tu, che ti senti così, sei sicuramente pensato/a da qualcuno, là fuori

2 01 2019

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Sto affondando dentro i miei pensieri e nessuno se ne accorge. La mia voce sembra perdersi per strada

C’è troppo silenzio, nessuno sa chi sono, la sincerità non basta mai. Rivoglio indietro quel che ho perso

altrimenti so già che passerò la vita a cercare le persone passate in quelle presenti. Il silenzio sta agitando tutto qui dentro.

Chi mi conosce non ha idea dell’ ansia che provo di fronte ai silenzi, l’ insicurezza mi manda in panne il cervello. Mi sveglio la notte e la mia mente desidera compagnia. Dentro di me c’è una creatura irrequieta che gira, gira come una trottola impazzita, e non può parlare, esclama, geme, mormora, è spaesato

e non può parlare, e io non posso fare altro che assistere a queste scene interiori e guardarmi attorno e c’è solo silenzio. Sono io la mia unica compagnia, e non riesco a calmare me stesso.

E tutto questo non si vede, non si nota da fuori, ma c’è, si divincola dentro di me e non può uscire, non chiede aiuto perché non sa chi potrebbe rispondere, perché ho detto le cose in ritardo, i tempi erano sbagliati, e forse quella creatura interiore prima non c’ era. Ma ora c’è e mi implora di uscire e andare a cercare. Sono succube di questa creatura che non si ferma mai

Se pensate che ci possa essere qualcuno che si sente così, aiutatelo/ la, perché nessuno dovrebbe vivere così.

Questi sentimenti non sono mai unici, chiunque può aver vissuto un periodo di questo genere

e io, pur messo in queste condizioni, non posso fare a meno di pensare che là fuori ci possa essere qualcuno che si sente proprio come me.

Io non mi arrenderò mai. Se stai leggendo e ti senti come me, dillo a qualcuno.

Le persone vere sono sempre più rare, ma qualcuno saprà ascoltarti, e ti resterà accanto.

E presto ti sentirai meglio. Quando ho scritto queste parole, prima le ho scritte pensando a me, poi le ho copiate, pensando a te, anche se non so chi sei.

C’è sempre qualcuno nei nostri pensieri privati, che non ha idea di essere nei pensieri di qualcun altro. Persino tu, che ti senti così, sei sicuramente pensato/a da qualcuno. Se sollevate lo sguardo dal cellulare, ve ne renderete conto prima o poi.

 





Analisi di un cortometraggio – Freunde 2001

1 01 2019

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Freunde è un cortometraggio molto coraggioso, intenso, nebuloso, alienante, dai toni psicologici, che deve aver attinto da una fonte reale, perché quanto si può visionare in questo film si può immaginare solo se lo si è realmente vissuto.

                                      SPOILER IMMAGINI IN FONDO ALL’ARTICOLO

Nella prima scena il ragazzo scuro scappa come ne dipendesse la salvezza della sua vita da una minaccia che gli sta alle calcagna. Ha i vestiti e il collo sporco di quello che sembra essere fango e terra. Tiene una torcia in mano e il suo corpo è sotto un notevole sforzo, a giudicare dalle smorfie della sua faccia.

Continua a correre, e poi sembra inciampare.

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Nella scena successiva vediamo ancora il biondo apparentemente in preda al dolore, a bocca spalancata e occhi premuti, chiusi, mentre il ragazzo scuro preme tutto il suo corpo addosso a lui trattenendolo per il collo. Il ragazzo scuro è un dominante, e quello è un rituale di lotta, come due cuccioli di bestie selvatiche che si allenano a diventare maschi alfa.

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A scuola, il ragazzo scuro ad un certo punto, nel bel mezzo della lezione, getta addosso all’ amico la parola – cocksucker – ripetutamente, anche sussurrandoglielo all’ orecchio, con uno sguardo che sembra esprimere disprezzo, sfida, rancore, ma che in realtà significa che vuole persuadere il biondo a fare ciò che il termine significa. Il ragazzo biondo sembra essere a disagio da quel comportamento.

Il ragazzo scuro successivamente gli afferra le braccia e gliele stringe dietro la schiena come se volesse ammanettarlo. Il video mostra la stretta premuta su uno dei polsi. In primo piano. Poi lo costringe a bere un liquido che stanno usando in classe nell’ aula di chimica.

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Dopo vediamo un altro rituale di lotta, e si può notare che per una volta il biondo riesce a prevalere sullo scuro, che reagisce con una smorfia di rabbia, messo di fronte al sorriso spudorato dell’ altro.

Poi, terminato il rituale, finisce tutto in spintoni e risate. Ma lo scuro deve sempre avere la meglio, e l’ ultima parola, e quindi lo atterra di nuovo al terreno, i volti sempre a distanza molto ravvicinata, lo scuro preme le mani contro le orecchie del biondo, che tenta di fargli voltare la faccia e coprirgli la bocca. Lo scuro si arrende, e lascia il biondo con la faccia coperta di terra.

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Dopo, lo scuro si arrampica su un reticolato e chiede una sigaretta all’ amico, che gliela dà. Lo scuro è di poche parole, si esprime con frasi brevissime, e molto vaghe. Il suo sguardo è concentrato sul biondo, che ha sempre qualcosa per cui sorridere.

Ad un certo punto, il biondo lascia lo scuro appeso alla rete per parlare brevemente con altre persone, fra cui c’è una ragazza.

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Successivamente, i due amici guardano dei filmati alla televisione, una storia d’ amore, un vecchio film, apparentemente. C’è una scena di sesso. Il filmato viene reso in modo da far capire che lo scuro, mentre fuma, sta guardando il maschio del film. Il biondo gli chiede di spegnere la tv. Lo scuro gli chiede se è perché c’è una donna nel video. Il biondo ad un certo punto, visto che la sua richiesta non è soddisfatta, vuole andarsene. Lo scuro non lo perde mai di vista, e lo guarda perplesso.

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In un’ altra scena, i due ragazzi sono in una vasca assieme. Il biondo ha un gran sorriso sul volto. Viene accarezzato ad una guancia, e poi chiude gli occhi. Non si capisce bene perché ha segni di sporcizia in volto. Sarà che si sta pulendo dalla terra?

Nella radura abbandonata dove si svolgono i loro rituali, il biondo tenta di far parlare il suo amico sui suoi genitori, ma lo scuro è sempre evasivo, e si allontana. Lo scuro sembra reagire con divertimento, quasi provocando il biondo, rispondendo in  quel modo, con termini che non hanno apparentemente significato. Sorridono.

Il biondo tentenna e si volta guardando altrove, grattandosi il collo o manipolando il colletto della maglia, e lo scuro osserva con intento il collo dell’ amico. C’è una serie di scambi di sguardi reciproci. Lo scuro decide che devono fare una specie di gara. Devono allontanarsi, andare uno a sinistra e a destra, e contare le gocce di pioggia che cadono. Il biondo scoppia a ridere perché quella conta non ha senso. Però lo fanno lo stesso.

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C’è una altra scena nella vasca assieme. Giocano, ridono, e lo scuro si avvicina con il corpo al biondo. Sono a casa di quest’ ultimo, e la madre vuole sapere perché ha chiuso a chiave la porta del bagno. Il biondo risponde che non lo ha fatto di proposito. I ragazzi se ne fregano e continuano a giocare con l’ acqua, con gli sguardi sempre fissati l’ uno verso l’ altro.

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Il biondo è seduto sul letto a leggere da un quaderno, mentre lo scuro si dondola su una sedia, rivolto verso il muro, masturbandosi. Il biondo gli chiede di smetterla o almeno di chiudere la porta. Lo scuro gli risponde che il pericolo lo eccita. Il biondo gli rammenta che sua madre è davvero pericolosa. Infine lo scuro gli si siede addosso e gli chiede di fare una cosa.

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Dopo sono al buio, il biondo tiene una torcia sollevata, cercando di vedere davanti a sé. Lo scuro si accende una sigaretta. Dopo, si mettono ad osservare uno scarabeo nero fra le loro mani, incuriositi. Gli danno un nome, Pauline.

Uno dei loro rituali di lotta si svolge al buio, con la sola luce della torcia agitata dal biondo. Poi, in una luce del giorno che se ne va, lo scuro rincorre il biondo, fino ad afferrarlo e buttarlo a terra.

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Nella scena successiva si stanno abbracciando, e il biondo è concentrato sul collo dello scuro, che si toglie la maglia. Non ci sono baci, ma i due continuano a toccarsi come se si stessero avvicinando a quel punto. Dopo, il biondo decide che devono fare sesso. Dopo una certa scena, si mettono a ridere e si abbracciano.

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Nella scena dopo, il biondo è nella vasca con lo scuro, e sta osservando con sguardo spiritato, e la faccia sporca di qualcosa. Lo scuro è indifferente e quasi annoiato. Si rinchiude in sé stesso, chiudendo gli occhi.

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Lo scuro, nella radura, chiede al biondo se ha mai fatto l’ amore con una ragazza, e se vorrebbe farlo. Lo scuro ha invitato una ragazza. Lei è confusa, si aspettava di trovare solo lui, e invece c’è il biondo, seduto a osservare. Lo scuro manipola la ragazza, flirtando e avvicinandosi, baciandola e chiedendole se le mancava. Baciandole il collo. Si baciano, e lo scuro cerca di sfilarle la cintura. La ragazza si ribella, e cade a terra.

Lo scuro le urina addosso. Premendole le braccia con i piedi. Lo scuro osserva la reazione del biondo, che non ci sta e si allontana, seguendo la ragazza. Lasciando il suo amico da solo.

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Racconto breve – Il culto della virtualità

23 12 2018

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         Scritto da Matteo

Si consiglia la lettura ad un pubblico ADULTO, e possibilmente non suscettibile 😉 tutti i diritti sono RISERVATI, per una eventuale condivisione chiedere tramite commento a questo articolo 

  IMPORTANTE: ( Un avviso, nel caso un transgender stesse leggendo, questi sono pensieri che mi sono venuti in mente per allacciarmi alla tematica del mio racconto breve sulla realtà virtuale, e non sono affatto da considerarsi come fattibili e legittimi. Questo è un racconto immaginario, e così deve essere considerato da chi legge ) 

Le persone suscettibili potrebbero provare un’ esperienza di alienazione leggendo il mio testo … se vi ritenete molto suscettibili ignorate questo articolo anche se dubito che ci siano persone più suscettibili di quanto lo sono io! Non so se trasmetterò qualcosa attraverso il mio racconto, ma spero di farvi pensare e ragionare in un modo del tutto nuovo e radicale, perchè quello è sempre stato il mio obiettivo!

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Morire e ritrovarsi in una tuta haptica, ricoperto dalla testa ai piedi. Percepire tutte le sensazioni di perdere il contatto con il proprio corpo e con la realtà che si è sempre conosciuto, e poi essere accolti da un messaggio davanti ai propri occhi, funzionanti: ” Hai terminato una delle tue vite extra nella nostra simulazione virtuale di realtà Terra 2.0. Sei ancora vivo. Sei in grado di accedere di nuovo alle tue memorie originali biologiche, e sei in grado di ricordarti come toglierti la tuta haptica e le apparecchiature che ti hanno permesso di vivere una vera e propria vita virtuale. Guardati allo specchio fornito da Mirrorrevelation. Company e scopri la tua reale identità. Potresti essere sorpreso o scoprire di avere sempre avuto ragione. Scoprirai anche che una vita extra completa ha richiesto solamente 24 ore del tuo tempo virtuale, e quindi il tempo trascorre molto più velocemente su Terra 2.0 Ricordati che aver vissuto questa esperienza virtuale è da considerarsi un privilegio regalatoti dalla nostra azienda. Ci auguriamo che tu voglia ripetere attraverso un altro corpo – avatar. In caso tu sia stato abortito avrai diritto ad un rimborso e ad una vita extra supplementare privilegiata. In caso qualcuno abbia interrotto la tua esperienza virtuale prima del previsto avrai diritto ad un rimborso pari al valore della tua aspettativa di vita come misurata nella tua nazione virtuale di provenienza, e ad una vita extra supplementare privilegiata. Nel caso tu ti sia trovato nel corpo di gender sbagliato ti informiamo che la selezione del corpo avatar è una questione socio economica, e ti preghiamo di informarti per sapere se sei in debito con la nostra azienda. Ora sei libero di vivere la tua vita biologica, ma sappi che ti aspettiamo per una nuova esperienza su Terra 2.0. Arrivederci! “
Era vero. Ero ancora vivo, e ricordavo tutti i particolari su come togliermi la tuta haptica, i guanti haptici, il visore, e tutto il resto dell’ apparecchiatura, compreso il tapis – roulant sul quale mi ” muovevo “, ” camminando ” e tutte le apparecchiature di manipolazione della materia che mi fornivano tutti i vari gadget ogni volta che ne avevo l’ occorrenza. Ed era vero. Pur avendo vissuto una vita pressoché completa, mi trovavo ancora nel corpo dell’ appena ventenne con il quale ho iniziato questa esperienza virtuale. Ma conservavo ancora tutte le memorie della mia vita extra vissuta, anche se sembra tutto un sogno un po’ più impresso del solito. Sono vissuto in Italia, fra il 1990 e il 2095 del calendario di Terra 2.0, ma in realtà sono Dennis, sono nato nel futuro, e ogni vita virtuale vissuta dai miliardi di abitanti del mio pianeta ha richiesto il sacrificio di circa 19 – 24 ore reali. Vivo in una località tropicale, nella versione reale dell’ Australia. E a differenza della mia vita extra, ho un gemello maggiore.
Prima di tutto vorrei parlare della mia esperienza mentale. Perché mi sono guardato allo specchio nella mia stanza fornitomi da Mirrorrevelation. Company, che ha immediatamente scattato una foto e mi ha chiesto il permesso di pubblicarla sul suo sito ufficiale, visitato da coloro che come me si sono guardati allo specchio e ci hanno trovato un’ altra persona. Quindi pressoché il 90% della popolazione umana. Con una certa indifferenza e frustrazione ho dato il permesso.
Una volta raggiunti i 16 – 17 anni nella mia vita extra, posso dire che probabilmente ho avuto esperienza di una sorta di ” body dysphoria “, un termine emerso su Terra 2.0 per una esperienza mentale che qui non esiste. Che ero maschio l’ ho sempre saputo, ma la mia immaginazione era molto attiva, e mi giungevano immagini e scenari, per così dire. Mi è stato spiegato che la nanotecnologia che oscurava la mia percezione sensoriale non funziona sempre in modo ottimale, e spesso permette di far emergere ricordi di una vita diversa da quella ” giocata ” e sensazioni anomale di alienazione. Io sono il contrario di un afantasiaco, sono un superfantasiaco, e facevo fatica a pensare a me stesso come me stesso, dovevo sforzarmi per includermi nei miei pensieri, e forse è stato il risultato della mia generazione di ” cresciuti nei video online “, ma quando io pensavo, pensavo per immagini sia fisse che in movimento, e pensavo attraverso quel che si potrebbe definire, un meme. In più, spesso mi veniva più spontaneo pensare in inglese che in italiano.
Dunque, a 16 e 17 anni erano emerse sensazioni intense in me, un desiderio intenso di essere diverso, mi venivano in mente scenari tropicali, estati assolate e immagini in alta risoluzione di un ragazzo biondo. All’ epoca avevo cominciato a interessarmi ai gemelli, per qualche motivo, forse influenzato dal fatto che all’ epoca guardavo una serie tv di Terra 2.0 con dei gemelli che vivevano in un albergo. Che assieme a me nelle prime settimane di embrione c’ era un gemello mai sviluppato appieno l’ ho scoperto solo nel 2013 anno di Terra 2.0, attraverso una pagina di diario di mia madre. Intendo dire la madre del personaggio che ho interpretato. Ma in un certo senso l’ ho sempre saputo, qualcosa mancava.
Descrivendomi col senno di adesso, all’ epoca, ma senza nessun tipo di esteriorizzazione della questione, mi sentivo come un giovane Michael Jackson, volevo davvero davvero cambiare. E non conoscevo Michael, sì sapevo chi era, ma non sapevo molto al di là del suo nome e della sua fama. Non saprei bene come descrivere quella sensazione disforica, ma guardando un certo tipo di archetipo fisico, mi sentivo ” a casa “, sentivo ” familiarità “. Quella familiarità non è mai andata via. Avevo persino ricordato il mio nome reale, perché il mio nome su Terra 2.0 era un nome Cristiano, un genere di nome che nella mia vita reale non esiste, perché la grandissima percentuale della Storia umana generata su Terra 2.0 è fittizia. Quindi avevo dato un nome a quelle immagini mentali, che facevo in modo di visualizzare nella maniera migliore possibile, e quando giravo da solo in bici, lo sovraimponevo sulla mia immagine, e mi sentivo diverso, sentivo che fare un esercizio mentale di sovraimpressione sul mio corpo mi dava coraggio e fiducia in me stesso.
Dennis in seguito è diventato il mio primo personaggio di un libro, e ovviamente era inclusa la questione dei gemelli che non sanno di essere gemelli, prima ancora di indagare nei diari di mia madre e scoprire che – io – ero, o almeno sarei potuto essere potenzialmente un gemello. Il libro era ambientato in Australia. Quando in seguito trovai in certi film e immagini online, immagini di persone bionde che si avvicinavano in modo sorprendente all’ archetipo che avevo in mente, mi sentivo quasi come se avessi immerso un dito nel futuro e avessi pescato qualcosa. QUASI come. Da allora ho sempre cercato di conoscere e familiarizzare con figure che mi ricordassero questo archetipo. Forse ancora non me ne rendo conto, ma probabilmente cercavo una ” idea percettiva di me stesso ” più che altro. Poi è successo. Due volte ho conosciuto due persone che si avvicinavano a quell’ archetipo, anche se a ben pensarci, solo vagamente, perché non c’ era alcuna somiglianza fra loro e le immagini archetipiche nella mia mente, ma era l’ idea della personalità che volevo cercare. Non posso andare nei dettagli, ma sono state esperienze molto vissute, da una parte la ricerca di un carattere trasgressivo che io non potevo esprimere da solo, dall’ altra parte la ricerca di una personalità dominante e persuasiva alla quale mi sono arreso completamente. Forse è vera la questione delle tracce psicologiche comportamentali che lascia la condivisione di giorni e settimane come embrione con un altro embrione, anche se nel mio caso si tratta di giusto pochissime settimane, ma chissà, forse la ” consapevolezza ancestrale ” e in seguito la ” consapevolezza concreta ” ha influito. Quello che cercavo io era il gemello maggiore. Ho la sensazione che io sarei stato il minore. Ho la sensazione che io NON sarei stato il gemello dominante. Ho persino vissuto due anni di esperienza virtuale alternativa all’ interno di quella che già era alternativa, quella nella quale per due anni mi sono diviso fra due famiglie e ho approfondito l’ amicizia con un vero e proprio secondo fratello, una personalità dominante e impositiva che io cercavo, senza saperlo. E mi sono lasciato inglobare completamente. Lui non corrispondeva all’ archetipo fisico di quelle immagini, ma aveva una personalità che in qualche modo io allacciavo a quella sensazione che avevo provato io. Coraggio, fiducia e trasgressione.
Quella sensazione, con gli anni si è affievolita e tutto è tornato alla normalità, a parte per quelle parentesi in cui mi lasciavo inglobare dalle personalità degli altri … A 27 anni virtuali scrissi un racconto breve, ho riproposto a me stesso queste sensazioni nel mio racconto breve DARK SOSIA: la storia di due sosia che si scoprono per la prima volta, in parallelo con un’ altra coppia di sosia, uno si è autoesiliato e vive da nomade, e l’ altro vive con una madre piena di segreti. I due sosia credono ognuno di essere il gemello dell’ altro poiché sono consapevoli dell’ esistenza passata del gemello, ma si sbagliano. Sono solo simili. E sono avversi l’ uno all’ altro. E’ una specie di metafora per la questione dei gemelli sopravvissuti che prevalgono sull’ altro e crescono e si sviluppano al posto suo. E’ la mia storia breve preferita di mio pugno. E’ veramente opera mia, la sento come mia. Più o meno nello stesso periodo trovai in un cortometraggio online nella zona virtuale chiamata Germania, il nuovo punto di riferimento per richiamare alla mente quella immagine archetipica. Ve lo potrei giurare, guardare quel cortometraggio, fu come tornare veramente a casa propria, in un modo ancora più assoluto che in passato. Quel giovane di un anno in meno di me era l’ incarnazione stessa di quello che sentivo io da adolescente. E’ una sensazione alienante ed estraniante, come non essere più sicuri di appartenere a questo mondo. Ora, qui, nella vita reale, ho scoperto che il mio gemello regredito nell’ utero di mia madre virtuale, è tornato a usufruire dell’ esperienza Terra 2.0, e grazie ai privilegi forniti dall’ azienda, ha potuto ottenere un corpo avatar quasi identico al suo corpo originale e legittimo, e nacque nel 1991 e divenne un attore, e quando la sua esperienza finì, scoprì di essere il mio gemello. L’ esperienza scritta in DARK SOSIA è stata in un certo modo vissuta veramente: Quando ho scoperto i cortometraggi di (…), mi son detto, sconvolto, che Dennis era entrato nella realtà ” reale “, come una sorta di avatar, la mia immaginazione lo ha reso concreto, DENNIS esiste. Ma il suo nome da personaggio era prima DIMI, poi DAVID. Sapete, quelle sensazioni principali, di impatto, che uno ha quando percepisce come se la realtà avesse pescato dalla tua mente e avesse manifestato la realtà proprio come la volevi tu. (…) sembrava come pescato dalla mia immaginazione e incarnato in un vero avatar.
Mi dicevo così: ” Sono davvero colui che risponde alla mia immagine nello specchio? Certe volte si adatta così bene alla mia interiorità. Ma altre volte, a contatto con determinati archetipi ed esperienze, emerge una manifestazione diversa da me, libera da tutte le nevrosi e le peculiarità che fanno me – me -. ” Ma non mi sono fatto coinvolgere troppo, per ovvi motivi. Rimase una sensazione sotterranea, silenziosa, alienante, di non essere quello che sono. Ma ormai mi ero identificato con il mio corpo, anche se raramente includevo me stesso nei miei pensieri ” meme “, mi stavo sforzando. La razionalità troppo – convinta – non mi ha mai convinto. Per determinati periodi l’ ho presa in considerazione e l’ ho fatta mia, ma le domande e i misteri rimanevano gli stessi, e a volte si accumulavano invece di diminuire. La razionalità su Terra 2.0 è percepita da noi che torniamo in noi stessi come un livello di immersione nell’ esperienza recitativa così alto che ci si identifica completamente con la propria identità fittizia e il proprio mondo ingannevole. Fortunatamente, ho potuto scegliere un grado di immersione abbastanza basso da permettermi di ricordare chi ero veramente ad un certo punto, e permettermi di studiare il sistema strutturale della realtà virtuale e andare al di là di tutti dogmi razionalisti, di andare contro corrente, e di essere oltre con i tempi, così oltre che non venni mai veramente compreso. Anche perché per anni sono stato contradditorio, e ho dato ragione ai razionalisti. Ma dentro di me covavo riflessioni che stimolavano la mia immaginazione, persino quando avevo svuotato la realtà di tutte le potenziali bugie, persino allora, permanevano in me sensazioni di non essere nella realtà giusta.
Poche cose erano apparentemente irrazionali e inspiegabili anomalie come lo erano i cosiddetti transgender, un fenomeno che nella vita reale non esiste, e che è emerso unicamente dalle esperienze virtuali di Terra 2.0 … E nessuno ci era arrivato. Nessuno ci era arrivato. Solo io volevo crederci. Tentavo di trovare qualcosa online, qualcuno deve aver fatto la connessione. Hallo? C’è qualcuno a casa in quelle teste di cavolo? ( E non intendo quelle dei transgender, ma dei razionalisti estremi )
Cercavamo gli alieni con i telescopi e i messaggi nello spazio, alieni che non abbiamo mai trovato, e non indagavamo la metafisica dell’ essere transgender. Nessuna filosofia semi gnostica era emersa che li facesse emergere come simboli, nessun guru della tecnologia ci era arrivato. Neppure quando i transgender parlavano della loro sensazione di percepire organi fantasma che non erano nel proprio corpo – avatar. I transgender, le anomalie più evidenti che avevamo a disposizione per arrivare alla verità, eppure nessuno ci ha pensato.
I transgender avevano un grado di immersione nel programma così basso che ricordavano chi erano, si percepivano come costretti a ingannare la gente, si vedevano come attori, e prima di emergere come transgender alcuni ritenevano che tutto il mondo si fosse trovato ad interpretare un ruolo che non gli apparteneva veramente, e che quel fenomeno fosse un apprendimento culturale al quale bisognava adattarsi. Ma come avrebbero potuto i razionalisti riuscire a sondare la verità nascosta? Loro erano i ” pazzi “, paradossalmente, e i transgender erano le persone più ” aware ” sulla Terra ( 2.0, vorrei ricordarvi ) E infatti ognuno di loro aveva ragione, e l’ azienda che permetteva l’ accesso a queste esperienze virtuali si era trovata abbastanza nei pasticci quando erano iniziati ad emergere i primi casi di scandalo. Non sembrava molto etico fornire a queste persone degli avatars di sesso sbagliato. Ma il consumismo non si poteva arrestare, doveva andare avanti, tanto l’ esperienza virtuale sacrificava solo 24 ore e anche di meno. La clausola del rimborso aveva permesso loro di non modificare il sistema. Coloro che sono tornati alla vita reale e si sono opposti al culto diffuso tramite l’ azienda, si sono chiesti come abbiamo fatto a non rendercene conto, a non pensare in maniera diversa, fuori dal quadrato. Come sono stupidi a volte gli umani. Hanno le risposte davanti agli occhi, esposte alla luce del sole, e non le considerano. Non le immaginano neanche.
La nostra Terra ( 2.0 ) e la nostra Storia è nata dalle menti e dalle capacità tecnologiche e letterarie di esperti di tecnologia virtualistica, haptica e nanotecnologica, e da un vero e proprio team di persone dedicate, che nel corso della Storia hanno trasmesso degli imput alla popolazione online, creando quella Storia fittizia tanto cara a chi la vive.
Il giorno della presentazione del progetto il mondo reale cambiò per sempre. C’è stata una conferenza stampa in diretta globale, e ci hanno detto che era stato creato un universo virtuale, creato per risultare quasi del tutto identico al nostro, aveva un passato manipolato tutto da scoprire ed era già allo stadio di evoluzione che permetteva la vita umana, ci hanno detto che avrebbero permesso l’ accesso dell’ ambiente virtuale a delle persone paganti, e che esse sarebbero dovuti partire con l’ unico accesso ad avatar di persone che noi definiremmo ” cavernicoli ” e che avrebbero dovuto piazzare le basi per permettere lo sviluppo di una Storia relativa al mondo e alla civiltà alternativa.
La chicca era che grazie all’ ingerimento di agenti nanotecnologici del tutto innocui, i giocatori avrebbero perso temporaneamente il contatto con la realtà e avrebbero interagito fra di loro come se le loro personalità reali non fossero mai esistite. Ai primissimi giocatori vennero forniti ricordi di un passato relativo al personaggio che in realtà non esisteva. Avevano a disposizione dalle 10 alle 15 ore di tempo reale, ma dentro al gioco ne sarebbero passati qualche decina. Furono seguiti in diretta globale attraverso un canale apposito. La popolazione era incredula ed estasiata. Si vociferava che avevano risolto il problema della mortalità, comprimendo una vita di percezioni intera nella finestra temporale di una decina di ore. Chi tornava alla realtà reale lasciava nel mondo virtuale un corpo vuoto, un avatar spento, e quelli che assistevano alla sua ” morte ” credevano fosse reale.
Gradualmente il mondo virtuale venne aperto al pubblico, ed era stata organizzata una lotteria, e chi riusciva ad essere scelto aveva la possibilità di cominciare una vera e propria vita alternativa, dapprima come embrione, poi come bambino e l’ avatar cresceva e percepiva esattamente come nella realtà. Nessuno poteva rinunciare ad una simile opportunità. Con il passare dell’ evolversi dell’ ambiente e della cultura fittizie, sempre più gente aveva il permesso di partecipare, e gradualmente l’ utilizzo di un avatar di qualità venne associato al proprio status economico. Vennero create delle succursali in altri continenti, che si organizzarono dapprima in modo indipendente, poi vennero fuse alla realtà di base, facendo credere ai popoli di incontrarsi per la prima volta.
L’ esperienza era un po’ diversa, nelle epoche passate. C’ era molta più possibilità di interazione con la ” realtà di Fonte “, per esempio ingerire e fare uso di psichedelici riduceva la funzione offuscante dei neuroni manipolati dalla nanotecnologia e permetteva di parlare con delle ” entità guida ” che venivano chiamati ” Logos “. Vennero organizzate le creazioni delle religioni, attraverso dei profeti con un grado di immersione minimo o assente, silenziosi agenti consapevoli della realtà fittizia. All’ inizio l’ azienda aveva un po’ di apprensione e di paura, a lasciare le persone in balia di corpi che non gli appartenevano, ad un ambiente che non esisteva concretamente. Perché poi tornavano alla realtà, e la funzione di immersione non era sempre perfettamente funzionante, alcuni si svegliavano e venivano percepiti come impazziti, altri invece decidevano di interrompere il gioco.
Gradualmente, coloro che tornavano alla vita reale, venivano seguiti da team di tutori e psicologi addetti, per aiutarli a capire cosa era successo, e riadattarli alla loro vita. Moltissima gente si impegnava successivamente a girare il mondo, e a cercare i loro parenti fittizi online, per riallacciare i contatti con queste persone lontane con le quali inconsapevolmente avevano condiviso intere vite.
Come umanità, ci sentivamo molto più uniti e consapevoli, l’ empatia era diffusa, la vita reale era stata cambiata. Ma il mondo virtuale si sviluppava, cresceva, si evolveva e gradualmente si stava sviluppando una sorta di sovraimpressione su quello reale, era diventato più importante, economicamente e culturalmente prezioso e sacro addirittura, la vita reale era lasciata da parte, sottovalutata, si stava perdendo il significato, si preferiva usufruire di vite extra.
Nella vita virtuale i soli contatti con la vita reale provenivano da brillanti scrittori con le loro opere suggerite da memorie ancestrali e remote, dalla capacità di comprensione del sistema a cui potevano arrivare le grandi menti, alcuni ci arrivavano con la logica, altri ci arrivavano attraverso ricordi improvvisi, come se fino a quel punto fossero stati come ipnotizzati, arrivavano immagini improvvise, sensazioni, un’ intera gamma di fenomeni psicologici e comportamentali che nella realtà reale non esistevano, che si erano sviluppati solo attraverso l’ esperienza di vivere vite fittizie. Disforia, la credenza in vite precedenti, la percezione dei transgender, erano alcuni di questi fenomeni.
E mentre le ore di gioco aumentavano, e raggiungevano le 20 o le 24 ore, gli avatar diventavano sempre più complessi, le vite diventavano sempre più interessanti e profonde, variegate e incredibili, ad un certo punto della Storia, la globalizzazione del sistema Terra 2.0 si era fatta completa. Miliardi di utenti usufruivano di vite extra. E l’ azienda si arricchiva, dominava il mondo reale, monitorava il mondo virtuale e lo diffondeva sui canali appositi alle popolazioni, e si diffondeva quella propaganda che divenne un vero e proprio culto.
La nostra società si divise, alcuni si ribellarono, tornarono indietro, in un passato più semplice e anti tecnologico, altri si spostarono su altri pianeti, sulla Luna, e altri ancora erano ancora troppo poveri e arretrati per partecipare all’ esperienza che contava di più in assoluto. E questi mettevano l’ acceleratore, con un solo obiettivo in mente, andando oltre la volontà della gente. Ad un certo punto alcune società ristrette avevano deciso di imporre l’ uso di Terra 2.0 alle loro popolazioni.
Avevamo a disposizione potenzialità senza precedenti, ma avevamo perso tutti i nostri valori precedenti. Una gran parte di noi si sentiva in colpa per aver permesso senza ribellarsi e senza fermare l’ azienda, di aver manipolato intere generazioni, che si svegliavano portandosi dietro anni di vita vissuta per poi passare il loro tempo reale alla ricerca della vita vissuta e perduta. Perchè pochissimi riuscivano a ottenere tutto dalla vita fittizia e a sfruttare tutte le occasioni.
Speravamo che un giorno quella esperienza virtuale venisse conclusa in qualche modo, che si potesse finalmente tornare a vivere in modo più concreto, perché ad ogni modo, noi morivamo ancora, e non sapevamo cosa ci fosse al di là, e alcuni di noi temevano che anche le nostre vite considerate reali fossero esperienze fittizie, temevamo di doverci accontentare di identità temporanee senza mai trovare le nostre identità di Fonte, di base. L’ azienda prometteva vita senza fine, e poi faceva tornare le persone in una realtà dove si moriva ancora. Certo, era solo un giorno, ma non sembrava corretto. Ma ci siamo organizzati. Abbiamo sviluppato un piano, un progetto che ha un obiettivo. Risvegliare tutti quanti e far sparire Terra 2.0. Perché Terra 1.0 era sufficiente.




Humphrey Bogart e Andrea G. Pinketts

22 12 2018

https://it.wikipedia.org/wiki/Humphrey_Bogart

https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_G._Pinketts