TONY RENIS e JOE ADONIS: attenti a quei due!

24 11 2009

C'era una volta un bambino povero e meridionale che si chiamava Giuseppe Doto, era originario dell'Irpinia, emigrò negli USA, cambiò nome in Joe Adonis, e, nonostante fosse avellinese,  salì fino ai vertici della mafia siculo-americana, di cui fu uno dei fondatori insieme ad Al Capone e Frank Costello.
Pare che fosse persino l'ideatore di una agenzia di reclutamento di killer professionisti in tutto l'occidente, la "anonima assassini", costituita per dare filo da torcere alla legge americana.
Del cosiddetto "sindacato del crimine" (nato per gestire i rapporti tra le cosche in USA e le varie sfere di influenza) Joe Adonis fu colui che intraprese le relazioni con giudici, agenti, avvocati e politici, insomma, le "forze del bene" che intrallazzavano con le "forze del male".
Questo sindacato andava a gonfie vele, tant'è che un membro del congresso, tale Kefauver, ne parlò come di "un esempio incredibile di collusione tra i gangster e la grande industria e finanza".
Negli anni 50 Adonis torna in Italia per restarci e, passeggiando tra il Lazio e la Val D'Aosta, decide poi di insediarsi stabilmente in quel di Milano, dove sarà al centro di una vasta rete di contrabbando che interesserà mezza Europa.
Adonis, bon viveur e amante del bel mondo del piano bar, affiancherà ai suoi traffici illegali (ricettazione e stupefacenti), l'attività di palazzinaro e distributore all'ingrosso.
All'inizio degli anni '70, la polizia italiana, allarmata da questa gran voglia di fare del mafioso Adonis, cominciò a rafforzare e moltiplicare le indagini su di lui, ricorrendo anche alle intercettazioni telefoniche.
Sbobinato il nastro di un'intercettazione riguardante le telefonate del 19 e 20 febbraio 1971 (conservate con cura alla questura di Milano), agli agenti scappò quasi da ridere quando riconobbero l'inconfondibile voce del cantante Tony Renis – al secolo Elio Cesari – il quale, dopo aver saputo che una troupe cinematografica USA era alla ricerca di attori per il film "Il padrino" chiese a Joe Adonis – al secolo Giuseppe Doto – di fare pressione sul regista (Francis Ford Coppola), per fargli avere una parte, magari quella che sarebbe poi stata di Al Pacino.
Insomma, secondo il modo di pensare di Renis, per ottenere un ruolo in un film sulla mafia, era naturale rivolgersi a un mafioso – un tipo con le mani sporche di delitti – e gli telefonò tranquillamente, a tu per tu, senza intermediari o portatori d'acqua.
Qualche giorno dopo, il cantante di "Quando Quando Quando" ritelefonò ad Adonis, ringraziandolo perchè quest'ultimo gli aveva detto che "C'aveva pensato Sam, aveva 'fatto tutto lui' ".
Samuel Lewin (ufficialmente "stalliere nel New Jersey"), altro pezzo grosso della malavita organizzata, arrivato in Italia da poco tempo per conto di Thomas Eboli, vicecapo della Cosa Nostra statunitense: l'interprete di "Non mi dire mai Goodbye" e di "Canzone blu" aveva in tasca il numero dello stalliere, e gli dava del tu come si fa con un buon amico.
Alla fine del 1971 – con Adonis ormai moribondo ai domiciliari – Renis, un po' triste e amareggiato, capì che la parte secondaria nel film di Coppola "Il Padrino" non sarebbe stata sua, ma di Al Pacino.
Il punto è che il boss era davvero implicato nel mondo dello spettacolo oltre che nella mafia; infatti – alla fine degli anni sessanta – Adonis era pronto ad aiutare un certo Antonio Maimone (che aveva le mani in pasta nella ricettazione più spinta) il quale voleva portare in Italia Frank Sinatra, spingendo Augusto Martelli per una specie di "controfestival di Sanremo" con la conduzione di Mina.
Quest'ultima, però, non voleva avere niente a che fare con certi ambienti, e il controfestival naufragò nel nulla.
Insomma, cosa ci mostra tutto questo? Ci mostra che, se è per una questione di carriera, con la mafia, con la gente che vive nell'illegalità sentendosi al di sopra della legge, si può trattare, si possono avere delle lucrose frequentazioni.
Come ridono disinvoltamente certi personaggi: cantanti da piano bar, da crociera e di canzonette insipide; palazzinari, imprenditori e presidenti del consiglio.
Per questi deve essere una cosa normale stare dalla parte di coloro che si sono macchiati di crimini, i cosiddetti "uomini d'onore", e ridono, ridono, ridono, intrallazzando frequentazioni con persone che riassumono più compiutamente il detto homo homini lupus, e considerano la sopraffazione, il crimine, la pornografia, la droga e il perbenismo religioso interessato come ordinaria amministrazione.
Gente che mette bombe, fa saltare in aria magistrati – e le loro scorte – i quali indagavano sulle infiltrazioni finanziarie mafiose nell'imprenditoria del nord Italia.
Se è per la propria carriera, con la mafia bisogna conviverci, e – perchè no? – farsela amica.

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