AMARCORD dalla spirale del tempo

6 03 2010

Ricordo che nel marzo del 1997, esattamente tredici anni fa, ero andato a una mostra di fumetti che si trovava al porto antico di Genova, la mostra si intitolava “Gulp!” ed era stata allestita in occasione del centenario dalla nascita del primo personaggio a fumetti riconosciuto, Yellow Kid.
La mostra era su più piani, e si sviluppava, decennio dopo decennio, dal 1896 al 1996. Guarda caso, l’anno precedente c’era stata la commemorazione dei cento anni del cinema.
Per me quella era stata un’esperienza angosciosa, perchè mi rendevo conto come “fosse già stato inventato tutto”, “non c’era più nulla da inventare”, e non trovavo nessuno con cui condividere questa mia angoscia, perchè probabilmente mi avrebbero preso per matto. Avvertivo attorno a me un’aria da fine del mondo imminente.

La globalizzazione dei mercati, senz’anima, sembrava dominare tutto quanto. E pensare che quell’anno – in confronto a quelli che sarebbero venuti dopo, dal ’98 in poi – non era stato nemmeno così terribile, anzi, per quanto riguarda la musica italiana e internazionale, è  forse l’ultimo anno che io ricordi in cui erano uscite delle cose davvero innovative (relativamente).
Quello che probabilmente percepivo era il rumore degli scricchiolii del vecchio mondo, che era prossimo a cadere in pezzi. E i tentativi di puntellarlo si sarebbero ben visti alla luce del sole dal 2001 in avanti.
Ritengo fosse un tentativo abbastanza puerile, il mio dei vent’anni, quello di cercare di diventare un disegnatore di fumetti, vista l’annosissima “crisi nera del settore”, che se la si sta trascinando dietro da così tanto tempo che non si ricordano più, praticamente, i tempi in cui la crisi non c’era, presumibilmente gli anni cinquanta-sessanta-settanta, i tempi in cui molti di quelli che sarebbero stati riconosciuti come “grandi” (
Toppi e Manara, tanto per fare due nomi) hanno iniziato.
E, a proposito di quei decenni (e ci metto dentro anche gli anni ottanta!), qualcuno ha notato come vi sia quasi una “sacralizzazione” di quei tempi? Come, in maniera direi subdola, si induca a pensare che il presente sia brutto rispetto al passato? Pensiamo alle raccolte tipo
“One Shot ’80” (la prima è uscita nel 1998), a tutte quelle trasmissioni televisive in cui si invitano, che so, “i mostri sacri degli anni sessanta”, alla nostalgia per l'”impegno” dei settanta, e il “disimpegno” degli ottanta, per poi accartocciarsi in malo modo nella caduta del socialismo reale nei paesi dell’est, la prima guerra del golfo e la musica grunge, ed assopirsi definitivamente in una specie di “canto del cigno” cinematografico  con Tarantino & C.
Da lì in poi una decisa globalizzazione-spettacolarizzazione della “cultura del passato” (da Michelangelo a Federico Fellini) e un riciclo industriale degli avanzi. Quella che noi di questo blog abbiamo chiamato la “degenerazione del postmoderno”.

Ed era diffusa  eccome la consapevolezza di questo, seppure in modo inconscio, anche tra la gente comune: ricordo un’intervista fatta da un cronista di Rai3 regione a un tipo che ballava la “disco” in un luogo della riviera, e questo qui diceva che “era bella solo la musica di quei tempi perchè poi dopo non si era inventato più niente”. Era il 1999.

Nel frattempo, la Rete delle Reti, l’interconnessione globale tra tutte le reti locali, internet, progrediva senza sosta.
Ricordo come nel ’97 una mia amica avesse “stampato delle cose da internet” per una ricerca, e mi sembrava – a me ventenne – qualcosa di inconsueto; all’epoca vi era ancora il
Web 1.0., i “siti ufficiali” in Html statico.
Il progressivo vortice di informazioni multimediale da un capo all’altro della terra non era ancora entrato nel pieno del suo potenziale, la “spirale del tempo” (il tempo non è affatto una “linea diritta”!) era ancora bella larga.
Come abbiamo già scritto in un altro post, il regime orientale è caduto a pezzi vent’anni fa, non solo per via delle invenzioni tecnologiche militari dei repubblicani USA e della NATO, ma anche per via del fatto che le comunicazioni in giro per il pianeta stavano sempre di più scavalcando ogni confine e ogni barriera, e quindi una struttura di potere poliziesca e chiusa in se stessa così mostruosamente grande come l’URSS e “compagni”, non poteva che soccombere a tutto questo ampliamento esponenziale della capacità di connessione comunicativa tra un lato e l’altro della terra.
Il regime occidentale – esattamente come i brezneviani dal 1978 al 1984 – ha cercato di automantenere il suo potere coercitivo (militare industriale) inducendo il popolo ad aver paura – attraverso i mass media controllati dalle lobby – o del terrorismo (preferibilmente islamico), o delle “armi di distruzione di massa”, o di malattie infettive che avrebbero potuto degenerare in pandemie. Naturalmente, tutto ciò porta a suscitare timore e ansia nelle persone, e si sa che quando queste sono impaurite e ansiose sono più controllabili e manipolabili.
Il regime occidentale è assai più subdolo e invisibile di quello che era l’orientale, perchè si basa sulla
persuasione occulta anzichè sulla coercizione diretta. Non ha statue e raffigurazioni di dittatori o presidenti autoritari, ma pubblicità allettanti ai lati delle strade (ultimamente nella mia città ne ho viste di misura monstre, tipo 10m x 5), ragazze provocanti che presentano concorsi a premi e, insomma, la solita paccottiglia postmoderna, “giovanile”, prodotta in serie.
Prossimamente, a proposito, in un altro post affine a questo, discuterò di come la categoria “giovani” sia stata creata – all’interno del consueto “laboratorio di ricondizionamento mentale di massa” che sono gli USA – dal 1955 in avanti.

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One response

8 03 2010
danilo1966

Trovo la tua analisi giusta e pertinente….
Come al solito.
Danilo

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