Don Chisciotte

23 05 2013

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In merito al rapporto tra parole e cose, Foucault porta un caso particolare. Si tratta di una sorta di errore, quasi una prova negativa dell’avvenuta frattura epistemica.

Sono infatti proprio gli errori che talvolta ci mostrano in maniera lampante il modo in cui qualcosa funziona; è la trasgressione che mette in evidenza la legge quando questa non è evidente di per sè.

E storia di errori è infatti la sequela di azioni intraprese da Don Chisciotte: questi è il campione dell’inadeguatezza, l’eroe di un mondo non più attuale, che interpreta ciò che lo circonda secondo parametri inappropriati, per cui incorre inevitabilmente nel comico e nel grottesco. E’ il rappresentante di un sapere in cui parole e cose avevano un legame diverso; un rapporto fondato sulla similitudine, che lo porta a vedere il mondo come rispecchiamento del libro.

L’immagine che quindi ritrova davanti a sé non viene spiegata attraverso il piatto empirismo della mentalità pratica che si va affermando nel Seicento; ma rimanda a qualcos’altro. Così facendo essa non si apre più a una verità profonda e inclina pericolosamente al delirio.

La condanna che subisce Don Chisciotte per avere indugiato nel vecchio modello di conoscenza è una lunga serie di fraintendimenti.

Nella successiva frattura epistemica tale incapacità di comprendere una “realtà” divenuta diversa, assume altri aspetti prendendo le vesti della riprovazione nei confronti di chi, come de Sade, si ostina a rappresentare il sesso, la crudeltà e la morte. La referenzialità compiaciuta della sua descrizione diviene oscenità per il sentimentalismo della nuova ora.

Nel momento in cui viene superata la dimensione dentro la quale si inquadra il discorso della critica, per chi perduri in tale visione lo scotto da pagare consiste nello smarrimento, nell’impigliarsi nella foresta di considerazioni che si è partorita, nell’impotenza data dall’incapacità di trovare la strada per uscire dal groviglio di complessità del reale.

L’eroe di tale situazione è un eroe titanico, incline al pessimismo; a lui è stato insegnato a rintracciare un ordito nei fatti della storia, dal quale desumere una visione più acuta del presente, a individuare così la trama segreta del potere e la chiave della sua crisi.

Ma oggi tale compito è ingrato: i dati sono troppi e troppo vaghi, a volerli unire tutti con uno stesso filo si rischia di evocare al nostro cospetto un Moloch invincibile, oppure si è costretti ad arretrare di fronte a un’oscurità impenetrabile.

Roberto Terrosi, La filosofia del postumano, Costa&Nolan 1997 (pgg 36,37)

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