La singolarità tecnologica ben spiegata

25 04 2010

Sulle pagine del blog Civiltà Scomparse si è più volte accennato alla cosiddetta “singolarità tecnologica”; ma cosa si intende per davvero con questa espressione? Ecco un articolo degno di nota da noi tradotto dal portale francese AgoraVox.

http://www.agoravox.fr/actualites/technologies/article/la-singularite-technologique-60344

 

alex grey_singularity

Il progresso tecnologico accelera, e raggiungerà un punto di rottura

Subito dopo la seconda guerra mondiale, il “microcosmo” di quella che non si chiama ancora informatica è in effervescenza. La crittografia, cioè l’arte di decifrare i messaggi in codice del nemico, ha conosciuto uno sviluppo importante, e la messa a punto della bomba atomica ha fatto in modo di mettere la simulazione digitale al servizio della ricerca. Si ci domanda allora fin dove potrebbe giungere il “calcolo automatico” se si disponesse di macchine più perfezionate. Alan Turing, ricercatore britannico, pubblica nel 1950, sulla rivista Mind, un articolo che farà epoca : Computing Machinery and Intelligence. Egli si pone esplicitamente il problema dell’intelligenza delle macchine, e propone un modo per rendersene conto. L’articolo viene visto come l’inizio di un programma di ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, e annuncia l’avvento di una nuova disciplina che cambierà la storia: l’informatica. I suoi progressi spettacolari, oggi – anche in associazione con le nanotecnologie (vedi dopo) – sembrano non interrompersi mai.

L’invenzione dell’informatica e il suo immaginario

I progressi tecnologici sono relativamente rapidi, e presto ognuno dispone di un computer. Nonostante ciò, l’intelligenza artificiale sembra dare più spunto agli autori di fantascienza che all’innovazione industriale, ma non è che una questione di tempo secondo gli ingegneri e i ricercatori dell’ambito. Nel 1965, Irving Good, esperto britannico di statistica, pone le basi di una visione del progresso oscillante tra fede e scienza. Nel suo articolo Speculations concerning the first ultraintelligent machine, descrive, profetizza persino, un prossimo sviluppo estremamente rapido della tecnologia, un progresso ultrarapido in un lasso di tempo estremamente ridotto. Egli arriva a dire che se si potesse costruire una macchina solo un po’ più intelligente dell’uomo, sarebbe capace, molto presto, di costruire essa stessa una macchina ancora più intelligente, e così via, fino a raggiungere un’intelligenza assai più elevata dell’uomo, il quale sarebbe letteralmente “scaricato”, abbandonato sulla via del progresso.
Questa brutale crescita della tecnologia s’accompagnerebbe a un “punto” nella storia, a una “piega”, o meglio a una “singolarità”. Vernor Vinge, ricercatore americano e autore di fantascienza, utilizzò questo termine per descrivere il fenomeno nel suo articolo del 1993 The Coming Technological Singularity; si tratta di una parola tratta dalla fisica, nella quale la nozione di singolarità gravitazionale si riferisce a quelle regioni dello spazio-tempo dove certe sue caratteristiche abituali diventano all’improvviso infinite, e in questo modo sfuggono alle apparecchiature di misura. Quindi, si immagina che, una volta raggiunta questa singolarità, anche la linea del progresso diverrà infinita e sfuggirà ai nostri attuali parametri. Per alcuni, ad esempio i transumanisti, la singolarità segna la fine dell’umanità come noi la conosciamo e l’avvento di una sorta di sua evoluzione robotica; per altri, ispirati dal concetto di “noosfera” del gesuita Teilhard de Chardin, equivale all’avvento di un’età dorata dove l’informazione e la comunicazione diventano senza barriere. I più allarmisti sono del parere che le macchine ci sostituiranno in un batter d’occhio, e qui si ritrova l’ambiguità dei racconti apocalittici nei quali si tenta di far coincidere allo stesso tempo distruzione e rivelazione, morte e rinascita, fine e inizio (una “distruzione creatrice” direbbero Nietzsche o Schumpeter).

La singolarità tecnologica tra mito e realtà

Si ci domanda in che modo gli scienziati e i vari protagonisti di questo “movimento di pensiero” garantiscono la scientificità della singolarità tecnologica. In effetti, per certi versi – e non si mette in discussione la competenza degli scienziati – l’idea parrebbe ingenua e sembra poggiare su delle ipotesi anzichè delle leggi. I paladini della singolarità tecnologica s’ispirano alla cosiddetta “legge di Moore”, secondo cui la complessità dei semiconduttori, e dunque la potenza di calcolo dei computer, crescerebbe a un ritmo esponenziale: il numero dei transistor nei microchip raddoppierebbe ogni 18 mesi. E’ come dire che se su un campo coltivabile raccogliete 10 patate nel gennaio 2002, ne raccogliete 20 nel giugno 2003, 40 nel gennaio 2005, 80 nel giugno 2006, 160 nel gennaio 2008, 320 nel giugno 2009, e così via. Si comprende che le quantità diventano presto enormi, e anche, a partire da un certo punto “infinite”, o quasi. Ray Kurzweil, autore del libro The singularity is near: when Human transcends Biology (2005), parla di un accelerating change, di un cambiamento in accelerazione. Si comprende che avvicinarsi a un tale livello di crescita, soprattutto se si parla di “quantità di sapere” o “quantità di intelligenza”, dovrebbe avere delle conseguenze concrete e immediate per i nostri modelli di vita. Ciò che, appunto, Vernon Vinge e i suoi seguaci chiamano “singolarità tecnologica”, facendo immaginare una rivoluzione paragonabile a quelle neolitica e industriale, perfino sorpassandole.
Tutto questo può sembrare o molto eccitante o molto angosciante, ma vediamo che la storia ha l’antipatica tendenza a non seguire delle leggi matematiche astratte. Innanzitutto, gli investimenti economici per la ricerca seguono le motivazioni umane e non quelle di un’idea teorica di progresso; inoltre, e soprattutto, vi è una barriera data dalla miniaturizzazione, cosicchè, secondo le stesse parole di Gordon Moore – co-fondatore di INTEL e autore della legge che porta il suo nome – l’evoluzione digitale percorrerà la scala atomica. A un certo stadio del suo sviluppo, secondo le previsioni, è a misura di atomo che – in un prossimo futuro – fabbricheremo i nostri microprocessori.

Rompiamo il muro della materia! (Nanotecnologia)

L’oggetto di tutte le brame scientifiche e finanziarie c’è già, dunque, e rappresenta un mercato potenziale in termini di cifre a nove zeri. Questo mercato è quello delle nanotecnologie. Si tratta di riuscire a costruire delle macchine, se possibile intelligenti, dei robot, alla scala di un nanometro (per ordine di grandezza, ci sono 1 000 000 di nanometri in un millimetro). Per produrre queste macchine, bisogna essere capaci di manipolare la materia atomo per atomo. Questa prospettiva è stata evocata dal 1959 dal fisico Richard Feynman durante la sua conferenza There’s Plenty of Room at the Bottom. Da allora, i ricercatori si sono dedicati a questo nuovo campo. Nel settembre 1989, Donald Eigler e Erhard Schweizer, ricercatori presso IBM, annunciano che sono giunti a spostare la materia atomo per atomo, componendo la sigla IBM con l’aiuto di 35 atomi di Xeno disposti su una superficie di Nickel.
In seguito, le speculazioni al riguardo si sono moltiplicate, e le più audaci evocano la possibilità di “riprogrammare” la materia, trasformando così il mondo reale in un mondo virtuale, malleabile e modificabile secondo i nostri desideri. Una simile prospettiva è vertiginosa. E infatti solo il 29,5 % degli americani vede come “moralmente accettabile” la manipolazione della materia atomo per atomo (sondaggio presentato nel 2008 da Dietram Scheufele).
Lo stesso Ray Kurzweil, quando ha presentato un rapporto sulle nanotecnologie al Congresso USA , ha sottolineato i potenziali pericoli, aggiungendo però che la tentazione di “vedere cosa succede” sarebbe così grande che nessuno potrebbe impedire queste ricerche. Questi pericoli somigliano alle critiche pronunciate regolarmente a proposito dell’intelligenza artificiale (si comprende in cosa questi due ambiti sono in parte legati tra loro): perdita di controllo da parte dell’uomo sul creato, totale confusione su ciò che è reale e ciò che non lo è, impossibilità di prevedere il comportamento di una macchina autonoma (e invisibile a occhio nudo).
Dunque, è a un livello fondamentale che è situato il cuore del dibattito a livello della natura e della tecnica, dello spirito e dell’intelligenza. Se è ancora permesso, in certi ambienti, ridicolizzare la ricerca nell’intelligenza artificiale appoggiandosi, a priori, alle nostre concezioni dell’umanismo, è invece importante interessarsi alle invenzioni recenti, inserendole nel dibattito in questione. Il confronto anche aspro verso vedute opposte, genera argomentazioni sempre più ricche. Per fare un esempio, Anthony Berglas, in Artifical Intelligence will Kill our Grandchildren (2008), difende l’idea secondo cui una macchina – non essendo nè immortale nè incarnata – non avrebbe affatto bisogno di sviluppare un sentimento come l’amore, il quale, secondo il piano evoluzionista, assicura la riproduzione della specie. Simili concezioni portano a riflessioni sorprendenti sulla nostra condizione mortale e sul nostro rapporto col tempo. Come si può concepire l’equivalente di una coscienza che non avrebbe il rapporto col tempo tipico di un essere umano mortale? Una coscienza che si svilupperebbe in una pura atemporalità, fuori dal tempo?
Ma pazientiamo, perchè la risposta non è lontana se si crede a Vernon Vinge: “Sarò sorpreso se questo avvenimento succede prima del 2005 o dopo il 2030” (1993).

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One response

7 03 2016
L’imminenza in cui siamo ora è prima di una singolarità e la lingua crolla, di Giuseppe Genna | Civiltà Scomparse

[…] che giunge al punto zero…da tutta questa roba insomma, e avevo un po’ trascurato la singolarità tecnologica, ovvero quando la tecnologia va così oltre da far si di sfuggire alla comprensione […]

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