Tra la vita e la morte: cosa ne sappiamo veramente?

7 05 2010
Da quando la fiammella del raziocinio si è innestata in lui, l’uomo si è sempre domandato i grandi perchè della vita e della morte. Imprigionato in un basso livello di coscienza e in un basso livello vibrazionale dell’energia che origina il mondo materiale, ha cercato di evadere da questa condizione domandandosi cosa c’è prima della nascita e, soprattutto, cosa succede dopo la morte.
La scienza che viene studiata sui libri accademici ufficiali è un tipo di scienza – in particolare la biologia e la chimica – materialista e orientata a ricercare più le modificazioni della vita verso il suo disfacimento, verso l’entropia, la dissipazione e la morte energetica, piuttosto che analizzare nel profondo la natura divina che sottostà alle energie le quali permeano la creazione. Si, scriviamo “creazione”, e con questo termine non vogliamo assodare una nostra religiosità paternalistica fornita di una personificazione e antropizzazione di un Dio – biblico, coranico o talmudico – che dà origine al mondo per poi giudicarlo e dividerlo in “bene” e “male”, “buono” e “cattivo. No. Per creazione, noi intendiamo qualcosa creato da un’organizzazione estremamente intelligente ed evoluta delle energie che costituiscono il Campo, sia quello percepibile ai sensi dell’essere umano, sia quello non percepibile. Perlomeno al livello dello stato di veglia, della coscienza che definiamo “ordinaria”, ovvero quella condizionata dalle mille sostanze circolanti all’interno del corpo, provenienti dal consumo di carni, bevande, elementi chimici delle sigarette e degli scarichi industriali e automobilistici, dalle onde elettriche ed elettromagnetiche le quali permeano ogni angolo della civiltà di oggi.
 

Ebbene, l’essere umano – partendo da uno stato di coscienza così pesantemente condizionato e inquinato – ha il coraggio di voler pronunciare delle parole definitive sulla natura della realtà che organizza il campo percepibile e non percepibile (non ci piace utilizzare “visibile”, perchè mostra un privilegio imperialistico dell’occhio rispetto agli altri sensi).
E’ interessante rendersi conto di come vi sia una specie di superficie (chiamiamola così) la quale interfaccia il cervello – con tutte le sue connessioni neuronali – e il sistema nervoso – con tutte le sue connessioni mieliniche – al cosiddetto “mondo dello spirito”.
E’ deludente per noi utilizzare un termine così abusato e inflazionato come “spirito”, parola che si ritrova tantissime volte proprio in tutte quelle speculazioni religiose e filosofiche le quali non vengono affatto considerate (tutt’altro!) dai “Razionalisti Atei” come, per esempio, PierGiorgio Oddifreddi, Pietro Omodeo e altri. Riteniamo che questi signori facciano benissimo a fidarsi del pensiero logico e scientifico, ma mostrino un inaridimento pericoloso – a nostro parere – quando utilizzano esclusivamente tale modo di pensare logico e scientifico, quindi adoperando SOLTANTO (sembrerebbe) l’emisfero sinistro, l’emisfero cerebrale che organizza la realtà in termini spaziali, logico-matematici e temporali. E’ ovvio che l’organizzare le strutture percettive (inoltre, quelle più “imperialistiche”, come la vista e l’udito!) utilizzando in prevalenza le connessioni sinaptiche della logica e della matematica, porti a un’analisi della realtà che vede il cosmo destinato alla dissipazione dell’energia e delle sue risorse, quindi a un’entropia crescente.
L’emisfero destro riesce in maggior misura, rispetto a quello sinistro, a penetrare nei segreti di ciò che, insoddisfacentemente, possiamo chiamare “spirito”, o “piano astrale” il quale – pur facendo a meno (per essere esperito dalla coscienza) della zavorra data dal corpo umano, ha una sua ben precisa esistenza e collocazione, al di là dello spazio-tempo antropocentrico a cui, naturalmente, l’essere umano è abituato da sempre.
Sarebbe da approfondire la visione della sensorialità antropocentrica (mediata dal sistema nervoso) come una questione di LOCALIZZAZIONE NEL TEMPO E NELLO SPAZIO di un’ “anima” (altra parola inflazionata) la quale non ha bisogno delle coordinate spaziotemporali per esserci.
Il complesso egoico, l’EGO, l’IO, ciò che ci fa identificare in pieno con la storia esistenziale e il nome – o i nomi – del personaggio dominante che è da noi rappresentato, è dovuto alla pesantezza della vibrazione della materia da cui è composto il nostro corpo, al quale l’ “anima” è interfacciata attraverso il cervello e il sistema nervoso. E’ una pesantezza che risuona con la pesantezza e la lentezza delle vibrazioni di questo piano di realtà terreno, e da queste viene come risucchiata e catturata, a causa di un certo tipo di risonanza dimensionale, forse proprio scelta da quella determinata “anima”, per completare un certo percorso di evoluzione.

 

Vi sono certi film di fantascienza, per esempio Bagliori nel buio e Matrix, i quali a un certo momento mostrano un individuo che si risveglia da una specie di prigione molliccia piena di fluidi, liquidi, acqua e gelatina. Bene, pare che la sensazione di certi risvegliati dalla prigione fisica del corpo – durante certe “esperienze di picco” per dirla con Stanislav Grof, psicologo transpersonale – sia proprio questa: una sensazione quasi di orrore, nel percepire la propria parte animica, senza tempo e spazio, risvegliata dalla prigione spaziotemporale del corpo umano: una prigione mostruosa, composta da miliardi e miliardi di cellule biologiche brulicanti (aventi un codice genetico affine al tipo di “anima” connessa) ognuna specializzata in un determinato organo perennemente in movimento, il quale è in relazione stretta con le condizioni del limitante ambiente atmosferico, elettromagnetico e biosferico del pianeta Terra.
Diverse tradizioni esoteriche, come per esempio quelle riportate da Gurdijeff, identificano l’anthropos, l’essere umano, come composto da tre cervelli (il rettiliano, l’emozionale e il cosiddetto neopallio), da cui vi è la famosa metafora della carrozza: il neopallio è quest’ultima, il cocchiere è il cervello emozionale e i cavalli il cervello rettiliano.
La radice di tutti i disequilibri di origine antropica sul pianeta, originerebbe da un disequilibrio tra i tre cervelli dell’essere umano. Più i tre cervelli sono malconnessi tra loro, più la dimensione animica al di là dello spaziotempo (e di ogni autoidentificazione) non riesce a interfacciarsi correttamente col sistema nervoso e il corpo umano.
Daniel Robin è uno scrittore francese il quale ha scritto un libro intorno al 2002, intitolato La rivelation du point Omega (qui il .pdf scaricabile gratuitamente), e, a un certo punto della narrazione, il protagonista Renè – in seguito a un incidente automobilistico – ha una cosiddetta “esperienza limite” o “di picco”, si percepisce fuori dal suo corpo, morto o comunque moribondo, e percepisce la realtà in maniera completamente diversa rispetto a quando si trovava in stretta connessione con l’involucro corporeo.
Certe testimonianze di NDE (Near Death Experiences)in cui il “ritornato dalla morte” parla di come percepisse le cose da un’angolazione che non sapeva descrivere bene, come se lo sguardo fosse stato in alto sopra il lettino operatorio sul quale il testimone giaceva disteso con attorno i medici, oppure su un lato, o in basso.
Ciò fa presupporre che il testimone NDE (o ciò che rimaneva di lui animicamente) non percepisse più la realtà dalla prospettiva consueta a tre dimensioni + il tempo, ma da una prospettiva che forse poteva ricordare quelle rappresentate in certe opere grafiche dell’artista Mauritius Cornelius Escher.

 

Ne “La revelation du Point Omega”, il protagonista Renè perse il suo unico figlio nel 2000, a causa della leucemia e – una volta che lo spirito di Renè cominciò a galleggiare nell’altra dimensione, visitandola alla fine del 2001 – riuscì a entrare anche in contatto con lo spirito del figlio, la quale gli fece un regalo grandioso: la rivelazione delle leggi e della struttura dei processi universali della Coscienza, dall’Alfa al (punto) Omega.
Ciò che rimaneva di quello che era stato suo figlio sulla Terra, diceva a Renè come, una volta ripiombato dentro il suo corpo mortale (perchè il suo destino era quello, di ritornare), si sarebbe dimenticato ogni conoscenza da lui appresa in quella dimensione perchè l’interfaccia sulla Terra (rappresentata dal cervello) con quella condizione dello spirito, è inadatta a filtrare gran parte della consapevolezza del cosmo che si ha nella “dimensione superiore a livello vibratorio”, e, infatti, una volta risucchiato nuovamente dentro il proprio veicolo umano (attraverso la sommità della testa), Renè ha soltanto un ricordo vago di aver “saputo molto” di qualcosa che, nello stato di incarnazione in un meccanismo biologico, può solo avere degli echi lontani, stimolabili a tratti solo in certe condizioni non ordinarie di coscienza, come i sogni o l’assuzione di sostanze le quali rendono la connessione tra le sinapsi diversa rispetto alla norma, e quindi più reattiva a realtà slegate dallo spaziotempo e dalla legge di causa-effetto dal passato al futuro.
Ponendo un attimo la questione sulla cosiddetta “reincarnazione”, vi sono diverse questioni al riguardo che spesso vengono male interpretate da molti: è, per esempio, diffusa l’idea che il flusso delle reincarnazioni segua quello dei cicli di rotazione del nostro pianeta, cosicchè, incarnazione dopo incarnazione, un individuo “partirebbe”, mettiamo, dall’Antico Egitto – e anche prima – per giungere, vita dopo vita, ai giorni nostri. Questa ci pare una visione un po’ semplicistica, superficiale e riduttiva, dal momento che il piano astrale è una dimensione al di fuori del movimento consequenziale dei corpi celesti (anche se vi è collegata) e perciò – potenzialmente – un’anima può essere attirata da qualsiasi identificazione biologica a lei in risonanza in qualsiasi spaziotempo, essendo l’anima stessa fuori dal processo storico a cui, invece, è incatenato il corpo.
Se riflettiamo come una particella lanciata verso una barriera con due aperture può attraversarle contemporaneamente entrambe, e come un elettrone-onda interferisca con lo stesso identico elettrone, ma corpuscolo, possiamo avere una vaga idea di come le cose – a un piano più rarefatto, e meno denso, di coscienza – funzionino in maniere del tutto anti-intuitive, le quali appaiono in contrasto con le leggi comuni dell’approccio scientifico dovuto alle analisi di ripetibilità di un fenomeno fisico attraverso l’uso dei sensi (soprattutto i due più “imperialistici”, vista e udito.)
Ritornando al romanzo di Daniel Robin, e al momento in cui il protagonista Renè incontra l’immagine di luce dello spirito di suo figlio Pierre Jean, morto in una dimensione della coscienza che potremmo chiamare “Aldilà” od “Oltretomba”, ci viene da riflettere sul fatto che allora, tenendo conto di certe testimonianze – come questa – di “persone tra la vita e la morte le quali hanno incontrato i propri cari defunti”, come può questo conciliarsi con la “ruota delle nascite e rinascite” (detta SAMSARA) di cui parla il buddismo, la più scientifica delle religioni?
Come può conciliarsi il fatto che alcuni di coloro che hanno attraversato la linea tra la vita e la morte, siano poi “ritornati indietro” per raccontarcelo quando, assai comprensibilmente, Robin ci parla nel suo romanzo di come il cervello di un essere umano è un filtro troppo ristetto e denso per ritenere ricordi di una coscienza in una dimensione “celestiale” fuori dal comune campo percettivo?
L’emisfero destro, come abbiamo scritto in precedenza, è capace in qualche modo di attrarre informazioni provenienti dai reami astrali dello spirito (“intelligente” avrebbe aggiunto Gustavo Rol) ma di certo non può ricordare nitidamente cosa una Coscienza disincarnata abbia esperito all’interno di un ambiente completamente differente da quello a cui sono abituati i nostri sensi e la nostra mente sul pianeta Terra al quale siamo imprigionati gravitazionalmente ed elettromagneticamente.

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