Come e quando tutto è cominciato (2)

3 05 2011
Era il 1990, l’estate prima di cominciare il liceo. Mi trovavo in vacanza con la mia famiglia nella riviera di levante. Acquistavo giornalini all’edicola-tabaccheria che vendeva anche secchielli e palette da spiaggia, e altri giocattoli per il mare. Ricordo che avevo l’abitudine di fare la merenda con dei cannoli di pasta sfoglia ripieni di panna che portava la nonna quando tornava dal fare la spesa. Tra i bagni di mare della mattina e quelli del pomeriggio ero solito disegnare fumetti su quaderni e fogli di carta svolazzanti. Da quell’edicola-tabaccheria, un giorno mio fratello volle un fumetto che non aveva mai sfogliato prima, questo fumetto era un albo di Tutto Martin Mystére, precisamente la ristampa del n°17, “La città delle ombre diafane”. Mi misi a leggerlo anch’io, non traendone una buona impressione, un po’ mi annoiava e i disegni realistici non mi piacevano. Nonostante ciò, quella sarebbe stata la primissima volta che entravo in contatto con argomenti di “informazione alternativa”, sebbene attraverso un fumetto popolare che parlava di Atlantide e Mu, civiltà avanzatissime vissute prima della nostra, la cui esistenza non viene considerata possibile dalla storia ufficialmente studiata.Ovviamente quel ragazzino quattordicenne non poteva saperlo, ma si era alla vigilia di un conflitto armato di risonanza internazionale che la finanza militare USA (collegata anche alla disclocazione dei sistemi d’arma nello spazio) aveva progettato fin dalla metà degli anni 70. L’ex assistente di Werner Von Braun, Carol Rosin, lo sapeva e, durante la primavera-estate del ’90 diceva agli amici increduli che – dai dati di cui era a conoscenza sui milioni di dollari del budget militare USA da investire nelle nuove armi, anche e soprattutto spaziali – era assolutamente necessario per i vertici del Pentagono far sì che vi fosse un conflitto militare nel golfo persico, incentrato sul petrolio, tra il ’90 e il ’91. E la Rosin stava davanti alla televisione attendendo che fosse comunicato, da un momento all’altro, l’inizio della crisi nel golfo, con i suoi amici che la prendevano per matta.


Per capire l’atmosfera dell’inizio dell’ultimo decennio del novecento, può essere di molto aiuto la visione di un film come “Il grande Lebowski” dei fratelli Cohen, dove si respira un’aria di pausa strana, al limite del NON TEMPO, che preludeva la globalizzazione ancora di là da venire ma già in attiva preparazione, più o meno nello stesso periodo della fine della prima repubblica in Italia, la fine della “romantica” sospensione notturna dei programmi Rai e dell’allora Fininvest, i videogiochi sempre più filmici e sempre meno ingenui e sempre più saturi di violenza e conformismo, la diffusione a macchia d’olio dei McDONALD’S in tutto quello che un tempo si sarebbe chiamato “il mondo libero” (dopo la sparizione dei BURGHY), il crollo definitivo della storia del rock in seguito all’ultimo guizzo dato dagli album dei NIRVANA (trentacinque anni dopo il 1956), gli annunci di una sempre maggiore irregimentazione politica ed economica degli stati UE, la spettacolarizzazione della guerra sui mass media attraverso la CNN, il tramonto della politica vista come “servizio pubblico formale”, di pari passo col tramonto della Rai come “servizio pubblico formale”.

E c’è una scena molto significativa ne “Il grande Lebowski”, dove si vede l’attore Ben Gazzara il quale interpreta un pezzo grosso di una corporation che produce materiale pornografico, e illustra a Jeff Bridges-Lebowski le prospettive future della multimedialità informatica applicata alla pornografia. Quindi non vi sarebbe più stata produzione di semplici videocassette porno ma di software porno attraverso cui l’utente, grazie all’interattività, avrebbe scelto le donnine preferite delle storie in cui sarebbe stato protagonista.
La singolare confusione che si respirava negli anni dal 1989 al 1993 (potrebbe avere un qualche significato al riguardo il successo straordinario di copie vendute che nello stesso periodo aveva il fumetto Dylan Dog?), dove il vecchio mondo si stava riconvertendo in qualcos’altro, cominciava a essere risolta nel 1994.
L’anno prima, un brano dell’album “Ko de mondo”, del gruppo musicale CSI capitanato da Giovanni Lindo Ferretti, parlava del mondo come “stanco, debole e vecchio.”
All’epoca ero solo un diciottenne piuttosto complessato, ma avvertivo nell’aria a livello istintivo, diciamo subliminale, qualcosa che NON MI PIACEVA e che mi rendeva ansioso e paranoico. Nel fumetto Nathan Never erano presenti gli anni che stavo vivendo deformati, esagerati, futurizzati, ma sostanzialmente aderenti a ciò che vedevo ogni giorno. Erano gli anni in cui si stavano rafforzando strutture internazionali come il WTO (anzi, quest’ultimo aveva preso il posto del GATT, il vecchio accordo per il commercio mondiale), poi il rinnovamento del Fondo Monetario Internazionale, si stava lasciando spazio alla finanziarizzazione globale dell’economia e alla famosa formula “più affari, meno stato, più profitti” mentre si stavano cominciando a preparare nuovi inquietanti tipi di tecnologie militari come l’H.A.A.R.P. in grado di agire sul tessuto elettromagnetico degli strati alti dell’atmosfera. Erano gli anni in cui l’emergere della realtà virtuale poteva lasciar pensare ad esseri umani controllati dal potere nel loro modo di vedersi come personaggi da videogame, preferibilmente supereroi violenti e/o con un passato drammatico, abbigliati costantemente come di ritorno dal Carnevale, un Carnevale guerresco, con armi esagerate, sovradimensionate e fuori da una visione sobria della realtà.

Gli adolescenti e i ragazzi, sia nel mio mondo del 1994-1995 sia in quello di Nathan Never di decenni dopo, sembravano preferire questo tipo di immaginario globalizzato – in computer graphic – accantonando forse per sempre un estetica più sana e ingenua, che abbiamo modo di vedere nel seguente filmato.

In quel periodo della mia vita quando frequentavo il liceo, avevo un senso di rifiuto per il “Nuovo Ordine Mondiale” che si stava apparecchiando, anche se la questione non aveva ancora raggiunto i livelli pazzeschi di qualche anno dopo. Per fare un esempio della mia condizione psichica dell’epoca: ero alla ricerca – piuttosto folle – di una cinepresa super8 perchè mi sarebbe piaciuto girare filmati su pellicola, che la trovavo come un antidoto contro le immagini digitali, la realtà virtuale, le crescenti multimedialità e interattività. Prendevo in qualche modo come esempio – anacronistico – da seguire (?!) il Nanni Moretti di vent’anni prima che, giovanissmo, per realizzare i suoi primi tre film si era servito di una cinepresa super8,

ed ero nello stesso tempo impressionato dal mondo futuribile di Nathan Never, in cui non esistevano più fumetti, libri e film perchè tutti si dedicavano a svagarsi coi videogiochi e gli olovideo. E’ curioso rendersi conto della mia confusione all’epoca: pensavo in pratica che il rischio della disumanizzazione, del condizionamento e del controllo fossero NEL progresso tecnologico, in particolare quello delle comunicazioni, non rendendomi conto che la digitalizzazione sfrenata era solo uno degli effetti di questa corsa per portare a una specie di Ordine Mondiale (tengo a precisare che non sto parlando di quello dei cospirazionisti), e non l’unica strada maestra. Ovvio che, però, in quei tempi non erano diffuse le notizie riguardanti certi progetti di dominio, alla luce del sole, come abbiamo avuto modo di vedere dall 2001 in poi.
Una cosa per me era già ben palpabile: la costante ipersofisticazione-disumanizzazione dell’ambiente dei mass media rispetto ai tre decenni precedenti. L’evoluzione seguita agli anni in cui è ambientato “Il grande Lebowski” non mi piaceva, non mi piaceva affatto, e a ben vedere certi film, fumetti, canzoni dell’epoca, forse non ero il solo che avvertiva nell’aria, nella cultura del karaoke, qualcosa di minaccioso e pericoloso anche se mascherato da persone sorridenti. Qualcosa che traspariva dalle videografiche alla televisione, dalle pubblicità gelide e super raffinate, anche e soprattutto quando erano interpretate da personaggi che sembravano rassicuranti ma forse erano solo conformisti, ed era ancora peggio quando questo conformismo era il conformismo di un anticonformismo che non funzionava più, che soccombeva alla secolarizzazione e alla perdita di senso e di obiettivi della storia. E queste considerazioni possono essere ben raffigurate da immagini, da icone che riassumono lo zeitgeist, lo spirito del tempo, immagini come giovani uomini rampanti in abito formale (giacca e cravatta) che si stringono le mani, in accordi per fare più profitti, per far ruotare con più velocità la ruota della globalizzazione, nel nome della CRESCITA e di personaggi come Milton Friedman.

E’ un tipo di iconografia la quale comincia a diffondersi e ad avere successo durante gli anni dello yuppismo, ma in seguito allo spartiacque segnalato dal film dei Cohen Brothers, queste immagini iniziano a essere routine, a essere sinonimo di una realtà monolitica che viene mostrata come non modificabile, un REGIME insomma. Per giunta, GLOBALE (sia chiaro però, la mia posizione critica nei confronti di questo tipo di immaginario non vuole alludere a uno stare dalla parte di quelli che qualche anno fa si chiamavano “No Global”, dal momento che considero l’immaginario dichiaratamente antiglobalizzazione come l’altra faccia di una stessa medaglia).

Inoltre spuntavano sempre più centri commerciali smisurati strapieni di oggetti-feticcio, somiglianti a monoliti caduti a terra da un lato circondati da luci e colori spettacolo, il trionfo dei brand e dei loghi delle corporation, il feticismo dell’oggetto, della corsa all’ultima versione di Windows o all’ultima playstation o espansione di qualche Fighter Enemy. Sottoculture digitalizzate trasudanti battaglie, guerra e violenza, oppure il solito sport come il football. Sembrava non esserci bisogno di RFID sottocutanei, l’anestetizzazione-robotizzazione delle generazioni più giovani (ma non solo) sembrava proprio ben avviata, e faceva parte della New Economy! A questo proposito, c’è da dire che Marco del blog amico The Synopticon, in diversi post si dimostra piuttosto attento al mondo dei videogiochi, considerandolo nelle sue valenze simboliche che possono emergere da particolari della loro grafica, e delle storie, dei personaggi ecc.

Inoltre, gli stessi blog sincromistici pongono attenzione anche a quel gruppo straordinario di film USA uscito nelle sale durante il biennio 1998-1999, lo stesso di “Il grande Lebowsky” (film come “The Truman Show”, “Jackie Brown”, “The thirteen floor”, “Matrix”, “Being John Malkovich”, “Fight Club”, per citarne qualcuno). Sono d’accordo. La parte precedente di questo articolo si è conclusa accennando a Carmelo Bene, alle sue due serate al Maurizio Costanzo Show rimaste in qualche modo impresse nella memoria di molti forse anche perchè, tra le altre cose, avevano l’aria di annuncio di qualcosa di trascendentale forse prossimo venturo, oltre il tempo storico (“Basta con il sociale” disse Bene “il sociale ci sta franando addosso”). Anche i film di quel biennio (indimenticabile ed estremamente significativa la scena finale di “Fight Club”)

sembrano annunciare LA FINE prossima ventura della vecchia maniera di vedere la realtà e dunque anche la storia come siamo stati abituati a conoscere.
Quei film hanno in qualche modo l’aria di “preparare lo spettatore a un nuovo modo di percepire il mondo” agendo direttamente sul suo subconscio, un po’ come fanno i testi sacri delle religioni, con i loro diversi livelli di lettura a seconda del livello di coscienza di chi li legge. Ricordo che, in un momento del 1996, forse era tarda estate, ascoltavo alla radio-riproduttore di audiocassette a due piastre a casa dei miei nonni, un programma di musica dance-techno-house, e uno dei brani (che era stato da me poi registrato su una audiocassetta) mi colpì, mi fermai in mezzo alla stanza ascoltando la voce del vocalist di quel brano techno dire “Stiamo scivolando fuori dalla storia!” Già all’epoca, lo sprovveduto e ingenuo ventenne che ero, captava nel suo subconscio qualcosa nel tempo in cui viveva che comunque stava cominciando bene o male a manifestarsi.
Già negli anni novanta, dunque, vi era una secolarizzazione molto marcata della società occidentale, soprattutto a livello di immaginario massmediatico; ciononostante, gli ultimi quattro anni del novecento mostravano di poter ancora riuscire a non smarrire del tutto la bussola, affogandosi nella continua celebrazione del passato recente quando era ancora ricco di novità, nonostante la pubblicazione di raccolte musicali come One Shot 80, raccolta dove, in cinque cd o cinque musicassette, si celebrava la mitica musica pop new wave disco degli anni ottanta (“com’era bella la musica di allora!”), anni ancora pulsanti di novità – nella musica, nel cinema, nel fumetto – poichè la spirale discendente della perdita della vecchia energia storica non era ancora discesa al punto in cui si trovava verso la fine degli anni novanta. Questo tipo di situazione ha avuto – e ha – dei rivolti anche piuttosto grotteschi, per esempio il mostrare personaggi come Den Harrow quasi dei sopravvissuti, dei reduci di un’epoca mitica e leggendaria!

Come si è ripetuto tante volte in questo blog (ma mai abbastanza!), in seguito alla crisi economica iniziata nel 2007-2008, lo “sciopero degli eventi” identificato dal filosofo Jean Baudrillard già nel 1992, va nella direzione di un’intensita ineguagliata in precedenza. E’ TUTTO VECCHIO (preciso: nel modo consueto di vedere la realtà), anche le cose che sembrerebbero nuove hanno dentro di loro la malattia del DEJA VU. E avverto fin dentro le ossa che ciò prelude a un ROVESCIAMENTO prossimo venturo, in una finestra di possibilità compresa tra la fine di quest’anno, l’anno prossimo e il 2015-2020.

In conclusione, voglio prendere qualche riga per rispondere all’amico Mediter del blog Il mondo simbolico, il quale mi ha scritto in un commento come, anzichè un ristagno degli avvenimenti, veda un’accelerazione progressiva degli eventi storici in una specie di ripetersi (citando la connessione Fukushima – Chernobil – Hiroshima) e non, come scrivo, una specie di rallentamento che precede un ristagno e una FINE. In precedenza avevo scritto di una specie di paradosso del momento che stiamo vivendo, contraddistinto certo dalla rapidità della successione degli eventi, ma del tutto all’interno di un sistema di percezione ora contaminato pesantemente da ciò che è già stato registrato dalla memoria storica collettiva (infatti questi avvenimenti molto veloci hanno quasi sempre l’aria di doppioni – incrociati – di eventi precedenti già storicizzati). Come scritto in un commento, è come trovarsi su di un camion così pieno – di passato – che giungerà al punto di non potersi muovere ulteriormente, perchè troppo pesante per andare avanti.

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One response

6 05 2011
danilo1966

Molto interessante, come al solito, caro Rossano, soprattutto nella parte in cui parli di Carol Rosin, oggi considerata una degli esponenti di spicco del famoso Disclosure Project di Mr. Greer. (sai sicuramente di cosa parlo….. )
Un saluto, caro amico.
Danilo  

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