Vertigo o l’Eterno Ritorno (1)

28 02 2015

Il  seguente articolo di Tristan Eldritch del blog A few years in the absolute elsewhere (“Alcuni anni nell’altrove assoluto”), di cui questa è la parte prima, è disponibile nella sua edizione originale a questo indirizzo web:

http://2012diaries.blogspot.it/2015/01/eternal-recurrence-alfred-hitchcocks.html

e chiaramente si ricollega a questo post:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/05/24/vertigo-25-maggio-articolo-solo-di-immagini-e-musica/.

Al tempo in cui misi in rete quel post, avevo considerato l’importanza archetipica del film di Alfred Hitchcock, “Vertigo” (in italiano col fuorviante titolo – come si capirà bene leggendo – di “La donna che visse due volte”), in relazione ai tempi che stiamo vivendo. All’epoca avevo pensato alle immagini del film riportate come profetizzanti un futuro ben determinato, che solo a posteriori, ad avvenimento accaduto, avrebbero acquistato senso, come spiegavo poco tempo dopo in un altro post-appendice:

https://civiltascomparse.wordpress.com/2013/06/28/vertigo-25-maggio-addendum-quasi-a-luglio/

Questo post è stato – secondo le mie intenzioni – parte di quell’ “arte di CREARE messaggi a carattere profetico” o di “NOTARE messaggi a carattere profetico.” L’ingrandimento delle due figure – maschile e femminile, nera e bianca – dentro quella doppia spirale nella locandina originale del film Vertigo di Alfred Hitchcook, sembra voler evidenziare un ben determinato particolare, inerente qualcosa di ben preciso che non è ancora accaduto. Sembra quasi manchi solo quel qualcosa da associare a quell’immagine, evidenziata dall’ingrandimento, una volta che sarà accaduto.

Mi ero fissato sul quadro particolare (per esempio la caduta dalla torre, come quella dei tarocchi) senza riflettere, in quel momento, su come il film richiami, in uno spettro più ampio, il senso generale del ripetersi ciclico dei drammi a ogni livello dell’umanità sia nel micro che nel macro, il corso e ricorso continuo perchè “la lezione non la si è ancora imparata” e si ripete sempre lo stesso errore, a diversa magnitudine, maggiore o minore, rispetto alla precedente. Penso, insomma, che “Vertigo” abbia a che fare col mistero del tempo.

Le parti del testo sottolineate sono quelle che hanno maggiormente attratto la mia attenzione.

 

L’ Eterno ritorno: “Vertigo” di Alfred Hitchcock (1958)

Sepolto negli studi della natura, più di in ogni altra cosa adatte alle impressioni attutite del mondo esterno, è solo da quella dolce parola – di Ligeia – che la fantasia mette davanti ai miei occhi l’immagine di lei che non è più.”
Edgar Allan Poe, Ligeia.

Correva l’anno 2012 quando “Vertigo” di Alfred Hitchcock, nel sondaggio di “Sight and sound” risultò essere il più grande film di ogni tempo, scalzando finalmente via dal piedistallo “Quarto potere” di Orson Welles, cioè dal posto che manteneva con particolare tenacia fin dal 1962. Ciò ha rappresentato il culmine di una rivalutazione critica già da un po’ di tempo in corso. “Vertigo” ebbe critiche ambivalenti fin dal suo primo apparire, e al botteghino non risultò brillante, a differenza dei precedenti successi di Hitchcock. La casa di produzione del regista lo tenne fuori dalla circolazione per un decennio, e che la critica nei suoi riguardi ricominciò a prendere slancio solo quando venne di nuovo distribuito nelle sale nel 1983.

Oggi, “Vertigo” è considerato parte integrante sia dell’arsenale di Hitchcock sia della storia del cinema. Tuttavia, una certa minoranza del pubblico rimane non convinta dal film. Ricordo un mio amico, molti anni fa, dirmi che proprio non riusciva ad apprezzarlo, pur essendo un grande appassionato di cinema e un ammiratore della maggior parte dell’opera hitchcockiana. Il suo scoglio era la credibilità della trama. In tutta onestà, non si può negare che, a  livello letterale, la risoluzione del mistero di “Vertigo” è quasi impossibile da mandar giù, è – come ammise Bosley Crowther – “diabolicamente inverosimile.” Ci si potrebbe anche interrogare sulla scelta di Hitchcock di discostarsi dal romanzo originale, torcendone la storia, rivelando la conclusione a due terzi dalla fine. Probabilmente, è proprio questa forzatura della trama ad aver spinto il critico Tom Shone – nel suo libro del 2004 “Blockbuster” – a sostenere che “Hitchcock si diverte a oliare i meccanismi delle sue trame fino a ottenerne una specie di lucido brusio di fondo” e così sembra, quindi, che non sia il caso di mettere sul piedistallo, da parte di “Sight and sound” e il suo sondaggio, proprio quel film, dove tutto è in sospeso, gli angoli sono sbilenchi e dove il critico di cinema non cava un ragno dal buco.

Vertigo è un film diviso in due parti, ciascuna di esse finisce con la caduta (o caduta apparente, nel primo caso) del personaggio di Kim Novak dal campanile della missione San Juan Batista. Il pubblico, nella prima parte, così come il personaggio di James Stewart, John “Scotty” Ferguson, è rapito e ingannato. Nella seconda parte, il sogno è gradualmente decodificato, e ogni cosa è differente. Ferguson, simpatico nella prima metà, nella seconda diventa un bullo prepotente e feticista. La Novak, così notevole nella sua interpretazione della spettrale ed eterea Madeleine nella prima parte, diventa meno convincente nella seconda, quando interpreta la figlia della classe operaia Judy.

La grande magia del primo tempo, il suo senso ipnotico dell’abbandono a un sogno a occhi aperti e la persistenza spettrale del passato, deve cedere il passo a una spiegazione razionale, alla meccanica della trama. Per questo motivo, l’insoddisfazione con “Vertigo” – il senso del suo “essere in sospeso e con gli angoli sbilenchi” – tende a essere focalizzata in questa seconda metà del film.

Tuttavia, anche se ci concediamo questa critica alla storia tesissima di “Vertigo”, io continuo a pensare che sia un meritato candidato per il titolo di “Sight and sound”, tenendo conto, naturalmente, quanto sia soggettiva e chimerica la nozione che ogni film potrebbe essere “il più grande di tutti i tempi.” Nessuno ha mai messo in dubbio che “Vertigo” sia magistralmente diretto e interpretato, ma questa è solo una componente della sua distinzione e grandezza, si tratta di una qualità bonus per “Vertigo”, qualcosa che trascende la sua maestria così come fa con i contorsionismi logici della trama. L’unica metafora che viene in mente pensando a tutto questo, è la illusoria “Madeleine Elster” di cui Ferguson s’innamora perdutamente. Ci sono molte buone ragioni per cui qualcuno s’innamori di Madeleine-Kim Novak (ho deciso di mettere “Madeleine” in corsivo per evitare fastidiosi giri di parole come “Judy cioè Madeleine cioè Carlotta.”) Madeleine è più di una banale donna meravigliosa, egli offre a Ferguson qualcosa che è, allo stesso tempo, molto più inebriante e terrificante del semplice glamour di superficie, comunque abbondante. Madeleine è ossessionata dalla presenza di un’altra donna, la tragica Carlotta Valdes, lei stessa un essere dalle mutevoli sfaccettature: prima la bella Carlotta, poi la triste Carlotta, infine la folle Carlotta. Madeleine è un mistero, una sonnambula dentro un corridoio fatto di specchi rotti e frammenti di sogno, una donna che lotta per affermare la propria identità lottando contro correnti soprannaturali che la spingono nel passato, nella fredda fissità di un vecchio dipinto, verso un incontro prematuro alla fine della parte più buia in fondo al corridoio. Lei è la presenza attraverso cui le forze primordiali e i misteri del sesso, della morte, del sogno e del tempo si affermano. C’è poco da meravigliarsi che “Scottie” abbia preso così male tutto ciò!

Inoltre, non c’è da stupirsi che NOI abbiamo preso così male “Vertigo” nel corso degli anni. Così come in Madeleine, la bellezza di superficie della sua maestria è aumentata dal senso del suo essere ossessionata da altre presenze in corridoi sotterranei senza fine, dalla sensazione perturbante di qualcosa che sappiamo ma non possiamo proprio articolare a parole.
Tessuto intorno alla sua familiare struttura [hitchcockiana] di storia basata sulla suspence e il mistero, “Vertigo” possiede un’atmosfera fortemente onirica e una qualità letteraria, è immerso nella poesia anche nei suoi più casuali dettagli e diventa, dopo ripetute visioni, uno di quei film stranamente labirintici, dove ogni motivo e idea ricorrono e si ripetono in forme diverse per tutto il film. L’effetto è come quello dell’immagine che compare nei titoli di testa e, più tardi, nell’incubo di Scottie, la figura umana che precipita nella spirale, la spirale nei capelli di Kim Novak, la spirale del passato che ricorre nel presente. “Vertigo” possiede la ricchezza tematica e la coerenza estetica di un grande romanzo, o almeno sembra. Non sappiamo quanto del suo potere di suggestione può essere attribuito al romanzo da cui è tratto (“D’entre les morts”, letteralmente “Tra i morti”, di Pierre Boileu e Pierre Aryraud, che non ho letto), quanto allo stesso Hitchcock e ai suoi stimati collaboratori, e quanto alla sua propria immaginazione. I film sono realizzati catturando a perdifiato la luce di un singolo giorno, per poi soffermarsi con noi per l’intera vita.

Il seguente saggio è un tentativo di districare il mistero del perchè “Vertigo” lanci un incantesimo così potente e duraturo su registi e amanti del cinema. Alcuni degli echi e delle risonanze che trovo in esso sono, senza dubbio, volute dai suoi autori, alcuni sono accidentali e altri dovuti alla mia particolare sensibilità. E’abbastanza chiaro che la nostra immaginazione influisca sulla visione di “Vertigo”, in quanto si tratta di un film dove vediamo il mondo intero, la sua stregata San Francisco, attraverso lo sguardo incantato e disordinato del suo protagonista, Scotty Ferguson.

Tanto per avere sotto mano la trama familiare di “Vertigo”: John “Scotty” Ferguson è un detective di San Francisco che scopre, durante un inseguimento sui tetti, di soffrire di Acrofobia [la paura delle altezze, le “vertigini.”] E’afflitto dal senso di colpa verso il collega che ha trovato la morte nel tentativo di salvarlo, e dal senso di inadeguatezza a causa dei suoi accessi di vertigini. Scottie va a prendere conforto presso dalla sua amica ed ex fidanzata Midge. Non sapendo che fare, si trova a malincuore impiegato da Gavin Elster, una vecchia conoscenza dei tempi del college, ora in un’impresa di spedizioni marittime, assieme alla moglie Madeleine. Elster afferma che sua moglie è posseduta da una donna morta da lungo tempo – Carlotta Valdes – e vuole saperne di più sulle attività giornaliere prima di coinvolgere i medici. Seguendo Madeleine, Scotty scopre una donna apparentemente in trance, che rivisita senza fine una manciata di luoghi storici di San Francisco di particolare risonanza emotiva. Questi includono la tomba di Carlotta Valdes alla missione Dolores (l’unica struttura superstite della prima San Francisco) e il museo d’arte presso il California palace della legion d’onore, dove Madeleine studia un ritratto di Carlotta. Madeleine sembra ispirarsi alla figura del ritratto, portando con sè un mazzo di rose e modellandosi la parte posteriore della sua capigliatura in una treccia a forma di spirale.

Dopo aver salvato Madaleine da un apparente tentativo di suicidio nella baia di San Francisco, lei e Scottie iniziano un tentativo di relazione. Il tempo, però, stringe. Carlotta Valdes ha commesso il suicidio all’età di ventisei anni, la stessa età che ha ora Madeleine. Abbiamo la forte sensazione che Madeleine si stia fondendo in Carlotta, e la storia è destinata a ripetersi. Tuttavia, Scotty crede che Madeleine può essere salvata e il mistero della sua possessione spiegato razionalmente. Importanti per risolvere questo mistero sono i frequenti sogni di Madeleine, di un monastero spagnolo del XVIII secolo la cui chiesa ha una grande torre campanaria. Questo luogo sembra essere la chiave, il locus attorno a cui gira la spirale. Rendendosi conto che questi sogni rappresentano un posto reale, la missione San Juan Batista, Scottie la porta lì, sperando che la tangibile realtà abbia la meglio sulle sue manie di possessione. Tuttavia, i risultati sono opposti: dopo aver confessato il suo amore per l’ultima volta, Madeleine corre nella chiesa. Scotty tenta di seguirla fino alla scala a chiocciola della torre campanaria ma, ostacolato da attacchi di vertigine, guarda impotente Madeleine che si tuffa dall’alto fino a morire. In altre parole, siamo tornati all’inizio del film, le vertigini di Scotty come causa involontaria della morte di qualcuno, questa volta col senso di colpa più grave perchè era la donna che amava.

Passiamo adesso alla seconda parte del film. Scottie, addolorato fino al punto d’impazzire, è diventato come Madeleine nella prima parte: una figura spettrale, posseduta dal passato, che ritorna incessantemente ai luoghi di San Francisco con un personale, ossessivo, significato. Durante il suo vagabondare, incontra una brunetta, Judy Barton, la quale somiglia singolarmente a Madeleine. Nonostante la rassomiglianza fisica, Judy è un’operaia di Salina, Kansas, più terra-terra e aperta sessualmente di Madeleine. Nella suddetta bizzarra rivelazione, il pubblico è immediatamente lasciato nel complesso della trama: Judy era impiegata da Gavin Elster per impersonare sua moglie. La Madaleine di cui Scotty s’innamorò era dunque una finzione, la storia di Carlotta Valdes un elaborazione fantastica (ciò che proprio non va giù ai detrattori di “Vertigo”), uno stratagemma per assicurare un testimone per il supposto suicidio di Madeleine Elster, in realtà una tattica di adescamento fatta apposta da Gavin per denaro.
Tuttavia, proprio nel fare finta di essere Madeleine, Judy ha fatto per davvero innamorare Scotty, e così decide di assecondare il suo corteggiamento nella speranza che possa innamorarsi di lei per quello che realmente è. Ciò, però, si rivela doloroso e impegnativo, dal momento che Scotty accarezza ossessivamente l’idea di riportare Madeleine in vita in ogni suo più piccolo dettaglio. Con cura meticolosa e spesso tirannica coercizione, fa somigliare il più possibile Judy a Madeleine, cambiando il suo guardaroba e il suo taglio di capelli, e aggiungendo alla fine l’ultimo dettaglio fondamentale: la spirale appuntata dietro ai capelli. Ora che è tutto al suo posto, abbiamo una delle maggiori estasi della storia del cinema: l’apoteosi di passione romantica e perverso feticismo mano a mano che che la cinepresa di Hitchcock ruota delicatamente intorno alla coppia, intorno all’eroe sempre più ambiguo che ha raggiunto il suo empio obiettivo, la dea bionda e impervia come simbolo dell’irraggiungibilità in vita, divenendo letteralmente così anche nella morte.

L’estasi è di breve durata. Dopo aver donato il gioiello a Judy, Scotty comincia a sospettare la verità e torniamo circolarmente di nuovo al campanile della missione San Juan, dove Scotty supera la sua acrofobia e costringe Judy a confessare. L’improvvisa comparsa di una suora spaventa Judy, facendola slittare oltre il bordo e dunque ripetendo l’inevitabile tragedia del film.

Vertigo si conclude con Scotty, in piedi davanti al campanile, tre volte addolorato e morso dal senso di colpa, che sembra intrappolato in un ciclo che lo porta a rivivere la stessa tragedia, più e più volte.

Alcuni delle più comuni risonanze tematiche di “Vertigo” sono incentrate sulla relazione di Scottie con Madeleine/Judy, e particolarmente il rimodellamento di quest’ultima nella prima da parte di Scottie; nella seconda parte, dunque, le tratterò brevemente prima di esplorare le qualità mitiche e letterarie del film. In un senso generale, l’ossessione feticistica di Scottie verso Madeleine ci ricorda la tendenza diffusa di innamorarsi attraverso idealizzazioni, immagini o preconcetti, senza tenere conto delle imperfezioni, delle complessità e delle variazioni giorno dopo giorno. L’amore, per un carattere fortemente romantico o sensuale, tende a essere un’idealizzazione o un particolare ardore generato da un’immagine. Per la persona affascinata da questo tipo di passione, l’idealizzazione e l’immagine esistono in un regno elevato sopra la realtà quotidiana in cui, invece, l’oggetto del desiderio è completamente in carne e ossa. Questa è la situazione in cui Judy si ritrova: lei vuole che Scottie la ami per la sua reale personalità, ma lui rimane ossessivamente affascinato alla fantasia di Madeleine, la quale è stata creata da lei e da Gavin Elster per intortarlo. (Un’altra questione qui sollevata è legata all’identità: Scottie s’è innamorato di Judy perchè il suo aspetto e la sua personalità erano modellati per diventare Madeleine o solo per via della performance e della fantasia di Madeleine?
Le due cose – la persona e l’adozione dei tratti dell’altra persona – sono così facilmente separabili?)

La ricreazione di Madeleine da parte di Scottie è stata associata più frequentemente ai feticci caratteristici e agli ideali femminili dello stesso Hitchcock. La ricorrente propensione del regista per il tipo femminile della bionda raffinata e riservata, è stata descritta da Truffaut come “il paradosso tra il fuoco interiore e la superficie fredda.” Hitchcock stesso ha espresso questa dualità in termini più decisi: “Noi siamo per le tipe da salotto, le donne reali che diventano puttane quando sono in camera da letto.” (Style on film: “Vertigo”)
Questo è un desiderio maschile abbastanza tipico, di vedere incarnate la Madonna e la puttana in una persona sola – apparentemente repressa, privatamente sfrenata – va in qualche modo verso la comprensione della dualità tra la bionda e la bruna di “Vertigo” come incarnazioni della stessa donna, e gli stili diversi di abbigliamento e il diverso tipo di sessualità incarnati da Madeleine e Judy Barton. L’abito caratteristico di Madeleine è l’abito grigio, soggiogante, chiuso in modo restrittivo e non sensuale, quasi severo ma elegante nella sua sobria semplicità. Il senso generale di restrizione, moderazione e controllo è completato nel dettaglio finale della ricreazione di Madeleine da parte di Scottie: la pinzetta per capelli dietro la testa. Questo, chiaramente, rappresenta l’ideale di Hitchcock: la sensualità resa ancora più seducente dal suo essere sobria, nascosta sotto la superficie fredda.
Al contrario, quando incontriamo per la prima volta Judy Barton, indossa un abito verde luccicante che evidenzia le forme naturali del suo corpo, senza reggiseno (cosa inusuale per l’epoca.) Ciò è l’opposto della restrittiva, soggiogata sessualità rappresentata da Madeleine. Nei suoi, in qualche modo forzati, toni da ragazza operaia, Kim Novak-Judy dice a Scottie: “Ho già preso appuntamenti al buio, a dirti la verità, mi è già successo.” E’ questa ragazza terra-terra, più naturale e spiccia, che non riesce a emozionare Scottie, mentre invece resta incantato dalle fantasie sulla Madeleine artificiale, la donna che diventa un dipinto, un’opera d’arte.
In un interessante frammento di vita che imita l’arte, Kim Novak, doveva essere indotta a indossare l’abito grigio dal suo regista, proprio come come Judy deve esserne costretta da Scottie.

Non è dunque difficile vedere “Vertigo” come uno scorcio, forse involontario, negli angoli più oscuri della psicologia del suo regista, e uno studio, in generale, sul soggiogamento e la sottomissione della donna. Sebbene alcuni dettagli restino contestati, la preoccupazione di Hitchcock col suo personale ideale di bionda, sembra essere divenuto del tutto malsana al tempo della sua relazione con Tippi Hedren. Le corrispondenze tra Scottie come un bullo, solo saltuariamente simpatico, nella seconda metà di “Vertigo” e il rapporto apparentemente ossessivo, prepotente e abusivo di Hitchcock nei confronti di Tippi Hedren, è un argomento affascinante, ma è un aspetto di “Vertigo” così ben tracciato altrove che in questo saggio non mi soffermerò su di esso.

“Pigmalione” di Jean-Baptiste Regnault, 1786, Musee National du Chateau et des Trianons, wikipedia.

Le storie moderne con una certa risonanza e potere archetipico, hanno frequentemente analogie con molti miti antichi. Almeno, questo è senza dubbio il caso di “Vertigo.” Il più ovvio, mitico, precursore è la storia di Orfeo ed Euridice. Orfeo perde la sua amata, e va nel mondo sotterraneo per reclamarla dal mondo dei morti. La sua musica affascina così tanto Persefone da permettergli di riportare Persefone nel mondo di sopra, ma a una condizione: Orfeo deve camminare davanti alla sua sposa e non voltarsi indietro fino a che non hanno riguadagnato la terra dei viventi. Tuttavia, Orfeo è malaccorto, e perde la sua amata per la seconda volta, questa volta per sempre. “Vertigo” ricapitola questa tragedia classica. La morte strappa (o sembra strappare) Madeleine a Scottie, ma poi, miracolosamente, egli la ottiene indietro. Tuttavia, le sue azioni, in ultima analisi, portano alla vera e permanente perdita della sua amata. Il divieto di guardare indietro sembra particolarmente adatto in relazione al tema principale di “Vertigo”, del ritorno inevitabile del passato nel presente. La tragedia di Scottie è che, quando trova Judy, egli ha la donna che amava, e il suo amore per lui era l’unica cosa di Madeleine non contraffatta. Ma lui è ossessionato dal passato, ed è costretto a voltarsi indietro, prima nella ri-creazione di Madeleine, e poi nel ritorno alla missione San Juan Batista, dove diventa realtà ciò che la prima volta era illusione, ed è costretto a perdere Judy/Madeleine per sempre.

Scottie ricorda anche il mito di Pigmalione ed Edipo. Pigmalione fu lo scultore cipriota che scolpì una donna nell’avorio – Galatea – così perfetta che si innamorò di lei. Pigmalione pregò Afrodite di incontrare una donna bella come la sua statua e, dopo essere tornato a casa e baciato Galatea, trovò che l’avorio senza vita era divenuto carne vivente, e il suo idealizzato lavoro artistico una donna reale. Questo mito differisce da “Vertigo” nel suo lieto fine e in un altro elemento cruciale: Scottie si innamora di un’opera d’arte che non ha creato egli stesso, ma che è piuttosto una creazione della drammaturgia di Gavin Elster e della recitazione di Judy Barton. Cionondimeno, “Vertigo” riflette e inverte l’inquietante trasformazione del mito di Pigmalione.
Madeleine è una donna reale in procinto d’essere assorbita in un dipinto e nel freddo della storia, e Judy una donna reale che Scottie non può amare fino a che non è trasformata in un’opera d’artificio.
D’altra parte, Edipo, viene spesso chiamato il primo detective della letteratura. Assomiglia a Scottie, nel senso che la sua tenacia nel risolvere l’enigma della propria discendenza e identità, è in definitiva la sua rovina, qualcosa che non gli porta nulla a parte una profonda sofferenza.

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1 03 2015

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