INDRO MONTANELLI: Alle origini del RIFLUSSO

9 11 2009
Interessante scambio di impressioni sul "ritorno al privato" e l’"individualismo", nella rubrica di Indro Montanelli "La parola ai lettori" su Il Giornale nuovo del 26 giugno 1979, tra una lettrice del quotidiano e il grande giornalista morto nel 2001.
In un certo senso, oltre a collegarsi alla riflessione sulla
degenerazione del postmoderno che ho fatto un po’ di tempo fa, è profetica – col senno di poi – sia la lettera che la risposta.

Caro direttore,
è la prima volta che le scrivo, anche se la "passione" per Montanelli in casa mia risale a un periodo anteriore alla mia nascita (ho 22 anni).
Mi spinge a farlo il suo articolo "i nonni del ’68" perchè lei, con le sue parole, mi ha ripagato dalle accuse di "pecora" che in  questi anni mi sono sentita spesso rivolgere.
Liceale negli anni dopo il ’68 in un liceo, come il Carducci, definito politicamente "caldo", ho subito l’emarginazione e la taccia di qualunquista non solo da parte dei miei coetanei, ma molto spesso anche da parte dei professori cosiddetti progressisti che mi spingevano a partecipare attivamente alle assemblee e si lamentavano per il mio scarsissimo impegno politico-sociale.
E’ quindi con intima soddisfazione che vedo il crollo della smania collettivistica e della moda ideologica del "sociale", convinta come sono sempre stata dell’importanza dell’individuale.
Ma questa reazione, forse erroneamente compiaciuta, ha subito lasciato il posto ad una considerazione che ha due aspetti: uno "pubblico" e uno "privato".
Quello "pubblico" me lo ha suggerito lei stesso mettendo in guardia dalla rapidità delle conversioni al "privato" di quelli che fino a ieri si riempivano la bocca col "pubblico". Come impedire che riesca sempre agli stessi il giochetto di restare a cavallo dell’onda anche quando muta direzione? Quello "privato" si può riassumere così: proprio ora che tutti sembrano dare ragione a quanti come me si sono sempre rifiutati di marciare in gruppo, fare assemblee e manifestazioni di protesta; proprio ora, sento il bisogno di un impegno personale e "pubblico", perchè questa crisi di rigetto privatistica non finisca per fare più danni della moribonda ubriacatura collettivistica.
Lei cosa ne pensa: è giusto che io voglia rimanere eternamente una ragazza "fuori moda"?

M. Luisa Moioli
Milano


Cara Luisa,
La tua lettera è per me, come si dice a Firenze, "una chicca".
Non per la "passione" della tua famiglia nei miei confronti (sono anch’io vanitoso la mia parte), ma per il finale. Hai ragione, Luisa, e ti sono grato di averlo detto: il pericolo, ora, è che il "privato" perda il senso del limite e cada negli stessi eccessi in cui è caduto il "sociale", esaltando i peggiori istinti dell’uomo: l’egoismo, la sovrapposizione dell’interesse personale a qualsiasi altro impegno e dovere, il facile e volgare edonismo. E’ vero che tutto questo ha, per ora, una sua logica e fisiologica ragione di essere: dopo trent’anni di mortificazioni e di confische, è fatale che la reazione del "privato" sia violenta e disordinata. Ma guai se non si renderà subito conto che "privato" non significa licenza di arraffare, di sopraffare e di godere. Noi (e in questo noi mi par di capire che posso includere anche te) per "privato" intendiamo tutt’altra cosa.
Intendiamo anzitutto la restituzione all’uomo (e quindi anche alla donna, si capisce) del suo diritto alle scelte con le responsabilità che ne derivano. A nessuno deve essere più concesso di attribuire i propri fallimenti o misfatti alle storture della società. Che questa società abbia molte storture, è vero, Ma chi vuole portare un contributo al loro raddrizzamento non può invocarle come alibi dell’eversione o della diserzione.
Secondo. Intendiamo per "privato" il diritto di ognuno a pensare con la propria testa, senza per questo essere considerato un reietto o un fascista (i due termini sono ormai sinonimi) solo perchè si rifiuta di far parte di un gregge belante e di "conformarsi" ai suoi cori.
Terzo. Intendiamo per "privato" il diritto dell’uomo ad affinare le proprie capacità e a far valere i propri meriti. Vogliamo, sissignori, sia nella scuola che nel lavoro, il ritorno al criterio della selezione secondo i valori, intendendo per tali non soltanto quelli intellettuali o professionali, ma anche quelli morali. Rispettiamo l’interesse privato in quanto stimolo a eccellere. Ma vogliamo che a tutti siano date, al palo di partenza, le stesse opportunità di eccellere.
Quarto. Intendiamo per "privato" il diritto a una propria vita personale, in cui ciascuno possa restare solo con se stesso, cioè con la propria coscienza, i propri sentimenti, e magari anche le proprie stravagnaze, purchè non offendano il vicino di casa. Ecco il punto. Noi italiani crediamo di essere individualisti perchè al vicino di casa impediamo di dormire tenendo la radio accesa a tutto volume e non rispettiamo i regolamenti stradali. ma questo non è individualismo; è soltanto asocialità. Non confondiamo. Individualisti sono gli inglesi che difendono il loro giardino da qualsiasi intrusione, ma rispettano la legge e fanno la coda davanti al botteghino del teatro. Noi siamo soltanto delle pecore indisciplinate, che facciamo confusione nel gregge, ma lo seguiamo sempre in branco, sempre in massa.
Ecco cosa vuol dire "privato", non la moda del travoltismo e del "consumismo" Anni Cinquanta. Fai bene, cara Luisa, a restare "démodée". Anche per ragioni estetiche. "Belle ci si fa – diceva Marie Régnier -, ricche si diventa, eleganti si nasce." E una persona elegante non segue mai la moda. La lascia ai cafoni.


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