Cocoon, metafora di un possibile domani?

21 04 2010

Vi sono opere dell’ingegno umano che sembrano essere come delle avvisaglie di qualcosa che vive tra le pieghe dell’inconscio collettivo, un qualcosa che ancora non è sbucato in superficie, e forse lo farà magari dopo anni e anni.

Una di queste opere in questione è il film Cocoon, l’energia dell’universo, diretto dal regista Ron Howard (e, come ben sappiamo, già attore nella serie Happy days).
La storia del film è molto fantasiosa, diremmo folle, e parla di extraterrestri (gli Antareani) che vengono scoperti nel fondo marino, avvolti in dei bozzoli, vecchi di più di 10.000 anni.
I bozzoli contenenti questi esseri vengono, in seguito, messi dentro una piscina, nella quale sono soliti passare il loro tempo un gruppo di vecchietti, i quali – sotto l’influsso di quegli strani oggetti – cominciano a sentirsi più forti e carichi di energia, fino a ringiovanire completamente.

Abbiamo notato come l’essere umano di oggi, quello che abbiamo sotto gli occhi più comunemente, sopporti molto meno rispetto a un tempo non lontano, il decadimento fisico e la vecchiaia, e questo già a partire dai trenta-quarant’anni, se non prima.
A differenza di ciò che accade nelle civiltà patriarcali – com’era la nostra fino a non molto tempo fa – i vecchi non vengono più visti come “depositari della saggezza e dell’esperienza accumulata col tempo” (ma forse c’è ancora questo punto di vista nei paesi orientali e nelle zone meno urbanizzate dello stesso occidente), vi è un terrore nell’immaginarsi la prostata ingrossata e la pelle del volto che cede per via della forza di gravità, vi è un certo rifiuto nell’immaginarsi pensionati e nonni al parco, con il cappellino di ordinanza, la schiena curva e le mani incrociate dietro di essa, ed è molto probabile che, nel giro di pochi anni, questo tipo di figura umana (figlia della rivoluzione industriale, con gli operai e i lavoratori che a un certo punto “andavano in pensione”) sarà solo un ricordo, come ora sono un ricordo i tipi americani con cilindro e barba senza baffi e le donne con la gonna che arriva fino a terra.
Già vediamo attualmente come gran parte dei nati nella “generazione fortunata” dal 1935 al 1955 (quella che ha vissuto in pieno il BOOM economico del dopoguerra) vogliono a tutti i costi non cedere alla loro età anagrafica fino ad arrivare, talvolta, a rendersi ridicoli.
A tutto questo dà senz’altro una mano la rivoluzione digitale e telematica, col suo modello di comunicazione in tempo reale e in ogni luogo, senza fili, la quale può prescindere dalla presenza del corpo, per quanto vecchio e malandato questo possa essere nella realtà della materia solida.
Il vortice temporale che stiamo attraversando potrebbe portare, nel prossimo futuro, all’essere umano privo di una vera e propria età definita, la quale, magari, cambia a seconda del contesto in cui l’essere umano si trova a vivere. E’, soprattutto, l’IDENTIFICAZIONE quella che conta. Se io mi identifico con ciò che c’è scritto sulla mia carta d’identità e sui miei tesserini anagrafici, mi vedrò come “ventenne”, “quarantenne” o “sessantenne”, categorizzandomi secondo un determinato target anagrafico. ma noi siamo convinti che queste pesanti categorizzazioni basate sull’età (vediamo anche nelle riviste femminili le differenze psicofisiche tra un’età e l’altra mostrate ben marcate) perderanno sempre più di senso.
D’altro canto, la giovinezza (come abbiamo potuto constatare di persona) vola via in un lampo, ed è futile e quasi stupido crogiolarsi nei propri vent’anni.
Come, del resto, è altrettanto stupido e futile macerarsi nei propri settant’anni o anche meno.
In quella bella scena del film Cocoon, dunque, si vedono i vecchietti a mollo nella piscina che vengono investiti da una luce proveniente da un luogo non di questa terra, e i loro lineamenti cambiano, assumono la fisionomia della giovinezza, forse quella del loro archetipo personale al di fuori del tempo.
Se a causa di qualche traguardo evolutivo, dovuto magari alla Singolarità Tecnologica, al cambio dimensionale, o a tutt’e due le cose assieme, l’essere umano perdesse ogni suo possibile stato anagrafico, si aprirebbe letteralmente un nuovo modo di percepire la realtà. E il passato ci apparirebbe come una sorta di incubo temporale da cui ci si è risvegliati.