La sindrome della Fortezza Bastiani e la teoria del coperchio (o della pentola)

11 08 2010
Qualche tempo fa abbiamo scritto che un giorno avremmo dibattuto a proposito della “Sindrome della fortezza Bastiani” e della “Teoria del coperchio.” E’ passato più di un anno da quel post di Civiltà Perdute, e adesso finalmente abbiamo intenzione di scriverne.
Nel romanzo “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, vi è un personaggio, il tenente Giovanni Drogo che, assieme alla struttura militare di cui fa parte (la “Fortezza Bastiani” appunto) passa la sua intera esistenza ad attendere dal confine della collinetta dei nemici che non arriveranno mai all’orizzonte, anche se le loro gesta – di anni e anni prima ormai – erano leggendarie.
Quella struttura militare, che attende per decenni l’arrivo di un nemico sempre assente, ha però creato abitudini, condizionamenti e convenzioni i quali sono difficili da smantellare, e proseguono indefinitamente.
Ora, la metafora del libro di Buzzati abbiamo voluto leggerla in due maniere:
 

1) pensando alle situazioni che continuano a rimanere in piedi in modo ostinato anche se la funzione per cui esistevano ha perso il suo perchè. E pensiamo proprio a diverse istituzioni esistenti ancora oggi, le cui cerimonie sono finalizzate alla perpetuazione di riti i quali non hanno più alcuna utilità, e possono magari continuare ad averla solo a condizione di suggestionare la pubblica opinione a pensarla in un certo modo, e a PENSARSI in un certo modo. Quindi rimangono in piedi solo grazie a un subdolo inganno, non avvertito e sospettato da coloro che sono “guidati” da queste istituzioni;
2) “Fortezza Bastiani” nel senso che gli viene dato dall’omonima canzone di Franco Battiato e Manlio Sgalambro contenuta nell’album “Dieci Stratagemmi” del 2004, ovvero divisione netta tra i – presunti – PULITI etici e morali e il mondo barbaro che si trova “là fuori” da cui doversi difendere con le armi della cultura (e dell’intelligenza o dell’intelletualità?). Questa idea militare di chiusura degli artisti e dei poeti nei confronti del “natio borgo selvaggio” è una scelta che abbiamo visto spesso fare (in particolar modo da personaggi non famosi ma che avrebbero voluto esserlo) però, a nostro parere, non paga affatto. Non è conveniente storcere il naso di fronte alle manifestazioni del nostro oggi anche quelle più scadenti e barbare, di fronte a “generazioni senza più passato/ neoprimitivi” (come dicevano Battiato e Sgalambro già nel fondamentale 1998) davanti alla nostra realtà post-postmoderna nella quale la DECADENZA è connaturata. E con questo termine – vogliamo precisarlo – non si intende affatto qualcosa di crollato, di malridotto ma, semplicemente, una ripetizione meccanica e senza vita di cose “che hanno già dato”, di clichè esausti. La descrizione di certi occupanti della Polonia durante il nazismo e la guerra, fatta da Curzio Malaparte nel romanzo “Kaputt”, il governatore nazista di Varsavia che sta parecchio tempo a dilungarsi sui quadri del XVI secolo e sul voler creare un ambiente risorgimentale nella sua dimora, mostra di avere una furia decadente mica da ridere, Riccardo Muti che produce direzioni di orchestre le quali svolgono musiche dei maggiori maestri classici come un bambino che produce formine di sabbia in spiaggia, sembra nato – oltre che in frac – con il talento per un decadentismo senza limiti. I giovanissimi cantanti che escono da “Amici” o da “X-Factor” immaginando di poter essere i nuovi Claudio Baglioni o Tiziano Ferro, o le nuove Laura Pausini – sono campioni della decadenza più assoluta, nuotano nel RISAPUTO e nel GIA’ SENTITO con la destrezza di pesci ammaestrati.
Ma, a nostro parere, il rimedio di trincerarsi dentro la “Fortezza Bastiani” in compagnia, mettiamo, di Pier Paolo Pasolini o di Cesare Pavese o altri, è un rimedio peggiore del male poichè innalza muri invece di farli crollare tutti.

La “Teoria del coperchio” la si potrebbe più propriamente chiamare “Teoria della pentola”, e abbiamo già cominciato ad accennarne nel post precedente.
Questo blog si chiama “Civiltà Perdute” dando a questa espressione contenuta nel titolo un doppio significato: da una parte noi siamo persuasi che l’attuale civiltà industriale verrà completamente DIMENTICATA, come se non fosse mai esistita, dopo essere stata spazzata via nei prossimi anni. Una cosa che fa pensare è la durata del CEMENTO. Questo materiale che ha invaso il mondo ha origine dal XIX secolo ha una composizione chimica la quale non si sa bene se potrà durare come i materiali da costruzione classici sopravvissuti per secoli. Potrebbe benissimo darsi che mutazioni atmosferiche o di altro tipo (magari a opera di tempeste solari anomale o cambiamenti elettromagnetici del Campo che circonda il pianeta) potrebbero fare sbriciolare una gran quantità di opere costruite con materie cementifere industriali, forse tutte.
L’altro significato di “Civiltà Perdute” riguarda tutta la Storia sconosciuta del Pianeta Terra, della razza umana, tracce di insediamenti in luoghi e in tempi non considerati dagli accademici delle maggiori università o datazioni diverse, altrettanto non considerate dai personaggi che rappresentano il credo scientifico ancora prevalente.
Il mito del PROGRESSO dal passato al futuro è un mito ASSAI moderno, come è stato detto precedentemente, risale al XVIII secolo, al sorgere della cultura protocapitalista.

 

Il tempo STORICO è un tipo di percezione cronologica che ha il suo fulcro nei testi sacri dell’Occidente, come la Torah e la Bibbia. Nella completa felicità NON EGOICA e nel completo equilibrio, il tempo si mostra per ciò che è realmente: una SPIRALE che fa giri sempre più piccoli, fino ad arrivare a un PUNTO ZERO.
La percezione del TEMPO LINEARE, per mantenersi tale alla nostra attenzione – il cosiddetto SPAZIOTEMPO (ricordiamo, unicamente legato ai moti della Terra, non a quelli del cosmo) – ha bisogno di essere costantemente attiva. La STORIA ha il compito di rendere questa percezione sempre agitata come, appunto, l’acqua che non deve mai smettere di bollire dentro la pentola.
Immaginiamo che all’interno di questa pentola vi sia un OGGETTO, la visione di questo oggetto dentro l’acqua, se questa bolle, ne risulta deformata. Questa deformazione dell’oggetto la possiamo chiamare Tempo Lineare. Il mondo è pieno di persone – compreso chi sta scrivendo in questo momento – che fanno, fanno, fanno, senza un attimo di tregua. Ogni conservazione delle abitudini risulta sempre più priva di senso eppure quanta energia si riserva – sempre facendo – nel mantenere in moto le abitudini. Vogliamo domandare a qualcuno quali siano stati, se ce ne sono stati, i film, i libri, le canzoni, gli uomini politici, le opere musicali, “che faranno EPOCA” usciti nel presente anno 2010? Mi basta ascoltare Radio Capital, Radio Nostalgia, Radio Babboleo Suono, e altre di questo tipo per constatare come, nell’attuale linea temporale post-1956, la conservazione della abitudini ha raggiunto il livello massimo e, sempre nell’attuale linea temporale, la novità e l’originalità ha raggiunto il livello minimo. Ciò deve essere FISIOLOGICO. In qualche maniera – ancora non del tutto nota – le forze che tengono acceso il fornello il quale fa bollire l’acqua all’interno della pentola, stanno perdendo la presa, e il fuoco si sta abbassando, e si abbasserà ancora e ancora, fino a raggiungere il livello ZERO della spirale – molto indicativamente il giorno 21 dicembre 2012, ma non è assolutamente certo, diciamo “un giorno del futuro prossimo.” Ogni proposito di Grande Guerra – contro l’Iran per esempio – pare costantemente minacciato e nello stesso tempo bloccato (reazione uguale e contraria quasi contemporanea), ogni forza politica – parliamo dell’attuale scenario in Italia – vive un ristagno costante, un “lago melmoso”, per dirla con Fabio Marchesi. Dall’ex imprenditore di cui non si è fatto altro che parlare di lui dal 2001 in poi, a quel Movimento sponsorizzato da un ex comico a, soprattutto il partito nelle cui fila – tantissimi anni fa – militavano sedicenti comunisti, il quale pare essere diventato il corrispettivo politico di un NON LUOGO, come per esempio gli aeroporti.
Originariamente, questa “Teoria della pentola” la si era annunciata come “Teoria del coperchio”, poichè tutto il fracasso generato – ricordiamo, apposta! – dall’attività frenetica e rumorosa del tempo storico lineare dal passato al futuro, è come un coperchio che chiude e nasconde una realtà molto più affine a come stanno veramente le cose nel pianeta di cui siamo gli abitanti.
Possiamo suggerire che le azioni migliori in questo periodo saranno quelle in conformità con l’andamento della spirale del tempo, ovvero non quel tipo di attività che si prefigge un ipotetico “cambiamento” ma che in realtà fornisce continuità alla conservazione dell’abitudine. Comunque, l’ultima frase richiama una complessità (e soprattutto un’ambiguità) non facile ora da illustrare con chiarezza, anche se ci siamo sforzati di farlo.

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