Ulteriori precisazioni sugli anni da cui TUTTO è cominciato

2 10 2010

Il passato è una specie di spettro. Il futuro è legato strettamente ad esso; possiamo scrivere che sono l’uno il prolungamento dell’altro. La decifrazione del passato la chiamiamo STORIA. Molti la vorrebbero scritta una volta per tutte, facendola entrare in un museo imprimendole il timbro di ceralacca. Invece, come ogni disciplina, la storia viene costantemente revisionata e riesaminata, senza fine. Nuove scoperte e nuovi punti di vista ampliano il nostro modo di considerare le cose, mostrandoci particolari che non avevamo sospettato in precedenza.
Da bambini credevamo – fissandoci su certe tavole degli atlanti geografici i quali mostravano tutte le coste del Mediterraneo vicine a quelle dell’Europa – che il litorale dal Marocco all’Egitto non avesse alle sue spalle, verso l’equatore e verso sud, l’intero continente africano. Solo dopo un certo tempo scoprimmo altre tavole di quell’atlante geografico, in scala minore, le quali mostravano come il cosiddetto Nordafrica corrispondesse, in effetti, a quelle altre tavole che mostravano i paesi del Mediterraneo e consideravamo chiuse in loro stesse, senza legami col resto del gigantesco continente nero, il quale invece proseguiva anche nell’emisfero sud del pianeta, giungendo fino al capo di Buona Speranza nella Repubblica Sudafricana.
Ebbene, questo ricordo d’infanzia ci offre l’occasione di usarlo come metafora per considerare l’ampliamento di una visione (nel nostro caso geografica, ma anche storica) una volta che si ha avuto modo di imbattersi in documenti i quali mostrano come ciò che credevamo il tutto era invece solo una parte di una realtà più vasta.
Guarda caso, anche un certo numero di avvenimenti molto importanti inerenti al fondamentale anno 1956 riguardano proprio i litorali del Nordafrica, e specificatamente l’Egitto. Come abbiamo illustrato in qualche post di Civiltà Perdute, il 1956 è stato un anno cardine per l’eterno presente spettacolare che stiamo vivendo, un anno PIVOTALE per usare un inglesismo. Molti, più o meno consciamente, se ne sono resi conto, compreso il gruppo dei Wu Ming (ex Luther Blissett) il quale ha scritto qualche anno fa un libro intitolato 54, che narra proprio tutto quel ribollire di cambiamenti  che – nel giro di due anni – porterà al BIG BANG di nome 1956.

Perchè un ex camionista del Mississippi, incidendo il brano Heartbreak hotel, farà ruzzolare giù dai fianchi del monte del tempo una palla di neve che in poco tempo diventerà una valanga la quale travolgerà in occidente tutta la musica che si ascoltava in precedenza?

Valanga che aumenterà in velocità, pressione e potenza soprattutto nei “favolosi anni sessanta” e in special modo nel 1967 (Jimi Hendrix, Beach Boys, David Bowie…), giungendo fino alla Disco Music degli anni settanta e alla centralità della “moda” e dello “stile” negli anni ottanta (New Wave e affini), nei quali – anche se un livello importante di inflazione temporale non era stato ancora raggiunto – tuttavia si percepiva il ritmo gelido della decadenza e il RIFLUSSO e il REVIVAL i quali stavano per ghermire le menti di coloro che seguivano la musica pop. Nello stesso tempo, il pessimismo e la depressione generati dagli angosciosi anni ottanta venivano tradotti in musica da gruppi come The Cure, e la rabbia di certe canzoni di protesta di un quindicennio prima veniva esagerata in modo ironico-violento dal variegato mondo del Metal. Gli anni novanta e gli anni duemila sono stati invece il trionfo mediatico della “nostalgia del tempo passato”, e l’onda lunga dei programmi televisivi, dei libri e dei siti internet dedicati alla “nostalgia” (anche di ridicolaggini) non si è tuttora fermata, nonostante si sia appena entrati in un decennio assolutamente X, per così dire, in cui è probabile assisteremo alla “fine del mondo a noi conosciuto”, come cantano i REM.
Non abbiamo ancora una messe di documenti e dimostrazioni oggettive e scientifiche in tal senso, ma abbiamo l’intuito e nutriamo la strenua convinzione che il 1956 sia stato un anno che l’amico di questo blog chiamato Il Mondo Simbolico, definisce ANNO PORTALE.
Vogliamo restringere il periodo dopo il 54 (titolo del libro dei Wu Ming), che sfocerà nei sessanta, simbolizzandolo in un determinato anno.

Un anno in cui le icone pop della cultura angloamericana emergevano come TOTEM da ignote cavità sotterranee, Marilyn Monroe in testa (una mia amica affermò quasi di provare la sindrome di Stendhal nei suoi confronti), il “ciuffo ribelle” James Dean…e poi ancora altre NOVITA’ di un universo intero in formazione. Erano percezioni temporali di qualcosa di trascendentale il quale si agitava e ruggiva, in previsione del GRANDE ATTRATTORE che attendeva alla fine di un determinato ciclo in cui siamo tutti coinvolti. Le cause, e gli effetti di queste cause, non fanno che ravvicinarsi sempre più a mano a mano che le curve della spirale del tempo restringono i loro giri, fino ad arrivare al punto X, presumibilmente ciò che il geologo Gregg Braden chiama PUNTO ZERO, un traguardo enigmatico a cui si giungerà in una finestra temporale compresa tra il 2012 e il 2030 (tempi del raggiungimento della Singolarità Tecnologica secondo Vernon Vinge e Ray Kurzweil).
Un’ altro presumibile anno portale è il 1945, la fine del grande incubo della Seconda Guerra Mondiale, l’ultima guerra davvero EROICA e marcatamente STORICA – naturale proseguimento della Prima Guerra Mondiale – in cui ogni battaglia e quasi ogni massacro di esseri umani trasudava eroismo propagandato. Quella guerra era stata manichea in modo forsennato, il BENE contro il MALE (quest’ultimo rappresentato dalla “cospirazione in piena luce” chiamata nazismo, fortemente mistica o misticheggiante), i bombardamenti erano veramente “a tappeto”, città di centinaia di migliaia di abitanti nel cuore dell’Europa bruciavano nel fuoco – come avrebbero cantato gli Stadio anni e anni dopo nel brano “Chiedimi chi erano i Beatles” – gli innocenti venivano mitragliati o cremati senza pietà, vi era un aria da “Caduta degli Dei” da “plumbeo sudario” (come avrebbe cantato Pierangelo Bertoli) che non si sarebbe mai più davvero avvertita in seguito, nonostante tutti i conflitti esplosi dal ’45 in avanti. E, come suggello a tutto questo, l’ARMA DEFINITIVA, fatta detonare sopra due città del Giappone, dopo di cui la Storia non sarebbe più stata uguale a se stessa. Un’arma che polverizza esseri umani, o li trasforma in mostri, o li rende malati per sempre. I germi dell’EQUILIBRIO DEL TERRORE erano seminati, e la Bomba H di Edward Teller avrebbe rinforzato questa consapevolezza nelle masse ancora di più. La TERZA GUERRA MONDIALE (dopo il ricordo tremendo delle prime due) fu uno spettro che venne sempre fatto ben percepire al pubblico dai mass media  (e dai decifratori di profeti di sventura come Nostradamus), persino dopo il 1989, e qualcuno lo vede come esito naturale futuro di un mondo caotico e ingiusto. Non la fine del tempo dunque, ma il ritorno alla preistoria cavernicola – radioattiva – pura e semplice, pensando a quella celebre frase di Einstein.
Ritorniamo al 1956. Dei tre GRANDI alla conferenza di Yalta, uno è morto di poliomielite, l’altro è in pensione a dipingere quadri e l’altro ancora è “mancato all’affetto dei compagni dell’internazionale” (forse avvelenato, è difficile sapere) con grandi celebrazioni funebri da parte dei comunisti di tutto il mondo, soprattutto gli italiani di Togliatti. Il COMINFORM – sostanzialmente una polizia politica che manteneva uniti ideologicamente gli stati satelliti dell’URSS – viene smantellato, ed è un primissimo passo di ciò che porterà al crollo dei regimi dell’est trentatrè anni dopo. Il doppio astrale di Gorbaciov chiamato Nikita Khruščёv denuncia al XX congresso del PCUS l’infermità mentale dell’ultimo EROE della Guerra, colui che ha sconfitto Hitler con l’Armata Rossa. Pochi sembrano farci caso ma questa fu davvero una sconfessione epocale. Il “Piccolo Padre”, il BAFFONE, il simbolo del paternalismo internazionale per eccellenza, che veniva condannato colpevole di crimini e repressione e, in pratica, definito folle! Era stato un fortissimo colpo allo spirito “maschile” che aveva dominato la prima metà del XX secolo.
Contemporaneamente, all’altro capo dell’oceano, Elvis Presley mostrava una figura e uno stile in netto contrasto con l’aspetto e i comportamenti virili fino ad allora abituali e si stava preparando dietro le quinte un elezione presidenziale USA la quale mostrava uno dei due sfidanti alla Casa Bianca dall’aria molto, molto poco paternalista, e avrebbe vinto.
Un po’ di righe fa citavamo, non a caso, il litorale nordafricano. Fu qui, e precisamente in Egitto, nel Canale di Suez che venne “inaugurato” nel 1956 qualcosa che avremmo imparato a conoscere molto bene, e che ci avrebbe fatto da accompagnamento alle nostre giornate, quasi fosse una radio sintonizzata su un qualche programma consueto, attraverso gli schermi dei telegiornali: la POLVERIERA MEDIORIENTALE. I problemi politici e bellici del Medioriente che coinvolgono la geopolitica internazionale.
Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta il colonialismo dei paesi europei come Francia e Regno Unito, si stava sfaldando, e gli stati dell’Africa e del Medioriente stavano sempre più affrancandosi dall’orbita dell’occidente, loro “tutore” fino ad allora. Ma il mancato finanziamento USA-UK per la diga di Assuan fece sì che Gamal Abdel Nasser, il presidente egiziano che sognava un impero arabo esteso dal Marocco alla Siria (ma senza Israele), si avvicinasse all’URSS e nazionalizzasse il Canale di Suez – il quale fino ad allora era gestito dall’occidente, i britannici soprattutto. I proventi del Canale sarebbero serviti per finanziare i lavori di costruzione della diga.

Nasser è un altro FENOMENO che emerse con decisione in quell’anno BIG BANG – nel quale, tra l’altro, erano in preparazione i primissimi viaggi spaziali e si stavano diffondendo i primordiali dischi di vinile – non si può definirlo altrimenti, Nasser, è una figura che sembra provenire dal futuro (come quella di John Kennedy): questo Saddam Hussein, o Gheddafi ante litteram che si inseriva di prepotenza nelle questioni di politica internazionale del mondo intero, quando precedentemente nessun presidente a quelle latitudini si era mai prima permesso di farlo, subalterno com’era ai voleri colonialisti di Londra e di Parigi.
In un altro post, abbiamo scritto che la CRISI DI SUEZ era l’ultima guerra “alla vecchia maniera”. Dobbiamo correggerci, non è affatto vero. E’ stata la prima guerra completamente ANTIEROICA (dunque in antitesi alla Seconda Guerra Mondiale), come non lo era stata nemmeno quella di Corea e non lo sarà quella del Vietnam. E, pochi lo ricordano, accompagnata da ferocissime proteste di massa nel Regno Unito contro le decisioni dell’allora premier Anthony Eden, le quali porteranno infine alle sue dimissioni. Il pretesto di Francia e UK per intervenire nel conflitto era quella di “separare gli eserciti avversari di Egitto e Israele” quando l’esercito di quest’ultimo stato aveva invaso il deserto del Sinai fino al Canale di Suez. Solo che i bombardamenti Francia-UK sugli obiettivi militari di Porto Said e Ismaila e lo sbarco di paracadutisti elitrasportati stavano avvenendo DOPO il cessate il fuoco tra i due paesi mediorientali imposto dall’ONU e, inoltre, i britannici facevano piovere dagli aerei sul deserto volantini su cui c’era scritto che il popolo egiziano doveva “non avere più fede nelle decisioni del presidente Nasser altrimenti le bombe sarebbero continuate a cadere sulle città del Canale”, il quale cominciava tra l’altro a essere ostruito dalle navi affondate dagli egiziani come rappresaglia, divenendo quindi impraticabile. I dirigenti dei due paesi che volevano riprendersi il canale con la forza non facevano che rimediare agli occhi dell’opinione pubblica una brutta figura dopo l’altra. I tempi di Churchill sembravano molto lontani e i franco-britannici difendevano con le armi un’idea coloniale che si stava sciogliendo come gelatina, impantanandosi a Suez.
Insomma, la guerra (che avveniva in contemporanea ai moti rivoluzionari ungheresi contro i sovietici russi) era costata pochi morti e feriti ma aveva provocato tanto trambusto nel mondo – a un certo momento i sovietici minacciarono velatamente di intervenire facendo di Londra e Parigi gli obiettivi dei loro “razzi teleguidati a larga autonomia dotati di esplosivo nucleare” – ed era senz’altro un sintomo della spirale del tempo che stava prendendo velocità verso la singolarità tecnologica, verso il cosiddetto PUNTO OMEGA, prendendo a prestito la definizione del gesuita Tehillard De Chardin.

Tutto questo accadeva mentre la musica rock’n roll e rockabilly veniva promanata da radio minuscole rispetto a poco tempo prima e trasformava le menti degli esseri umani “anagraficamente ipodotati”, mentre i juke box iniziavano a occupare capillarmente i bar, e quiz televisivi e telefilm prendevano piede in tutto l’occidente. I tempi della Crisi di Suez e della rivolta Ungherese (novembre 1956) erano movimenti tellurici che annunciavano la fine del moderno, la fine della storia come narrazione sicura e conseguente, come AVANGUARDIA un progresso dopo l’altro verso il “Sol dell’Avvenire”. In quel periodo, nelle anticamere del cervello di Andrew Warhola (sarà conosciuto dagli anni sessanta come Andy Warhol) – durante l’acme dell’espressionismo astratto – stava forse già sorgendo una certa linea che lo avrebbe portato a quelle sue opere tutte uguali – “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, Walter Benjamin – le quali opere, per lo storico dell’arte italiano Giulio Carlo Argan, una delle massime autorità ufficiali in materia, erano nientemeno che “la FINE della storia dell’arte”, certificata.
In quello stesso 1956, proprio mentre vi erano tantissime persone nelle piazze in Inghilterra per protestare contro le decisioni del gabinetto Eden, c’era un gruppetto, un complesso di musicisti di Liverpool che suonava un protorock di matrice popolaresca chiamato Skiffle, con strumenti quasi di fortuna costruiti da loro stessi, come uno strumento di corde tese sul bordo di una scatola che sostituiva il contrabbasso. Questo complesso si chiamava The QuarryMan, il loro leader era John Winston Lennon e ce lo possiamo figurare, coi capelli corti, la giacca e la cravatta nere, in certe foto in bianco e nero che sembrano distanti ere geologiche dai tempi dell’album Sgt Pepper’s lonely hearts band, uscito appena undici anni dopo.
In quell’anno, invece, era il tempo in cui ANCORA TUTTO DOVEVA SUCCEDERE, anche se, per esempio appena tre anni prima, era uscito negli USA un romanzo breve di Ray Bradbury il quale faceva prendere coscienza al lettore di certi condizionamenti negativi che pochissimi allora potevano davvero percepire, si trattava di un altro seme di futuro nel passato, e la prima edizione italiana, intitolata “Gli anni della Fenice” anzichè Fahrenheit 451, sembra suggerirci quella – per certi versi affascinante – incomprensione del futuro quando si incastona nel passato, con un titolo e una copertina che suggeriscono argomenti di fantascienza classica alla epigoni di Asimov mentre il contenuto parla sostanzialmente di lavaggio del cervello delle masse attraverso la realtà virtuale!
Ritornando ai tempi delle crisi contemporanee di Suez e d’Ungheria, ci viene un sentimento strano nel pensare ad esse come a una sorta di “archeologia dell’OGGI”, dell’eterno presente massmediatico che viviamo ancora. Come abbiamo già avuto modo di scrivere, sulle radio di nostalgia musicale come “105 classic, la radio delle stelle” intorno alla metà dei novanta, poteva capitare durante le ore più piccole, che trasmettessero dei brani della programmazione risalenti il più lontano possibile nel passato, e questo passato era poco oltre la metà degli anni cinquanta…

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3 responses

3 10 2010
anonimo

articolo splendido e ti ringrazio di avermi citato! Stai facendo un lavoro prezioso ed unico, almeno qui in Italia.La storia della musica è interessantissima per scoprire queste dinamiche storiche, ad esempio molti critici musicali sono quasi concordi nell'affermare che la "morte del rock" o almeno la sua spinta avanguardistica, la fine del suo mito, con tutto il periodo delle rockstar e degli stadi pieni (riproposizioni che oggi ci appaiono anacronistiche e nostalgiche) sia avvenuta con Kurt Cobain dei Nirvana, l'ultimo messia, morto nel 1994 e nevermind dell'anno 1991, sia stato per molti l'ultimo album in cui il rock propose qualcosa di così influente nella pop culture e nel movimento musicale del rock. Ho anche sbagliato ad indicare il 1996 come anno portale, il 1991con la nascita tra l'altro del world wide web, la guerra del golfo (primo dettame pratico del nuovo ordine mondiale, fatto conoscere al mondo da Bush in un discorso che nell'11 settembre 1990 ne proclamava la nascita) penso sia l'anno in cui il mito del rock è collassato su se stesso. Grazie per l'approfondimento interessantissimo sul 1956, anno che diviene sempre più importante e fondamentale per comprendere le attuali dinamiche del mondo!A presto!

3 10 2010
Rossegal

Ciò che hai scritto è verissimo.La morte di Kurt Kobain ha segnato la fine del rock. 

5 11 2017

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