Anni 1990 2000: la perdita della storia secondo Nathan Never e Wim Wenders

21 12 2009

Nel futuro in cui si muove Nathan Never, è l’uomo a essere al servizio della tecnologia, e non viceversa.

Si tratta, perciò, di una visione pessimistica del domani, alla Blade Runner (ambientato nel 2020), tratto dal racconto di Philip Kindred Dick del 1969, “Gli Androidi sognano pecore elettroniche?”.

Il “progetto Nathan Never” è cominciato nel novembre 1989secondo Wikipedia l’11 novembre – ed è apparso in edicola nel giugno 1991. Durante un periodo di cambiamento, quindi.

Nel corso di tutto l’ultimo decennio del secolo XX – ripensandoci quasi vent’anni dopo – le storie di Nathan Never hanno un po’ rappresentato il timore di una degenerazione degli anni 90, la paura di un essere umano schiavizzato dalla stessa tecnologia che ha prodotto.

Tuttavia, nella serie Nathan Never (nome già epicamente leggendario, con quella cupaggine che il cognome evoca, assieme ai capelli bianchi diventati così in una notte per via di una tragedia familiare) vi sono – e forse giustamente – tutti i clichè del “futuro fantascientifico”:

dai telefoni dotati di schermo televisivo sempre attivato (che ci sono anche nel nostro presente ma di solito non si usano mai), ai filmati olografici. Una realtà, a suo modo, caricaturizzata.Un mondo, dunque, esagerato ma non privo di particolari interessanti, per esempio nel primo speciale estivo Cybermaster, dove vi è quella bella sequenza in cui Nathan Never è dentro a una specie di sarcofago-interfaccia connesso con il cyberspazio.

Bellissimo il momento quando NN riemerge come figura elettronica all’interno di una specie di maxischermo olografico, e vi è una lotta tra lui e il cybermaster, due immagini virtuali in 3D, però coscienti.

La storia era uscita in edicola nel giugno 1992 (l’anno del film Il tagliaerbe, sulla realtà virtuale),  giusto nel periodo compreso tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino.

In quegli stessi anni, il regista Wim Wenders rifletteva sull’inflazione delle immagini in movimento  e sulla perdita della storia nel mediocre – secondo diversi critici – film “Fino alla fine del mondo”.

In questa pellicola – interpretata da un po’ inquietante William Hurt e da una “buonista” Solveig Dommartin, assistiamo a una girandola di non-luoghi tra tantissime città del mondo, nelle quali si usa la stessa identica tecnologia S O N Y per creare, trasmettere e diffondere immagini, sempre più raffinate ma anche sempre più vuote: un culto dell’immagine globalizzata fine a se stesso che già, a soli due anni dalla caduta del muro di Berlino, mostrava la sua ombra di “fine della storia”, la quale, in questo film ambientato in un ipotetico 1999, si respira pesantemente e quasi ossessivamente, alla vigilia di un 2000 che poteva essere l’anno dell’Apocalisse nucleare a causa di un satellite indiano impazzito e fuori controllo, i cui aggiornamenti ci vengono dati costantemente in tempo reale dai telegiornali di tutto il mondo, tra un’azione e l’altra degli interpreti.

E tra questi figurano attori di prim’ordine, da Max Von Sydow a Jeanne Moureau, una coppia che compare a metà circa del film, l’uno è uno scienziato che ha scoperto un sistema elettronico per far sì che la moglie cieca veda di nuovo, l’altra è appunto questa non vedente che, alla fine, riesce a riacquistare nuovamente la vista attraverso una specie di realtà virtuale.

Alla fine, il professore Von Sydow scopre che il suo sistema che interfaccia il sistema nervoso con la videoregistrazione riesce a sondare il cervello catturando le immagini dei sogni!

A tutto questo postmoderno selvaggio si oppone, in qualche modo, un sempre grandioso Sam Neill, il quale  – nei deserti dell’Australia in un nathanneveriano 1999 – si ostina a scrivere a macchina (quella col rotolo di inchiostro!), pensando che nessuna immagine, per quanto sia ad alta definizione,  potrà mai sostituire il fascino della parola scritta.

 

E questo duello tra immagini globalizzate ad alta definizione (anche olografiche) masticate, digerite e dimenticate senza sosta, e la parola scritta evocativa che resta nella memoria vi è anche nella serie di Nathan Never, soprattutto nei primi cinquanta numeri, usciti nella prima metà degli anni novanta, l’era clintoniana più pessimista che mai nei confronti della preservazione della storia e della cultura in un’epoca di videogiochi “global” senza alcuna radice culturale alle spalle, ma solo tanta colonizzazione yankee che voleva consolidarsi in vista del “Progetto per un nuovo secolo americano”.

Ma questa è stata un’altra storia.

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