Appunti tratti dal mio quaderno (7) + bonus

23 12 2012

Settima puntata.

In un servizio televisivo non so in quale programma per seguire la maratona elettorale delle elezioni politiche USA del 2000, uno degli ospiti, a un certo momento, con la mappa degli USA degli stati rossi e blu che appariva dietro, aveva detto che ormai era certo che il vincitore era Al Gore, e ogni tanto si vedeva la sua foto accanto a quella di Bush.

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In Videocracy, a un certo punto, la voce fuoricampo di Erik Gandini, parla di come, in Italia, si sia vissuto un’atmosfera, dagli anni ottanta in avanti, che possono capirla e riconoscerla soltanto coloro della generazione, nata e cresciuta in Italia, che l’hanno vissuta. Gli stranieri sono esclusi dal riconoscerla e capirla. E’ stata mostrata anche quella proto televisione commerciale, una trasmissione del 77 – 78 reperita su nastro smagnetizzato, diventato in bianco e nero, con rari sprazzi di colore, e le linee bianche magnetiche che attraversano il video.

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La trasmissione andava in onda su “Tele Torino International”, lo studio era l’interno di un bar coi tavolini e le sedie, le persone telefonavano da casa e, se rispondevano esattamente alle domande che venivano loro rivolte, potevano scegliere il vestito che una donna in sala (dal viso nascosto con una mascherina) doveva togliersi.

Gli operai al mattino erano stanchi e non rendevano nelle officine FIAT, perchè stavano alzati fino a tardi a vedere la trasmissione.

Il titolo era Spogliamoci insieme, ed era precedente anche a La bustarella e Colpo Grosso.

L’epoca iniziale, primigenia, del riflusso, del neoliberismo, del ritorno al privato (dopo gli anni settanta dell’impegno) si stava facendo strada con questo tipo di immaginario. Fanciulle discinte negli studi televisivi, assieme al dilagare di quella “mancanza di senso accompagnate dall’ipertrofia della visibilità e del gossip“, di cui scrive Sergio Di Cori Modigliani. Cose che si contrapponevano ai discorsi pacati, in bianco e nero, con i primi piani eterni, di Togliatti, con i suoi occhiali dalla mezza montatura spessa.

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Il Dadaumpa delle gemelle Kessler, coreografate da Don Lurio, diventava preistoria coperta di licheni. La paleotelevisione del servizio pubblico. Tv didattica e didascalica, dominata dal perbenismo cattolico. “Cattolico decoro”, come cantava Giovanni Lindo Ferretti.

L’attacco e l’invasione dell’Iraq nel 2003, erano stati tanto tambureggiati, prima e dopo, settimana dopo settimana. Ma era stata un’azione molto teatrale, molto mediatica. Il “tiranno” Saddam era ormai un pallone gonfiato, che si circondava e faceva sostituire da mille sosia, andava in Tv con una faccia che sembrava una sua caricatura, e non si capiva nemmeno bene se si trattasse proprio di lui. Con un paio di pesanti occhialoni dalla montatura spessa, e sopracciglia e baffi che sembrano tinti. Poi, alla fine di quel 2003, dopo che per mesi si dava per disperso e non si riusciva a rintracciare, Saddam venne “braccato”, nel periodo in cui prendevo cappuccini e merendine nei bar di Sestri Ponente, ascoltando il walkman, e le immagini del suo look, nel momento in cui venne catturato, erano diverse da quelle a cui c’avevano abituato i mass media.

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Durante tutta la prima metà del 2003, la Guerra in Iraq (pallido sequel della molto più classica originale e originaria Guerra in Iraq del 1991) era spettacolarizzata al massimo dappertutto: radio, Tv, giornali e internet. Ricordo persino un’immagine dei concorrenti di Sanremo (tra cui Bobby Solo e Little Tony) che posavano per mostrare tutta la loro contrarietà alla guerra.

Lele Mora, tutto vestito di bianco dentro quella stanza da letto in Costa Smeralda, dove ogni cosa era bianca, non riuscì a starmi antipatico quando vidi Videocracy. Al contrario, ha una faccia che mi è simpatica, più simpatica di quella di Fausto Bertinotti, mio idolo quanto avevo vent’anni.

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Bonus

Questo doversi sempre riferire a qualcosa di esterno che ci domina. Uno di questi “esterni che ci dominano” è il linguaggio, per esempio la lingua italiana. Non è qualcosa che ha origine dalla nostra interiorità, ma da un’esteriorità che ci individua e ci dice come dobbiamo essere. Per esempio, parlanti di una determinata lingua, nel mio caso la lingua italiana. Mi identifico con ciò che di me viene detto dal “mondo esterno”, ed abbocco all’amo. Mi identifico in ciò che mi viene detto di essere dal “mondo esterno”, e comincio a dimenticare (in seguito me lo dimenticherò completamente) che “mondo interiore” e “mondo esterno” sono la stessa cosa. I confini del corpo sono falsi confini. E’ il confine del corpo il confine da abbattere.

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