Contrordine per il QUAGGA: sta per non essere più un animale estinto

25 10 2008
16/7/2008 – REPORTAGE
"Resuscito le zebre nei deserti"
I quagga si erano estinti nell’Ottocento
ANNALISA LOSACCO, BONTEBOK RIDGE RESERVE

La cornice è incantevole: un tappeto colorato di fynbos, i fiori endemici di questa regione, la catena montuosa delle Table Mountains, che sembrano riversare cascate di nuvole proprio dentro il cuore della valle, e il cielo azzurro spazzato dai venti provenienti da Cape Town.

Sono nella Bontebok Ridge Reserve, il cuore della Wineland, la terra dei ricercatissimi vini sudafricani. Frank e Tom Turner, i proprietari della riserva, mi indicano in distanza alcuni animali: eccoli, dunque, i mitici quagga! Un termine onomatopeico della lingua boscimane Khoi, dove quagga si pronuncia aspirando la doppia g. A una prima occhiata si potrebbero facilmente scambiare per comuni zebre, ma, osservandoli meglio, alcune differenze cominciano a essere più evidenti: le zampe e i quarti posteriori sono quasi del tutto privi delle caratteristiche strisce e anche sulla pancia le strisce si fermano a metà, mentre la zebra comune ne è completamente fasciata. A 20 anni dall’inizio del «Quagga Breeding Project» sono questi i primi risultati concreti di un lungo lavoro che punta a riportare in vita un animale estinto. Sterminato dall’uomo alla fine dell’Ottocento per scopi alimentari e per eliminare i competitori naturali delle mandrie di bovini domestici, il quagga popolava le pianure semidesertiche della regione del Karoo, nel Sud-Est sudafricano. L’ultimo esemplare morì nello zoo di Amsterdam nel 1883.

Fu l’appassionato tassidermista Reinhold Rau a concepire l’idea del progetto nel 1969, quando il Museo di Storia Naturale di Cape Town lo incaricò di restaurare il proprio quagga imbalsamato. Rimontando l’esemplare, Rau trovò ancora attaccati alla pelle resti di tessuto muscolare e tracce di sangue. Decise di conservarli: era convinto, infatti, che il quagga non fosse altro che una sottospecie della zebra, adattatasi per il colore un po’ bruno all’ambiente arido delle pianure del Karoo. Finalmente, nell’84, le analisi del Dna dei resti di otto quagga imbalsamati (le prime condotte su una specie estinta) e di quello di una zebra comune rivelarono che l’animale (Equus quagga quagga) era effettivamente una sottospecie della zebra (Equus quagga burchelli).

La scoperta rinforzò la convinzione di Rau che i caratteri tipici del colore bruno e della scarsità di strisce dei quagga fossero ancora presenti nel patrimonio genetico delle zebre comuni. Così, tra le perplessità di tanti scienziati ed esperti, nell’87 Rau decise di avviare il «Quagga Breeding Project» per riportare in vita l’animale estinto. Il progetto non prevedeva incroci di natura genetica, ma un programma di riproduzione selettiva. Vennero così prelevate otto zebre dall’Etosha National Park, in Namibia, scelte per il colore fulvo del manto, e altri esemplari dalla regione sudafricana del Kwazulu Natal per il caratteristico colore chiaro dei quarti posteriori. Per incrociare gli animali si scelsero alcune riserve non troppo grandi della regione del Capo.

«Il progetto viene condotto con maggior successo nelle piccole riserve, dove è possibile monitorare come questi individui evolvano e controllarne le strie…», mi racconta Frank Turner, della Bontebok Ridge Reserve. E dopo appena 13 anni – molto prima dei vari decenni previsti – questi incroci hanno dato i primi successi: adesso i puledri più recenti sono molto simili al quagga. Naturalmente, non tutti i nuovi nati presentano ancora le giuste caratteristiche: «Gli esemplari che negli anni non hanno assunto le sembianze del quagga – prosegue Turner – vengono venduti come zebre e così riusciamo a finanziare il progetto. Ora possiamo dire di aver ottenuto individui che al 90% assomigliano al quagga. Purtroppo, questi esemplari presentano ancora strie sulle zampe e sui quarti posteriori.

Quando si otterranno animali privi di questi segni, allora potremo dire di aver ottenuto il vero quagga. E sarà la prima volta al mondo che un animale estinto viene riportato in vita».
In origine Rau riteneva che il progetto potesse essere considerato un successo, se si fosse ottenuto un animale che costituisse almeno una via di mezzo tra il meno striato e il più striato dei quagga imbalsamati, conservati in 23 musei del mondo. Tutto, invece, è andato oltre le aspettative. «Attualmente ci sono circa 200 quagga nelle riserve e stiamo lavorando per ottenere un colore fulvo ancora più marcato, che parta dal collo e arrivi fino a metà del corpo», precisa Turner. Nel 2000, intanto, il South Africa National Parks – l’ente che gestisce i parchi sudafricani – ha aderito ufficialmente al progetto, avviando un proprio piano di riproduzione e contemporaneamente reintroducendo nel Parco Nazionale Karoo gli esemplari in esubero delle riserve private. «Questa seconda iniziativa è stata possibile perchè il parco è attraversato da una serie di alture che separano le zebre di montagna dai quagga, che, invece, preferiscono le pianure. Così – continua Turner – non si corre il rischio che i nuovi quagga si mescolino alle zebre, vanificando gli sforzi del progetto».

Nonostante i dubbi iniziali, il «Quagga breeding project» gode ora del supporto di gran parte della comunità scientifica, tanto che studiosi di tutto il mondo si recano nella regione del Capo, anno dopo anno, per verificare i progressi. Ma altri scienziati vedono in iniziative del genere un esercizio intellettuale, destinato a creare l’illusione di poter rimediare ai disastri dell’uomo e, quindi, vanificando gli sforzi per conservare la biodiversità e, ovviamente, le specie a rischio di estinzione. In realtà, il progetto del quagga è legato alle caratteristiche fisiche dell’animale e lo stesso Rau era consapevole del fatto che il successo del test non deve minimizzare i gravissimi pericoli legati alle estinzioni: quando una specie è scomparsa, anche il suo patrimonio genetico è svanito per sempre dal pianeta Terra. Ora si possono vedere i quagga nella riserva privata Bontebok Ridge (www.bontebokridge.com).

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